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domenica 27 ottobre 2013

Mi piace questa foto perché...

... C'è sempre un bimbo che guarda fuori dal finestrino e vede l'acqua del fiume e le case scorrergli accanto e forse dentro di sé pensa come sarà il suo domani. O forse è solo stanco ed ha una grande voglia di arrivare presto alla destinazione che mamma e papà hanno scelto per lui.

... C'è sempre qualcuno che in motocicletta arriva prima di noi e non si capisce se sta partendo oppure è appena arrivato. Il rombo del motore scuote per un attimo la città dal suo torpore ed un refolo di vento agita i nostri capelli mentre lui se ne va lontano coi suoi pensieri ben chiusi nel casco.

 ... Ci sono variopinte righe orizzontali che contrastano le spinte ascensionali delle linee gotiche sullo sfondo. La vita non è sempre generosa con tutti e spesso gli altri ti fanno largo intorno, ma se tu hai voglia di andare, là fuori c'è un ampio mondo che attende lo sguardo curioso dei tuoi occhi.

... Ci sono motivi di contemplazione anche fuori dalle mura di un convento. Sereno il volto di chi ha fatto un giorno la scelta d'amore per l'Assoluto senza dimenticare che la vita è qui ora e adesso e chi la dona per gli altri non la spreca neppure per sé stesso.

... Ci sono ruote adatte ad essere spinte, ma ci vogliono mani per farlo. Il colore dei capelli non è più lo stesso, ma gli occhi sanno ancora guardare con attenzione quel che c'è da ammirare. Le parole possono ancora raccontare i suoni ed i colori che ci hanno accompagnato lungo tutto il nostro cammino.

giovedì 10 ottobre 2013

Strana sensazione

Ecco in arrivo dal nord una bolla di aria gelida e con il vento che agita le piante e le spoglia delle foglie si fa largo nell'animo una strana sensazione, quasi un turbamento. Mi par di respirare un clima da Getsemani, come un presagio di sventura. Mi sto sbagliando, questa non è la solita premonizione che ogni tanto mi assale. Mi distraggo un po' ed il cuore ormai è quieto e sereno.

Domani un altro viaggio ci attende.


domenica 1 settembre 2013

Realtà e fantasia

Quando siamo tornati dal tour nel nord Europa, i ragazzi ci hanno fatto trovare la casa abbastanza in ordine. Loro però avevano messo le mani avanti con un SMS giustificandosi con il poco tempo rimasto a disposizione prima della partenza e da poter dedicare alle pulizie. Nonostante questo non abbiamo avuto particolari motivi di lamentela. Cosa non da poco, si erano addirittura ricordati di buttare la spazzatura indifferenziata e gli scarti organici. Il vetro e la plastica invece erano rimasti rigurgitanti nei contenitori loro adibiti in terrazza.

L'indomani ho provveduto personalmente a sbarazzarmi delle cose che non erano state gettate dai figli. Mentre mi avvicino all'area ecologica, mi rendo conto che qualcuno sta rovistando nei capienti cassonetti. Si tratta di un giovane di colore munito di un lungo arnese utile ad agganciare oggetti anche fin sul fondo dove le proprie mani non riescono ad arrivare.

Lo lascio proseguire indisturbato il suo lavoro di recupero e cerco di non far trapelare meraviglia alcuna per il suo operato. Mi vien spontaneo pensare che in questi tempi di crisi è forse possibile ricavare qualche spicciolo con oggetti o cose rinvenute fra i rifiuti. Dopo aver gettato le bottiglie di vetro e le lattine nell'apposito contenitore, mi sono spostato per buttare la plastica nell'apposito cassonetto vicino a quello dell'indifferenziato presso cui il giovane stava armeggiando.

E così mi sono accorto che il ragazzo era riuscito a recuperare un piccolo televisore portatile a tubo catodico. Lo aveva collocato a terra e con le mani faceva come il gesto di spolverarlo per bene nonostante non sembrasse averne bisogno. Mentre continuavo imperterrito a buttare i miei contenitori di plastica, gli rivolgo la parola ed accennando all'apparecchio TV dico che i possessori l'hanno gettato, ma forse è ancora funzionante e magari se ne sono liberati perché ormai obsoleto.

Mi sorride e mi chiede se sono un tecnico elettronico in grado eventualmente di ripararlo. In realtà non è così confidente con l'italiano e la frase pronunciata dalle sue labbra è un'altra, ma il senso si capisce che è esattamente quello. Scuoto la testa e, mentre mi allontano, vedo il giovane collocare il piccolo apparecchio in una delle capienti, ed in verità già piene, borse agganciate alla sua bicicletta.

Dopo aver sistemato alcune cose, nel pomeriggio mia moglie ed io scendiamo a Cremona per portare un saluto a nonna Carla che non ci vede da qualche giorno. Durante questa visita ci avanza ancora un po' di tempo e ne approfittiamo per fare due passi fra le vie del centro insolitamente animato di persone nonostante la calura ed il periodo estivo.

Sotto i portici ci sono alcune bancarelle di uno svogliato mercatino delle pulci. Giovani coppiette e attempati signori vagabondano lì attorno gettando di tanto in tanto un'occhiata sui banconi con la medesima flemma di cui siamo investiti anche noi. Più avanti mi sembra d'intravedere un oggetto familiare: un televisore portatile esattamente identico a quello recuperato in mattinata dal ragazzo di colore. Facendomi più vicino mi par di notare una coppia di signori di mezza età particolarmente interessata alla TV.

Avvicinandomi ancora ho modo di sentire che lui dice alla moglie, o compagna che sia, che ve n'era uno uguale in casa dei suoi genitori e gli piacerebbe acquistarlo per metterlo in taverna, vicino alla macchina da cucire della nonna. Sorrido fra me e me e non posso far a meno di pensare che a volte, per nostalgia, finiamo per pagare nuovamente cose di cui un giorno ci siamo sbarazzati con fin troppa facilità.



mercoledì 7 agosto 2013

Chi sono io?

Ieri sera ho avuto il piacere di assistere alla proiezione di un bel film in un cinema all'aperto. Non mi capitava ormai da un sacco di anni di prendere posto in una platea sotto le stelle. Una delle primissime esperienze da me fatte risale al periodo della fanciullezza. Mi trovavo in colonia estiva a Cesenatico e la sera ci portavano sul retro dello stabilimento balneare dove avveniva la proiezione della pellicola direttamente sul muro dipinto di bianco.

Poi bisogna fare un grande balzo fino al periodo del servizio militare. Nell'approssimarsi dell'estate mi trovavo ad espletare un corso per telescriventista nella caserma di San Giorgio a Cremano e là dentro, in quella che veniva definita dai comandanti un'isola felice, vi era la possibilità di vedere per poche lire un film all'aperto. Era il tempo delle mele, ma anche di qualcos'altro in divenire.

Negli anni successivi, dopo il primo matrimonio, m'è capitato ancora di assistere a qualche proiezione estiva nel chiostro di Santa Chiara oppure su nel piazzale del castello di Brescia, ma le occasioni sono state decisamente minori di quante in realtà avrei desiderato. E così, dopo diversi anni andati a vuoto, ieri sera si è fatta concreta la possibilità di entrare nell'Arena Giardino di Cremona per la proiezione di "Flight".

Maria Luisa ed io non sapevamo assolutamente a cosa saremmo andati incontro dato che la decisione è stata abbastanza estemporanea subito dopo cena. A volte va male. Altre volte invece tentare la sorte porta i suoi frutti e la storia a cui abbiamo assistito è risultata decisamente interessante, ricca di emozioni forti nella parte iniziale ma non banale e scontata nel prosieguo e nella parte finale.

Non è mio costume fornire troppi particolari rischiando così di guastare la visione a chi non ne ha avuto ancora l'occasione e quindi me ne asterrò volentieri. Credo però di non compromettere nulla se riporto una domanda che il figlio rivolge al protagonista per assolvere un compito scolastico. Chi sei tu? Ecco il quesito a cui D. Washington riesce soltanto a ribattere che è una bella domanda subito prima dei titoli di coda.

Chi sono io? Molto difficile rispondere a bruciapelo ed anche dopo diverse ore di riflessione. Indubbiamente sarebbe più giusto che a questo interrogativo rispondessero per noi gli altri, le persone che ci conoscono, quelli che ci hanno frequentato, almeno per un po'. Cosa ci piacerebbe sentirci dire? Forse è meglio il silenzio sperando in un giudizio clemente.

Nel mio caso ho la sensazione di essere percepito un po' diversamente da come io stesso mi giudico intimamente. Forse Maria Luisa soltanto riesce a cogliere l'essenza di me perché solamente chi è carne della propria carne riesce ad arrivare al nucleo centrale là dove ogni involucro viene dischiuso, ogni diaframma cade o meglio, si lascia dissolvere pienamente perché le difese non hanno più senso di fronte a chi ci ama. E così, sollevato l'ultimo velo, mi piacerebbe che di me si potesse dire un giorno: ecco, era una piccola anima.

sabato 20 luglio 2013

Scelta


Al di là delle curiosità personali, il punto di partenza della mia riflessione è stato la constatazione di una tendenza data ormai per assodata da tantissimi analisti, e cioè che nelle nostre società aperte europee anche quella di credere in Dio sta diventando sempre di più una "scelta", un'opzione chiaramente soggettiva, che richiede forti motivazioni personali. Non quindi un comportamento dato per scontato, semplicemente ereditato dalla tradizione o addirittura imposto dall'esterno, ma l'oggetto di una decisione individuale consapevole. Il filosofo Charles Taylor (2009) ha definito nel modo migliore questo atteggiamento parlando di "cultura dell'autenticità", ovvero della convinzione tanto diffusa nelle società europee che il conformismo vada rigettato e che ciascuno di noi abbia il diritto/dovere di trovare un suo modo specifico di realizzare la propria umanità. Nel suo L'era secolare, Taylor ha descritto l'origine e le conseguenze di questa avvenuta rivoluzione nelle "condizioni della credenza", per usare la sua espressione. Una rivoluzione che non coincide necessariamente con la "morte di Dio", anche se alcuni pensano che ne sia la logica premessa (Bruce 2002).


MARCO MARZANO
QUEL CHE RESTA DEI CATTOLICI
INCHIESTA SULLA CRISI DELLA CHIESA IN ITALIA
FELTRINELLI

sabato 6 luglio 2013

La luce della fede

Eppure, parlando di questa luce della fede, possiamo sentire l’obiezione di tanti nostri contemporanei. Nell’epoca moderna si è pensato che una tale luce potesse bastare per le società antiche, ma non servisse per i nuovi tempi, per l’uomo diventato adulto, fiero della sua ragione, desideroso di esplorare in modo nuovo il futuro. In questo senso, la fede appariva come una luce illusoria, che impediva all’uomo di coltivare l’audacia del sapere. Il giovane Nietzsche invitava la sorella Elisabeth a rischiare, percorrendo « nuove vie…, nell’incertezza del procedere autonomo ». E aggiungeva: « A questo punto si separano le vie dell’umanità: se vuoi raggiungere la pace dell’anima e la felicità, abbi pur fede, ma se vuoi essere un discepolo della verità, allora indaga ». Il credere si opporrebbe al cercare. A partire da qui, Nietzsche svilupperà la sua critica al cristianesimo per aver sminuito la portata dell’esistenza umana, togliendo alla vita novità e avventura. La fede sarebbe allora come un’illusione di luce che impedisce il nostro cammino di uomini liberi verso il domani.

LETTERA ENCICLICA
LUMEN FIDEI
DEL SOMMO PONTEFICE
FRANCESCO
AI VESCOVI
AI PRESBITERI E AI DIACONI
ALLE PERSONE CONSACRATE
E A TUTTI I FEDELI LAICI
SULLA FEDE

domenica 30 giugno 2013

Indecisione

Mi trovo come fermo ad un bivio e non so quale direzione prendere.

Vorrei parlare di "Amore e necessità" e di come tutta la vita sembri dibattersi fra queste due pulsioni naturali. La prima che spinge al rispetto, al dono, al sacrificio di sé e la seconda che taglia corto con le esigenze di sopravvivenza e coniuga alla perfezione la frase "mors tua vita mea". Lo si vede nella natura o meglio nel regno animale: solo le piante sembrano esserne esenti. I vegetali non hanno bisogno di uccidere per sopravvivere. A loro basta trasformare la materia per trarne linfa vitale. Non è così per la fauna e per l'uomo stesso che ha bisogno di alimentarsi con piante o animali di ogni genere e specie.

D'altra parte mi piacerebbe parlare anche di "Elemosina e dignità" e di come spesso nelle nostre oblazioni dimentichiamo o non vediamo per nulla chi ci sta di fronte e tende la mano. Sentiamo dentro di noi l'impulso a staccarci da ciò che possediamo e farne dono a chi ne ha bisogno, ma il nostro diventa un gesto meccanico che non trasmette umanità. E' un'azione che cala dall'alto e non pone l'altro su un piano di uguaglianza. Vorrei raccontare di come una donna, col suo sorriso, con la sua dolcezza nel domandare, nel cercare da me una parola e non solo dei soldi, sia riuscita a farmi salire di un gradino su quella lunga scala che porta l'uomo ad incontrare l'uomo.

Vorrei parlare un po' più diffusamente di una di queste due cose, ma mi scopro ad essere come l'automobilista indeciso e smarrito che si ferma pericolosamente in prossimità del bivio, proprio lì sotto alla segnaletica stradale ed ha bisogno di un po' di calma per afferrare il senso di quelle indicazioni per poter finalmente imboccare la direzione giusta.


sabato 15 giugno 2013

Fallimento

Ultimamente sembra che io sia attratto dai titoli di una sola parola che invitano a concentrare la riflessione sull'essenza delle cose. Forse sarà anche perché il periodo economico è particolarmente sfavorevole e di debacle aziendali se ne susseguono in continuazione in un turbinio inarrestabile, come un fiume in piena che, dopo aver eroso l'argine, mina inesorabilmente la stabilità delle case che si erigono a fianco lungo il suo corso.

Questa settimana sono rimasto molto colpito da una frase pronunciata in un film dato in tv che poi non ho avuto la pazienza di vedere sino in fondo, vuoi perché abbastanza assonnato, vuoi perché la pellicola non mi sembrava avere eccessivo mordente da tenere completamente desta la mia attenzione. Orbene, in una sequenza si vedeva un islamico parlare a dei giovani ed affermare che il Capitalismo aveva fallito e pure anche il Cristianesimo.

Che il modello economico occidentale non goda più di ottima salute, credo che ne siamo tutti abbastanza consapevoli. Ma che non stia più tanto bene neppure un messaggio che avrebbe la pretesa di essere una parola definitiva nella vita dell'uomo, questo mi ha sorpreso non poco.

Dopo il fallimento delle ideologie di sinistra, sembrava inevitabile il trionfo dell'ultimo credo rimasto: l'affermazione dell'individuo, il successo personale, il trionfo di chi si è fatto da sé e si è elevato in alto sopra tutti così da divenire ben presto modello a cui guardare con invidia pensando vanamente che, se ce l'ha fatta lui, forse potremmo farcela anche noi.

Ma non è stato così. Chi ha denaro sta diventando sempre più potente e chi non lo ha sempre più miserabile. Non solo, nella corsa all'accaparramento, all'accumulo fine a sé stesso, si fanno proseliti sempre più numerosi verso il malaffare, perché tanto è così che va il mondo e se non arraffi tu, lo faranno altri al posto tuo e tu sei uno stupido se non ne approfitti.

Quindi, dal mio punto di vista, non è il Cristianesimo ad aver fallito, ma il trionfo di una filosofia di vita profondamente inumana ed ingiusta ad averne adombrato il valore. Certamente si deve credere ed è in base alla mia fede che posso ritenere immutabile e definitiva una parola di speranza arrivata al cuore dell'uomo ormai più di duemila anni fa.

Come un buon padre che sa dare solo cose buone ai propri figli, non convenite anche voi con me che se noi tutti fossimo figli dello stesso Dio, e lo siamo realmente, Lui non ci avrebbe lasciati soli e ci avrebbe indicato la via? Come una madre che non si dimentica di ciò che ha generato ed è uscito dal suo grembo. Ma se anche vi fosse una madre così sconsiderata, Lui non ci dimentica e si prende cura di noi.

Idee nuove per il futuro, per uscire dalla crisi? Son tutte lì in quei quattro libretti. Basta aprirli e lasciarsi ispirare.


sabato 25 maggio 2013

Immagine

Questo pomeriggio mi trovavo in cattedrale a Brescia per partecipare alla Cresima dei ragazzi della nostra Unità Pastorale. Eravamo entrati nel duomo con un certo anticipo, quando ancora molti banchi erano vuoti. Su ciascuno di essi vi era un fogliettino con l'indicazione della parrocchia assegnataria di quel posto. Dopo un breve zig zag sono riuscito ad individuare il luogo a noi assegnato. A fianco dei banchi vi erano pure delle seggiole con sopra un analogo foglietto, ma con l'indicazione che esse erano riservate ai catechisti.

Pensando che fossero destinate a noi, ho fatto cenno a mia moglie di sederci lì. Intanto la chiesa cominciava a riempirsi e gruppi sempre più folti di ragazzi, genitori e parenti confluivano dentro quella grande casa comune. Contando le seggiole però qualcosa non mi tornava. Erano soltanto quattro e mi sembrava strano che avessero previsto un posto anche per noi proprio lì vicino ai cresimandi.

Dopo qualche altro istante di attesa, ecco giungere anche il gruppo della nostra parrocchia. Li vedo un po' smarriti e confusamente trovano posto nei banchi affiancati dai rispettivi padrini e madrine. Nel gruppo scorgo anche la catechista e gli assisenti più giovani che hanno accompagnato i ragazzi in tutti questi anni. Sono quattro, come le seggiole riservate, di cui noi ne stiamo occupando due. Capisco che c'è un errore. O meglio, che abbiamo commesso uno sbaglio sedendoci lì in quel posto ed allora invito Maria Luisa ad alzarci e a spostarci più a lato dove nel frattempo han preso posto anche i genitori ed altri parenti.

Prima di abbandonare definitivamente le seggiole faccio un cenno agli assistenti ed indico loro dove possono sedersi. Poi noi ci ritiriamo in buon ordine cercando, se possibile, un altro posto dove metterci a sedere. Non è rimasto che l'ultimo banco in fondo. Sul lato dello schienale, invece del semplice inginocchiatoio, vi è anche un ripiano a mo' di panca che va benissimo per non dover assistere in piedi alla cerimonia.

A Maria Luisa pare strano di dover dare le spalle al centro della cattedrale. In effetti lo è un po' anche per me, ma non più di tanto perché lì siamo proprio di fronte all'altare del Santissimo e quando staremo seduti, in realtà volgeremo lo sguardo a Lui ed avremo il privilegio di stare proprio in prima fila.

Inizia la funzione ed i prelati, fuoriuscendo dalla sacrestia, in breve processione passano proprio davanti a noi. Lì in mezzo a loro c'è anche il Vescovo e pertanto possiamo vedere il suo passaggio da vicino e scambiare un sorriso con il sacerdote che ci ha aiutato nel preparare gli incontri in cui noi siamo stati gli accompagnatori dei genitori dei ragazzi.

Durante l'omelia monsignor Vescovo ci parla di Giovanni, l'evangelista, che ha scritto le parole di Gesù riguardo all'amore del Padre. Chi vede Lui vede il Padre perché i due sono una cosa sola. E come in un libro bilingue possiamo capire il messaggio steso in un idioma per noi sconosciuto, così ora noi possiamo conoscere Dio, che non vediamo, per le opere e le parole di suo figlio che è venuto in mezzo a noi e ci ha mostrato il Padre.

Mentre il Vescovo seguita nell'esposizione della sua riflessione, usando immagini semplici per farsi comprendere bene dai più piccoli, senza per questo risultare banale o scontato per gli aduti, per un istante mi sfiora il pensiero d'incontrare Dio e di vederlo faccia a faccia. E la cosa mi pare sorprendente e sconvolgente al tempo stesso, così che tutto il resto ormai non conti più.


venerdì 17 maggio 2013

Io non sono come James Bond

Il titolo di questo post è una fin troppo facile parafrasi del film che mia moglie ed io abbiamo visto in settimana a Cremona. "Noi non siamo come James Bond" non è di certo una pellicola destinata al vasto pubblico, ma più propriamente può trovare la sua giusta collocazione in una rassegna cinematografica dedicata a spettatori dal gusto particolare che non disdegnano degustazioni di frontiera.

Fin dalle prime sequenze si ha l'impressione di assistere ad una sorta di documentario introduttivo all'azione filmica che dovrà svolgersi successivamente. In realtà ci si trova ben presto immersi nelle vicende personali dei due protagonisti - di cui uno è il regista stesso - che, riprendendo in mano un vecchio progetto, tentano di mettersi in contatto con Sean Connery, l'attore che sicuramente ha interpretato meglio e con più successo il ruolo di James Bond.

Attorno a questo debole filo conduttore, che si dipana come una sorta di auto intervista, emerge ben presto il tema della malattia e della prodigiosa guarigione di cui entrambi i protagonisti han fatto esperienza nella vita reale. Il film vien quasi a colmare un vuoto di senso dell'esistenza di cui improvvisamente si prende coscienza nel momento in cui una leucemia ed un cancro investono prima uno e poi l'altro dei due interpreti.

Come vien detto brevemente in alcune sequenze, in questa rappresentazione, più che tentare di dare delle risposte emerge tutta una serie di domande aperte al libero contributo individuale dello spettatore.

Il tentativo è lodevole, ma in alcuni passaggi - a mio modo di vedere - si procede fin troppo speditamente e i protagonisti perdono l'occasione per arrivare in maniera più profonda ed incisiva al nocciolo della questione. Come rapide pennellate che lasciano i contorni non ben definiti ed i tratti fin troppo sfumati. E così, dal crescendo iniziale denso di aspettative e ricco di filoni narrativi tutti equamente possibili, si arriva nel finale ad una sorta di tono minore che lascia in bocca il sapore dell'incompiuto.

domenica 28 aprile 2013

Tra inferno e paradiso

Chi resta ancorato ai ricordi, si sa, non può andare lontano. D'altra parte i ricordi sono l'ampio bagaglio di chi ha viaggiato tanto. Così, quasi in maniera aforismatica, mi veniva da chiosare un po' di tempo fa ad un amico su Facebook. Talvolta però ci si muove più con la mente che con il piede e, se la fantasia non fa difetto, le meraviglie da scoprire sono certamente più numerose di quelle che potremmo scorgere realmente con i nostri occhi.

Un buon libro è spesso il nostro biglietto di viaggio più caro, non economicamente parlando. Saliamo sul treno di una nuova lettura e non è infrequente scoprirsi dispiaciuti di essere ormai giunti a destinazione. Ora che eravamo entrati in sintonia con i nostri compagni di viaggio, ci tocca a malincuore di scendere da quel vagone che ci aveva tenuti ben al riparo per alcune ore dal mondo agitato che c'è là fuori intorno a noi.

A volte di un romanzo non sappiamo trattenere che una frase soltanto. Forse dell'intero scritto ne conserva il sapore intenso o magari siamo noi soltanto a darle un valore alto perché quel capoverso risuona e fa muovere le corde del nostro animo. E così per un attimo restiamo sospesi in quel limbo che è a metà strada fra l'inferno delle nostre preoccupazioni quotidiane ed il paradiso che custodisce i nostri sogni migliori.


domenica 7 aprile 2013

Aria nuova

Esco per un attimo sul balcone
 e sento dapprima sulle gote
 e poi su per le narici
una fresca brezza come d'aria nuova.

Ma non c'è il sole
 e tutt'attorno splende il grigio
in questo cambio di stagione
che forse non meritiamo
 e che pertanto seguita a non tornare.

Basta pioggia, che è benedetta sì,
 ma quando è troppa
mina la salute delle ossa fin al punto
che poi anche lo spirito ne risente.

Ma non s'odono gli uccelli cantare intorno?
 Dove saranno mai invece di far da sottofondo
nel lento fluire delle nostre giornate?

Mi dedicherò ancora un po' agli affanni di sempre
 e chissà se è giusto che io spenda così
il prezioso tempo che più non torna.

Dimmelo tu qual è il modo più opportuno
di venirti incontro amore
senza temere di aver preso la strada più lunga
come un navigatore configurato male.

Eppure non dovrei esitare ancora
 perché è lontana l'ora in cui imparai
come imboccare la diritta via.

Tienimi per mano perché il giorno presto muore
e se ti ho accanto
anche l'aria nuova di cui ho bisogno non manca.

Nella tremula luce di una candela
contemplo il tuo sorriso
e non c'è cena che mi possa dare
identica sazietà, come starti a guardare.


martedì 26 marzo 2013

L'ateo perfetto

Eravamo degli atei perfetti, di quelli che non si pongono più interrogativi sul loro ateismo. Gli ultimi militanti anticlericali che si scagliavano ancora contro la religione nelle riunioni pubbliche ci parevano patetici ed un po' ridicoli, quali lo sarebbero degli storici che s'impegnassero a confutare la favola di Cappuccetto rosso. Il loro zelo non faceva altro che prolungare inutilmente un dibattito chiuso ormai da lungo tempo dalla ragione.

L'ateo perfetto non era infatti ormai più colui che negava l'esistenza di Dio, ma colui per il quale non si poneva neppur più il problema dell'esistenza di Dio.

ANDRÉ FROSSARD
Dio esiste
io l'ho incontrato


SOCIETÀ EDITRICE INTERNAZIONALE
TORINO

Ecco un altro libro letto tutto d'un fiato nel breve spazio di un pomeriggio passato in ospedale a fianco di Maria Luisa sottoposta ad intervento chirurgico per la ricostruzione del tendine del pollice sinistro.

sabato 23 marzo 2013

Meno di 75 minuti

Con l'avvento della Quaresima, mia moglie ed io avevamo espresso il desiderio di accostarci al Sacramento della confessione per tempo, ben prima della Settimana Santa. Ed invece, nonostante tutte le nostre buone intenzioni, non siamo riusciti a dare concretezza a questo proposito se non oggi pomeriggio soltanto, giusto alla vigilia della domenica delle Palme.

Dopo l'immancabile riposino pomeridiano, fonte di riconciliazione con le energie fisiche disperse durante la settimana lavorativa, abbiamo preso la macchina e ci siamo diretti verso il centro cittadino. Lasciata l'auto in un affollato parcheggio ad accesso libero, ci siamo incamminati verso la chiesa di S. Francesco dove numerosi frati sono disponibili ad accogliere i penitenti di ogni età.

Giunti là, vorrei trattenere Maria Luisa presso il confessionale che è collocato in fondo alla navata laterale, proprio lì a fianco del portale d'ingresso. Ma lei, nonostante non ci sia nessuno e si debba presumibilmente aspettare soltanto che esca chi ci ha preceduto, ne scorge un altro che si sta liberando più avanti e m'invita a seguirla. Con passo affrettato lo raggiungiamo e lascio che sia lei ad entrarvi per prima. Mentre mi guardo intorno per trovare un posto dove sostare, mi accorgo che è appena uscito un signore anche dal confessionale che avevamo abbandonato. Ritorno allora sui miei passi e con circospezione entro anch'io a chiedere perdono.

C'è decisamente meno ressa delle altre volte, nonostante ormai la Pasqua non sia più tanto lontana e così, a conti fatti, ci avanza più tempo del previsto. Propongo allora a mia moglie di arrivare fino in piazza Vittoria per visitare una stazione del nuovo metrobus. Nei giorni scorsi c'è stata l'inaugurazione. Saremmo voluti accorrere anche noi per dare un'occhiata a questa nuova grande opera della nostra piccola cittadina, ma dopo aver letto su facebook delle lunghe attese patite da alcuni amici per la gran folla di metroentusiasti, abbiamo deciso di rimandare la visita ad un momento più favorevole.

Mentre ci avviciniamo al centro della città, ci viene incontro una ragazza che ci domanda a bruciapelo qual è stato l'ultimo libro da noi letto. Quasi fosse passato ormai un decennio, non riesco a dirle nulla e la mia espressione smarrita la disarma totalmente e, non riuscendo più a chiederci nulla, ci lascia proseguire per la nostra strada. Mentalmente ripenso al libro di Gramellini che sono riuscito letteralmente a divorare nel ristretto spazio di un fine settimana. Possibile che non sia stato in grado di ricordarmi tempestivamente di quel romanzo? Fai bei sogni. Ecco, ora mi rammento il titolo e cerco subito di fissarmelo bene in testa per poter fornire una pronta risposta, casomai dovessimo essere bloccati nuovamente al nostro ritorno.

In direzione della chiesa di S. Agata noto un moderno ascensore che riporta in superficie alcuni viaggiatori. Noi decidiamo di girare l'angolo e di scendere a piedi giù per le scale che trovano sbocco su via Verdi. Una volta scesi di sotto, ci guardiamo un attimo in giro, ma in realtà non c'è granché da vedere. Non ho voglia di fare come quello che schiaccia il naso sulla vetrina della pasticceria e poi non entra a prendersi neppure una fetta di torta. Ed allora propongo a Maria Luisa di acquistarci un paio di biglietti e fare il nostro primo giro esplorativo in metropolitana.

Mentre armeggio un attimo impacciato di fronte al distributore automatico, mia moglie mi viene provvidenzialmente in soccorso e mi consiglia di selezionare sul touch screen il tipo di biglietto da acquistare senza che io continui ad insistere nel voler infilare le monete in quella che evidentemente non è la fessura adatta. Mi viene in mente lo stesso tipo d'impasse da me patito nella metropolitana di Parigi, quando vi portai i ragazzi nel 2002. Anche allora, dopo alcuni istanti di sconcerto, fui provvidenzialmente assistito da Alessandra che dall'alto dei suoi nove anni dimostrava di sapersi districare meglio di me davanti ad un dispositivo elettronico.

Con il nostro bel biglietto in mano, scendiamo altre due rampe di scale e subito approdiamo al punto d'imbarco. Questa stazione è situata esattamente a metà del tragitto. Noi ci muoveremo in direzione di S. Eufemia, lasciando l'esplorazione dell'altro tratto ad un'altra occasione. Il pannello a messaggio variabile ci avvisa che l'attesa si protrarrà per altri 6 minuti. Mi guardo intorno ed osservo le pareti ancora immacolate. Speriamo che non le insozzino troppo presto. La struttura è ancora nuova e temo che non resterà così a lungo.

Un rapido scambio di battute con Maria Luisa ed il convoglio è subito in arrivo. Salgo, quasi con lo spirito di chi non ha mai preso un mezzo pubblico di questo genere e, mentre mia moglie trova comodamente posto a sedere, nonostante vi sia ancora posto, preferisco restarmene in piedi. Intanto una gradevole voce registrata annuncia le varie fermate che man mano andiamo velocemente raggiungendo. Ben presto il metrò emerge dalle viscere della terra e dopo alcuni tratti in trincea eccoci ora a percorrere gli ultimi chilometri in viadotto sopraelevato.

Giunti alla stazione di fine corsa il piccolo treno di carrozze fa uno scatto di lato e si posiziona sul binario dell'opposto senso di marcia. Chiedo conferma ad un addetto dell'azienda di trasporto ed apprendo così che non siamo costretti a scendere per fare ritorno. Ha cominciato a piovere e non è il caso di sostare un attimo all'aperto. Invito Maria Luisa a portarci in testa al vagone da dove potremo meglio apprezzare la corsa del mezzo. La faccio sedere di lato mentre mi soffermo a guardare alcuni genitori che fanno accomodare i loro bambini proprio in prima fila. Mi viene spontaneo pensare che a loro tocca assecondare la curiosità dei propri piccoli mentre invece mia moglie deve dar retta al bambinone che s'è portata appresso.

E così in meno di 75 minuti ritorniamo al punto di partenza senza aver usufruito appieno del tempo concesso dal nostro biglietto. Questo breve viaggio esplorativo mi sembra quasi una metafora della vita. Talvolta si attraversano velocemente alcuni luoghi e non ci si ferma neppure un attimo per prendere visione con calma del posto, né per incontrare le persone che vi abitano.


sabato 2 marzo 2013

Sede vacante





Sul finire dello scorso anno, ricevuto l'annuncio che il Papa avrebbe aperto un account su Twitter, mi sono deciso anch'io a fare altrettanto. L'idea mi era balenata in testa un bel po' di tempo prima, forse giusto per esplorare anche questo angolo del web, ma poi mi aveva frenato una sorta di diffidenza ed avevo lasciato perdere. Con l'ingresso ufficiale di Sua Santità, scioglievo ogni riserva e facevo, per così dire mia, la scelta del Pontefice, con piena fiducia nelle buone possibilità offerte da questo ennesimo sistema di comunicazione di massa.

Creato un account personale, ho cominciato esordendo nel più classico dei modi, secondo lo stile prevedibile di ogni programmatore della vecchia scuola. "Hello world!" è stato il mio primo Tweet datato 3 dicembre 2012. Il 7 dicembre, vigilia dell'Immacolata e festa di S. Ambrogio, ho voluto ripetere l'esperienza ed ho proferito un altro cinguettio: "In trepidante attesa". Chiaramente indirizzato a colui che era stato l'ispiratore e mi aveva spinto ai primi gorgheggi. Quello stesso giorno, pieno di ardimento, mi sono cimentato anche in un breve saluto all'indirizzo di @Pontifex_it ed ho scritto "Resta con noi perché ormai si fa sera".

Anche se il Papa non aveva ancora iniziato a lanciare messaggi per questa via, tutti eravamo invitati a mandargli un saluto e questa citazione del vangelo, proferita dai pellegrini di Emmaus, sembrava per me il modo migliore per accoglierlo e farlo partecipe del mio desiderio di continuare a godere della sua presenza. Non ho la pretesa, con tutti i messaggi a lui indirizzati fin dai primi giorni, di essere arrivato direttamente agli occhi del Papa, ma chissà se avrebbe potuto sorprendersi di leggere qualcosa che - con il senno di poi - poteva anche riferirsi a quella difficile scelta che di lì a pochi mesi avrebbe annunciato e che sicuramente albergava con grande travaglio nel suo cuore?

Ora l'account Pontifex_it è stato chiuso, causa la sede vacante, e quindi le poche conversazioni con lui restano in un certo qual modo monche perché mancano del suo tweet originario che non riesco a riportare con precisione, ma soltanto citare a senso per inquadrare meglio la mia risposta.

All'invito di raccontare qualche nostro ricordo relativo al periodo natalizio dell'infanzia, ho così scritto: "Abitavamo in campagna e ricordo che mia madre mi portava a visitare i presepi nelle cascine vicine. Che meraviglia di colori!". All'invito a pregare per l'unità dei cristiani, con una certa sfacciataggine ho risposto: "Santità mi permetta un commento. Aggiungerei anche di andarsi reciprocamente incontro e non aspettare soltanto il passo altrui". Per una bella frase sull'amore di Dio che non viene mai meno: "Basterebbe questo a cancellare la disperazione di certi momenti. L'amore davvero basta a salvare una vita".

Appresa la notizia delle sue dimissioni ho scritto soltanto questo: "Grazie per il bene fatto". Avrei voluto scrivere semplicemente "Grazie", come ho fatto altre volte, convinto che questa parola di sole sei lettere sia così densa di significato che ogni altra sfumatura accessoria sia inutilmente ridondante. Avendo però appreso da un servizio televisivo che l'account del Papa in queste poche settimane di vita era stato fatto oggetto d'insulti e di messaggi negativi in percentuale così elevata da superare di gran lunga qualsiasi stato fisiologico, onde evitare di essere frainteso e che potesse essere male interpretato il mio messaggio, ho voluto far seguire esplicitamente anche la motivazione.

Ed ora, come tutti sappiamo, la sede è vacante. Ci vuole, molto, tanto coraggio a riconoscersi inadeguati a portare avanti l'alto compito di guidare la Chiesa, riconoscendo umilmente di non esserne più capace. Non così i nostri governanti che, perduta una poltrona, ne guadagnano subito un'altra altrove, prima ancora che riescano a freddarsi loro le terga. E forse, nonostante non ce ne siamo ancora accorti, la fine del mondo - almeno di quello che conoscevamo prima - è già iniziata e cambiamenti epocali sono già in atto.


sabato 9 febbraio 2013

Le parole degli altri son meglio delle proprie

In Fai bei sogni scrivo che non essere amati è una sofferenza grande, ma non la più grande. La più grande è non essere amati più. Assaggiati e sputati come una caramella cattiva. E' il timore di venire abbandonati che ci impedisce di abbandonarci.

Quando illustro in pubblico questi concetti mi capita di incrociare smorfie perplesse. Allora li attribuisco a Jung.

Per non avere più paura di soffrire è indispensabile liberarsi dal dolore. Milioni di persone provano a farlo ogni giorno, prodigandosi in preghiere e buone azioni oppure stordendosi con droghe ed esperienze estreme. Ma, come diceva Jung, i ricordi dolorosi non si possono eliminare. Quello che si può eliminare è il dolore associato ai ricordi.

Oggi riesco a pensare a mia madre senza più provare dolore perché ho accettato intimamente una verità indimostrabile: che tutto ciò che accade è sempre giusto e perfetto. Che il dolore è qualcosa che ci capita addosso non per sfortuna, ma per concederci l'opportunità di conoscere la parte irrisolta di noi.
 
(...)

Se da quando nasci a quando muori nella tua vita non è cambiato tutto o almeno qualcosa, significa che la vita non ti è servita a niente.


A SOGNI FATTI in Fai bei sogni di MASSIMO GRAMELLINI - LONGANESI


sabato 2 febbraio 2013

Altri organi





   Certo, accadono cose che un tempo la nostra ragione non avrebbe creduto possibili. Ma forse possediamo altri organi oltre alla ragione, organi che allora non conoscevamo, e che potrebbero farci capire questa realtà sconcertante.
 
Io credo che per ogni evento l'uomo possieda un organo che gli consenta di superarlo.
 
    Se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, dovunque essi siano, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l'uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare - se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e diventare fattori di crescita e di comprensione -, allora non siamo una generazione vitale.

Etty Hillesum

Lettere
1942 - 1943

GLI ADELPHI


sabato 19 gennaio 2013

La sconfitta

 Ho combattuto con le parole ed ho perso
 perché la mia lingua era affilata,
ma non abbastanza da penetrare fino al
 punto di divisione del corpo e dell'anima.

Ho lottato tenacemente oltre ogni
 possibilità di resistenza, tenendomi
in piedi anche quando sentivo le forze
 venir meno, quando il vigore finiva.

Ho amato ogni momento come se non
 ve ne fosse un altro, perché è giusto
bere fino in fondo il calice che
 ci vien servito, dolce o amaro che sia.

Ho pregato che venisse un giorno migliore
 dove ognuno potesse sorridere,
ma la cattiveria è stata superiore alla
 grazia e lo sconforto ha regnato sovrano.

Ho desiderato tornare indietro nel tempo
 per cambiare le scelte di un giorno,
ma una sola possibilità è data e quel che
 non si sceglie resta perduto per sempre.

Ho messo pace nell'animo perché ormai
 tutto era compiuto e non sarebbe servito
implorare un diverso destino.
 Più di ogni cosa ora conta accettare.


Dove ti porta il cuore

Ci sono pochissimi libri che io sia mai riuscito a leggere per intero nell'arco di una sola giornata. Certamente fra questi posso annoverare "Va' dove ti porta il cuore", il famosissimo romanzo scritto da Susanna Tamaro nel 1994. Qualche anno più tardi mi è capitato di ascoltare la scrittrice in un'intervista televisiva. Rimasi meravigliato per il giudizio totalmente negativo che lei stessa dava alla protagonista del suo libro, l'aziana signora che fa alla propria nipote una confessione in cui emerge silenziosamente una menzogna che ha travolto la sua famiglia. Per me non era stato così: non avevo dato questa interpretazione. Semplicemente avevo trovato nel libro un invito esplicito, rivolto prima alla nipote e poi anche al lettore stesso, a lasciarsi trasportare là dove il cuore ci suggerisce per non dover stilare, al termine della propria vita, un bilancio ricco di rimpianti.

Nello stendere di seguito un elenco dei miei post precedenti, sono ben conscio che quanto a me può apparire gradevole e significativo in realtà potrebbe non trovare un'eco altrettanto favorevole nel lettore, proprio perché differente è il vissuto di ciascuno di noi.
 

Quello che le donne non vogliono più 

Sabato italiano

L'uomo nuovo

Pane e sorriso

Rivelazione

Desideri realizzati 

L'umanità negata 

Il pettine sdentato

Ladri di biciclette

L'orchidea

Davanti al bar

Fragoline di bosco 

Solitudine 

Uniti per la vita 

Scene da un matrimonio

Non solo soldi

Il fiore più bello

Cinema di periferia 

L'eleganza del riccio

La croce

La bambolina di Anna

L'autostrada dei Rosari

Dormire 

Quanto dura l'amore

Morto che parla

Luce nelle tenebre

L'altro diario

Ciao Piera

La torre di Babele 

Livemmo centro del mondo

Mio nipote

Mio padre

La solita vita di sempre 

Crisi solidale

Straniero in patria

Le scarpe

Sette vite

Dietro quella porta

Chicchina

C'era una volta in Australia 

Troppa montagna può far male 

SMS

Al titolo ci penso dopo

Cara Santina

Uno sguardo a domani 

Passato che ritorna

Buon compleanno Ale 

Bontà d'animo

Matrimoni preziosi 

Summer time

Vita a due

Contro natura

Bozze di vita

La Serva di tutti

Maria, Lui sa 

Mentre il giorno muore

Aspettando l'autobus

Facebook mania

Come dimenticare?

Un ventesimo di millennio

Le ossa dei morti sorreggono la chiesa 

Volere volare

Aperti a qualsiasi ipotesi 

Il piccolo seme

Il coro

Teoria del mondo imperfetto 

La settimana prima degli esami 

La montagna

Pazienza infinita

Verso la meta 

Fare un fioretto 

Il mio nome 

Incorrisposto amore

Pomeriggio di novembre

Passato il giorno

La difficoltà di essere se stessi

 
Concludendo questa sorta di indice, autoreferenziale per antonomasia, debbo convenire che avevi ragione tu, Alessandra. Stamane l'avrei passata davanti al computer e non in singolar tenzone per spazzar via da casa lo sporco e la polvere.


domenica 13 gennaio 2013

Le ultime parole

- "Riconosci questa mano?"
- "Certo! E' quella del mio Ciccio"
- "Se vuoi andare, io ti lascio andare"
- "Dove?"
- "Ovunque andrai, certamente starai meglio che qua"
- "Ah..."