Translate

domenica 9 settembre 2012

Primo lustro (ovvero la lunga camminata)

E così ci siamo arrivati. Cinque anni non devono essere un periodo del tutto irrilevante se anche in campo medico assumono questo intervallo di tempo come valore minimo per considerare raggiunto uno stato di guarigione dopo una grave malattia. Il paragone non mi pare del tutto fuori luogo visto che sovente si usa riferirsi all'amore come a un malanno, ma certamente non è questo il nostro caso perché altrimenti non starei qui a parlarne con quello spirito gioioso che vorrei trasparisse ben evidente.

Per oggi nessun ragionamento troppo cervellotico. Molto semplicemente mi piacerebbe stendere una breve relazione riguardo alla nostra giornata di ieri in cui, appunto, abbiamo festeggiato il nostro primo lustro di matrimonio. Mi sarebbe piaciuto dare l'avvio al post con una bella foto scattata ieri mentre eravamo in giro, ma questo non è stato possibile per il motivo che avrò modo di raccontarvi con ordine in seguito.

Ci sono tre bellissime città italiane che Maria Luisa ed io non abbiamo ancora avuto modo di visitare insieme. Oltre che nostro privato, sono certamente considerate patrimonio dell'umanità e, quindi, è da tempo che abbiamo messo in cantiere una visita a Firenze, Roma e Venezia. Per il nostro anniversario avevamo praticamente già deciso di recarci a Venezia e di non fare come tutte le altre volte, andando e tornando in giornata, ma soggiornare almeno una notte per rendere il piacere della visita ancora più prolungato ed intenso. Poi, pensando che quest'anno ci siamo concesse già molte vacanze ed avendo inoltre appreso dalla TV che nel periodo in cui avremmo voluto esserci, Venezia era già fin troppo frequentata a causa della 69^ mostra internazionale d'arte cinematografica, abbiamo deciso di differire la nostra visita ad un'altra data.

Alessandra, durante uno dei suoi ultimi acquisti in un centro commerciale, aveva ricevuto in omaggio due biglietti d'ingresso per Parco Sigurtà e ce ne aveva fatto gentile dono. Dato che mia moglie non aveva ancora avuto occasione di vedere questo vastissimo giardino ubicato a Valeggio sul Mincio, le ho proposto il seguente programma alternativo per commemorare la nostra ricorrenza. La mattina del sabato avremmo effettuato una breve visita a Sirmione con sosta pranzo e poi nel primo pomeriggio ci saremmo spostati nel basso Garda per un po' di relax nel verde. Maria Luisa non è di gusti difficili e mi ha assecondato subito con grande entusiasmo.

Nessuna partenza di buon'ora, com'è nelle nostre solite abitudini. Quando abbiamo salutato i ragazzi uscendo di casa, eran già passate le ore dieci da un pezzo. Abbiamo percorso per un buon tratto la stessa strada che faccio abitualmente assieme ad Andrea per andare al lavoro, ma poi, passata la galleria di Lonato, abbiam proseguito diritto fino allo svincolo per Sirmione, uscendo dalla tangenziale proprio là dove c'è l'imboccatura sterrata che porta alla cascina della mia infanzia, esattamente dirimpetto alla fattoria America. Chi vive da quelle parti sicuramente ritrova nelle mie parole dei riferimenti precisi.

Mentre stiamo attraversando Colombare e mi appresto a svoltare per addentrarci nella penisola gardesana, vengo raggiunto telefonicamente dal collega Loris che abita da quelle parti e con cui non ero riuscito a mettermi in contatto telefonico la sera precedente per ottenere da lui un consiglio riguardo ad un buon locale in cui pranzare. Con mia sorpresa l'amico non sembra così pronto a suggerirmi nessuna indicazione particolare, pur essendo familiare con quei luoghi e notoriamente un buongustaio. Riesce però a dirmi che ha sentito parlare molto bene da altri di un ristorante vicino alle vecchie terme. Non lo voglio tenere troppo al telefono e lo ringrazio velocemente per la dritta che mi ha fornito e che può consentirci una buona sistemazione.

Mentre riprendo la strada dopo la breve sosta a bordo carreggiata, per poter telefonare in tutta sicurezza, mi rendo conto che un sacco di automobili mi sono sfilate a fianco. La giornata è bella e, come prevedibile, un gran numero di turisti è venuto a fare un giro sulle terre di Catullo. Non che pensassi qualcosa di diverso. Soltanto credevo che il movimento maggiore l'avrei potuto incontrare nel pomeriggio, confidando che tanta gente a quell'ora dovrebbe essere ancora impegnata con le spese del sabato mattina oppure alle prese con le proprie faccende domestiche. Però non tenevo conto dei vacanzieri settembrini provenienti da altre regioni d'Italia o, a giudicare dalle targhe prima e dalla parlata poi, da altri stati dell'Europa.

Dopo aver raggiunto l'ampio parcheggio a pagamento, con rammarico ho dovuto constatare che un addetto stava tirando una catena di sbarramento ed apponeva il cartello che annuncia il tutto esaurito per le autovetture. Beh, se fossimo venuti in pullman, poteva andarci meglio. Non ci resta allora che invertire il senso di marcia e provare più indietro in altri parcheggi più piccoli incontrati lungo il percorso. Dopo due tentativi andati a vuoto, in uno dei quali abbiamo anche faticato a riguadagnare l'uscita per lo stretto spazio di manovra e la continua affluenza anche se ormai tutte le piazzole erano occupate, riusciamo finalmente a trovare posto in una zona di parcheggio libero. Ma siamo ben lontani dal centro di Sirmione e ci attende una lunga camminata per raggiungerlo.

Non siamo proprio dei polentoni e, visto che manca ancora un bel po' di tempo all'ora di pranzo, ci avviamo senza indugio ripercorrendo a piedi lo stesso tratto di strada che poco prima avevamo fatto comodamente seduti in auto. L'occasione mi sembra buona per sfoderare la mia compatta e scattarci le prime foto commemorative. Pigio il pulsante d'accensione e mi predispongo ad effettuare la prima inquadratura. L'obiettivo non si apre. Cosa succede, s'è guastata proprio oggi? La apro per controllare meglio e mi rendo subito conto che nella concitazione della partenza non avevo inserito la batteria e neppure la schedina flash. Pazienza! Dico a Maria Luisa che le belle immagini di quel giorno resteranno solo nella nostra memoria.

In una mezz'oretta o poco più arriviamo al ponte levatoio del castello. Mentre ci apprestiamo ad attraversarlo racconto a mia moglie che in quel luogo ebbi modo di sfogliare il mio primo giornalino di Topolino. Alcune signore amiche erano venute a trovare i miei genitori alla cascina Rocchetta e papà le aveva condotte in visita a Sirmione. In regalo avevo ricevuto quel mio primo giornalino di fumetti e così, mentre le signore facevano una visita all'interno delle mura, io e mio padre sostavamo proprio sotto l'arco d'ingresso, lì dove a lato ci sono quelle due panchine in pietra e da una fessura nel muro c'è pure modo di sbirciare l'acqua del fossato che cinge il castello.

Districandoci fra la folla e le poche automobili che hanno l'autorizzazione di accedere alla parte più interna della penisola, arriviamo al punto in cui la strada si biforca. Decido di prendere quella a sinistra ed evidentemente oggi è il mio giorno fortunato, perché dopo un po', in fondo alla via, riusciamo a leggere con chiarezza l'insegna del ristorante suggerito dal collega. L'aspetto è buono e con circospezione accediamo al locale. Il personale di servizio ci propone un tavolo fra quelli lì in sala oppure, se lo desideriamo, possiamo uscire all'esterno più avanti verso la riva del lago dove c'è un loro collega pronto ad accoglierci e sistemarci. Senza troppa esitazione, decidiamo di pranzare all'aperto. Anche il tavolo scelto risulta uno dei migliori, sia per l'ottima vista e sia per l'ombra che promette di durare a lungo nel pomeriggio.

Mando subito un sms di ringraziamento al collega per avermi permesso di non sfigurare con Maria Luisa e cominciamo a degustare le portate da noi ordinate e che indubbiamente confermano di essere state preparate con cura. L'extra che pagheremo per esserci seduti a pochi metri dall'acqua vale pienamente lo spettacolo esteriore ed interiore che stiamo godendo. Mia moglie ed io ci sorridiamo compiaciuti e ci stringiamo la mano in segno d'affetto e d'intesa.

Riusciamo ad alzarci da tavola che ormai son passate le due da un bel pezzo. Propongo una passeggiata fin verso le cosiddette grotte di Catullo per poi discendere verso la spiaggia e rientrare percorrendo l'ampio marciapiede a ridosso del lago e che guarda verso la sponda veronese. Non possiamo fare a meno di sentire qualche folata sulfurea che proprio in quel luogo fuoriesce dalle viscere della terra e viene incanalata e condotta altrove per cure termali che arrecano beneficio all'apparato respiratorio. Non ci sfugge neppure che questo lungo periodo di caldo e siccità ha fatto calare il livello del lago di circa un metro. Mentre passeggiamo all'ombra procedendo verso il castello, non posso fare a meno di raccontare a Maria Luisa di tutte le altre volte in cui ci sono venuto. La prima volta con Santina, ma poi con altre donne e non mi pare ancora vero che oggi Maria Luisa sia qui al mio fianco a riempire quel vuoto che quelle persone non han voluto colmare.

Nell'ultimo tratto c'imbattiamo in una serie di quadrettini in vetro malamente appesi al muricciolo di cinta che costeggia la nostra camminata. Uno è pure caduto e s'è rotto. Su ognuno di essi è riportato un sms e noi stiamo ripercorrendo all'indietro la storia che quei brevi scritti narrano e che, divenuti una forma d'arte, sono stati appesi per la visione del pubblico con tanto di locandina di presentazione. Mano nella mano continuiamo a procedere spediti, ma non troppo, in direzione della nostra auto. La visita al parco ci attende e dentro di me comincio a coltivare qualche timore di arrivare troppo tardi visto che ora, a stomaco pieno, mi sembra di metterci più tempo di quanto impiegato il mattino. Noto con piacere che le calzature da me indossate sono comode e non mi stanno per niente affaticando il piede pur con l'elevato numero di chilometri macinati. Solo un po' di preoccupazione per il ginocchio di Maria Luisa. Non vorrei che tornasse a farle male come lo scorso anno quando fummo costretti ad una corsa in ospedale.

L'ultimo tratto, prima di arrivare definitivamente all'auto, è molto assolato. Il caldo però non è così terribile e trovo che questo ritocco quasi fuori stagione alla nostra abbronzatura possa giovare al nostro aspetto che comunque diventerà più scialbo durante i lunghi mesi invernali. In auto c'è una bottiglietta d'acqua non del tutto vuota. Poi ci fermeremo a comperarne altra, ma adesso è questa che tampona momentaneamente la nostra sete.

Mi sto rendendo conto che questa volta mi sono lasciato prendere la mano e sto fissando nero su bianco fin troppi particolari. Ecco cosa vuol dire non aver portato al seguito la macchina fotografica funzionante. In verità Maria Luisa mi aveva proposto di comperarne una usa-e-getta, ma a me non andava di tornare a fare scatti con la tradizionale pellicola. Per frenare la sua insistenza e convincerla, arrivo addirittura a dirle che così almeno non dovrà continuamente pazientare in attesa che io abbia terminato questo o quello scatto. Ovviamente lei mi risponde che non è mai stato un peso. Questa santa donna, se non l'avessi sposata cinque anni fa, dovrei sicuramente farlo ora.

E così, tra una chiacchiera e l'altra, non senza qualche correzione di rotta per indicazioni viarie non troppo precise e puntuali, arriviamo in quel di Valeggio. I posti vicini per parcheggiare sono anche qui tutti occupati. Poco importa: oggi siamo allenati a camminare e vorrà dire che lasceremo l'auto più in là come ormai è abitudine fare. Il bello è che viene pure consigliato dai salutisti. Trovo una piazzola libera nella via a senso unico che porta verso la Rocca. Ricordo con piacere che avevo lasciato l'auto lì anche una precedente volta. Allora però ero riuscito a parcheggiarla meglio. Non riesco proprio a prendere bene le misure con quest'altra auto. Credevo di essere a ridosso del muretto ed invece, una volta sceso, constato che son fin troppo in fuori. Non ho voglia di rimediare e, confidando nella clemenza dei vigili urbani, ci dirigiamo verso l'ingresso di parco Sigurtà.

Dopo una piccola deviazione all'annesso bar per acquistare un paio di bottigliette di acqua minerale, di cui una è stata completamente prosciugata da me in pochi istanti, procediamo con lento incedere nel verde di quei prati. Maria Luisa esterna le sue sensazioni positive e la meraviglia da lei provata non è pari alla mia per il solo fatto che quella gradevole visione non rappresenta più una novità. Il parco è praticamente identico a come lo avevo visto negli anni addietro e comunque sempre bello. La calura estiva che ha portato all'essicazione di tante piante, in questo luogo non ha fatto sentire i suoi effetti nefasti perché il personale si è occupato con cura dell'irrigazione.

Non c'è l'affollamento delle altre volte e così riusciamo a godercelo in tutta tranquillità. Dico a Maria Luisa di togliersi i sandali e lei senza indugio segue il mio consiglio, che comunque aveva già in animo di fare e che aspettava soltanto un piccolo input per essere messo in pratica. Vorrei fare come lei, ma poi per la pigrizia di dovermi rimettere i calzini, lascio perdere e mi sento pago del sollievo che prova mia moglie a camminare a piede libero su quel bel tappeto erboso. Non riusciamo a vedere proprio tutto perché ormai siamo quasi prossimi all'orario di chiusura fissato per le 19. Vorremmo ristorarci un poco al bar prima di lasciare il parco. In alternativa propongo di pazientare ancora un po' e di scendere a Borghetto che merita senz'altro una visita e che non dista molto da dove abbiamo lasciato l'auto.

Avremmo voluto scendere a piedi, ma dato che un cartello stradale indicava una distanza di circa un chilometro e mezzo, concordiamo che per oggi di strada a piedi ne abbiamo già fatta fin troppa e quindi lo raggiungeremo in macchina. Un paio di tornanti e siamo subito giù ad occupare un altro parcheggio, questa volta a pagamento. La nostra fermata sarà di breve durata. Giusto un'occhiata in giro ed un aperitivo e poi si torna a casa. Per non essere presi in contropiede, decidiamo però d'infilare nel parcometro una moneta da mezzo euro in più per prolungare di mezz'ora la sosta prevista.

Percorriamo mollemente il breve tratto di strada che ci porta nel cuore di questo piccolo borgo, per lo più costituito da vecchi mulini che sfruttano l'acqua del Mincio per far girare le ruote. Alcune ormai arrugginite giaccioni immobili, ma altre seguitano a roteare vorticosamente e mi domando cosa mai potranno muovere all'interno di quelle piccole casette che mi paiono tutte riammodernate in foggia di piccoli ristoranti o gelaterie. Il luogo è sicuramente caratteristico ed è molto suggestiva anche la vista del diroccato ponte che fa da sfondo al piccolo abitato. Mentre ci attardiamo a guardare i vari scorci, veniamo a più riprese raggiunti da coppie di neo sposi che son qui giunti per le immancabili foto ricordo. Alla fine della serata arriveremo a contare ben quattro coppie.

Vedendo gli altri sposini non possiamo fare a meno di pensare a come ci sentivamo noi cinque anni fa e, complice anche il luogo, di quanta acqua sia passata sotto ai ponti. Di farina ne abbiamo macinata tanta, ma non è nulla se pensiamo a quella che ancora ci attende. L'età per noi non è più così tenera, ma in amore quella anagrafica non conta. Ci muoviamo con slancio in avanti dove ci attende il prossimo lustro con ancora un po' di quel miele che all'inizio del cammino ci auguravamo di conservare come tesoro prezioso.

domenica 2 settembre 2012

Lettera aperta a M5S e PD

Cari M5S e PD,

mi pare che stiate entrambi cadendo vittime di un raffinato gioco condotto abilmente da chi ha intenzioni serie per screditare entrambi di fronte agli occhi dell'elettorato che presumibilmente voterebbe per uno di voi alle prossime elezioni. Non cadete nel tranello e trovate il modo di attirare l'attenzione su di voi con serie proposte per il dopo Monti senza demonizzare l'avversario. C'è del buono nel M5S di Beppe Grillo, ma anche in quello del PD di Renzi. Il "vecchio" che ha dominato la scena negli ultimi anni non lo vuole più nessuno, ma ci sono forti strumenti di condizionamento e la prossima legislatura potrebbe non essere la boccata d'aria nuova e fresca che tanti italiani di buona volontà auspicherebbero.

lunedì 20 agosto 2012

Il mio nome

Questo scritto trae, per così dire, origine onirica. Stamane, poco prima del risveglio, a onor del vero non proprio mattiniero, stavo sognando questa cosa. Assieme a Maria Luisa mi trovavo in quella che aveva tutta l'aria di un'aula scolastica e nei banchi davanti a noi c'erano alcune persone conosciute ed altre no. Nonostante nella vita reale tocchi a mia moglie il compito di tener lezione, in quel momento ero io a parlare. Il mio discorso partiva dal nome delle persone e con breve argomentazione richiamavo l'attenzione dei presenti sulla comunanza caratteriale di chi si ritrovi nella vita ad essere chiamato allo stesso modo di altri. Proseguendo nel discorso invitavo poi il gruppo di auditori ad esprimersi per alzata di mano indicando quelli fra di loro a cui non piaceva il proprio nome di battesimo. Con mio stupore le mani alzate erano parecchio numerose.

Quando al risveglio ho accennato a mia moglie il proposito di raccontare queste cose sul mio blog, mi ha ricordato che la corrispondenza dei nomi all'essenza delle cose è stato uno degli argomenti della tesina per la maturità di mia figlia Alessandra. Non mi sono ancora preso la briga di leggerla e dovrò colmare al più presto questa lacuna. Magari profittando del fatto che Maria Luisa di certo ne ha una copia nella cartella dei documenti del PC portatile su cui sto scrivendo in questo momento oppure in una delle flash memory che si porta sempre al seguito e che contengono spesso elaborati o prove varie dei suoi studenti.

Il mio nome mi è sempre piaciuto. Fra le tante domande che da piccolo ponevo ai miei genitori c'era anche quella legata alla decisione  su come chiamarmi. Mio padre mi ha ripetuto in più occasioni che in viaggio di nozze si erano recati a Roma e quindi, a motivo di quello, se fosse nato un figlio maschio lo avrebbero chiamato Romano. Non escludo che nell'attribuzione del mio nome possano essere entrate in gioco anche motivazioni inconsce legate ad un ben preciso periodo storico in cui il mio genitore è vissuto. La motivazione esplicita da lui fornita mi basta e tutto sommato la ritengo la ragione principale e fondante della scelta.

Del cognome invece non sono stato altrettanto entusiasta, ma non ne potevo certo fare una colpa a mio padre o a mia madre per la scelta dato che lo ricevevo in dote obbligata. Non che Scuri sia un cognome in sé e per sé brutto, ma a me personalmente da bambino non suonava particolarmente congegnale. Poi col tempo vi ho fatto l'abitudine e trovo che l'accoppiata col nome ne favorisca una certa unicità che in qualche modo illustra uno degli aspetti della mia personalità. Ogni uomo è per definizione unico, ma sapere che al mondo non esiste un altro Romano Scuri sarebbe per me segno di ulteriore distinzione. In realtà non sono sicuro fino in fondo che non esistano altre persone mie omonime. Anni fa, durante uno scambio epistolare tramite mail, un tale mi chiedeva se avevo frequentato l'università a Torino perché gli sembrava di ricordare una persona con il mio identico nome e cognome. Non nego di aver appreso la notizia con un certo dispiacere proprio in ragione di quella singolarità di cui ho appena fatto menzione.

Tornando a riferire riguardo al gradimento del proprio appellativo, rammento che mio fratello Matteo non trovava, almeno in gioventù, altrettanto piacevole il suo bellissimo nome fino a lamentarsi esplicitamente con mia madre per la scelta fatta. Non gli piaceva a tal punto che talvolta aveva utilizzato il suo secondo nome Daniele invece del primo. Anche a Santina non piaceva troppo il nome che le era toccato in sorte per ricordare la prematura morte del nonno Santo deceduto, come lei, prematuramente. Credo però che a Santina dispiacesse maggiormente di non avere sul calendario un giorno preciso dell'anno in cui festeggiare il proprio onomastico e la festività di Ognissanti placava solo in parte il suo senso d'insoddisfazione che perpetuamente si rinnovava puntuale ogni anno.

Oltretutto la cosa era aggravata dal fatto che per me invece vi erano ben due ricorrenze: la prima il 28 di febbraio con San Romano abate e la seconda il 9 di agosto con San Romano martire, anche se ho visto sul calendario di Frate indovino e del Messaggero di sant'Antonio di quest'anno che viene riportato S. Teresa Benedetta della Croce invece del mio. Pazienza, di giorni in un anno ve ne sono soltanto 365 o, al massimo, 366 come per questo, ma di santi per nostra fortuna molti di più e quindi è giusto un certo turn-over per dare un po' di risalto ad ognuno. Nonostante abbia la possibilità di festeggiare l'onomastico per ben due volte, quello a cui tengo, tra virgolette, di più è quello che cade in agosto, forse perché il primo rischia di fare il paio con il compleanno e quindi ragionevolmente passa in second'ordine.

Ed ora, cari genitori, la riflessione finale. Non mi rivolgo tanto a chi lo è già, ma a chi trepida per una nuova nascita in arrivo. So bene di non essere neanche tanto originale perché ciò che sto per dire è stato ribadito ampiamente anche da altri. Tuttavia mi unisco anch'io al coro unanime di tutti quelli che invitano ad effettuare una scelta oculata del nome da dare ai propri figli. Non fatevi incantare troppo dal personaggio televisivo del momento e neppure da appellativi che richiedano di fare ogni volta lo spelling per essere pronunciati correttamente. Non trascurate poi di verificarne l'assonanza o la conformanza con il cognome; esistono in proposito buone regole da seguire e non starò qui a ripeterle dato che per questo potete sfruttare con profitto una ricerca on-line tramite Google.

sabato 28 luglio 2012

Fare un fioretto

Da piccolo, ben prima che cominciassi ad andare a scuola, quando ancora abitavamo nella casa di campagna vicinissimo all'azienda agricola Provenza oggi rinomata per i suoi vini, mia madre mi chiamava a sé e mi diceva: "Romano, fai un fioretto alla Madonna". E così m'invogliava positivamente a compierle questo o quel favore, distogliendomi per un attimo dai miei giochi. Dato che la cosa si ripeteva spesso, nella mia già fervida mente di bambino, immaginavo un grande prato tutto pieno di fiori che avevo contribuito a far spuntare con il mio zelo filiale.

Ieri mattina, mentre scendevo da Livemmo di buonora per andare al lavoro in quel di Padenghe sul Garda, forse ispirato da tutto quel verde dei boschi che stavo attraversando, m'è venuto spontaneo pensare a questo episodio della mia fanciullezza e di poterne scrivere su queste pagine.

Nell'educazione dei miei figli non credo proprio di essermi mai rivolto a loro nella stessa maniera di mia madre e forse ho fatto male. Certamente avrei potuto trovare una motivazione diversa e più allineata ai tempi attuali, se "fare un fioretto" è ormai passato di moda e magari non più pedagogicamente valido. Ma qui dovrei lasciare la parola all'esperto oppure chiedere a mia figlia che in tutti questi anni dovrebbe aver studiato qualcosa in proposito.

Forse però l'azione educativa di mia mamma è stata fin troppo efficace ed ora non riesco ad andare oltre, lasciando il giusto spazio anche agli altri. Non c'è in me pazienza sufficiente per attendere un atto di buona volontà, né l'umiltà di chiedere aiuto quando se ne ha bisogno e quindi me la sbrigo da me. Ovviamente sto parlando delle piccole cose, di quelle situazioni in cui farebbe comodo continuare ad occuparsi di quello che stiamo facendo in quel momento ed avvalersi della collaborazione di chi ci sta attorno per massimizzare l'efficienza ed, in ultima analisi, scrollare un po' gli altri dal torpore e dalla pigrizia individuale.

Ieri pomeriggio ho sentito telefonicamente il collega di Bologna che aveva bisogno di allestire il sistema di test per collaudare la nuova gestione targhe implementata nel programma per la gestione dei parcheggi che sviluppiamo per loro. Si scusava di non avermi potuto chiamare ancora la mattina, così com'eravamo d'accordo, e di averlo potuto fare soltanto in quel momento. Per qualche strana impostazione del suo PC, non riusciva ad installare un componente che gli avrebbe consentito di vedere il "Live video" della telecamera direttamente in Internet Explorer. La cosa era molto strana perché, mentre eravamo in collegamento telefonico, ho provato a fare la stessa cosa su un altro computer diverso dal mio e l'installazione è andata liscia al primo colpo. E pure ha dato esito positivo anche su altri tre PC dei miei colleghi di Padenghe, quando più tardi ho voluto fare un'altra verifica.

Ad un certo punto però la tenacia è stata premiata ed il sistema ha cominciato a funzionare anche a lui. Convengo che il senso di frustrazione che l'utente normale può provare quando armeggia davanti al suo PC possa essere molto grande se neppure noi programmatori, che in un certo senso siamo gli addetti ai lavori, riusciamo a trarci d'impiccio prontamente in ogni situazione. Comunque è bene quel che finisce bene e così il collega di Bologna poteva ora continuare in autonomia con gli altri aspetti della configurazione del sistema. Ho chiuso la telefonata dicendogli che sarei rimasto a sua disposizione fino alle 17, orario di chiusura della nostra ditta.

Alle 17:04 vedo sul display del telefono una nuova chiamata da Bologna. Visto che poi il collega se ne sarebbe andato in ferie, non mi son fatto scrupolo ad alzare la cornetta e sentire cosa voleva. Lui subito manda avanti le sue scuse perché è ben conscio dell'orario e non mi vuole trattenere oltre. Gli dico di non preoccuparsi e mi attardo con lui al telefono fin quasi alle 18 per aiutarlo a superare gli ultimi problemi di setup, fino a vedere il dato della targa letta correttamente ricevuto dal programma di gestione. Quando lui rientrerà dalle ferie io invece sarò ancora assente dal lavoro e così potrà procedere con il collaudo delle funzioni implementate senza rimanere bloccato nelle preliminari questioni di configurazione del sistema.

Questa mattina, mentre sbrigavo alcune faccende domestiche, mi sono sintonizzato via sms con Maria Luisa che è ancora su a Livemmo con sua madre e mio papà. Nonostante io le dica che fare l'assistente geriatrico non è sempre una vacanza, lei non smette mai di ringraziarmi per questa sorta di privilegio - così si esprime lei - che le concedo mentre invece a me tocca continuare a lavorare. Stamane addirittura, per sottolineare meglio il suo senso di gratitudine, soggiungeva che dovrà trovare il modo di ricambiarmi. Le ho risposto che sono già stato ricambiato in abbondanza ed in chiusura di sms le ho riportato questa frase.

Quando da giovane andavo a portare i pasti agli anziani per il Comune, ho conosciuto una nonnina profuga di Fiume. Giungendo da lei mi faceva un complimento e mi raccontava di suo marito che era ormai morto, ma che era sempre stato un uomo molto gentile. Ero così intenerito da quelle sue frasi perché non sempre capita di ascoltare dalle anziane parole di stima e tenero affetto per il marito defunto.

Forse non tutti gli sposi mandano le mogli al mare o in montagna con la suocera ed i figli per avere la "piazza libera" mentre loro se ne restano in città a continuare il lavoro. Per molti c'è sincero amore e desiderio che la dolce metà possa godere ciò che a loro, per contingente necessità, è temporaneamente negato.

mercoledì 25 luglio 2012

Correva l'anno 1984

Qualche settimana fa, l'amico Lorenzo, grande appassionato di fotografia, ha mandato a me e ad altri amici il link al suo sito per permetterci di visionare uno dei suoi ultimi album. Nella sua raccolta di fotografie scattate durante una recente visita alla città di Brescia vi è anche uno scorcio del duomo visto dal castello. L'inquadratura mi è sembrata praticamente identica a quella di una mia vecchia fotografia scattata poco meno di trent'anni fa con la reflex - una Pentax Super-A - che mi aveva regalato Santina in occasione del mio compleanno.

Qualche mese più tardi utilizzai quella fotografia, ed un'altra ancora in cui era ritratta la mia fidanzata con in braccio il nipote di sua zia, per l'esecuzione di un quadro ad olio. Ho raccontato queste cose a Lorenzo e si è un po' meravigliato del mio passato da pittore. Ci conosciamo ormai da quasi un ventennio ed un poco m'imbarazza il non averlo mai edotto circa la mia passione giovanile per la pittura.

Visto l'interesse dimostrato per la cosa, promisi che alla prima occasione sarei andato a casa di mio padre con la compatta ed avrei scattato una foto al quadro che è rimasto appeso in casa dei miei genitori per tutto questo tempo.

Paragonando ora la fotografia dell'amico con l'immagine del quadro che dipinsi nel lontano 1984, mi sembra che, visivamente parlando, ci sia maggiore gradevolezza nell'immagine recente piuttosto che nel mio dipinto ad olio. Eh sì che per realizzare quell' "opera" ci misi vari giorni colorandone una piccola porzione per volta cercando di porre la massima cura nel riprodurre con una certa fedeltà ciò che appariva nelle due fotografie e che la mia immaginazione aveva fuso insieme sulla tela.

Quando lo portai a far incorniciare, l'artigiano del quartiere mi disse che conosceva la signora che appariva ritratta nel quadro e mi disse anche il nome. Ma si sbagliava perché in realtà si riferiva alla sorella del mio medico di famiglia che ben conoscevo. Non potei però negare che, seppur sbagliando, vi fosse una certa somiglianza con la persona da lui indicata.

Il quadro è un tantino ingombrante e, forse per non lasciare un gran vuoto sulla parete della sala dei miei genitori, non l'ho voluto asportare e portare via con me quando ho messo su casa per sposarmi. Qualche anno fa, quando mamma ormai aveva cominciato a dare in escandescenze per i suoi problemi di alzheimer - così gravi a tal punto che non riusciva a riconoscere la propria immagine riflessa nello specchio e per questo vi scagliava contro qualsiasi oggetto a portata di mano - stranamente riusciva ancora a riconoscere nel quadro la sua nuora ed un giorno mi disse: "Ecco, quella è tua moglie".

Quando cominciai a svolgere l'attività di programmatore progressivamente persi l'attitudine per il disegno e più in generale la passione per la pittura. Non so se in realtà sia semplicemente stata una fase della mia vita che giunta a compimento ormai svaniva, così come un fiore che, dopo aver dato il meglio di sé, avvizzisce. Ho attribuito la colpa di ciò alla mia professione e fatto l'ipotesi che un giorno, magari da pensionato, quell'antica passione sarebbe anche potuta ritornare.

Chi può dirlo? Confidando in un po' di salute, se non avrò altro di meglio da fare, in futuro potrei tornare a giocare con i colori e, magari con soddisfazione, riscoprire una passione tutta nuova.


domenica 15 luglio 2012

Nel sentiero della vita

Alcuni flash sulla persona Angelo Turrini conosciuto nell'aprile 1985 quando entrando in canonica, mi si è presentato come "colui" che già aveva inviato un primo contributo per il restauro di Barbaine i cui lavori erano già iniziati.
Mi ha parlato in dialetto bresciano e sempre in dialetto conversava con tutti quelli che incontrava e che di inglese non sapevano nulla. "Il dialetto - diceva- l'ho imparato in casa quando mia mamma Marina parlava col papà Pietro, ed io, primo dei figli, l'ho imparato abbastanza bene". Di Livemmo e della "chiesa dei morti di Barbaine" aveva avuto notizia dai suoi cari e amati genitori. Era un figlio che parlava con grande orgoglio e grande stima di suo papà e di sua mamma i quali gli hanno sempre parlato del loro paese natio, Livemmo e della chiesa dei morti di Barbaine. Era lui che di frequente esordiva raccontando: "ogni sera mia mamma invitava noi figli a dire una preghiera per i morti di Barbaine".
Diventato adulto, incuriosito, volle vedere di persona il santuario e, vistolo in disperate situazioni, prese l'iniziativa divenendo il grande promotore e il fedele benefattore del completo restauro della chiesa stessa.
(...)
Quando giungeva a Livemmo, prima di entrare in canonica, andava nella chiesa parrocchiale, si inginocchiava nell'ultimo banco e lì sostava in preghiera per un po' di tempo. "Prima saluto il Padrone, e poi vengo da te in canonica".
Avrei molto da riportare a suo riguardo, ma permettetevi che vi riporti alcune frasi che tolgo dalle lettere che mi giungevano nel periodo natalizio. Emerge il suo grande affetto ai bambini, in particolare.

3 dicembre 1985

"E' Natale e un altro anno volge alla fine. Nulla è più vicino ai bambini se non GESù CRISTO, bambino; quindi Key ed io includiamo un assegno a loro favore e chiediamo di fare qualche cosa per i bambini di Livemmo, Belprato, di Lavino e Odeno. Non è molto, ma forse tu puoi comperare un dolcetto per ognuno di loro".

27 gennaio 1986

"Trovo giusto ringraziarti, don Franco, per l'aiuto e la gentilezza per l'attività che hai preparato per i ragazzi di Pertica Alta. So che li hai portati alla visita dei presepi. Da Desenzano ho ricevuto quattro belle cartoline firmate da dozzine e dozzine di bambini. Key ed io speriamo che si siano divertiti. La prossima volta chiedi loro di dire una "Ave Maria" e saremo più che ripagati. Grazie per il tuo aiuto".

5 dicembre 1986

"Le principali risorse per il futuro sono i nostri bambini e la gioventù d'oggi. Senza di loro non c'è il domani. Se non fosse stato per GESù BAMBINO, non avremmo avuto il Natale. Noi vorremmo avere una cosa sola riservata: "Natale e i Bambini sono quasi sinonimi", perciò accludo qualche dollaro per far un po' più felice il Natale ai bambini. Per favore, non dire da dove vengono questi soldi".

La chiesa restaurata di Barbaine, sita in Livemmo di Pertica Alta (BS) resta il più bel ricordo, il più gradito gesto di saggezza cristiana e umana al grande benefattore ANGELO TURRINI.
Alla carissima e gentile signora e figli del compianto Angelo la certezza che il "marito" e "padre" ha lasciato una lodevolissima testimonianza di amore e di solidarietà: un figlio di emigranti di Livemmo si è ricordato del paese natio, dei suoi genitori.
Tra i nomi dei "Morti di Barbaine" ora dobbiamo scrivere a caratteri grandi anche il nome di "ANGELO TURRINI".
Grazie tante, Angelo.

don Franco Bettinsoli






sabato 14 luglio 2012

Verso la meta

Ho voglia di raggiungere Maria Luisa su in montagna alla casa di mio padre, ma devo pazientare ancora un poco. Questa volta il viaggio non lo farò da solo perché con me viene anche Alessandra che, a quanto pare, ha voglia di un po' di frescura e relax dopo l'ennesima settimana impegnativa in cui si è prodigata senza risparmiare energie nell'animazione del Grest parrocchiale. Devo attendere ancora qualche momento affinché mia figlia torni dal centro commerciale dove si è recata ad acquistare un regalo per l'amica che compie gli anni.

Le ho chiesto se le faceva piacere che l'accompagnassi, ma mi ha risposto che preferiva andarci sola. Non ho insistito perché in effetti il mio unico intento sarebbe stato quello di fare più alla svelta e lasciare quanto prima la città in balia della calura estiva. Ma non importa. Del resto il mio post precedente non era un invito alla pazienza? Eppoi, quale occasione migliore per sedermi ancora una volta davanti allo schermo e lasciare che le dita imprimano qualche pensiero su questo candido foglio virtuale che sta davanti ai miei occhi?

Oggi a pranzo Ale si è lasciata scappare che invece di fare il giro delle capitali europee avrebbe preferito andare al mare. Non la biasimo. Sicuramente assieme alle amiche avrà modo di vedere tante belle cose, ma dopo un anno di studi così impegnativi probabilmente le ci voleva qualcosa di più rilassante. Male che si vuole non duole, dice sempre mio padre. E' questo l'onere del diventare grandi. Bisogna imparare ad organizzare la propria vita e non restare in attesa e che siano gli altri a farlo per noi. Così dicevo a mia figlia come chiosa finale per il suo sfogo ad alta voce.

Noi genitori vorremmo schivare qualsiasi fatica a quelli che non smettiamo mai di considerare i nostri bambini. Ma la cosa più giusta che possiamo fare è quella di lasciarli andare anche se questo significa che passeremo qualche momento d'ansia nell'attesa del loro ritorno. Sì, perché invece di pensare al meglio, alle grandi opportunità che aspettano di essere colte, se solo ci si mette in cammino, fatalmente ottenebriamo la mente caricandola di funesti pensieri su questa o quella disgrazia che, senza il nostro premuroso aiuto, potrebbe capitare a loro.

Un po' di fiducia in più aiuterebbe noi a vivere più sereni e a lasciare ad essi la giusta libertà per fare esperienze significative necessarie per la crescita. Qualche volta mi domando se sono riuscito a dar loro il buon esempio. Spero di averlo fatto, più che con le parole, con la mia stessa vita nelle scelte concrete di ogni giorno. Avendo poi piena consapevolezza che qualcun altro veglia dall'alto e non lascia mancare il suo amorevole sostegno sempre, ma specialmente nel momento del bisogno.

sabato 7 luglio 2012

Pazienza infinita

Siamo in piena estate e verrebbe voglia di andare a trovar refrigerio in qualche specchio d'acqua. Ma si fa largo la mia proverbiale pigrizia e quindi, sbrigato il minimo sindacale di faccende domestiche, me ne sono andato a letto per un breve pisolino pomeridiano. Mi sono assopito giusto un attimo perché il caffè vero preso dopo mangiato comincia a fare effetto e subito i pensieri hanno ricominciato a circolare vorticosi in testa.

Durante i mesi estivi mi capita spesso di tornare a ricordare le estati della mia gioventù. Il tema della montagna affrontato nel post precedente è per me quasi un richiamo naturale al tempo trascorso verso la fine degli anni settanta nei pressi di Passo Cereda. Il nostro curato aveva affittato una baita per i vari campi estivi parrocchiali e così ebbi modo di trascorrere in due riprese quasi un mese intero sulle cime del bellunese. Era l'anno in cui Paolo VI si era congedato e di lì a poco si faceva avanti "lo spazio di un sorriso" - Giovanni Paolo I - che dal non lontano Agordo traeva le sue origini.

L'attività di animatore parrocchiale richiedeva una dedizione a tempo pieno. Tuttavia riuscivo lo stesso a ritagliarmi qualche momento per portare avanti la lettura di un buon libro. Dino Buzzati ed il suo "Deserto dei Tartari" sono stati la mia felice compagnia fra un trasferimento e l'altro nelle numerose gite ed escursioni che ogni due o tre giorni mettevamo in cantiere. Non erano tanto le vicende alla Fortezza Bastiani a tener ben vivo il mio interesse. Piuttosto trovavo avvincenti le azioni militari in esterno nel tentativo di fronteggiare il nemico che per lo più non si vedeva.

E così, quella struggente metafora della vita in cui si finisce per attendere invano ciò che arriverà soltanto dopo molti anni allorquando noi ce ne saremo andati, pervadeva il mio animo di adolescente e contribuiva ad alimentare quell'inquietudine esistenziale che sarebbe diventata più acuta nei mesi successivi e che talvolta mi porto ancora dentro. In talune circostanze riaffiora infatti quella sensazione di disagio per gli anni che volano via senza che sia accaduto qualcosa di veramente importante e che abbia potuto giustificare il nostro essere stati qui.

Per fortuna che in quei momenti c'è Maria Luisa al mio fianco a riportarmi con i piedi per terra. Con dolci parole m'invita ad avere più stima e considerazione per le cose fatte. A vedere la cura per i figli come un alto compito che nel suo piccolo ha comunque risvolti sociali non indifferenti. Ne sono convinto: dobbiamo fare figli migliori per un mondo migliore perché esso è così come noi lo facciamo. Questo compito tocca ad ognuno e non ce lo dobbiamo aspettare dagli altri. Dovrei imparare ad avere maggiore pazienza, com'è giusto che sia perché le cose fatte bene sono quelle che richiedono tempo e non si possono fare in fretta.

Il risalto dato dai media in questi giorni alla dimostrazione dell'esistenza del bosone è stato notevole. La scoperta ha arrecato agli addetti ai lavori importanti conferme ed al contempo ha aperto la via a nuovi studi perché nel campo dell'infinitamente grande, così come dell'infinitamente piccolo, sembra non si possa mai scrivere una parola definitiva. Tanto da poter dire come S. Paolo che "Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto".

L'età dell'universo è stimata in circa 13,72 miliardi di anni e gli scienziati la ritengono precisa con uno scarto di soli 120 milioni di anni. L'età della terra risale a circa 4,5 miliardi di anni fa. I resti di Lucy, l'ominide rinvenuta in Etiopia, sono databili con buona approssimazione a circa 3,2 milioni di anni fa. Spesso la Bibbia è stata al centro di notevoli scontri d'opinione circa l'origine dell'universo. C'è voluto un sacco di tempo per capire che in questo testo sacro, che è un insieme di libri, non ci sono risposte sul come, ma sul perché. Credo fermamente che il mondo l'abbia creato Dio, ma il come ce lo spiega la scienza, man mano che i giorni passano. Intanto dovremmo imparare tutti dalla pazienza infinita di Dio che in Gesù ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere suoi figli nell'amore.

domenica 24 giugno 2012

La montagna

Non ero mai stato in Valle d'Aosta. Qualche settimana fa, durante il ponte del primo maggio, siamo andati a vederla. Maria Luisa l'aveva già visitata tante altre volte, anche in gita scolastica con i suoi studenti, quindi è stata di valido aiuto nel programmare le escursioni da fare, le cose da vedere. Nonostante il tempo non sempre all'altezza delle nostre aspettative e dei nostri desideri, la vacanza è risultata veramente rilassante e gradevole. E' probabile che ci torneremo ancora perché in tre sole giornate non abbiamo di certo esaurito tutte le possibili escursioni. Eppoi sono ancora numerose le fortificazioni ed i castelli che non abbiamo visitato, vuoi per mancanza di tempo, vuoi perché interdette all'accesso causa lavori di restauro in corso.

In un paesino poco fuori dal capoluogo regionale, dopo essere entrati in una enoteca come attività di ripiego per l'ennesima visita andata a vuoto, mentre tornavamo all'auto, abbiamo avuto modo d'incrociare, comodamente seduto su una panchina all'ombra, un brillante vecchietto che un po' sfacciatamente si è rivolto a noi chiedendoci da dove venivamo. Lì per lì siamo rimasti un tantino spiazzati dal suo modo di fare. Ma poi, non avendo nulla da temere, abbiamo acconsentito di buon grado ad un breve scambio di batture raccontando donde venissimo. Ma il simpatico nonnetto sembrava più interessato a narrare la sua storia che stare a sentire la nostra e così, dopo un breve accenno riguardo alle bellezze di quel luogo, senza che ci fosse stata da parte nostra alcuna richiesta in tal senso, cominciò il suo lungo racconto.

Quand'era più giovane, evidentemente molti anni fa, non c'era tutta questa grande passione per la montagna. L'alpinismo non era ancora una disciplina così affermata e diffusa. Intendiamoci bene, di gite in montagna se ne organizzavano anche allora, ma in quelle ascese non c'era nulla di metodico e ben pianificato. Erano più un passatempo estemporaneo, quasi una sagra di paese per stare in lieta compagnia. E non si era per nulla attrezzati. Si partiva per un'escursione senza avere l'abbigliamento adatto. Però, mentre l'anziano seguitava a raccontare, talvolta fermandosi un attimo per mettere bene a fuoco i ricordi, a me veniva da pensare che anche oggi può capitare di vedere qualche sprovveduto arrampicarsi senza neppure un paio di scarpe adatte. Tempo fa addirittura m'è capitato d'imbattermi in una signora che procedeva malsicura su per un erto sentiero con tanto di tacchi a spillo. Chissà dove aveva intenzione di andare così temeraria...

E dopo una momentanea divagazione stimolata da spontanee associazioni d'idee, torno nuovamente a prestare attenzione al discorso di quel simpatico vecchietto. Mi pare di scorgere una luce nuova nei suoi occhi: si capisce che il racconto lo appassiona ed è più l'attenzione di Maria Luisa che la mia a tener ben vivo il suo entusiasmo. Mi devo essere perso qualche pezzo, ma poi riesco a capire che un giorno d'estate hanno organizzato un'ascesa di massa, non so per quale festeggiamento o celebrazione. Partivano tutti un po' baldanzosi, senza troppi generi di conforto al seguito. Addirittura alcune dame ascendevano in abito lungo con tanto di ombrello parasole, così come vi potrebbe capitare di vederle in un quadro dell'impressionismo francese. Non mancava neppure qualche cagnetto tenuto debitamente al guinzaglio.

Ben presto però il gruppo cominciò a sfaldarsi. Alcuni di loro sembrava non avessero mai preso sul serio l'impresa. Partecipare o meno, per loro era la stessa cosa e quindi presto girarono i tacchi e ridiscesero a valle. Ve n'erano poi di quelli con il fiato corto che subito si stancano ed al primo spiazzo ne approfittano per fermarsi. Panchine allora non ve n'erano. Bastava un semplice masso per prolungare un po' la sosta. E non servivano gl'incitamenti di quelli che procedeva più avanti. Lasciavano diventar freddo il sudore e così mancava loro la voglia di proseguire. Al contempo c'era anche chi si era messo in cammino con uno slancio particolare, ma poi, esaurita ben presto la spinta iniziale, cominciava a procedere con affanno e sempre più ansimando decideva infine di arrestare di colpo la propria marcia. Ad uno di loro andò pure via la voce quasi completamente, tanto l'affanno respiratorio era stato intenso.

Quando ancora si procedeva nella folta vegetazione boschiva, poco mancò che uno si cavasse un occhio con il ramo ripiegato da chi procedeva dinanzi a lui. Non erano molti quelli che s'erano presi al seguito qualcosa da mangiare: un pezzo di formaggio, del salame, un po' di vino. Ma poi quest'ultimo, oltre a rallegrare lo spirito, finiva col tagliare le gambe e la comitiva inesorabilmente pativa un'ulteriore defezione. Non era una vera e propria gara alla volta della vetta, ma a chi avesse avuto modo di assistervi da lontano, sarebbe anche potuta apparire come la corsa per la conquista di un lembo di terra nel lontano West. Ad un certo punto quasi si è sfiorata la tragedia. Durante uno stretto passaggio fra due spuntoni di roccia, un ragazzo scivolò e nel tentativo di sorreggerlo, un signore attempato mise un piede in fallo e precipitò in basso.

Alcuni ritornarono di corsa a valle per chiedere soccorso, ma i più, quasi incuranti della necessità d'aiuto, proseguirono imperterriti, forse anche perché già molto avanti e per nulla desiderosi di tornare indietro. Ma le lunghe ore di cammino e la fatica cominciarono a farsi sentire anche per i più ardimentosi e vigorosi. Presto le scorte d'acqua finirono ed ormai si era troppo in alto per trovare ristoro in qualche rigagnolo naturale. Il sole, che aveva bruciato numerosi visi quel giorno, già calava all'orizzonte. Sulla cima ne arrivò uno solo, ma la gioia fu di breve durata. La mirabile visione di quei luoghi visti dall'alto non compensava il dispiacere di esserci giunto da solo. Vinto dalla fatica si accasciò lì sulla vetta e, trovando riparo fra alcuni massi, trascorse la notte nel siderale silenzio.

sabato 16 giugno 2012

La settimana prima degli esami


Oramai ci siamo. Settimana prossima toccherà anche a mia figlia Alessandra sostenere l'esame di maturità. E così, tutto il suo gran daffare per rifinire la tesina e completare gli studi della scuola superiore, è per me un'ottima occasione per volgere lo sguardo indietro di oltre trent'anni e ripercorrere con la memoria alcuni di quei momenti in cui anch'io mi trovavo nella sua stessa situazione.

Ci sono cose che ci accomunano, ma tantissime che ci differenziano e non solo a motivo del lungo tempo trascorso. Il calendario scolastico era diverso e l'esame di stato veniva collocato qualche giorno più avanti lasciandoci un maggiore stacco fra la fine della scuola e la prima prova scritta. Con tutto questo avvicendarsi di riforme a cui abbiamo assistito in questi decenni, ci sarebbe da meravigliarsi se qualche cambiamento esteriore non fosse così tangibile. Non voglio entrare nel merito e formulare un giudizio riguardo a ciò che è stato fatto: se era meglio prima oppure adesso, e quindi mi asterrò.

A differenza di mia figlia che dovrebbe essere momentaneamente libera da impegni affettivi particolari, io invece avevo conosciuto da poco Santina. Mi sembra abbastanza ovvio che la mia concentrazione fosse totalmente rivolta a lei più che allo studio e quindi la mia preparazione mancava di quel "mordente" che avrebbe dovuto avere per ben impressionare la commissione d'esame.

Il tema d'italiano da me scelto riguardava i mezzi di comunicazione sociale. Stesi un componimento formalmente corretto, senza infamia ma anche senza lode. Il giudizio dato dal presidente sul mio elaborato fu lapidario: "troppo ingenuo". Non ebbi la forza di obiettare nulla. Forse anche perché reputai che quell'insegnante di filosofia avesse colto nel segno. Come dargli torto? Non molti giorni prima c'era stata la tragedia di Vermicino a cui tutti avevamo assistito attoniti in quella interminabile diretta televisiva. Tutto il palinsesto della RAI veniva sovvertito per dare modo all'Italia intera di essere compartecipe ai tentativi, risultati poi vani, di salvare il piccolo Alfredino Rampi.

Il tema d'italiano poteva essere un'ottima occasione per parlare anche di queste cose, di come il mezzo televisivo poteva essere alla base di un condizionamento globale come di fatto sarebbe poi avvenuto con la TV commerciale a partire dal successivo decennio. Più avanti negli anni, quando reggevo ancora il mio primogenito Andrea in braccio, mi resi conto del grande cambiamento di mentalità che la televisione privata stava apportando al mio stesso modo di pensare. Completamente imbottita di ammiccante pubblicità, lentamente mi trascinava verso una sorta di apatia e svuotamento morale. L'unica etica propugnata subdolamente era quella del consumismo più sfrenato per inseguire una felicità effimera.

Da parecchi mesi ormai siamo passati alla TV digitale. Innegabilmente, oltre alla migliore qualità dell'immagine, sono per me aumentate le possibilità di fruizione di trasmissioni culturali e non solo di svago. E così, quando raramente torno a quardare qualcosa su reti private, mi rendo conto di essermi "disintossicato" e di non riuscire più a sopportare benevolmente tutte quelle interruzioni pubblicitarie.

La generazione dopo la mia, quella dei miei figli, ha fatto il salto prima di me. Sono anni che Andrea ed Alessandra non si siedono più con noi sul divano per vedere la TV. Ora ci sono internet ed i nuovi media che li portano lontano. La mia speranza è che siano riusciti o che riescano a sviluppare ben prima di me quel senso critico di approccio alle cose. A volte affacciarsi alla vita con una grande dose d'ingenuità aiuta a vivere meglio. Altre volte ne favorisce l'annullamento.

venerdì 15 giugno 2012

Mediocrità italiana

E come la nostra nazionale di calcio che si accontenta di pareggiare, anche noi non siamo più una nazione di navigatori, santi ed eroi. Mediocre è la classe politica che ci governa, ma la base non è da meno, cresciuta in tutti questi anni alla scuola del disimpegno e dell'indifferenza.

Dovrà passare almeno un'altra generazione per vedere le cose cambiare in meglio. Oh, sì! Poi le cose cambieranno in meglio.


domenica 10 giugno 2012

Teoria del mondo imperfetto


Venerdì, poco prima di cena, sono passato un attimo a trovare mio padre. Dovevo portargli il modulo F24 per il pagamento dell'IMU da far avere a mio fratello, ma anche restituirgli l'ombrello che aveva "smarrito" nella mia auto qualche settimana fa, quando siamo scesi a Cremona per la festa della mamma. Il giorno successivo mi aveva chiesto che fine avesse fatto il suo ombrello, dato che non se lo ritrovava più per casa. Ho insistito perché guardasse meglio fra le sue cose, visto che mi pareva di ricordare che l'avesse preso con sé quando era sceso dall'auto. Però, siccome poteva anche essere rimasto nella mia macchina, avrei controllato meglio. Ma dell'ombrello nessuna traccia ed allora mio padre, per nulla sprovvisto di altri parapioggia, deve averlo dato per perso.

L'altra sera, mentre facevo manovra in retromarcia per mettere l'auto in garage, noto una cintura posteriore un po' fuori posto. Precisino come sono, fatico un po' ad accettare che le cose siano disposte come non dovrebbero e quindi apro la portiera posteriore per srotolare la cinghia. Così facendo mi scappa l'occhio e dietro il poggiatesta di uno dei sedili posteriori scorgo un manico d'ombrello. Di primo acchito credo che sia il mio. Ma poi, pensando che non poteva essere così ben visibile dal vano bagagli, allungo la mano e con grande sorpresa estraggo il redivivo parapioggia di papà.

Me n'ero andato in giro per tutto quel tempo senza accorgermene. Se c'è qualcuno che sta perdendo i colpi, di certo non è mio padre che, a onor del vero, a motivo della sua età avanzata, ne avrebbe tutte le ragioni. E così, quando sono andato da lui per portargli il suddetto modulo di versamento per Matteo, gli ho riportato anche il suo ombrello. Tutto intento a grattugiare un po' di formaggio per la sua minestra della sera, non ha inizialmente dato troppo peso al rinvenimento, ma poi con un sorriso eloquente mi ha fatto capire che non riteneva di essere ancora rimbambito del tutto.

E così ho avuto modo di scorgergli in bocca un altro dente rotto. Quest'autunno scorso gli si era spezzato un incisivo, ma lui non se ne dava troppa pena. Io invece ho insistito perché prendesse appuntamento con il dentista ed andasse a tappare quella finestrella aperta sulla sua bocca. Ho addirittura cercato di usare le parole di mia madre per convincerlo. Se ci fosse mamma, gli dissi, ti avrebbe detto di andare subito a farlo aggiustare perché così non le saresti piaciuto. Mio padre non aveva fretta e mi disse che verso la fine dell'inverno, a febbraio oppure a marzo, ci sarebbe andato. Ed è stato di parola.

Dopo 85 anni, i denti che s'è portato in bocca per tutto questo tempo, hanno tutte le ragioni di sfaldarsi, ma io fatico a vederlo in questo stato, nonostante non mi scomponga minimamente per magagne maggiori che possono colpire altre persone vicine. Questa volta il dente rotto è un po' di lato. Quando aveva sistemato l'incisivo l'aveva fatto notare alla dentista, ma lei aveva affermato che quel dente non sarebbe durato a lungo ed infatti così è stato.

Vorrei che la bocca di papà fosse a posto come sempre, ma in questo ha ragione lui: bisogna imparare ad accettare il proprio inesorabile disfacimento. Tutto sommato sono stato più tollerante nei miei confronti quando, non ancora ventenne, ho dovuto rinunciare al mio primo molare e dopo alcuni anni anche al secondo. C'è stata una leggera migrazione dei denti adiacenti così col tempo le fessurazioni nascoste si sono quasi completamente occluse.

Come al solito ho divagato molto su alcuni aspetti collaterali parlando poco di altre precarietà esteriori. Come ad esempio di alcune cerniere rotte del mobilio di casa che attendono ormai da anni di venir rimpiazzate. Basterebbe fare un salto in un magazzino di bricolage per acquistare quanto serve a rimettere in sesto alcuni antelli che non si chiudono più alla perfezione, ma che ogni giorno con pazienza ci ricordano il loro stato. Dovrei cambiare anche il tubo della doccia e  potrebbe essere quella l'occasione buona per un rimpiazzo generale. E così passano i giorni, i mesi, gli anni.

Nel frattempo, mentre me ne vado al lavoro con l'auto a cui è stato riparato il motore dopo la rottura prematura della cinghia della distribuzione - sicuramente a causa dei postumi per l'allagamento del garage - penso che le cose perfette non durano tanto a lungo. Lo sono per un attimo, quando sono nuove e le abbiamo appena acquistate, ma poi si danneggiano e nonostante questo riusciamo a trarne beneficio per un lungo tempo.

Come la torre di Pisa che fa dell'imperfezione la sua essenza naturale e ci pare più bella di tante altre opere che non si sono guastate strada facendo. Ed è così che nasce spontanea dentro di me la teoria del mondo imperfetto. La vera perfezione è questa.

domenica 27 maggio 2012

Profumo

Come tutti gli orientali, Israele faceva gran uso di profumi: la Bibbia ne nomina almeno una trentina. I patriarchi ne offrirono a Giuseppe; Salomone ed Ezechia ne monopolizzarono il mercato. Il profumo era necessario all'esistenza quanto il bere e il mangiare. Il suo significato è duplice: nella vita sociale manifesta la gioia o esprime l'intimità degli esseri; nella liturgia simboleggia l'offerta e la lode.

Profumo e vita sociale. Profumarsi significa estrinsecare la propria gioia di vivere. Significa inoltre agghindarsi di un ulteriore elemento di bellezza: lo fanno gli invitati al momento del banchetto e gli amanti al momento dell'unione fisica. Profumare la testa dell'ospite, significa esprimergli la gioia che si prova nel riceverlo e trascurare questo gesto è una scorrettezza. Nel lutto, invece, si sopprimono questi segni di gioia. Tuttavia, i discepoli di Cristo, quando digiunano, devono continuare a profumarsi, per non esibire la propria penitenza e non offuscare con la tristezza l'autentica gioia cristiana.
    Il profumo può avere a volte una funzione ancora più intima: quella di trasporre la presenza fisica di un essere in un modo più sottile e penetrante. E' vibrazione silenziosa con la quale un essere esala la propria essenza e lascia percepire il mormorio della sua vita recondita. Perciò Ester e Giuditta, per penetrare più facilmente fino al cuore di quelli che vogliono sedurre, si ungevano di olio e di mirra. L'odore di frumento che emanano gli abiti di Giacobbe rivela la benedizione di Dio effusa su di lui; la sposa del Cantico assimila la presenza del diletto al "nardo", a un "sacchetto di mirra" o a degli "unguenti", mentre lo sposo la chiama "mia mirra, mio balsamo".

Profumo e liturgia. Il culto degli antichi faceva largo uso di profumi, come simbolo di offerta; Israele ha ripreso quest'usanza. La liturgia del tempio conosce un "altare dei profumi", degli incensieri, dei vasetti per incenso; un sacrificio di profumo viene compiuto ogni mattina e ogni sera in gioiosa adorazione. Il profumo dell'incenso che sale in volute di fumo sta ad indicare così la lode rivolta alla divinità; far bruciare dell'incenso equivale ad adorare, placare Dio.
    Ora, non vi può essere che un solo culto: quello del vero Dio. L'incenso e il suo profumo finiscono quindi per designare il culto perfetto, il sacrificio incruento, che tutte le nazioni renderanno a Dio nei tempi escatologici. Questo culto perfetto è stato realizzato da Cristo: egli si è offerto "a Dio in sacrificio di gradevole odore", cioè la sua vita si è consumata in offerta d'amore gradita a Dio.
Il cristiano, a sua volta, unto di Cristo al battesimo mediante il segno del crisma, miscela di profumi pregiati, deve effondere "il buon odore di Cristo", impregnando anche la più piccola delle sue azioni di questo spirito di offerta.
G. BECQUET

XAVIER LEON-DUFOUR
DIZIONARIO DI TEOLOGIA BIBLICA
MARIETTI


Nel 1233 a Bologna all’apertura della tomba di san Domenico i presenti furono avvolti da un intenso e soavissimo profumo, nonostante che il corpo di Domenico fosse ridotto alle sole ossa. Quel profumo, diverso per natura e intensità da ogni altro profumo, rimase a lungo nella fossa, sulle mani e sugli oggetti venuti a contatto con le reliquie del santo e si avvertì ripetutamente per oltre un anno nella Chiesa.

sabato 26 maggio 2012

Il coro




Giovedì ultimo scorso ho avuto il piacere di assistere al concerto del Coro Gospel B.B. Ensamble che si è tenuto qui nella nostra Parrocchia in occasione delle celebrazioni per la festa patronale.

In verità la partecipazione di pubblico non è stata per niente oceanica, nonostante l'esibizione fosse completamente gratuita ed aperta a tutti. Anche se ritengo che l'azione di promozione dell'evento non sia stata sufficientemente solerte ed efficace, sono spontaneamente portato a pensare che una sorta di apatia e generale pigrizia abbia dissuaso i più a venire in chiesa per prendere parte a questo spettacolo.

Mentre mi avvicinavo al presbiterio, così da udire meglio, ho notato l'inattesa presenza di mia cugina e di sua madre. Scambiando con loro un breve saluto, ho appreso che conoscevano una delle coriste che era in procinto di esibirsi, assieme a tutti gli altri, senza accompagnamento musicale.

La gradevole melodia delle loro voci che spesso veniva scandita dal battito ritmato delle mani, si accompagnava con un'accattivante gestualità che tendeva a coinvolgere il pubblico e a farlo divertire sempre di più. Solamente io, visto lo scarso senso del ritmo, me ne restavo ben fermo, dando poi libero sfogo e partecipando con un fragoroso applauso tra una canzone e l'altra.

E così, nel volgere di circa un'oretta, l'esibizione è giunta a conclusione, non senza che abbiano cantato ancora un paio di motivi più noti, concessi come bis per placare l'insistenza degli spettatori.

Tornando infine a salutare i miei parenti, a cui nel frattempo si era aggiunto anche un altro cugino che non vedevo da tempo, ho chiesto apertamente a loro quale fosse fra le donne la corista che conoscevano. Quando poi ho riportato il fatto in famiglia non hanno mancato di farmi notare quanto fossi stato curioso ed indiscreto. Molto semplicemente volevo verificare se ero riuscito ad intuire quale fosse l'amica fra tutte quelle persone a me totalmente sconosciute. E quando me la indicarono fui contento che ella fosse nella ristretta cerchia di quelle da me scelte.

Subito mia zia volle aggiungere che quella persona era stata la fidanzata di suo figlio Sergio morto da oltre trent'anni. Continuando il discorso mi diceva pure che erano sempre rimasti in contatto con questa donna. Con discrezione m'indicò anche il marito di lei seduto poco lontano fra i banchi. Mi disse anche che una dei due figli era fra il gruppo delle soprano.

E così, col pensiero di questa cosa bella come gli affetti che continuano, nonostante la perdita di chi ne ha motivato il sorgere, me ne tornai verso casa.

Agli inizi degli anni ottanta, quattro giovani sono di ritorno da un viaggio in Ungheria, Romania o di chi sa quale altro paese dell'est europeo in cui erano stati. Non una vacanza, ma un viaggio di solidarietà per portare generi di conforto ad alcuni amici che avevano conosciuto in una precedente occasione. Ricordo che mia madre sottolineava con una certa tristezza lo stato di povertà patito da questi giovani loro conoscenti.

Mio cugino e altri tre suoi amici, forse già in territorio jugoslavo, per una fatalità oppure un'oscura trama del destino, finirono sotto un Tir e morirono tutti quanti sul colpo. Facile immaginare lo strazio generale partecipando ai funerali di queste quattro giovani vite stroncate nel fiore degli anni.

venerdì 18 maggio 2012

sabato 12 maggio 2012

Trovare la chiave


In genere non amo scrivere su queste pagine argomenti che toccano la politica. Però ci sono momenti in cui non ci si può esimere dal dare il proprio contributo, piccolo o grande che sia. Non credo di avere una preparazione particolare sul modo di gestire la cosa pubblica, se non quella che mi deriva dal mio credo che mi spinge a vedere tutto in ottica di servizio per il bene proprio e quello degli altri.

Mi sono soffermato un attimo a riflettere sull'affermazione fatta dal Governo in questi giorni. Quella, cioè, che si stia cercando in qualche modo di evitare quanto è capitato in Grecia. Più di millesettecento persone, in questo paese a noi vicino, si sono tolte la vita nell'ultimo anno a motivo della crisi. Come non sentire su noi stessi il peso gravoso di queste scelte definitive?

Recentemente ho letto anche che sia in dirittura d'arrivo un decreto per consentire di compensare automaticamente debiti e crediti delle imprese verso lo Stato. Evidentemente questa notizia non è servita a dissuadere i suicidi dell'ultima ora. Si può pensare che non ne siano venuti a conoscenza in tempo oppure che non l'abbiano ritenuta una svolta significativa per la loro situazione così da riaccendere in essi la speranza.

Bisogna trovare presto la chiave per uscire da questo grande pasticcio in cui ci siamo volontariamente messi tutti, nonostante alcuni di noi abbiano dato un contributo maggiore alla definizione dello stato attuale delle cose. Se un battito d'ali di una farfalla nella foresta amazzonica può essere concausa di un uragano che si scatena all'altra faccia del pianeta, allora anche le nostre piccole scelte, o non scelte, nell'agire concreto di ogni giorno, possono in qualche modo influenzare il nostro avvenire e dargli speranza oppure contribuire ad alimentare la disperazione.

Ed allora, in questo frangente più che mai, non è fuori luogo la solidarietà di colui che, potendo beneficiare di una temporanea maggiore tranquillità, si fa concretamente vicino a chi si trovi momentaneamente in difficoltà, ovunque risieda, vicino a casa oppure in un lontano paese.

sabato 21 aprile 2012

Il piccolo seme



Siamo rimasti qui a Cremona ancora per un po' perché una nostra carissima amica è morta e stiamo aspettando di poterle fare visita in camera mortuaria.

Ho conosciuto questa persona grazie alla profonda amicizia di mia moglie che l'ha avuta come compagna di viaggio in numerosi soggiorni all'estero ed in Italia durante il periodo estivo. Alla fine delle vacanze, poco prima dell'inizio della scuola oppure anche più avanti, era solita organizzare una cena a tema per festeggiare in amicizia e prolungare così virtualmente i bellissimi momenti passati insieme in questo o quel luogo.

E' stato facile volerle bene e ricambiare in qualche modo quel sorriso e quell'affabilità che riusciva a dispensare con generosità. Ecco perché, quando ieri ho riacceso il cellulare, mentre uscivo dal lavoro, leggendo l'SMS di Maria Luisa che mi dava il triste annuncio, ho provato un dispiacere profondo e mi sono commosso fino alle lacrime.

La sua scomparsa non ci coglie del tutto impreparati perché era ammalata da tempo e ci avevano detto che non c'erano speranze. Solo non sapevamo il momento in cui ci saremmo dovuti separare da lei. Da ciò che diceva a mia moglie quando andava a trovarla, capivo che era pienamente consapevole del suo stato di salute e, nell'ultimo periodo, non faceva mistero di avere ancora pochissimi giorni di vita. Anche se a distanza, questo resta per me un grandissimo esempio - se mai non ne avessi già ricevuti abbastanza - di una morte affrontata con estrema dignità, senza disperazione.

Non siamo mai preparati a perdere le persone care. Tocca a noi continuare a portarle nel cuore e seguitare a far vivere tutto quel bene che abbiamo conosciuto assieme a loro. E così, mentre attendiamo che l'ora sia propizia per poter andare da lei, trovo il modo di fissare alcuni pensieri che stavano mettendo radice in questi giorni.

In settimana mi trovavo al ristorante con alcuni colleghi per l'usuale pranzo di lavoro. Per un lieve disguido avvenuto in cucina, le nostre portate tardavano ad arrivare. E' bastato un cenno al personale di servizio per porvi rimedio. Dato che ci sarebbe voluto ancora del tempo per effettuare la cottura dell'hamburger da me scelto, per farsi perdonare il protrarsi dell'attesa, il nostro amico cameriere mi ha repentinamente servito una porzione ridotta di prosciutto di Praga ai ferri con senape.

Al momento dell'ordinazione, pensando che l'abbinamento fosse con la nota salsa, l'avevo scartato. Ora, guardando nel piatto non ne vedevo traccia. Poi, osservando con maggiore attenzione, lungo il bordo della fetta leggermente incrostata, noto delle piccolissime palline rotonde, minuscole come i semi di papavero, ma in verità ancora più piccole. Ne assaggio alcune e, anche per me che non le avevo mai viste, non vi sono dubbi: sono semini di senape. L'indicazione nel menu non era errata.

Con meraviglia mi è tornato alla mente quel passo del Vangelo in cui si dice che il Regno dei Cieli è simile ad un granellino di senape che è il più piccolo fra tutti gli altri semi, ma poi quando cresce diventa una grande pianta. Certamente non così enorme come quel grosso platano che abbiamo visto lo scorso anno nel parco Ducale di Parma, ma sufficiente per ospitare gli uccelli che vengono a fare il nido sui suoi rami.

E così, mentre mi prendo una piccola pausa con lo scrivere per rifare il letto in cui abbiamo dormito questa notte, spalanco le finestre e guardo giù dal balcone fissando distrattamente per un attimo il vociare frenetico delle persone che proviene dalla strada. Poi alzo lo sguardo in alto verso l'azzurro del cielo e respiro desiderio e voglia di armonia in questo mondo così bistrattato in cui basterebbe veramente poco per farlo diventare il nostro Regno dei Cieli.


domenica 15 aprile 2012

Aperti a qualsiasi ipotesi

Mi sto accingendo a scrivere altre due righe sul blog ed improvvisamente, dopo aver controllato la posta on-line, vengo distratto da una frase attribuita ad un membro del governo: serve un' "ideona" per contrastare la crisi. Evidentemente la "bella pensata" d'imbottirci di nuove tasse, sia pure per evitare la caduta nel baratro, non dev'essere stata una grande soluzione, se ora ci si ritrova a doversi inventare qualcosa di nuovo nella speranza di far ripartire i consumi.

Non vorrei tediare più di tanto, ma a me la soluzione sembra abbastanza semplice. Se l'aumento delle tasse per far fronte all'inesorabile incremento della spesa non sortisce gli effetti sperati, non è forse giusto fare marcia indietro? No, meglio proseguire ancora un po' e vedere come va a finire. Di questo passo sono sicuro che un obiettivo lo raggiungiamo di certo: impariamo tutti a vivere con più sobrietà, lasciando perdere ciò che non ci serve veramente. Il che non sarebbe un male.

Mi sembra quasi un atto di selezione naturale. Se non riusciamo noi a darci un'organizzazione giusta ed efficiente, ci pensa "il sistema globale" a ricondurci in pista su binari più corretti. Però ci vuole tempo e noi nel frattempo abbiamo bisogno d'imparare dai nostri errori. Scoccia però che quanto è chiaro ad ogni cittadino nella conduzione della propria vita familiare, non lo sia altrettanto per chi deve governare la comunità più ampia nella vita  sociale. Ed allora armiamoci di pazienza ed aspettiamo che le cose facciano il loro corso. Sopra le nuvole splende sempre il sole e dopo la pioggia torna immancabile il sereno. Ma se i danni li causiamo noi abbattendo gli argini, non lamentiamoci poi di doverci leccare le ferite perché siamo stati travolti dalle acque.

E dopo questa divagazione, che ha più il sapore di uno sfogo estemporaneo che di una lucida presa di coscienza su ciò che serve fare veramente, vediamo se riesco a ritornare proficuamente a quella che doveva essera la mia riflessione originaria.

Vorrei partire da una frase attribuita ad Indro Montanelli che un giorno ebbe a dire: "La fede è un dono. A me Dio non l'ha dato. Un giorno gliene chiederò conto". Pensandoci bene, è abbastanza paradossale questa affermazione che sembra implicitamente ammettere ciò che di primo acchito vorrebbe negare. Che cos'è infatti la fede se non credere in Dio e cercare da Lui delle risposte?

Tempo fa, mentre stavo sviluppando qualche riflessione personale, sono arrivato quasi a pensare che, con qualche buona argomentazione, avrei potuto persuadere a credere. Pensandoci ora la cosa mi fa sorridere non poco perché se così fosse, qualcuno di gran lunga più bravo di me già sarebbe riuscito nell'intento. Addirittura non riesce a convincere tutti neppure Dio in persona, che in un momento particolare della storia si è fatto presente ed ha camminato in carne ed ossa inseme a noi.

A chi nutre seri dubbi sulla divinità di Gesù Cristo, posso soltanto obiettare che se non fosse veramente Dio, come uomo non avrebbe potuto essere così coerente in tutto quanto da lui affermato. Avete voi provato mai ad essere buoni e giusti per sempre? Forse ci riuscite per un'ora, un giorno intero. Ma il dì appresso siete da punto a capo ed avete bisogno di ripartire nuovamente.

Ma allora, se la perfezione non fa per noi, è giusto inseguirla con così grande fatica oppure dovremmo abbandonare ogni tentativo di elevarci in alto e dare continuo sfogo alle nostre passioni ed agli impulsi più umani? Non credere potrebbe autorizzarmi ad inseguire senza sosta tutto ciò che mi va di fare, senza necessariamente rispettare la libertà degli altri. Magari poi col tempo arriviamo a maturare la convinzione che, se vogliamo durare a lungo, non possiamo proprio arraffare tutto ciò che vogliamo sempre incuranti di quelli a cui pestiamo i piedi. Questo perché è così che ci siamo organizzati e non si usa dire che la mia libertà finisce dove comincia quella dell'altro?

Ma se siamo furbi abbastanza, forse un modo lo troviamo. Per arraffare più degli altri, per godere più degli altri, per star bene più degli altri. E perché poi non si dovrebbe fare? Per timore di un castigo eterno in cui non crediamo e che neppure ci spaventa più? Non è forse questa la pena più grande? Quella cioè di buttare via la nostra vita e non goderla a pieno fino in fondo perché, lo dicono tutti, tanto si vive una volta sola.

Siamo così, senza costrizione alcuna, lasciati liberi di aprirci a qualsiasi ipotesi. A quella che ci vuole come sofisticato sottoprodotto del caso governato dalle imperscrutabili leggi della natura. Oppure anche ad una lucida follia che trascende l'attimo presente ed aprendosi al mistero fa della sconfitta la sua vittoria.


sabato 24 marzo 2012

Volere volare

Questa settimana mia figlia Alessandra è andata in gita scolastica a Budapest. Prendeva per la prima volta l'aereo e così, il giorno della partenza, sono stato parecchio agitato. Solo dopo aver ricevuto il suo primo SMS dall'Ungheria ho sentito che la tensione si allentava. La sua partenza è stata per me una buona occasione per riflettere su come i figli crescono in fretta e noi, tutto sommato, fatichiamo a recidere quel cordone ombelicale che ci lega stretti a loro.

Due sere fa, forse anche per colpa della stanchezza, mentre rincasavo in auto dal lavoro, mi sono lasciato prendere dallo sconforto ed ho dato spazio a qualche lacrima. No, non me ne vergogno, anche se avrei fatto meglio a tenere questo momento tutto per me. Sapevo che era una cosa passeggera e di lì a poco mi sarei sicuramente sentito meglio. Ed infatti così è stato: non ero ancora giunto a casa che già l'umore volgeva al meglio, grazie anche ad un provvidenziale SMS di Ale che mi offriva un ennesimo sintetico ragguaglio circa le vicende della sua giornata.

Questa mattina sono andato a prenderla all'aeroporto di Orio al Serio, vicino a Bergamo. Mi aveva dato indicazioni abbastanza precise circa la sua compagnia di volo e l'orario della partenza. Non è stato difficile trovare in internet l'ora di arrivo. Chi mi conosce sa che non amo arrivare in ritardo e che preferisco portarmi avanti onde evitare possibili disguidi per eventuali imprevisti che potrebbero capitarmi lungo il tragitto. Giusto all'ora in cui lei avrebbe preso il volo per il viaggio di ritorno, mi sono messo tranquillamente in auto verso la stazione aeromobile che avevo finora visto solo transitando in autostrada. Ieri sera avevo pure dato una fugace occhiata sulle mappe di Google per farmi un'idea riguardo alle vie d'accesso.

Nonostante questo e nonostante le indicazioni stradali fossero abbastanza chiare, una volta giunto a destinazione, sono riuscito a sbagliare l'ingresso del parcheggio riservato alle soste brevi. Nessuna paura, non avevo i minuti contati e così senza agitazione son ritornato sui miei passi. Ma non era finita lì. Imboccata questa volta la corsia giusta del parcheggio, non sono riuscito a far emettere alla colonnina il biglietto per entrarvi. Pensando che fosse guasta oppure che fosse adibita all'accesso con qualche altro tipo di carta, ho fatto retromarcia per un piccolo tratto e, dopo aver visto che un'auto straniera si era infilata nella corsia accanto alla mia, con maggior decisione mi ci sono diretto anch'io. Stessa storia. Nonostante premessi uno dei tre pulsanti in riga proprio sotto al display, la colonnina non ne voleva sapere di sputare il biglietto. Poi mi scappa l'occhio un po' più in basso e vedo un altro pulsante con tanto di manina che ritira un ticket. Si può essere così imbranati? E pensare che per lavoro mi occupo proprio di queste cose: sistemi per parcheggi e controllo degli accessi. Mi consola il fatto che questi dispositivi non sono prodotti dalla nostra ditta.

Gironzolo un po' per le corsie e finalmente, molto distante dal terminal di arrivo, trovo un posto dove lasciare l'auto. Mi spiace solo per le ragazze che dopo dovranno farsela tutta a piedi con i bagagli. Oltre a mia figlia ci sono due sue compagne da riaccompagnare a casa. E' giusto. All'andata era stato il padre di una di loro a portarle in aeroporto ed ora mi fa veramente piacere poter essere d'aiuto io.

Entro nella sala degli arrivi che manca ancora una buona mezz'ora all'atterraggio. Non importa. Quale occasione migliore per prendere familiarità con l'ambiente e guardarmi un po' attorno? Stanno uscendo alcuni passeggeri che giungono da qualche località del nord Europa. Lo arguisco dall'abbigliamento pesante e dagli sci ben avvolti nel cellophane. Ma fa così caldo che le loro calzature di pelo mi sembrano fuori luogo, come i colbacchi di Totò e Peppino nel film in cui approdano a Milano.

Mollemente mi dirigo verso il terminal delle partenze, percorrendo questo lungo e ampio corridoio disposto parallelamente rispetto alla pista di atterraggio. Nel mio lento fluire a zig zag vengo a più riprese affiancato da altre persone in transito che mi colpiscono per il loro vestire strano. Soprattutto le donne dell'Est. Indossano abiti così vistosi che non si può proprio fare a meno di notarle. Mentre tengo informata mia moglie inviandole di tanto in tanto un SMS, non posso mancare di scherzare con lei su questo. E' come un porto di mare: si vede gente di ogni tipo, ma è quella in procinto di partire che attira maggiormente la mia attenzione.

In un attimo, tutte quelle valigie in fila al check-in mi fan venir voglia di partire. Vorrei quasi comperare un biglietto e spiccare il volo verso una destinazione a caso. Ma sono proprio io a pensare queste cose? Dov'è finita tutta la mia paura di volare? Più avanti m'intenerisco all'abbraccio di una giovane signora che si ricongiunge con il suo uomo e si attarda per un po' stringendolo fra le sue braccia e baciandolo discretamente sulla bocca. Ma ancora di più guardo con tenerezza quella signora con passeggino che, sbarcata da poco, va incontro al padre del piccolo. Il bimbo dice qualcosa all'uomo e mi sembra un po' meravigliato di rivedere un padre rimasto distante a lungo. Il mondo è piccolo e bastano poche ore d'aereo per riavvicinare un affetto rimasto lontano.

Ancora qualche distrazione ed è subito il tempo di vedere la dicitura "atterrato" accanto al volo proveniente da Budapest. Provo a chiamare Alessandra, ma ha ancora il cellulare spento. Poco dopo è lei a chiamarmi dicendomi che devono aspettare l'arrivo della valigia grossa che lei e le sue amiche hanno condiviso per stipare tutto il loro corredo. La tranquillizzo dicendole che non ho fretta. Mentre ho gia visto uscire dal varco alcuni dei suoi compagni di classe, finalmente individuo anche lei. Ha un bel viso sereno e soddisfatto e si lascia schioccare un bel bacio sulla guancia.

sabato 17 marzo 2012

Le ossa dei morti sorreggono la chiesa

 Domenica scorsa siamo partiti alla volta di Chiesuola di Pontevico per partecipare al ritiro quaresimale organizzato per le famiglie delle quattro parrocchie che compongono la nostra Unità pastorale. Per la partenza si era stabilito di ritrovarci nella parrocchia situata più a nord della nostra, ma Maria Luisa ed io abbiamo deciso di metterci in viaggio autonomamente con qualche minuto d'anticipo per procedere ad una velocità più blanda, come sono solito fare in autostrada. La percorro tutte le settimane per scendere a Cremona da mia moglie e quindi conosco bene i miei tempi di percorrenza ed anche l'orario in cui è giusto muoversi, se si vuole giungere puntuali.

La sera prima avevo dato un'occhiata su Google maps per avere informazioni sull'esatta ubicazione del posto. Immaginavo che non fosse troppo distante dall'uscita del casello autostradale che tante volte avevo attraversato per recarmi in visita a mamma, quando si trovava ospite nella casa di riposo di Seniga. Ed infatti il paesino è proprio lì dove mi sarei aspettato di trovarlo. Immediatamente si profilava ai nostri occhi come un tranquillo borgo di campagna. Tranquillamente ci dirigiamo in direzione della chiesa e parcheggiamo l'auto in una delle prime piazzole vuote che adocchiamo. Nonostante il nostro procedere lento, siamo giunti a destinazione con qualche minuto d'anticipo. Poco male; a me non dispiace per niente aspettare e così comincio a guardarmi intorno lasciando Maria Luisa ancora comodamente seduta in auto.

Mentre mi muovo verso il sagrato delle chiesa parrocchiale, scorgo nella loro macchina una coppia di signori anziani, ma con mio stupore è la donna ad essere seduta al posto di guida. Ritenendo che siano persone del posto, trovo strano che stiano in attesa lì fuori e non siano invece dentro per la Messa, di cui nel frattempo ho avuto modo di sentire che la celebrazione è in corso udendo i suoni che dal di dentro promanano verso l'esterno.

Girato l'angolo della chiesa, scorgo l'adiacente oratorio facilmente individuabile anche per la chiara scritta che campeggia a caratteri cubitali sulle sue pareti. Torno allora verso Maria Luisa e l'invito a scendere: gli altri del gruppo saranno qui a momenti. Mentre gironzoliamo per la piazzetta, baciati in fronte da questo timido sole che instilla in noi una sempre una maggior voglia di primavera, ecco che scende dall'auto il signore anziano che avevo notato poco prima e giunto presso di noi ci chiede se veniamo da Brescia per il ritiro quaresimale. Annuisco nascondendo lo stupore per la loro partecipazione.

Di lì a poco arrivano anche tutti gli altri ed allora entriamo nel locale che era stato messo a nostra disposizione. Apprendo che don Mauro aveva svolto in precedenza il suo ministero da queste parti ed è questo il motivo che lo ha condotto a scegliere questi luoghi come meta del nostro stare insieme oggi. Dopo una breve preghiera iniziale, don Mauro svolge il suo pensiero di riflessione in prospettiva pasquale. Per illustrare meglio l'argomento che ruota attorno all'ultima cena di Gesù, ha stampato per noi una riproduzione del cenacolo vinciano e fa anche accenno ad alcune differenze salienti rispetto ad opere analoghe di altri pittori. Il perno del suo discorso ruota però attorno al tema del tradimento: quello di Pietro e quello di Giuda. Entrambi hanno abbandonato Gesù, ma mentre il primo capisce e si pente, l'altro affonda nella disperazione. Cade così in basso da non credere più che l'amore del Padre, dimenticando tutte le nostre colpe, possa ancora avere il potere di salvarlo.

Al termine della riflessione comunitaria veniamo invitati a trascorrere un'oretta di silenzio in meditazione individuale. Possiamo disperderci dove vogliamo, lì attorno. Inizialmente decido di entrare in chiesa, anche per darvi un'occhiata, ma dopo qualche istante ne fuoriesco perché è troppo freddina e mi sembra un peccato non godere del clima più gradevole che c'è all'esterno. Mentre seguo la traccia scritta che il don ci ha lasciato, gironzolo in tondo per le varie piattaforme sportive dell'oratorio. Visto che ne ho la possibilità, mi spingo anche a calpestare il bordo del campo da calcio e così la mente rimanda il pensiero agli anni trascorsi in Seminario, quando nell'approssimarsi della stagione estiva pregustavo il termine della scuola ed il ritorno in famiglia.

Dopo il pranzo al sacco e qualche momento di relax passato insieme a chiacchierare e prendere il sole all'aperto, nel primo pomeriggio ci siamo diretti a piedi verso una non lontana chiesina di campagna. La strada da noi percorsa, dopo aver costeggiato l'adiacente zona industriale, attraverso un sottopassaggio ci porta al di là dell'autostrada. E così ho modo di visitare quella chiesetta che tante volte vedo passando in auto e che attira spesso la mia attenzione.

Appena entrati, don Mauro ci fa notare che quella chiesetta dedicata a S. Anna sorge su una collinetta. Questo perché in quel luogo venivano bruciati i corpi dei morti di peste, la stessa di cui parla il Manzoni nei Promessi Sposi. In seguito le ossa dei morti sono state ricoperte con un cumulo di terra ed in quel luogo è stata eretta questa chiesina. Per gli abitanti del posto è ancora oggi oggetto di devozione vivissima. Durante la preghiera dei fedeli mi viene spontaneo proferire che, come quelle ossa sorreggono fisicamente la chiesa di S. Anna, così anche noi, in senso spirituale, possiamo sorreggere la Chiesa universale.

sabato 25 febbraio 2012

Which side to stay

"When the Son of Man comes in his glory, and all the angels with him, he will sit upon his glorious throne, and all the nations will be assembled before him. And he will separate them one from another, as a shepherd separates the sheep from the goats. He will place the sheep on his right and the goats on his left. Then the king will say to those on his right, 'Come, you who are blessed by my Father. Inherit the kingdom prepared for you from the foundation of the world. For I was hungry and you gave me food, I was thirsty and you gave me drink, a stranger and you welcomed me, naked and you clothed me, ill and you cared for me, in prison and you visited me.' Then the righteous will answer him and say, 'Lord, when did we see you hungry and feed you, or thirsty and give you drink? When did we see you a stranger and welcome you, or naked and clothe you? When did we see you ill or in prison, and visit you?' And the king will say to them in reply, 'Amen, I say to you, whatever you did for one of these least brothers of mine, you did for me.' Then he will say to those on his left, 'Depart from me, you accursed, into the eternal fire prepared for the devil and his angels. For I was hungry and you gave me no food, I was thirsty and you gave me no drink, a stranger and you gave me no welcome, naked and you gave me no clothing, ill and in prison, and you did not care for me.' Then they will answer and say, 'Lord, when did we see you hungry or thirsty or a stranger or naked or ill or in prison, and not minister to your needs?' He will answer them, 'Amen, I say to you, what you did not do for one of these least ones, you did not do for me.' And these will go off to eternal punishment, but the righteous to eternal life."

sabato 18 febbraio 2012

Un ventesimo di millennio

Ho utilizzato questa frase diversi anni fa in occasione del compleanno del mio collega. Ultimamente l'ho rispolverata per il mio, visto che cinquant'anni, dieci lustri, mezzo secolo, sono quantificazioni scontate e forse fin troppo banali. L'amico Lorenzo mi ha detto che "un ventesimo di millennio" fa molto giurassico e secondo me calza a pennello per sottolineare l'importanza del traguardo raggiunto. Non sono forse tappe degne di nota cinquant'anni di carriera, cinquant'anni di matrimonio? In un certo qual modo credo che lo siano anche i nostri primi cinquant'anni. Anche se, a ben vedere, risulterebbe molto più rimarchevole poter festeggiare il compimento dei secondi cinquant'anni.

Nell'approssimarsi di questa scadenza, riflettevo su cosa fare per ricordare un po' più significativamente questa circostanza. Sicuramente non avrei fatto come la cugina di Maria Luisa e di cui ho parlato qui . Però mi stuzzicava l'idea di organizzare qualcosa di diverso dal solito. Dato che non mi trovo a mio agio con le feste a sorpresa, avevo intimato a Maria Luisa di non farsi nemmeno sfiorare dall'idea di organizzarne una per me. Però non c'è stato bisogno d'insistere troppo, sia perché lei è una buona moglie e mi ascolta e sia perché il nipote le aveva detto di lasciar perdere, perché è veramente faticoso organizzare una festa di compleanno in quel modo. Lui ne sapeva qualcosa avendo preso parte attiva in occasione del compleanno di mio cognato.

Ed allora, cosa meglio di un semplicissimo pranzo insieme in un ristorante della città? Detto, fatto! Dopo aver stilato una lista sommaria delle persone che mi sarebbe piaciuto avere intorno quel giorno, ho effettuato con sufficiente anticipo l'invito, intimando a tutti di non portare regali. Ma credete che mi abbiano ascoltato? Io ce l'avevo messa tutta ed avevo anche ingiunto minacce di esclusione a tavola, ma non è servito a nulla.

Mi sarebbe piaciuto che fosse stata presente anche la famiglia del fratello di Maria Luisa con la madre, ma con loro abbiamo festeggiato in casa il giorno giusto della mia nascita, in un clima di serenità ed allegria, senza uscire in esterno a prendere freddo dato che mia suocera non se lo sentiva. Poi, quasi un bis della festa si è tenuto a cena dall'ex collega Roberto che aveva deciso d'invitare il gruppo GMB  con tanto di consorti attuali e future, per inaugurare la sua nuova casa. Ed infine, il giorno successivo, si è tenuto l'ormai noto convivio.

Probabilmente anche il meteo voleva trasmettermi tutta la sua simpatia ed allegria facendo fioccare un po' di neve, anche se non del tutto convinta. Vedendomi leggermente preoccupato per parenti ed amici che avrebbero dovuto affrontare qualche chilometro in automobile, Alessandra ha pensato di stemperare la mia tensione dicendomi che non organizzavo mai nulla per il mio compleanno e quindi non le sembrava strano che ora nevicasse. Ma giusto il tempo della Messa domenicale in Parrocchia e la neve ha deciso di ritirarsi in buon ordine perché, in effetti, voleva soltanto dare un tocco di allegria e non guastarmi la festa.

Il ristorante mi aveva proposto di iniziare con un aperitivo a cui avevo dato assenso favorevole. Mi sembrava una buona idea per potersi intrattenere un attimo in piacevole conversazione fra i vari ospiti e, al contempo, attendere qualche inevitabile ritardatario. In effetti un piccolo contrattempo dovuto al gelo aveva messo in panne entrambe le auto di mio cognato e con una telefonata mi mettevano al corrente della loro temporanea difficoltà. Poi però il vicino di casa è stato di valido aiuto e, mentre stavo quasi per chiamarli e valutare se fosse il caso di andarli a prendere, li vedo sorridenti attraversare l'ingresso del ristorante e dirigersi verso la sala che era stata a noi riservata.

Voi adesso vi farete l'idea che io abbia organizzato un banchetto degno di un pranzo di nozze oppure di una prima comunione. Non era proprio così, ma ci andava abbastanza vicino. Però non mi andava d'imporre un menù fisso e quindi ho lasciato che ognuno ordinasse alla carta. Sicuramente ci sarebbe stato da attendere le varie portate un po' più del solito, perché in cucina non si potevano organizzare per tempo, ma il disagio credo non sia stato rilevante grazie ai numerosi assaggini serviti come diversivo ed alla certezza di degustare ciò che si era scelto liberamente e non imposto da altri.

Al momento del dolce è andata via la luce. Che strano, nelle sale accanto non era così. Un lieve attimo di smarrimento e poi ho intuito cosa stava per succedere. Una pirotecnica torta mi veniva repentinamente posta d'innanzi e tutti si prodigavano per farmi gli auguri. Sul dolce vi era una targhetta di marzapane con scritto "Auguri Romano". Quando prenoto in questo ristorante, lascio soltanto il cognome e quindi mi stupivo di come in cucina potessero essere al corrente del mio nome. Alessandra mi ha subito raccontato che, senza farsi notate, lo aveva domandato uno dei camerieri.

E così siamo arrivati in fondo con l'inevitabile rito dei regali a cui mi sarei voluto sottrarre, se solo mi avessero ascoltato. Ho esordito dicendo che sicuramente sarebbero stati belli ed apprezzabili, ma che dovevo dare a tutti, amici e parenti, una grande delusione perché nulla mi avrebbe reso felice quel giorno come aver avuto loro a pranzo insieme a me.

Per concludere mi piace parafrasare una vecchia e nota pubblicità della Kodak: ogni evento che non scriviamo è un ricordo che non abbiamo.