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sabato 15 febbraio 2014

Il mattone è finito



 Vent'anni fa non ci conoscevamo granché. Ci siamo lasciati guidare dal nostro intuito: mi hai tolto la terra sotto i piedi. Nevicava quando ci siamo sposati all'Ahwahnee. Gli anni sono trascorsi, sono arrivati i bambini, i momenti di felicità, quelli di difficoltà, ma mai di infelicità. L'amore e il rispetto reciproco sono rimasti intatti e sono cresciuti. Abbiamo fatto tanta strada insieme, ed eccoci qui - più vecchi, più saggi, con qualche ruga sul volto e nel cuore - dove abbiamo iniziato vent'anni fa. Abbiamo sperimentato molte delle gioie, dei dolori, dei misteri e dei prodigi della vita, ed eccoci ancora insieme. Sotto i miei piedi, la terra non è mai tornata.

Steve Jobs di Walter Isaacson
MONDADORI

Ce l'ho fatta. Dopo quasi due anni oggi sono finalmente riuscito ad ultimare la biografia del fondatore della Apple. Neppure la lettura di Anna Karenina mi aveva tenuto occupato così a lungo, anche se allora mi erano occorsi circa sei mesi per giungere al termine del poderoso libro. Intendiamoci, nel frattempo mi sono dedicato anche ad altre letture e solo in questo fine settimana ho voluto dare l'accelerazione finale per completarlo.

Ogni tanto mi capita di rigirarmi nel letto insonne per qualche caffè di troppo che impedisce di lasciarmi cadere nelle braccia di Morfeo. Ed allora, quando raggiungevo sufficiente consapevolezza riguardo al fatto che era inutile proseguire coricato nel mio prolungato stato di veglia, sfilavo il tomo dal comodino e mi portavo in altro ambiente più consono rispetto alla camera da letto e mi lasciavo andare alla lettura di qualche capitolo.

Ho iniziato a detestare Steve per quel brutto caratteraccio che si portava appresso ed ho finito oggi per rivalutarlo vedendo sotto una diversa angolatura l'insieme di tutto il suo operato che, in ultima analisi, risulta un grave monito nei miei confronti. In conclusione di biografia, l'autore del libro riporta un'ampia memoria di Jobs che diviene quasi un lascito per le generazioni future. Fra quelle righe si legge pure di Steve Ballmer e dell'impossibilità per Microsoft di recuperare posizione finché tale persona resterà al suo comando. Ora noi tutti sappiamo delle dimissioni date dal CEO nei mesi scorsi dopo la sua presa di coscienza riguardo all'essere un freno per l'azienda. Ma è stato per me curioso ed illuminante leggere questo passaggio nelle parole di Jobs che più avanti fa pure accenno ai talenti individuali per esprimere la vocazione della sua vita.

Mi sento particolarmente colpito da questa affermazione perché in vari momenti ho manifestato sincero rincrescimento per non aver fatto nulla di veramente significativo, magari dicendolo soltanto privatamente e non pubblicamente come ora. Tutti riceviamo dei talenti. A chi cinque, a chi due e a chi uno soltanto. Io mi sento come quest'ultimo servo del Vangelo che, per paura, lo ha tenuto nascosto sotterra e, per non aver osato abbastanza, sento ora tremendo il fluire dei giorni.

Ma c'è un altro insegnamento che dal testo sacro si può cogliere ed è quello che mi conforta maggiormente. Mai nessuno si deve sentire deluso e sfiduciato a tal punto da rinnegare se stesso perché c'è sempre tempo per convertirsi e cambiare. La misericordia divina è infinita e noi non possiamo porre un limite al desiderio di amore che Dio ha nei nostri confronti.

 

venerdì 17 gennaio 2014

On/off

  Un pomeriggio di sole, mentre si sentiva poco bene, Jobs, seduto nel giardino dietro casa, si mise a riflettere sulla morte. Parlò delle sue esperienze in India, circa quattro decenni prima, del suo studio del buddismo e delle sue idee sulla reincarnazione e sulla trascendenza dello spirito. «Nell'esistenza di Dio credo al cinquanta per cento» disse. «Per la maggior parte della vita ho provato la sensazione che nella nostra esistenza ci debba essere qualcosa in più di quanto appare agli occhi».
  Ammise che, di fronte alla morte, forse stava sovrastimando tale possibilità per il desiderio di credere nell'aldilà. «Mi piace pensare che dopo la morte qualcosa sopravviva» disse. «E' strano pensare che uno accumuli tanta esperienza, magari anche un po' di saggezza, per poi andarsene completamente. Perciò io voglio davvero credere che qualcosa sopravviva, per esempio che la coscienza non venga meno.»
  Poi fece una lunga pausa di silenzio. «Ma d'altra parte, forse» aggiunse, «si tratta solo di un pulsante on/off. "Clic!" e te ne vai.»
  Fece un'altra pausa, e con un lieve sorriso: «Forse» disse «è per questo che non mi è mai piaciuto mettere pulsanti on/off sugli apparecchi Apple».

Steve Jobs di Walter Isaacson
MONDADORI

venerdì 3 gennaio 2014

Superman

In questo periodo di feste prolungate si mangia un po' più del solito e così si rischia d'incrementare l'attività onirica indotta dall'appesantimento del nostro sistema digestivo. L'altra notte ho sognato di essere all'aperto, in montagna, assieme ad alcuni amici. Poi all'improvviso mi tuffavo nell'aria e cominciavo a planare intorno a loro immerso in mille circonvoluzioni con il medesimo senso di leggerezza ed assenza di peso che si prova quando si nuota in piscina oppure in mare aperto. Mi bastava orientare le dita delle mani in maniera differente per volgere il flusso dell'aria a mio favore e dirigermi là dove mi andava di andare.

Dopo alcuni andirivieni, passando a volo radente sopra le teste di quelli che con me erano lì convenuti, ho deciso di puntare più in alto e distaccarmi da loro. Mentre mi allontanavo, continuavo a seguire in basso i loro movimenti che si facevano man mano più lenti e, nel contempo, i loro corpi diventavano sempre più piccoli e come puntolini insignificanti scomparivano poi come ombre nel verde dei prati da cui dominavo sempre più maestoso dall'alto, come l'aquila che si muove solenne nella pace di un immenso cielo blu.

Non c'era limite alla mia progressiva ascesa ed ora come Superman bucavo gli strati sempre più rarefatti dell'atmosfera e da lassù in alto non distinguevo più bene le località, i paesi e le città, ma continuavo a percepire nettamente i confini dei mari, degli oceani e dei continenti, dove essi non erano ricoperti da candide coltri di nubi.

Come un razzo scagliato lontano, fuori dall'orbita terrestre, continuavo a vagare nello spazio siderale. Non sentivo freddo, né venir meno il respiro. Mi guardo indietro ed ormai il nostro pianeta, minuscolo, si confonde fra altri del nostro sistema solare. Ma forse adesso non riesco più a distinguerlo da altri innumerevoli della nostra galassia da cui mi sto progressivamente allontanando. Quassù domina il buio ed il vuoto assoluto. Distinguevo ancora altri ammassi di luce tutti attorno a me che diventano man mano sempre più rarefatti e tremuli.

Ho deciso allora di virare e di fare ritorno. Non ha senso spingersi oltre, verso il nulla oscuro. Meglio il confortante calore della luce e dei colori. E in questo movimento di riavvicinamento a casa, sembrava quasi di planare dolcemente verso l'azzurro ed il verde da cui mi ero allontanato qualche istante fa. Ma che strano. Non riuscivo ad individuare i medesimi contorni di prima. Dov'era lo stivale a me tanto familiare? Dove sono i confini ben noti delle nazioni che conosco?

Intravedevo nettamente i contorni di alcuni rilievi innevati, le sagome dei laghi che di tanto in tanto bucherellavano la superficie delle terre emerse circondate a loro volta da una massa enorme di acque. Scendendo più in basso si notavano pure città e paesi, ma mi apparivano più ordinate e moderne di quelle che sono abituato a vedere. Non vi erano alti palazzi, grattacieli che conficcano le loro punte nel cielo. Non c'erano strade, né tantomeno veicoli che le percorrevano. Lì attorno s'intravedevano ora ben distinte le sagome di persone che si muovevano a piedi o che facevano gruppo fra di loro, nel verde di un prato oppure all'ombra delle piante in variopinti giardini.

Dolcemente mi adagio al suolo e smetto di volare. Mi avvicino ad una donna che sorride al suo bimbo e le chiedo che posto sia mai questo. Costei afferra il suo piccolo per mano e, mentre lui mi fissa con sguardo interrogativo, la madre mi spiega che questo è il luogo dove vivono da sempre. Chiedo allora come facciano. Sì perché mi sembra che tutti se la stiano godendo allegramente e nessuno mi pare occupato a lavorare oppure a muoversi con affanno da un posto all'altro. Non vi annoiate a passare così inoperosi tutto il tempo? Come fate per sopravvivere?

Pazientemente mi spiega che da diversi secoli sono riusciti a costruire macchine che svolgono il lavoro per loro. Esse si occupano del cibo e di tenere pulito il pianeta. Le risorse non mancano e non è necessario faticare per ottenere quello di cui si ha bisogno. Se hai sete, ci sono fontane per bere, se hai fame, ci sono chiostri da cui puoi prelevare il cibo di cui hai necessità. Se vuoi vestire, ci sono appositi locali in cui puoi ritirare quello che ti serve.

Resto perplesso e non riesco a credere che si possa vivere senza tribolare tutto il giorno. La donna mi spiega che se vogliono fare qualcosa d'impegnativo, come salire un monte oppure correre da un posto all'altro, anche solo per tenersi in forma, possono farlo tranquillamente ed in totale sicurezza. Non c'è pericolo di farsi male, di cadere in un crepaccio, di sentire le vesciche ai piedi perché hanno a disposizione accorgimenti che alleviano qualsiasi dolore oppure segnalano per tempo ogni situazione potenzialmente pericolosa.

Domando allora se hanno vinto anche la morte. Lei mi guarda e sorride. Poi mi spiega che vivono a lungo, questo sì, ma nascono, crescono e invecchiano fino a quando si compie il numero dei loro giorni che sono uguali per tutti. Le malattie sono state debellate per sempre ed a ciascuno è concesso di campare fino a 188 anni. Quando qualcuno muore, nessuno piange, nessuno è triste perché, chi sta morendo, dalla vita ha avuto tutto e non desidera altro. Ormai pago, si congeda serenamente da tutti quelli che gli stanno attorno.

Mi sveglio dal sonno e con esso anche il mio sogno svanisce. Che strana visione è mai questa? Come Superman ritorno coi piedi per terra, indosso gli occhiali e mi confondo fra la gente, nelle incombenze di tutti i giorni.

sabato 14 dicembre 2013

La bellezza

C'è un piccolo pensiero prigioniero dentro di me che bussa con insistenza per uscire. Prima però di lasciarlo libero debbo raccontarvi di poco fa, mentre ero all'esterno per pulire i balconi. Da lì posso vedere i piccioni oziosi che passano inutili giornate sui tetti delle palazzine vicine. Mentre risciacquavo lo straccio ho potuto scorgere la mossa di un grosso pennuto, evidentemente un maschio, che si faceva vicino ad altri due volatili più esili e roteando su se stesso si prodigava in quella che ho giudicato essere una spudorata corte. Quanta velleità, nonostante il rigore di queste giornate. Anche se, in verità, oggi un tiepido sole può essere la buona occasione per ridestare qualche pensiero primaverile.

Orbene, dopo alcune giravolte, la coppia di piccioncelle ha pensato bene di scansarsi e farsi più in là sull'ampio tetto. Ma il maschio non demorde e va loro appresso come una giostra disarcionata dal suo perno. Niente da fare: le due non si danno per vinte e si scansano ancora. In quel mentre ne arriva un'altra che, forse attirata dalle evoluzioni dell'ardito, piomba in rapito volo nel mezzo del terzetto e dà chiaro segnale di esser più ben disposta rispetto alle rivali. Le altre due si allontanano ancora un poco, ma poi, non più inseguite, si girano indietro e mi par quasi di cogliere in loro la delusione per non esser più al centro dell'attenzione.

La nuova arrivata forse è troppo intraprendente e quindi il gonfio maschio dopo un paio di giri fatti quasi in automatico, batte in ritirata e svolazza fin sul camino dove prontamente viene raggiunto da quell'altra che, non paga, sembra lo voglia stuzzicare ancora un pochino. Ecco però costui dispiegare ancora una volta le ali ed arretrare più là, sul secondo comignolo della casa. E così mi sembra di assistere ad alcuni fotogrammi di vita del genere umano piuttosto che a movenze d'uccelli in calore. Se ti fai avanti, attratto da qualcuno, subito l'oggetto delle tue mire batte in ritirata. Ma se qualcuno vede il tuo ardore e decide che forse sei una buona occasione da non lasciar cadere, chi aveva preso l'iniziativa resta un po' sconcertato e pensa subito a ristabilire le distanze.

Ma non di piccioni volevo parlare. Anche se, lo ammetto, il curioso siparietto estemporaneo dei pennuti mi ha divertito in maniera inaspettata. Sì, perché ultimamente non faccio altro che agitare la scopa per allontanarli dal tetto della mia casa dove in passato trovavano molto comodo sostare e così le loro fatte alimentavano rigogliosi giardini pensili intasando le grondaie della nostra palazzina. Sciò, andate più in là, sul tetto del palazzo di fronte che è completamente disabitato e quindi non date fastidio ad alcuno.

In settimana ho visto un altro film per me ricco di spunti interessanti anche se la critica si è divisa equamente fra sostenitori e detrattori. La pellicola s'intitola "Lezione ventuno" e parla di un professore universitario tutto dedito a smontare quelli che sono universalmente considerati capolavori in vari campi dell'arte. Bersaglio della sua arringa è in particolare la Nona sinfonia di Beethoven che, a quanto pare, non è stata ben accolta dai contemporanei del musicista a dispetto di una rivalutazione successiva.

La mia sensibilità e preparazione musicale non è sufficientemente completa per avvalorare la tesi narrata nel film, ma tutto sommato non ha importanza perché il punto su cui intendo focalizzare la mia attenzione è un altro. Il docente, completando quella che è appunto la sua ventunesima lezione, rivela alla sua studentessa che dopo la laurea è venuta a trovarlo nell'ambiente misero e disordinato in cui lui alloggia, che l'anziano e ormai completamente sordo Beethoven non è più  riuscito nella sinfonia - che noi ricordiamo soprattutto per l'inno alla gioia finale - ad infondere altrettanta bellezza come nelle altre sue opere passate.

E così questa riflessione colpisce anche me. Quella cioè che i vecchi non sono più fautori o degni di bellezza. Anche se la meriterebbero ancora una volta in dono durante questo lungo declino che li porta inesorabilmente alla morte.

Non ho intenzione di confutare queste affermazioni, anche se le sento molto mie con tutto quello che vado scrivendo nell'ultimo periodo. Però, e c'è un però, la bellezza non è esclusivo appannaggio e sinonimo di gioventù. Forse bisognerebbe disquisire un po' più approfonditamente sul concetto di bellezza e così si potrebbe arrivare a sostenere che quella pura non svanisce col tempo e dunque la si può ritrovare ancora fresca anche in una persona dalle membra ormai rattrappite oppure nel suo pensiero che cristallino sgorga da alte vette e rinfranca e ridà gioia a chi sa ascoltare.


domenica 8 dicembre 2013

Incomprensioni

Ieri mattina stavo tornando a Brescia dopo l'ennesima serata passata con Maria Luisa e i suoi compagni di classe. Eravamo a Cremona con due automobili e così, nonostante la cosa non stia in vetta alla classifica dei miei gradimenti, viaggiavamo da soli. In verità mi ero messo in strada qualche minuto prima della consorte perché avevo in animo di colmare la lacuna del mancato regalo per il suo recente compleanno. Nel frattempo lei si sarebbe attardata ancora un attimo in casa della madre per le ultime incombenze domestiche.

Mentre percorrevo la strada che dall'azienda municipalizzata cremonese porta verso l'imbocco autostradale, scorgo in lontananza un'auto della Polizia che procede lentamente. Davanti alle forze dell'ordine intravedo un'anziana signora che cammina ondeggiante lungo la carreggiata. Dall'auto uno degli agenti, quello sul lato del passeggero, mi fa cenno con la mano di rallentare. Quasi contemporaneamente, quello alla guida, sporge il braccio fuori dal finestrino ed indica con il dito verso sinistra.

Mi appresto allora a superare con cautela l'auto della Polizia, ma immediatamente a suon di clacson mi viene intimato di fermarmi. Subito dopo aver arrestato la macchina, abbasso il finestrino e cerco di giustificarmi dicendo che avevo capito di superare a sinistra. Invece loro avevano intenzione di far attraversare la signora anziana che manifestava evidenti problemi di orientamento nello spazio. A fianco della carreggiata vi è una pista ciclabile separata, se non ricordo male, da un piccolo fossato. Era loro intenzione permettere all'anziana di raggiungere uno degli attraversamenti per poi condurla in sicurezza sull'altro lato.

Gli agenti avevano tutte le ragioni di questo mondo per intimarmi l'alt così bruscamente come in effetti è stato, ma io non avevo assolutamente compreso che il gesto di uno dei due stava ad indicare la direzione verso cui avevano intenzione di mandare l'insicuro pedone piuttosto che essere un segno rivolto a me per indicarmi dove sarei dovuto passare. Piccola incomprensione di poco conto che non ha dato adito a nessuno strascico successivo. Probabilmente il poliziotto alla guida si deve essere reso conto del segnale ambiguo che mi aveva inviato e si era poi rivolto a me con toni decisamente pacati, ben diversi da quelli del collega che, mentre mi apostrofava con decisione, scendeva solertemente dall'autovettura per accompagnare la signora in zona sicura.

Più avanti, mentre ormai viaggiavo tranquillo in autostrada, m'è venuto quasi naturale pensare a mamma. Una mattina, mentre stavo per andarmene al lavoro, sento squillare il telefono. E' papà che, molto preoccupato, mi avvisa del mancato ritorno di nonna Celina uscita di buonora per andare alla messa. Subito ci mettiamo affannosamente alla ricerca di mia madre per le vie del quartiere. Dopo diversi minuti di infruttuoso girovagare, mi chiama al telefonino mio padre e mi dice che è riuscito a trovarla in una zona non molto lontana da casa, ma in vie diametralmente opposte a quelle che stavo battendo io in quel momento.

In un attimo è svanita tutta l'apprensione che noi familiari stavamo patendo, temendo che alla nonna potesse essere capitato qualcosa di grave. Non avevamo dubbi che potesse essersi smarrita perché in precedenza qualche episodio simile era già capitato, ma in qualche modo mia madre era sempre riuscita a guadagnare la via di casa. Quella volta invece non era stato così.

Cercando di dosare le parole e trovare il modo più adatto per non farla sentire umiliata, le dissi che sarebbe stato meglio per tutti se lei non fosse più uscita da sola per andare alla messa di buon mattino. Poteva andare a quella pomeridiana, accompagnata da papà. Come infatti avvenne e come talvolta mi è capitato di riscontrare rientrando in qualche occasione più presto del solito dal lavoro. Cominciava così l'inesorabile declino cognitivo di mia madre ed il percorso di amore e dedizione di mio padre che si prendeva cura della moglie come non aveva mai fatto in precedenza. Senza mai farne una colpa a lei per il suo stato di salute.

Tornando a quell'anziana signora di ieri mattina, che procedeva senza ombra di dubbio alquanto smarrita, voglio sperare che in qualche modo siano state avvisate le persone idonee per venirle immediatamente in soccorso. La pista ciclabile sarà stata certamente un posto più sicuro da percorrere a piedi rispetto alla strada, ma nessuna delle due mi sembravano un tragitto adatto per quella persona che si stava allontanando in maniera problematica dalla zona abitata.

sabato 30 novembre 2013

Stagione invernale

Dai, non è tanto male neppure la stagione invernale, se la si prende per il verso giusto. Me ne starei volentieri davanti ad un focolare acceso. Lo scrivo lo stesso, nonostante poi mi arriveranno un sacco di mail spazzatura con proposte di acquisto per un caminetto. La posta elettronica gratuita è una gran comodità, ma poi se scrivi di questo o di quello, puntualmente ti arriva un'offerta per qualcosa in proposito. Come quando parlo del fatto che non riesco a dormire, puntualmente mi arriva un rimedio per l'insonnia. Oppure se faccio accenno a qualche chilo di troppo, profferte a iosa per una dieta veramente efficace.

Ecco lo scotto che dobbiamo pagare per usufruire di un servizio per cui non sborsiamo esplicitamente qualcosa. E' come con la TV privata. Non la si paga, ma poi ti riempi la vita di tante cose inutili e di cui forse non sentivi neppure il bisogno. Ma tant'è. Non ne possiamo fare a meno ed allora via, a fare incetta in questo oppure in quel centro commerciale. Maledetta benedetta crisi. Mieti vittime ingiustamente, ma dai pure una scrollata alle persone così da permetterci di ridare il giusto valore alle cose. Sempre che duri a sufficienza per farlo, visto che ormai si son davvero messi tutti d'impegno per spazzarla via.

Ma non è di questo che volevo parlare. Come al solito divago e parto per la tangente. Basta che un pensiero fluisca dalle dita che subito si disperde in riflessioni collaterali. Vediamo se riesco a riprendere quello stato di grazia che mi pareva di avere nel momento in cui ho deciso di sedermi ancora una volta nell'angolo caldo del mio divano. Un po' di mestieri di casa sono stati archiviati, una buona tisana ha riempito lo stomaco. Chi oserà distogliermi ora da questo gradevole torpore?

Finisce la settimana, ma anche un mese. Presto saremo di nuovo a Natale, forse senza neppure averlo desiderato tanto. Come corre via veloce questa vita. E' come un treno ad alta velocità che scuote le foglie degli alberi che crescono silenziosi lungo il suo cammino, vicino a quei binari lunghi e diritti che gli permettono di portare lontano tante persone indaffarate a restare chiuse nei propri pensieri. Ma in un certo qual modo anch'io non resto fermo e viaggio veloce, su diverse autostrade che mi permettono in un attimo di arrivare ora qui, ora là.

Non dovremmo imparare tutti quanti un diverso stile di vita? Prendiamo a modello la natura che corre, corre, ma poi trova il giusto modo di riposarsi, di ritemprarsi, di raccogliere le proprie energie. Proprio come una pianta che le richiama dalle foglie e così facendo le dissecca e le lascia cadere al suolo. Se l'uomo non avrà perturbato troppo il clima, i suoi storti bronchi torneranno ancora a germogliare ed intorno si udirà il canto felice degli uccelli che, fatto ritorno dai paesi di migrazione, solerti si apprestano a preparare il nido perpetuando così il meraviglioso ciclo della natura che muore, ma poi risorge a vita nuova.

Voglio godermi ogni momento di questa pace, di questo silenzio ovattato reso ancora più reale da un po' di fresca neve che imbianca il paesaggio e rende felici i più piccoli. Voglio provare disagio per il freddo pungente che in queste notti si sta facendo sempre più intenso e provare sollievo nel trovare conforto poggiando le dita sopra il calorifero rovente. Voglio avere ancora un tozzo di pane da mangiare avido senza temere di fare torto a nessuno, senza sentirmi ingiusto se non lo tolgo di bocca e lo porgo a chi ha più fame di me. Voglio un bicchiere di buon vino per chiudere in allegria questa serata cittadina e non più contadina come una volta. Voglio che il dolce sonno dia sollievo alle membra stanche e l'abbraccio contento di Maria Luisa mi tenga compagnia finché verrà domenica e così noi faremo di nuovo festa.


sabato 23 novembre 2013

L'amore sbagliato

Questa settimana ho avuto il piacere di assistere a due proiezioni cinematografiche che hanno dato lo spunto ad alcune riflessioni riguardo all'amore.

Mercoledì sera a Cremona, per il ciclo "Serate Persiane", mia moglie ed io abbiamo assistito alla proiezione del film "Pollo alle prugne". Brevemente la trama presa a prestito da Wikipedia.

Un giovane violinista, Nasser Ali Khan (Mathieu Amalric), incontra Irâne (Golshifteh Farahani) e se ne innamora. Purtroppo i piani del padre di lei sono diversi, e Irâne è costretta a sposarsi con un soldato.

Nasser Ali continua a comporre musica sull'amore attraverso un violino speciale. Dopo essersi sposato, però, la nuova moglie, che non ha mai amato, distrugge questo violino. In seguito a questo fatto si originerà in lui il desiderio di uccidersi: pensa di suicidarsi in tutti i modi, ma arriva a decidere che lasciarsi morire sia la cosa migliore. Negli otto giorni che lo separano dalla morte si succedono varie immagini nella sua mente: sogni, visioni, frammenti del passato.

Ieri sera invece, comodamente seduti sul divano di casa, ci siamo goduti "Quel che so sull'amore" di Gabriele Muccino. Anche qui un breve sunto copiato ed incollato da Wikipedia.

George Dryer è un ex calciatore professionista che ha subito un grave infortunio che lo ha costretto al ritiro. Oltre al calcio, egli si è anche sposato con Stacie, ma il suo matrimonio sta naufragando dato che sua moglie convive con un altro.

Oltre alla sua ambizione di diventare un cronista sportivo in televisione, diventa anche allenatore della squadra di calcio del figlio, destando però le attenzioni delle mamme dei piccoli giocatori. Il suo obiettivo finale resta sempre quello di riuscire a riconquistare la stima del figlio e quella della moglie.

Più sotto si può leggere che il film ha ricevuto molte critiche negative negli Stati Uniti. Su Rotten Tomatoes ha una percentuale del 4% di critiche positive. Il film ha ricevuto durante l'edizione dei Razzie Awards 2012 una nomination come Peggior attrice non protagonista per Jessica Biel.

La cosa mi meraviglia un po' perché giusto ieri sera, in conclusione di visione, ho detto alla consorte che l'attrice che rivestiva il ruolo di moglie del protagonista è stata veramente brava a manifestare i suoi sentimenti di tormento interiore e di amore nei confronti del marito. Tutto il suo travaglio e la sua passione apparivano molto autentici, tali da farmi dimenticare che ci si stesse trovando in quel momento di fronte a due attori oppure che non fossimo noi stessi a manifestare o provare quelle medesime sensazioni.

A parte i commenti collaterali, non c'è dubbio che fra queste due pellicole ci possa essere un legame molto stretto, se non altro perché entrambe parlano d'amore. Da una parte c'è la storia triste e malinconica di colui che ormai privato del simulacro del vero amore, si lascia morire nonostante una moglie energica e di buon senso e due figli meravigliosi da bistrattare a suon di buffetti sulle guance. E dall'altra c'è un marito che pentito degli errori che lo hanno condotto al naufragio del proprio matrimonio, non si da per vinto e fa di tutto per riconquistare un rapporto nuovo con quella che a tutti gli effetti è una ex moglie e con il figlio che non riesce neppure a fermarsi a dormire da lui quando ha tempo di occuparsene.

Come non scorgere in entrambe le situazioni un amore sbagliato? L'epilogo nei due film è decisamente diverso. Con l'amaro in bocca al termine della prima proiezione. Con la contentezza nel cuore per un amore ricomposto nel secondo caso. Ma nella realtà, in caso di situazioni analoghe, non sono gli spettatori a pagarne le conseguenze o a godere delle ricomposizioni familiari. Gli sbagli si pagano in prima persona sulla propria pelle e non esiste un'altra vita per rimediare. Possiamo farlo soltanto in questa.


venerdì 1 novembre 2013

Ubiquità

Mi sento un po' stanco dopo aver camminato avanti e indietro con mia moglie fino al cimitero di S. Bartolomeo dove sono sepolti quasi tutti i nostri morti. Vediamo se riesco a trovare ugualmente la concentrazione necessaria per stendere una breve riflessione di cui ho fatto un rapido abbozzo mentre salivo in auto da Cremona ieri mattina.

Qualche tempo fa, in un altro post sempre su questo blog, ho provato a raccontare "chi sono". Questa volta invece vorrei provare a dire "dove sono".

Certamente ora, in questo preciso momento, son qui sul divano nell'angolo del salotto. Ho sulle ginocchia il portatile con aperto Notepad su cui sto scrivendo queste prime parole. Se sono bravo abbastanza, in questi pochi capoversi, riesco ad infondere qualcosa di intimo così da poter dire che parte di me si trovi anche in un file su questo PC. In verità, nella cartella in cui ho salvato questo documento, ce ne sono anche tanti altri che fan tutti parte di vecchie riflessioni.

L'applicazione che utilizzo per la scrittura è abbastanza spartana, ma è da me prediletta perché non applica al testo nessuna formattazione particolare e la trovo adatta per la successiva pubblicazione avvalendomi di una semplice operazione di copia-incolla. E così queste parole, oltre a sostare memorizzate all'interno dell'hard disk del mio computer, grazie alla magia di internet, fra qualche istante finiranno poi nei dispositivi di memorizzazione di massa di qualche data center in giro per il mondo, qui in Italia oppure nel resto dell'Europa o addirittura in America.

Sì, perché del mio blog ne mantengo pure un paio di copie anche su altri portali. Pertanto questi pensieri subiscono una sorta di ubiquità che si moltiplica ed amplifica ogni volta che qualcuno s'imbatte nel link che ad essi rimanda. In quel momento, quel che era sparso qua e là registrato su qualche traccia magnetica, viene nuovamente catapultato altrove fino ad arrivare nella memoria temporanea del browser dell'occasionale lettore e per qualche istante anche nella mente di chi ha la pazienza di scorrere queste parole.

Certamente questo non è un privilegio mio esclusivo. Tutti possono goderne appieno condividendo pubblicamente qualcosa di sé. E moltissimi già lo fanno. Semplicemente m'intriga il pensiero di questa interconnessione di pensieri che sopravvivono in maniera persistente anche fuori dalla nostra mente per entrare poi nella testa di qualcun altro. Esattamente come succede quando apriamo un libro e leggendo ci mettiamo in contatto con chi l'ha scritto e di lui cogliamo in qualche modo l'intima essenza.


domenica 27 ottobre 2013

Mi piace questa foto perché...

... C'è sempre un bimbo che guarda fuori dal finestrino e vede l'acqua del fiume e le case scorrergli accanto e forse dentro di sé pensa come sarà il suo domani. O forse è solo stanco ed ha una grande voglia di arrivare presto alla destinazione che mamma e papà hanno scelto per lui.

... C'è sempre qualcuno che in motocicletta arriva prima di noi e non si capisce se sta partendo oppure è appena arrivato. Il rombo del motore scuote per un attimo la città dal suo torpore ed un refolo di vento agita i nostri capelli mentre lui se ne va lontano coi suoi pensieri ben chiusi nel casco.

 ... Ci sono variopinte righe orizzontali che contrastano le spinte ascensionali delle linee gotiche sullo sfondo. La vita non è sempre generosa con tutti e spesso gli altri ti fanno largo intorno, ma se tu hai voglia di andare, là fuori c'è un ampio mondo che attende lo sguardo curioso dei tuoi occhi.

... Ci sono motivi di contemplazione anche fuori dalle mura di un convento. Sereno il volto di chi ha fatto un giorno la scelta d'amore per l'Assoluto senza dimenticare che la vita è qui ora e adesso e chi la dona per gli altri non la spreca neppure per sé stesso.

... Ci sono ruote adatte ad essere spinte, ma ci vogliono mani per farlo. Il colore dei capelli non è più lo stesso, ma gli occhi sanno ancora guardare con attenzione quel che c'è da ammirare. Le parole possono ancora raccontare i suoni ed i colori che ci hanno accompagnato lungo tutto il nostro cammino.

giovedì 10 ottobre 2013

Strana sensazione

Ecco in arrivo dal nord una bolla di aria gelida e con il vento che agita le piante e le spoglia delle foglie si fa largo nell'animo una strana sensazione, quasi un turbamento. Mi par di respirare un clima da Getsemani, come un presagio di sventura. Mi sto sbagliando, questa non è la solita premonizione che ogni tanto mi assale. Mi distraggo un po' ed il cuore ormai è quieto e sereno.

Domani un altro viaggio ci attende.


domenica 1 settembre 2013

Realtà e fantasia

Quando siamo tornati dal tour nel nord Europa, i ragazzi ci hanno fatto trovare la casa abbastanza in ordine. Loro però avevano messo le mani avanti con un SMS giustificandosi con il poco tempo rimasto a disposizione prima della partenza e da poter dedicare alle pulizie. Nonostante questo non abbiamo avuto particolari motivi di lamentela. Cosa non da poco, si erano addirittura ricordati di buttare la spazzatura indifferenziata e gli scarti organici. Il vetro e la plastica invece erano rimasti rigurgitanti nei contenitori loro adibiti in terrazza.

L'indomani ho provveduto personalmente a sbarazzarmi delle cose che non erano state gettate dai figli. Mentre mi avvicino all'area ecologica, mi rendo conto che qualcuno sta rovistando nei capienti cassonetti. Si tratta di un giovane di colore munito di un lungo arnese utile ad agganciare oggetti anche fin sul fondo dove le proprie mani non riescono ad arrivare.

Lo lascio proseguire indisturbato il suo lavoro di recupero e cerco di non far trapelare meraviglia alcuna per il suo operato. Mi vien spontaneo pensare che in questi tempi di crisi è forse possibile ricavare qualche spicciolo con oggetti o cose rinvenute fra i rifiuti. Dopo aver gettato le bottiglie di vetro e le lattine nell'apposito contenitore, mi sono spostato per buttare la plastica nell'apposito cassonetto vicino a quello dell'indifferenziato presso cui il giovane stava armeggiando.

E così mi sono accorto che il ragazzo era riuscito a recuperare un piccolo televisore portatile a tubo catodico. Lo aveva collocato a terra e con le mani faceva come il gesto di spolverarlo per bene nonostante non sembrasse averne bisogno. Mentre continuavo imperterrito a buttare i miei contenitori di plastica, gli rivolgo la parola ed accennando all'apparecchio TV dico che i possessori l'hanno gettato, ma forse è ancora funzionante e magari se ne sono liberati perché ormai obsoleto.

Mi sorride e mi chiede se sono un tecnico elettronico in grado eventualmente di ripararlo. In realtà non è così confidente con l'italiano e la frase pronunciata dalle sue labbra è un'altra, ma il senso si capisce che è esattamente quello. Scuoto la testa e, mentre mi allontano, vedo il giovane collocare il piccolo apparecchio in una delle capienti, ed in verità già piene, borse agganciate alla sua bicicletta.

Dopo aver sistemato alcune cose, nel pomeriggio mia moglie ed io scendiamo a Cremona per portare un saluto a nonna Carla che non ci vede da qualche giorno. Durante questa visita ci avanza ancora un po' di tempo e ne approfittiamo per fare due passi fra le vie del centro insolitamente animato di persone nonostante la calura ed il periodo estivo.

Sotto i portici ci sono alcune bancarelle di uno svogliato mercatino delle pulci. Giovani coppiette e attempati signori vagabondano lì attorno gettando di tanto in tanto un'occhiata sui banconi con la medesima flemma di cui siamo investiti anche noi. Più avanti mi sembra d'intravedere un oggetto familiare: un televisore portatile esattamente identico a quello recuperato in mattinata dal ragazzo di colore. Facendomi più vicino mi par di notare una coppia di signori di mezza età particolarmente interessata alla TV.

Avvicinandomi ancora ho modo di sentire che lui dice alla moglie, o compagna che sia, che ve n'era uno uguale in casa dei suoi genitori e gli piacerebbe acquistarlo per metterlo in taverna, vicino alla macchina da cucire della nonna. Sorrido fra me e me e non posso far a meno di pensare che a volte, per nostalgia, finiamo per pagare nuovamente cose di cui un giorno ci siamo sbarazzati con fin troppa facilità.



mercoledì 7 agosto 2013

Chi sono io?

Ieri sera ho avuto il piacere di assistere alla proiezione di un bel film in un cinema all'aperto. Non mi capitava ormai da un sacco di anni di prendere posto in una platea sotto le stelle. Una delle primissime esperienze da me fatte risale al periodo della fanciullezza. Mi trovavo in colonia estiva a Cesenatico e la sera ci portavano sul retro dello stabilimento balneare dove avveniva la proiezione della pellicola direttamente sul muro dipinto di bianco.

Poi bisogna fare un grande balzo fino al periodo del servizio militare. Nell'approssimarsi dell'estate mi trovavo ad espletare un corso per telescriventista nella caserma di San Giorgio a Cremano e là dentro, in quella che veniva definita dai comandanti un'isola felice, vi era la possibilità di vedere per poche lire un film all'aperto. Era il tempo delle mele, ma anche di qualcos'altro in divenire.

Negli anni successivi, dopo il primo matrimonio, m'è capitato ancora di assistere a qualche proiezione estiva nel chiostro di Santa Chiara oppure su nel piazzale del castello di Brescia, ma le occasioni sono state decisamente minori di quante in realtà avrei desiderato. E così, dopo diversi anni andati a vuoto, ieri sera si è fatta concreta la possibilità di entrare nell'Arena Giardino di Cremona per la proiezione di "Flight".

Maria Luisa ed io non sapevamo assolutamente a cosa saremmo andati incontro dato che la decisione è stata abbastanza estemporanea subito dopo cena. A volte va male. Altre volte invece tentare la sorte porta i suoi frutti e la storia a cui abbiamo assistito è risultata decisamente interessante, ricca di emozioni forti nella parte iniziale ma non banale e scontata nel prosieguo e nella parte finale.

Non è mio costume fornire troppi particolari rischiando così di guastare la visione a chi non ne ha avuto ancora l'occasione e quindi me ne asterrò volentieri. Credo però di non compromettere nulla se riporto una domanda che il figlio rivolge al protagonista per assolvere un compito scolastico. Chi sei tu? Ecco il quesito a cui D. Washington riesce soltanto a ribattere che è una bella domanda subito prima dei titoli di coda.

Chi sono io? Molto difficile rispondere a bruciapelo ed anche dopo diverse ore di riflessione. Indubbiamente sarebbe più giusto che a questo interrogativo rispondessero per noi gli altri, le persone che ci conoscono, quelli che ci hanno frequentato, almeno per un po'. Cosa ci piacerebbe sentirci dire? Forse è meglio il silenzio sperando in un giudizio clemente.

Nel mio caso ho la sensazione di essere percepito un po' diversamente da come io stesso mi giudico intimamente. Forse Maria Luisa soltanto riesce a cogliere l'essenza di me perché solamente chi è carne della propria carne riesce ad arrivare al nucleo centrale là dove ogni involucro viene dischiuso, ogni diaframma cade o meglio, si lascia dissolvere pienamente perché le difese non hanno più senso di fronte a chi ci ama. E così, sollevato l'ultimo velo, mi piacerebbe che di me si potesse dire un giorno: ecco, era una piccola anima.

sabato 20 luglio 2013

Scelta


Al di là delle curiosità personali, il punto di partenza della mia riflessione è stato la constatazione di una tendenza data ormai per assodata da tantissimi analisti, e cioè che nelle nostre società aperte europee anche quella di credere in Dio sta diventando sempre di più una "scelta", un'opzione chiaramente soggettiva, che richiede forti motivazioni personali. Non quindi un comportamento dato per scontato, semplicemente ereditato dalla tradizione o addirittura imposto dall'esterno, ma l'oggetto di una decisione individuale consapevole. Il filosofo Charles Taylor (2009) ha definito nel modo migliore questo atteggiamento parlando di "cultura dell'autenticità", ovvero della convinzione tanto diffusa nelle società europee che il conformismo vada rigettato e che ciascuno di noi abbia il diritto/dovere di trovare un suo modo specifico di realizzare la propria umanità. Nel suo L'era secolare, Taylor ha descritto l'origine e le conseguenze di questa avvenuta rivoluzione nelle "condizioni della credenza", per usare la sua espressione. Una rivoluzione che non coincide necessariamente con la "morte di Dio", anche se alcuni pensano che ne sia la logica premessa (Bruce 2002).


MARCO MARZANO
QUEL CHE RESTA DEI CATTOLICI
INCHIESTA SULLA CRISI DELLA CHIESA IN ITALIA
FELTRINELLI

sabato 6 luglio 2013

La luce della fede

Eppure, parlando di questa luce della fede, possiamo sentire l’obiezione di tanti nostri contemporanei. Nell’epoca moderna si è pensato che una tale luce potesse bastare per le società antiche, ma non servisse per i nuovi tempi, per l’uomo diventato adulto, fiero della sua ragione, desideroso di esplorare in modo nuovo il futuro. In questo senso, la fede appariva come una luce illusoria, che impediva all’uomo di coltivare l’audacia del sapere. Il giovane Nietzsche invitava la sorella Elisabeth a rischiare, percorrendo « nuove vie…, nell’incertezza del procedere autonomo ». E aggiungeva: « A questo punto si separano le vie dell’umanità: se vuoi raggiungere la pace dell’anima e la felicità, abbi pur fede, ma se vuoi essere un discepolo della verità, allora indaga ». Il credere si opporrebbe al cercare. A partire da qui, Nietzsche svilupperà la sua critica al cristianesimo per aver sminuito la portata dell’esistenza umana, togliendo alla vita novità e avventura. La fede sarebbe allora come un’illusione di luce che impedisce il nostro cammino di uomini liberi verso il domani.

LETTERA ENCICLICA
LUMEN FIDEI
DEL SOMMO PONTEFICE
FRANCESCO
AI VESCOVI
AI PRESBITERI E AI DIACONI
ALLE PERSONE CONSACRATE
E A TUTTI I FEDELI LAICI
SULLA FEDE

domenica 30 giugno 2013

Indecisione

Mi trovo come fermo ad un bivio e non so quale direzione prendere.

Vorrei parlare di "Amore e necessità" e di come tutta la vita sembri dibattersi fra queste due pulsioni naturali. La prima che spinge al rispetto, al dono, al sacrificio di sé e la seconda che taglia corto con le esigenze di sopravvivenza e coniuga alla perfezione la frase "mors tua vita mea". Lo si vede nella natura o meglio nel regno animale: solo le piante sembrano esserne esenti. I vegetali non hanno bisogno di uccidere per sopravvivere. A loro basta trasformare la materia per trarne linfa vitale. Non è così per la fauna e per l'uomo stesso che ha bisogno di alimentarsi con piante o animali di ogni genere e specie.

D'altra parte mi piacerebbe parlare anche di "Elemosina e dignità" e di come spesso nelle nostre oblazioni dimentichiamo o non vediamo per nulla chi ci sta di fronte e tende la mano. Sentiamo dentro di noi l'impulso a staccarci da ciò che possediamo e farne dono a chi ne ha bisogno, ma il nostro diventa un gesto meccanico che non trasmette umanità. E' un'azione che cala dall'alto e non pone l'altro su un piano di uguaglianza. Vorrei raccontare di come una donna, col suo sorriso, con la sua dolcezza nel domandare, nel cercare da me una parola e non solo dei soldi, sia riuscita a farmi salire di un gradino su quella lunga scala che porta l'uomo ad incontrare l'uomo.

Vorrei parlare un po' più diffusamente di una di queste due cose, ma mi scopro ad essere come l'automobilista indeciso e smarrito che si ferma pericolosamente in prossimità del bivio, proprio lì sotto alla segnaletica stradale ed ha bisogno di un po' di calma per afferrare il senso di quelle indicazioni per poter finalmente imboccare la direzione giusta.


sabato 15 giugno 2013

Fallimento

Ultimamente sembra che io sia attratto dai titoli di una sola parola che invitano a concentrare la riflessione sull'essenza delle cose. Forse sarà anche perché il periodo economico è particolarmente sfavorevole e di debacle aziendali se ne susseguono in continuazione in un turbinio inarrestabile, come un fiume in piena che, dopo aver eroso l'argine, mina inesorabilmente la stabilità delle case che si erigono a fianco lungo il suo corso.

Questa settimana sono rimasto molto colpito da una frase pronunciata in un film dato in tv che poi non ho avuto la pazienza di vedere sino in fondo, vuoi perché abbastanza assonnato, vuoi perché la pellicola non mi sembrava avere eccessivo mordente da tenere completamente desta la mia attenzione. Orbene, in una sequenza si vedeva un islamico parlare a dei giovani ed affermare che il Capitalismo aveva fallito e pure anche il Cristianesimo.

Che il modello economico occidentale non goda più di ottima salute, credo che ne siamo tutti abbastanza consapevoli. Ma che non stia più tanto bene neppure un messaggio che avrebbe la pretesa di essere una parola definitiva nella vita dell'uomo, questo mi ha sorpreso non poco.

Dopo il fallimento delle ideologie di sinistra, sembrava inevitabile il trionfo dell'ultimo credo rimasto: l'affermazione dell'individuo, il successo personale, il trionfo di chi si è fatto da sé e si è elevato in alto sopra tutti così da divenire ben presto modello a cui guardare con invidia pensando vanamente che, se ce l'ha fatta lui, forse potremmo farcela anche noi.

Ma non è stato così. Chi ha denaro sta diventando sempre più potente e chi non lo ha sempre più miserabile. Non solo, nella corsa all'accaparramento, all'accumulo fine a sé stesso, si fanno proseliti sempre più numerosi verso il malaffare, perché tanto è così che va il mondo e se non arraffi tu, lo faranno altri al posto tuo e tu sei uno stupido se non ne approfitti.

Quindi, dal mio punto di vista, non è il Cristianesimo ad aver fallito, ma il trionfo di una filosofia di vita profondamente inumana ed ingiusta ad averne adombrato il valore. Certamente si deve credere ed è in base alla mia fede che posso ritenere immutabile e definitiva una parola di speranza arrivata al cuore dell'uomo ormai più di duemila anni fa.

Come un buon padre che sa dare solo cose buone ai propri figli, non convenite anche voi con me che se noi tutti fossimo figli dello stesso Dio, e lo siamo realmente, Lui non ci avrebbe lasciati soli e ci avrebbe indicato la via? Come una madre che non si dimentica di ciò che ha generato ed è uscito dal suo grembo. Ma se anche vi fosse una madre così sconsiderata, Lui non ci dimentica e si prende cura di noi.

Idee nuove per il futuro, per uscire dalla crisi? Son tutte lì in quei quattro libretti. Basta aprirli e lasciarsi ispirare.


sabato 25 maggio 2013

Immagine

Questo pomeriggio mi trovavo in cattedrale a Brescia per partecipare alla Cresima dei ragazzi della nostra Unità Pastorale. Eravamo entrati nel duomo con un certo anticipo, quando ancora molti banchi erano vuoti. Su ciascuno di essi vi era un fogliettino con l'indicazione della parrocchia assegnataria di quel posto. Dopo un breve zig zag sono riuscito ad individuare il luogo a noi assegnato. A fianco dei banchi vi erano pure delle seggiole con sopra un analogo foglietto, ma con l'indicazione che esse erano riservate ai catechisti.

Pensando che fossero destinate a noi, ho fatto cenno a mia moglie di sederci lì. Intanto la chiesa cominciava a riempirsi e gruppi sempre più folti di ragazzi, genitori e parenti confluivano dentro quella grande casa comune. Contando le seggiole però qualcosa non mi tornava. Erano soltanto quattro e mi sembrava strano che avessero previsto un posto anche per noi proprio lì vicino ai cresimandi.

Dopo qualche altro istante di attesa, ecco giungere anche il gruppo della nostra parrocchia. Li vedo un po' smarriti e confusamente trovano posto nei banchi affiancati dai rispettivi padrini e madrine. Nel gruppo scorgo anche la catechista e gli assisenti più giovani che hanno accompagnato i ragazzi in tutti questi anni. Sono quattro, come le seggiole riservate, di cui noi ne stiamo occupando due. Capisco che c'è un errore. O meglio, che abbiamo commesso uno sbaglio sedendoci lì in quel posto ed allora invito Maria Luisa ad alzarci e a spostarci più a lato dove nel frattempo han preso posto anche i genitori ed altri parenti.

Prima di abbandonare definitivamente le seggiole faccio un cenno agli assistenti ed indico loro dove possono sedersi. Poi noi ci ritiriamo in buon ordine cercando, se possibile, un altro posto dove metterci a sedere. Non è rimasto che l'ultimo banco in fondo. Sul lato dello schienale, invece del semplice inginocchiatoio, vi è anche un ripiano a mo' di panca che va benissimo per non dover assistere in piedi alla cerimonia.

A Maria Luisa pare strano di dover dare le spalle al centro della cattedrale. In effetti lo è un po' anche per me, ma non più di tanto perché lì siamo proprio di fronte all'altare del Santissimo e quando staremo seduti, in realtà volgeremo lo sguardo a Lui ed avremo il privilegio di stare proprio in prima fila.

Inizia la funzione ed i prelati, fuoriuscendo dalla sacrestia, in breve processione passano proprio davanti a noi. Lì in mezzo a loro c'è anche il Vescovo e pertanto possiamo vedere il suo passaggio da vicino e scambiare un sorriso con il sacerdote che ci ha aiutato nel preparare gli incontri in cui noi siamo stati gli accompagnatori dei genitori dei ragazzi.

Durante l'omelia monsignor Vescovo ci parla di Giovanni, l'evangelista, che ha scritto le parole di Gesù riguardo all'amore del Padre. Chi vede Lui vede il Padre perché i due sono una cosa sola. E come in un libro bilingue possiamo capire il messaggio steso in un idioma per noi sconosciuto, così ora noi possiamo conoscere Dio, che non vediamo, per le opere e le parole di suo figlio che è venuto in mezzo a noi e ci ha mostrato il Padre.

Mentre il Vescovo seguita nell'esposizione della sua riflessione, usando immagini semplici per farsi comprendere bene dai più piccoli, senza per questo risultare banale o scontato per gli aduti, per un istante mi sfiora il pensiero d'incontrare Dio e di vederlo faccia a faccia. E la cosa mi pare sorprendente e sconvolgente al tempo stesso, così che tutto il resto ormai non conti più.


venerdì 17 maggio 2013

Io non sono come James Bond

Il titolo di questo post è una fin troppo facile parafrasi del film che mia moglie ed io abbiamo visto in settimana a Cremona. "Noi non siamo come James Bond" non è di certo una pellicola destinata al vasto pubblico, ma più propriamente può trovare la sua giusta collocazione in una rassegna cinematografica dedicata a spettatori dal gusto particolare che non disdegnano degustazioni di frontiera.

Fin dalle prime sequenze si ha l'impressione di assistere ad una sorta di documentario introduttivo all'azione filmica che dovrà svolgersi successivamente. In realtà ci si trova ben presto immersi nelle vicende personali dei due protagonisti - di cui uno è il regista stesso - che, riprendendo in mano un vecchio progetto, tentano di mettersi in contatto con Sean Connery, l'attore che sicuramente ha interpretato meglio e con più successo il ruolo di James Bond.

Attorno a questo debole filo conduttore, che si dipana come una sorta di auto intervista, emerge ben presto il tema della malattia e della prodigiosa guarigione di cui entrambi i protagonisti han fatto esperienza nella vita reale. Il film vien quasi a colmare un vuoto di senso dell'esistenza di cui improvvisamente si prende coscienza nel momento in cui una leucemia ed un cancro investono prima uno e poi l'altro dei due interpreti.

Come vien detto brevemente in alcune sequenze, in questa rappresentazione, più che tentare di dare delle risposte emerge tutta una serie di domande aperte al libero contributo individuale dello spettatore.

Il tentativo è lodevole, ma in alcuni passaggi - a mio modo di vedere - si procede fin troppo speditamente e i protagonisti perdono l'occasione per arrivare in maniera più profonda ed incisiva al nocciolo della questione. Come rapide pennellate che lasciano i contorni non ben definiti ed i tratti fin troppo sfumati. E così, dal crescendo iniziale denso di aspettative e ricco di filoni narrativi tutti equamente possibili, si arriva nel finale ad una sorta di tono minore che lascia in bocca il sapore dell'incompiuto.

domenica 28 aprile 2013

Tra inferno e paradiso

Chi resta ancorato ai ricordi, si sa, non può andare lontano. D'altra parte i ricordi sono l'ampio bagaglio di chi ha viaggiato tanto. Così, quasi in maniera aforismatica, mi veniva da chiosare un po' di tempo fa ad un amico su Facebook. Talvolta però ci si muove più con la mente che con il piede e, se la fantasia non fa difetto, le meraviglie da scoprire sono certamente più numerose di quelle che potremmo scorgere realmente con i nostri occhi.

Un buon libro è spesso il nostro biglietto di viaggio più caro, non economicamente parlando. Saliamo sul treno di una nuova lettura e non è infrequente scoprirsi dispiaciuti di essere ormai giunti a destinazione. Ora che eravamo entrati in sintonia con i nostri compagni di viaggio, ci tocca a malincuore di scendere da quel vagone che ci aveva tenuti ben al riparo per alcune ore dal mondo agitato che c'è là fuori intorno a noi.

A volte di un romanzo non sappiamo trattenere che una frase soltanto. Forse dell'intero scritto ne conserva il sapore intenso o magari siamo noi soltanto a darle un valore alto perché quel capoverso risuona e fa muovere le corde del nostro animo. E così per un attimo restiamo sospesi in quel limbo che è a metà strada fra l'inferno delle nostre preoccupazioni quotidiane ed il paradiso che custodisce i nostri sogni migliori.


domenica 7 aprile 2013

Aria nuova

Esco per un attimo sul balcone
 e sento dapprima sulle gote
 e poi su per le narici
una fresca brezza come d'aria nuova.

Ma non c'è il sole
 e tutt'attorno splende il grigio
in questo cambio di stagione
che forse non meritiamo
 e che pertanto seguita a non tornare.

Basta pioggia, che è benedetta sì,
 ma quando è troppa
mina la salute delle ossa fin al punto
che poi anche lo spirito ne risente.

Ma non s'odono gli uccelli cantare intorno?
 Dove saranno mai invece di far da sottofondo
nel lento fluire delle nostre giornate?

Mi dedicherò ancora un po' agli affanni di sempre
 e chissà se è giusto che io spenda così
il prezioso tempo che più non torna.

Dimmelo tu qual è il modo più opportuno
di venirti incontro amore
senza temere di aver preso la strada più lunga
come un navigatore configurato male.

Eppure non dovrei esitare ancora
 perché è lontana l'ora in cui imparai
come imboccare la diritta via.

Tienimi per mano perché il giorno presto muore
e se ti ho accanto
anche l'aria nuova di cui ho bisogno non manca.

Nella tremula luce di una candela
contemplo il tuo sorriso
e non c'è cena che mi possa dare
identica sazietà, come starti a guardare.