Ci sono forze del male che premono da ogni direzione per cancellare ciò che di bello abbiamo costruito con dura fatica.
Non prevarranno.
Questo Blog nasce con l'intento di pubblicare il pensiero, anche quello più intimo, di una piccola anima.
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sabato 15 aprile 2017
venerdì 14 aprile 2017
La porta stretta
Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
lunedì 10 aprile 2017
domenica 2 aprile 2017
Porgi l'orecchio e ascolta
Fermati un attimo,
prendi lo sgabello.
Siedi qui, davanti a me.
Porgi l'orecchio e ascolta.
Non aver fretta di capire,
non trarre conclusioni affrettate.
Lascia perdere ogni distrazione,
ogni rumore che proviene da fuori.
Sii docile e concedimi un poco
della tua pazienza.
Sforzati di non pensare a null'altro
che a ciò che sto per dire.
Semplicemente questo importa,
non v'è altra ragione.
Che tu mi stia a sentire
e solo allora potrai giudicare.
prendi lo sgabello.
Siedi qui, davanti a me.
Porgi l'orecchio e ascolta.
Non aver fretta di capire,
non trarre conclusioni affrettate.
Lascia perdere ogni distrazione,
ogni rumore che proviene da fuori.
Sii docile e concedimi un poco
della tua pazienza.
Sforzati di non pensare a null'altro
che a ciò che sto per dire.
Semplicemente questo importa,
non v'è altra ragione.
Che tu mi stia a sentire
e solo allora potrai giudicare.
sabato 25 marzo 2017
Specchio delle mie brame
Non sono un tipo che cambia spesso l'immagine del proprio avatar. Lo faccio solo di tanto in tanto per adeguarla meglio all'età che avanza e che non può restare sempre ferma ed immutabile. Non sono, insomma, come quelli che modificano sovente il proprio profilo per farlo corrispondere allo stato d'animo del momento.
Qualche giorno fa sono rimasto colpito dall'immagine del profilo WhatsApp di mia nipote. L'ho ingradita ed ho visto, come in un gioco di specchi, il lungo corridoio di un palazzo, o di un museo, dove la ragazza era stata fotografata appoggiata allo stipite di un portale lasciando intravedere in distanza tanti altri passaggi così da sembrare un effetto di rimbalzi di luce piuttosto che un'inquadratura verso uno spazio più profondo.
Quella posa mi ha richiamato alla mente la foto che ho scattato sul finire dello scorso anno nella toilette del museo Centrale Montemartini di Roma. L'ho subito recuperata e l'ho inviata alla nipote per augurarle una buona domenica confidandole al contempo quale sarebbe stato il titolo del mio prossimo post su questo blog.
Non passo molti istanti davanti ad una lastra di vetro ricoperta sul retro da uno strato di argento o di alluminio. Indugio quel tanto che basti per darmi una pettinatina prima di uscire di casa oppure quando alzo lo sguardo dal lavabo mentre mi lavo i denti. Né più né meno del tempo medio che potrebbe impiegare ciascuno di voi; signore escluse, che han sempre qualcosa in più da osservare o da rimettere a posto con un po' di trucco o di belletto.
Qualche capillare rotto sotto la superficie della pelle oppure qualche macchia di pigmentazione più scura se ne stanno lì a documentare le primavere ormai sempre più numerose. Non m'importa nascondere una nuova ruga e neppure mi curo troppo del diradamento dei capelli sempre più brizzolati come è indicato sul mio ultimo documento d'identità.
Ho cominciato ad accettare i primi segni d'invecchiamento del corpo ben prima del compimento del trentesimo anno d'età. Avevo letto infatti da qualche parte che dopo i 25 anni si smette di crescere e si comincia inesorabilmente un lento, ma progressivamente sempre più veloce, declino.
Come siamo, e come saremo, sono stati fissati per sempre quel giorno in cui l'amore di nostro padre e di nostra madre ci hanno chiamato alla vita trasfondendo in noi metà delle loro qualità. Senza possibilità di scelta, ma nella più completa casualità, abbiamo ereditato il meglio o il peggio di loro sperando che la parte avversa sia stata ben controbilanciata dalla corrispondente metà messa a disposizione dall'altro partner.
Poi il resto lo facciamo noi, con la nostra cura per la salute, con la nostra attenzione per quel che mangiamo, con il nostro riguardo per una moderata e continua attività fisica. Cose tutte da seguire con naturalezza, senza farsi prendere da manie o mode del momento che a lungo andare possono causare più danni che benefici.
E questo vale per l'involucro che è il nostro corpo. Ma per la mente, per il nostro spirito, cosa facciamo? Mens sana in corpore sano, dicevano i latini. Ma la cura, l'attenzione, il riguardo per l'esteriorità possono da soli bastare per garantirci uno stato interiore elevato così da poter parlare di benessere generale della nostra persona?
Qualche giorno fa sono rimasto colpito dall'immagine del profilo WhatsApp di mia nipote. L'ho ingradita ed ho visto, come in un gioco di specchi, il lungo corridoio di un palazzo, o di un museo, dove la ragazza era stata fotografata appoggiata allo stipite di un portale lasciando intravedere in distanza tanti altri passaggi così da sembrare un effetto di rimbalzi di luce piuttosto che un'inquadratura verso uno spazio più profondo.
Quella posa mi ha richiamato alla mente la foto che ho scattato sul finire dello scorso anno nella toilette del museo Centrale Montemartini di Roma. L'ho subito recuperata e l'ho inviata alla nipote per augurarle una buona domenica confidandole al contempo quale sarebbe stato il titolo del mio prossimo post su questo blog.
Non passo molti istanti davanti ad una lastra di vetro ricoperta sul retro da uno strato di argento o di alluminio. Indugio quel tanto che basti per darmi una pettinatina prima di uscire di casa oppure quando alzo lo sguardo dal lavabo mentre mi lavo i denti. Né più né meno del tempo medio che potrebbe impiegare ciascuno di voi; signore escluse, che han sempre qualcosa in più da osservare o da rimettere a posto con un po' di trucco o di belletto.
Qualche capillare rotto sotto la superficie della pelle oppure qualche macchia di pigmentazione più scura se ne stanno lì a documentare le primavere ormai sempre più numerose. Non m'importa nascondere una nuova ruga e neppure mi curo troppo del diradamento dei capelli sempre più brizzolati come è indicato sul mio ultimo documento d'identità.
Ho cominciato ad accettare i primi segni d'invecchiamento del corpo ben prima del compimento del trentesimo anno d'età. Avevo letto infatti da qualche parte che dopo i 25 anni si smette di crescere e si comincia inesorabilmente un lento, ma progressivamente sempre più veloce, declino.
Come siamo, e come saremo, sono stati fissati per sempre quel giorno in cui l'amore di nostro padre e di nostra madre ci hanno chiamato alla vita trasfondendo in noi metà delle loro qualità. Senza possibilità di scelta, ma nella più completa casualità, abbiamo ereditato il meglio o il peggio di loro sperando che la parte avversa sia stata ben controbilanciata dalla corrispondente metà messa a disposizione dall'altro partner.
Poi il resto lo facciamo noi, con la nostra cura per la salute, con la nostra attenzione per quel che mangiamo, con il nostro riguardo per una moderata e continua attività fisica. Cose tutte da seguire con naturalezza, senza farsi prendere da manie o mode del momento che a lungo andare possono causare più danni che benefici.
E questo vale per l'involucro che è il nostro corpo. Ma per la mente, per il nostro spirito, cosa facciamo? Mens sana in corpore sano, dicevano i latini. Ma la cura, l'attenzione, il riguardo per l'esteriorità possono da soli bastare per garantirci uno stato interiore elevato così da poter parlare di benessere generale della nostra persona?
sabato 4 marzo 2017
Meglio girarci intorno
Che tempaccio! Sarebbe l'ideale per fare il giro di qualche centro commerciale, ma non ne ho voglia e pertanto me ne starò in casa a rilassarmi un poco e a farmi avvolgere, quasi coccolare, da qualche piacevole ricordo.
Un paio di sabato fa era invece una giornata decisamente più gradevole. Sono uscito con Maria Luisa per fare due passi lungo la pista ciclabile che fiancheggia il fiume Mella. Nei pressi del parco Polivalente ho avuto modo di osservare una recente opera che ha tutta l'aria di una piccola centrale per il recupero di energia rinnovabile dalle acque del fiume.
In quel tratto è stato costruito uno sbarramento artificiale che ha imbrigliato alle sue spalle un modesto bacino di acqua che idealmente dovrebbe alimentare qualche piccola turbina per la generazione di energia elettrica. Almeno credo che sia questa l'intenzione, ma non ho in proposito informazioni più dettagliate, né ho voluto fare approfondimenti con una fin troppo facile ricerca via internet.
Ebbene, sul fianco di questa specie di diga, è stato costruito un corridoio digradante, largo un metro o poco più, costituito da varie vasche disposte ad un livello progressivamente digradante per scendere di circa due metri dal pelo dell'acqua soprastante fino al letto del fiume più avanti.
Mi è sembrato un deliberato riguardo per consentire la risalita, o la discesa, della fauna ittica di questo fiume che insolitamente nell'ultimo periodo è tornata ad essere presente. Pertanto è facile imbattersi nel fine settimana in occasionali pescatori che si trastullano pazientemente lungo le sue sponde.
Il che vorrebbe dire che le acque sono meno inquinate di un tempo quando c'era uno sciagurato sversamento da parte di vari opifici e industrie dedite alla lavorazione dei metalli su in valle. Ed è forse per questo passato ecologicamente poco attento e selvaggio che un amico - da cui ho avuto conferma del ritorno di pescatori sulle rive del Mella - non si fiderebbe proprio per niente a cibarsi di questi pesci.
Che qualcosa stia cambiano in meglio dovrebbe essere testimoniato pure dalla presenza di qualche grosso volatile che notoriamente non si potrebbe scorgere lungo il corso del fiume se davvero non ci fossero i pesci di cui si ciba. Proseguendo di questo passo forse un giorno potremo vedere qualcuno che si avventurerà di nuovo a farci il bagno, così come mi raccontava mia mamma che facevano, quando lei era ragazzina.
Un paio di sabato fa era invece una giornata decisamente più gradevole. Sono uscito con Maria Luisa per fare due passi lungo la pista ciclabile che fiancheggia il fiume Mella. Nei pressi del parco Polivalente ho avuto modo di osservare una recente opera che ha tutta l'aria di una piccola centrale per il recupero di energia rinnovabile dalle acque del fiume.
In quel tratto è stato costruito uno sbarramento artificiale che ha imbrigliato alle sue spalle un modesto bacino di acqua che idealmente dovrebbe alimentare qualche piccola turbina per la generazione di energia elettrica. Almeno credo che sia questa l'intenzione, ma non ho in proposito informazioni più dettagliate, né ho voluto fare approfondimenti con una fin troppo facile ricerca via internet.
Ebbene, sul fianco di questa specie di diga, è stato costruito un corridoio digradante, largo un metro o poco più, costituito da varie vasche disposte ad un livello progressivamente digradante per scendere di circa due metri dal pelo dell'acqua soprastante fino al letto del fiume più avanti.
Mi è sembrato un deliberato riguardo per consentire la risalita, o la discesa, della fauna ittica di questo fiume che insolitamente nell'ultimo periodo è tornata ad essere presente. Pertanto è facile imbattersi nel fine settimana in occasionali pescatori che si trastullano pazientemente lungo le sue sponde.
Il che vorrebbe dire che le acque sono meno inquinate di un tempo quando c'era uno sciagurato sversamento da parte di vari opifici e industrie dedite alla lavorazione dei metalli su in valle. Ed è forse per questo passato ecologicamente poco attento e selvaggio che un amico - da cui ho avuto conferma del ritorno di pescatori sulle rive del Mella - non si fiderebbe proprio per niente a cibarsi di questi pesci.
Che qualcosa stia cambiano in meglio dovrebbe essere testimoniato pure dalla presenza di qualche grosso volatile che notoriamente non si potrebbe scorgere lungo il corso del fiume se davvero non ci fossero i pesci di cui si ciba. Proseguendo di questo passo forse un giorno potremo vedere qualcuno che si avventurerà di nuovo a farci il bagno, così come mi raccontava mia mamma che facevano, quando lei era ragazzina.
venerdì 3 marzo 2017
Fuga dall'isola che non c'è
Ai lettori più attenti non sarà sfuggito che da un po' di tempo a questa parte vado anteponendo ai post un disegno invece di una fotografia. La cosa sta diventando sistematica e m'impegna decisamente un tantino di più che fare mentalmente una cernita delle pose scattate in passato per trovare quella adatta all'argomento di cui ho in animo di scrivere in quel momento.
Ho avuto un certa passione per il disegno fin dall'infanzia. E' ancora nitido il ricordo della suora che alla scuola materna esprimeva tutto il suo entusiastico apprezzamento per i miei mulini a vento. Tracciavo la sagoma di una normale casetta e dal retro facevo emergere le pale incrociate ad ics dandovi un aspetto gradevole sì, ma alquanto distante dalle costruzioni reali che ho visto personalmente qualche anno fa durante il tour dei Paesi Bassi.
Anche alla scuola elementare ho avuto modo di farmi apprezzare per i vari elaborati grafici. In quinta elementare il maestro era arrivato a promettermi un voto in più in scienze affinché andassi alla lavagna a ricopiare durante tutto l'anno le schede del suo libretto. I compagni riportavano solertemente sui propri quadermi ciò che andavo tracciando col gessetto e a me non sembrava vero di potermi rendere utile e nella completa ingenuità non badavo per niente all'insegnante che nel frattempo leggeva il giornale.
Negli anni successivi ho imparato a dipingere un poco più seriamente, senza per altro ritener mai di aver la vocazione per fare l'artista. E questo nonostante avessi ricevuto qualche incoraggiante complimento da un mio cugino più grande che invece in quella direzione era instradato.
Negli anni fra la fine della maturità e l'inizio del servizio di leva ho attraversato il periodo più fecondo ed attivo. Gli studi di storia dell'arte dell'ultimo anno di liceo alimentavano e sostenevano il mio interesse nei confronti dei vari periodi e stili pittorici. Ma erano le tendenze dell'ultimo secolo a stimolare maggiormente la mia fantasia. La pittura metafisica, il surrealismo, il futurismo, l'astrattismo calamitavano la mia attenzione ed esercitavano su di me un fascino particolare, anche se, quando poi mi esprimevo concretamente su un foglio oppure mi cimentavo coi colori ad olio sopra una tela, prediligevo espressioni di tipo figurativo.
Ricordo inoltre che, poco prima di partire per il servizio militare, mi ero prodigato in Parrocchia per raffigurare su grandi cartelloni i vari temi delle domeniche di Quaresima. Li avevo preparati in anticipo perché la mia partenza era fissata per il primo di marzo e non avrei potuto realizzarli settimana per settimana immediatamente prima del giorno festivo.
Poi è arrivato presto il lavoro e con esso è praticamente svanita la passione per la pittura. Ho cercato di sforzarmi un poco durante il periodo estivo, ma da quel punto di vista mi sentivo come svuotato. Non avevo voglia di dipingere e non sentivo per niente l'ispirazione a farlo. Attribuivo questo nuovo corso alla mia attività lavorativa che solleticava la mia fantasia in una diversa modalità altrettanto accattivante.
Ho sempre pensato che più in là negli anni, magari durante il periodo del pensionamento, sarei potuto tornare a rispolverare quella passione giovanile. Recentemente ho iniziato quasi timidamente ad abbozzare qualche schizzo qua e là da anteporre ai miei trafiletti ed ora ci sto prendendo gusto, a tal punto da dare quasi prevalenza all'immagine più che al testo.
Sento la mano decisamente meno precisa di un tempo. Oltretutto non giova per niente lo strumento che testardamente utilizzo. Come per lo scrivere mi servo del rudimentale Notepad, per il disegno ricorro a Paint che mette a dura prova la mia pazienza, ma al contempo mi stimola perché è talmente essenziale da farmi provare una sorta di sottile piacere quando riesco a dirigere il mouse là dove volevo e come volevo.
Non mi faccio illusioni. Sto vivendo questa cosa come una sorta di allenamento. Un diversivo per scrollarmi di dosso la ruggine dopo decenni d'inoperosità. Viaggio con la fantasia e mi sembra d'indossare i panni di un improbabile Peter Pan in fuga dall'isola che non c'è.
Il recipiente
Ho la netta sensazione di avere in testa un sacco di cose superflue
di cui mi devo sbarazzare al più presto.
Libererò il capo dal gravame di questi inutili orpelli.
C'è bisogno di silenzio attorno a me per capire ciò che è importante.
Emergerà dal rumore di fondo quel che conta veramente
e per cui vale la pena di sbattersi da mane a sera.
Ho ancora tanto da dare e non è mai colma la misura per ricevere,
sol che lo si voglia almeno un poco.
Siamo fragili e la nostra forza sta nel riconoscerlo
al di là di ogni ragionevole reticenza.
Siediti qui accanto a me ed ascoltiamo insieme.
Non c'è necessità di grande frastuono.
L'essenziale è suggerito da un sussurro leggero.
Stringi la mia mano nella tua ed avvicinala al tuo petto
così che possa percepire il tuo palpito.
Ora dimmi cosa pensi.
Anzi no, resta muta.
Quello che hai da dire l'ha già intuito il mio cuore.
di cui mi devo sbarazzare al più presto.
Libererò il capo dal gravame di questi inutili orpelli.
C'è bisogno di silenzio attorno a me per capire ciò che è importante.
Emergerà dal rumore di fondo quel che conta veramente
e per cui vale la pena di sbattersi da mane a sera.
Ho ancora tanto da dare e non è mai colma la misura per ricevere,
sol che lo si voglia almeno un poco.
Siamo fragili e la nostra forza sta nel riconoscerlo
al di là di ogni ragionevole reticenza.
Siediti qui accanto a me ed ascoltiamo insieme.
Non c'è necessità di grande frastuono.
L'essenziale è suggerito da un sussurro leggero.
Stringi la mia mano nella tua ed avvicinala al tuo petto
così che possa percepire il tuo palpito.
Ora dimmi cosa pensi.
Anzi no, resta muta.
Quello che hai da dire l'ha già intuito il mio cuore.
domenica 12 febbraio 2017
Separazioni e distacchi
E' forse perché sento inesorabile il progredire degli anni che ultimamente vado accarezzando l'idea di coltivare un progressivo distacco dalle cose terrene, una separazione dai beni materiali in genere. Non provo desiderio di avere nulla in più rispetto a ciò che posseggo e sta diventando davvero difficile consigliare ad un congiunto cosa prendermi per una ricorrenza particolare. Spesso rispondo, in maniera deludente per chi mi ascolta, che non c'è nessun regalo che possa procurarmi gioia maggiore della semplice presenza di chi mi sta attorno.
Eppure non è sempre stato così. Se volgo lo sguardo all'indietro, mi accorgo di avere avuto tante occasioni di temporanea infelicità per qualcosa che mi mancava oppure per ciò che mi era stato portato via. Il desiderio più grande, allora, sarebbe stato quello di poter riportare indietro le lancette dell'orologio e dare agli eventi un corso differente in modo che non dovessi patire quella privazione. Oppure, al contrario, avrei voluto che la clessidra del tempo avesse un pertugio più ampio così da far fluire l'arena in maniera più celere e giungere presto alla realizzazione dei miei sogni.
Tutto passa. E se ce lo auguriamo per il male commesso, la speranza è che non sia così per il bene che nostro malgrado siamo stati in grado di disseminare lungo il percorso, come nell'incedere un po' distratto e prodigo del seminatore che con ampio e ritmato gesto scaglia il seme anche al di là della zolla squarciata dal vomere, oltre il ciglio del campo, sopra la terra battuta. Un po' meno pane per l'affamato di domani, un chicco inaspettato per l'uccelletto o la formica di oggi.
Eppure non è sempre stato così. Se volgo lo sguardo all'indietro, mi accorgo di avere avuto tante occasioni di temporanea infelicità per qualcosa che mi mancava oppure per ciò che mi era stato portato via. Il desiderio più grande, allora, sarebbe stato quello di poter riportare indietro le lancette dell'orologio e dare agli eventi un corso differente in modo che non dovessi patire quella privazione. Oppure, al contrario, avrei voluto che la clessidra del tempo avesse un pertugio più ampio così da far fluire l'arena in maniera più celere e giungere presto alla realizzazione dei miei sogni.
Tutto passa. E se ce lo auguriamo per il male commesso, la speranza è che non sia così per il bene che nostro malgrado siamo stati in grado di disseminare lungo il percorso, come nell'incedere un po' distratto e prodigo del seminatore che con ampio e ritmato gesto scaglia il seme anche al di là della zolla squarciata dal vomere, oltre il ciglio del campo, sopra la terra battuta. Un po' meno pane per l'affamato di domani, un chicco inaspettato per l'uccelletto o la formica di oggi.
domenica 5 febbraio 2017
Penna d'oca
A volte non c'è niente di più rilassante che mettersi davanti allo schermo del PC e lasciare che le dita premano disordinatamente sulla tastiera flebilmente guidate dalla mente che va sfornando pensieri.
Sono associazioni d'idee che fanno rimbalzare i polpastrelli sui quei neri quadratini contraddistinti ciascuno da un differente simbolo. Solo un complicato e spontaneo processo mentale riesce a dare ordine e forma alle idee come non riuscirebbe a fare la sorte in egual maniera se dovesse estrarre dieci, cento, mille volte quelle lettere come un'interminabile tombola.
E' il frutto di una cosciente volontà quello che dà sintesi ai processi mentali che sgorgano soavi da reconditi anfratti per delizia di chi scrive, per il piacere di chi legge.
Sono associazioni d'idee che fanno rimbalzare i polpastrelli sui quei neri quadratini contraddistinti ciascuno da un differente simbolo. Solo un complicato e spontaneo processo mentale riesce a dare ordine e forma alle idee come non riuscirebbe a fare la sorte in egual maniera se dovesse estrarre dieci, cento, mille volte quelle lettere come un'interminabile tombola.
E' il frutto di una cosciente volontà quello che dà sintesi ai processi mentali che sgorgano soavi da reconditi anfratti per delizia di chi scrive, per il piacere di chi legge.
domenica 29 gennaio 2017
Crepuscolo
Il crepuscolo degli dei. L'enciclopedia che leggevo da ragazzo intitolava in questo modo il periodo storico che ebbe come epilogo la fine della seconda guerra mondiale.
Per quanto gloriose e sensazionali erano potute apparire le imprese di quell'enorme massa di persone che aveva dato credito al sogno di un folle visionario, ora inesorabile era giunta la resa dei conti. Chi fino ad allora si era mosso sopra le teste degli altri come un'altezzosa divinità, adesso cadeva ignominiosamente al suolo spodestato dal suo trono.
Per quanto gloriose e sensazionali erano potute apparire le imprese di quell'enorme massa di persone che aveva dato credito al sogno di un folle visionario, ora inesorabile era giunta la resa dei conti. Chi fino ad allora si era mosso sopra le teste degli altri come un'altezzosa divinità, adesso cadeva ignominiosamente al suolo spodestato dal suo trono.
domenica 22 gennaio 2017
Percorsi
Quand'ero ragazzo non avrei sospettato minimamente che un giorno mi sarei occupato di programmazione. Forse anche perché in quegli anni quasi nessuno sapeva cosa volesse dire scrivere software. Tutt'al più sarei diventato ingegnere elettronico. Ma poi, una volta raggiunta l'età per gli studi universitari, la passione per l'hardware è completamente svanita in favore di un'attività che in realtà non le è troppo distante.
Ma durante il periodo della scuola media inferiore erano gli studi di medicina che suscitavano il mio maggiore interesse. Da grande avrei voluto fare il medico perché prendersi cura degli altri era una professione che su di me esercitava un grande fascino e dava soddisfazione al senso di altruismo a cui ero stato educato fin dall'infanzia.
Poi la vita ci para davanti percorsi alternativi che talvolta imbocchiamo con entusiasmo, altre volte con rassegnazione o spirito di adattamento ed obbedienza ad un disegno che noi non abbiamo tracciato nel minimo dettaglio, ma a cui diamo seguito ritenendo che sia una necessità ineluttabile per la nostra piena realizzazione.
Ammetto di essere un tantino ermetico in questi primi capoversi. Chi conosce le tappe della mia vita per averle lette in passato, sempre su questo blog, troverà senz'altro più chiaro cosa intendo.
C'è una domanda che mi sono posto recentemente ed è questa: se avessi imboccato vie diverse da quelle che mi sono ritrovato a percorrere finora, sarei un uomo diverso? Ho accennato al tema di questo post a Maria Luisa ed anche lei mi ha detto che non s'immaginerebbe diversa da quella che è, se avesse seguito strade differenti nelle scelte fondamentali della sua esistenza.
Sì, perché se fossimo state delle persone completamente differenti e distanti in maniera rilevante dai tratti di personalità attuale, probabilmente non avremmo effettuato la scelta del medesimo tragitto. Almeno per me risulta vero il fatto che per imboccare altre direzioni avrei dovuto essere una persona differente.
Non voglio sostenere che sarei approdato sempre alla medesima destinazione. Questo no. Se mi fossi lasciato vivere, se non avessi soppesato con attenzione i pro ed i contro che ogni scelta comporta ed avessi dato credito a qualche dettaglio irrilevante, molto probabilmente ora non mi troverei nell'identico punto, né la penserei allo stesso modo. Ma è proprio perché in qualche modo sono stato fedele alle mie inclinazioni naturali che ora sento di non essere tanto lontano da quel punto di convergenza a cui avrebbero puntato anche altri itinerari.
E qui potrebbe entrare in ballo un discorso più ampio e profondo sul tema della libertà e della predestinazione. Ma non voglio spingermi oltre in campi in cui rischio di muovermi da dilettante. Gli anni passano e si finisce per pensarla un poco diversamente rispetto a quando lasciavamo maggior margine alle inquietudini della gioventù oppure a quel senso d'insoddisfazione che può cogliere ciascuno di noi pensando che il mondo poteva cambiare e non è stato così perché noi ci siamo sottratti e non abbiamo fatto fino in fondo la nostra parte.
Non c'è niente di sbagliato fuori di noi che possiamo contribuire ad aggiustare e ricondurre nel giusto alveo di percorrenza. La più grande impresa che possiamo condurre in porto è preservare noi stessi dal degrado morale e dal disimpegno civile. Ma anche senza essere schierati in prima linea. Ed in questo finisco col dare ragione a mia moglie. Cosa c'è di più rivoluzionario che fare le piccole cose di ogni giorno con impegno straordinario ed al meglio delle nostre possibilità?
martedì 27 dicembre 2016
Piero
Non so da dove cominciare, Piero, perché mi rendo conto che i ricordi che mi hai lasciato sono veramente tanti. Ed allora farò così, partirò dal fondo, da dove tutto è finito, ma da dove in realtà c'è un inizio.
Stavo festeggiando con i miei quando Andrea mi prende quasi in disparte e mi dice senza mezzi termini che tu sei morto. Una sberla secca che va diritta al cuore e non smette di farmi pensare a te per tutto il resto della festa. Quando mio padre e mio fratello se ne vanno, resto ancora un poco coi ragazzi che vogliono condividere qualche pensiero che non han avuto modo di recapitarci il giorno di Natale.
Poi Maria Luisa ed io abbiam provato a venirti incontro per cercare di dare un saluto a chi era lì attorno a te. Ho rifatto quella strada come tanti altri giorni, mentre le ultime luci della giornata si spegnevano alle nostre spalle. Sono arrivato da te ripercorrendo in parte la stessa via che ci porta in ditta per evitare il probabile traffico di Desenzano.
Non sapevo se l'obitorio sarebbe stato ancora aperto, ma venire a darti un saluto meritava il rischio di un viaggio a vuoto. Ma vuoto non è stato. Ci siamo fatti largo fra la folla di ragazzi che stazionavano davanti alla porta chiusa della stanza dove ormai riposi per qualche ora ancora. Ho cercato di entrare con discrezione e non mi è stato difficile riconoscere Emilia, la tua compagna, e poi Paolo il fratello più giovane, quello famoso per le sue passioni musicali.
Sei rimasto a noi celato perché ormai avevano già sigillato la bara. Ma non avevo bisogno di vederti ancora per un'ultima volta perché i ricordi sono davvero tanti e non sarà proprio possibile cancellare alcun fotogramma che resta lì ad infondere tenerezza per gli anni a venire oppure i mesi o anche i giorni soltanto perchè solo Lui conosce bene quanto ancora dura il nostro cammino.
Tornato fuori, ho cercato i tuoi ragazzi. Andrea era andato via, ma Elisa era ancora lì fra le braccia di una commossa amica. Ho visto tua figlia soltanto una volta in azienda e così ho dovuto chiedere quale delle due fosse. Poi ci siamo fatti avanti e le ho detto quel che pensavo e cioè che, passato il momento di grande dolore, debbono essere fieri di aver avuto un padre così tenero e buono.
Le ho detto che mi sembrava di conoscere lei e suo fratello come dei nipoti perché tu condividevi con noi così tanti momenti di vita familiare che non potevamo non sentirli così vicini. Mi sono quasi commosso dopo che Elisa si è gettata al collo di Maria Luisa per scambiare un abbraccio come immagino tua figlia abbia fatto tante volte con te per sentirsi protetta ed amata.
Ciao Piero. Saranno duri i prossimi pranzi di lavoro senza averti lì attorno a noi a condividere tanta parte della tua vita. Diciotto anni da colleghi lasciano un certo segno, ma nel tuo caso la traccia è ben più rimarchevole perché abbiamo condiviso spesso il pane alla stessa tavola del Monastero dove l'amico Dario ha sempre cercato di trattarti più che un amico, come un fratello.
Per contrasto, mi torna alla mente l'immagine di te che in quei primi giorni di novembre del 1998 venivi a fare un colloquio in Spazio Italia. La tua sagoma cominciava a diventarci familiare, la tua vita iniziava ad impastarsi con la nostra.
Ti sedesti obbediente alla scrivania dell'ufficio commerciale e giorno dopo giorno, dalle telefonate che sentivo proprio perché lavoravo nella stanza accanto, capivo che il tuo contributo sarebbe stato prezioso come lo è stato quando hai assunto tu le redini e la responsabilità delle vendite per l'Italia.
Ti abbiamo visto triste e silenzioso quando le vicende personali non sono andate come avresti voluto. Ti abbiamo rivisto contento ed entusiasta per l'amore che era tornato a rifiorire nella tua vita. Abbiamo cercato d'incoraggiarti quando sei stato costretto a cambiare ruolo. Ti dissi che col tempo ti saresti preso le tue belle soddifazioni anche in un campo in cui sentivi con fatica di dover ricominciare da capo.
Avrei un sacco di altre cose da dire, ma le ultime e le prime possono bastare a chiudere come in un abbraccio anche tutte le altre che stanno nel mezzo e che custodiremo come un tesoro geloso perché averti conosciuto ha reso le nostre giornate più belle e quelle nuove di là da venire rischiano di non essere altrettanto allegre e spensierate.
Fai buon viaggio, omone. Cammina sicuro, come quando ti vedevo innanzi a me per prenderci insieme quel pasto che tutto sommato non abbiamo mai rubato, ma che tu soprattutto ti sei guadagnato alla grande, con il tuo impegno, la tua puntualità, la tua dedizione.
Stavo festeggiando con i miei quando Andrea mi prende quasi in disparte e mi dice senza mezzi termini che tu sei morto. Una sberla secca che va diritta al cuore e non smette di farmi pensare a te per tutto il resto della festa. Quando mio padre e mio fratello se ne vanno, resto ancora un poco coi ragazzi che vogliono condividere qualche pensiero che non han avuto modo di recapitarci il giorno di Natale.
Poi Maria Luisa ed io abbiam provato a venirti incontro per cercare di dare un saluto a chi era lì attorno a te. Ho rifatto quella strada come tanti altri giorni, mentre le ultime luci della giornata si spegnevano alle nostre spalle. Sono arrivato da te ripercorrendo in parte la stessa via che ci porta in ditta per evitare il probabile traffico di Desenzano.
Non sapevo se l'obitorio sarebbe stato ancora aperto, ma venire a darti un saluto meritava il rischio di un viaggio a vuoto. Ma vuoto non è stato. Ci siamo fatti largo fra la folla di ragazzi che stazionavano davanti alla porta chiusa della stanza dove ormai riposi per qualche ora ancora. Ho cercato di entrare con discrezione e non mi è stato difficile riconoscere Emilia, la tua compagna, e poi Paolo il fratello più giovane, quello famoso per le sue passioni musicali.
Sei rimasto a noi celato perché ormai avevano già sigillato la bara. Ma non avevo bisogno di vederti ancora per un'ultima volta perché i ricordi sono davvero tanti e non sarà proprio possibile cancellare alcun fotogramma che resta lì ad infondere tenerezza per gli anni a venire oppure i mesi o anche i giorni soltanto perchè solo Lui conosce bene quanto ancora dura il nostro cammino.
Tornato fuori, ho cercato i tuoi ragazzi. Andrea era andato via, ma Elisa era ancora lì fra le braccia di una commossa amica. Ho visto tua figlia soltanto una volta in azienda e così ho dovuto chiedere quale delle due fosse. Poi ci siamo fatti avanti e le ho detto quel che pensavo e cioè che, passato il momento di grande dolore, debbono essere fieri di aver avuto un padre così tenero e buono.
Le ho detto che mi sembrava di conoscere lei e suo fratello come dei nipoti perché tu condividevi con noi così tanti momenti di vita familiare che non potevamo non sentirli così vicini. Mi sono quasi commosso dopo che Elisa si è gettata al collo di Maria Luisa per scambiare un abbraccio come immagino tua figlia abbia fatto tante volte con te per sentirsi protetta ed amata.
Ciao Piero. Saranno duri i prossimi pranzi di lavoro senza averti lì attorno a noi a condividere tanta parte della tua vita. Diciotto anni da colleghi lasciano un certo segno, ma nel tuo caso la traccia è ben più rimarchevole perché abbiamo condiviso spesso il pane alla stessa tavola del Monastero dove l'amico Dario ha sempre cercato di trattarti più che un amico, come un fratello.
Per contrasto, mi torna alla mente l'immagine di te che in quei primi giorni di novembre del 1998 venivi a fare un colloquio in Spazio Italia. La tua sagoma cominciava a diventarci familiare, la tua vita iniziava ad impastarsi con la nostra.
Ti sedesti obbediente alla scrivania dell'ufficio commerciale e giorno dopo giorno, dalle telefonate che sentivo proprio perché lavoravo nella stanza accanto, capivo che il tuo contributo sarebbe stato prezioso come lo è stato quando hai assunto tu le redini e la responsabilità delle vendite per l'Italia.
Ti abbiamo visto triste e silenzioso quando le vicende personali non sono andate come avresti voluto. Ti abbiamo rivisto contento ed entusiasta per l'amore che era tornato a rifiorire nella tua vita. Abbiamo cercato d'incoraggiarti quando sei stato costretto a cambiare ruolo. Ti dissi che col tempo ti saresti preso le tue belle soddifazioni anche in un campo in cui sentivi con fatica di dover ricominciare da capo.
Avrei un sacco di altre cose da dire, ma le ultime e le prime possono bastare a chiudere come in un abbraccio anche tutte le altre che stanno nel mezzo e che custodiremo come un tesoro geloso perché averti conosciuto ha reso le nostre giornate più belle e quelle nuove di là da venire rischiano di non essere altrettanto allegre e spensierate.
Fai buon viaggio, omone. Cammina sicuro, come quando ti vedevo innanzi a me per prenderci insieme quel pasto che tutto sommato non abbiamo mai rubato, ma che tu soprattutto ti sei guadagnato alla grande, con il tuo impegno, la tua puntualità, la tua dedizione.
sabato 24 dicembre 2016
Non c'era bisogno di questo post
Non c'era bisogno di questo post, ma di scriverlo ne avevo necessità io. Così, per ritagliarmi un momento tutto per me alla vigilia di un altro Natale, sempre uguale, come tanti altri. Una natività che ritorna nel nascondimento, sfumata nei contorni, dentro una domenica che ci vorrebbe un po' straordinari, dove la voglia di cambiare è tanta, ma la nostra non basta, se non è quella di tutti.
Ed invece i giorni volano via drammaticamente sempre uguali, senza che l'uomo sia ormai stanco e lo prenda la voglia di deporre le armi, di togliersi il berretto, di slacciarsi la divisa, di allentare i lacci dei polverosi scarponi. Perennemente in lotta, ieri, oggi e domani.
Non c'è distacco, non c'è allontanamento, ma soprattutto non c'è allentamento.
Chiudo gli occhi. Abbasso il capo e lo distendo reclinato poggiandolo sulla piega del gomito, mentre le mani sono ben salde sulla tavola. Un pisolino ancora prima di banchettare. Ma che festa sarà questa con tanti che han più urgenza di una lacrima che di un tozzo di pane?
Vorrei andare via, lontano. Poi un giorno tornare e sorprendermi che tutto è cambiato, che l'uomo è rinato per il domani a cui era destinato.
Ed invece i giorni volano via drammaticamente sempre uguali, senza che l'uomo sia ormai stanco e lo prenda la voglia di deporre le armi, di togliersi il berretto, di slacciarsi la divisa, di allentare i lacci dei polverosi scarponi. Perennemente in lotta, ieri, oggi e domani.
Non c'è distacco, non c'è allontanamento, ma soprattutto non c'è allentamento.
Chiudo gli occhi. Abbasso il capo e lo distendo reclinato poggiandolo sulla piega del gomito, mentre le mani sono ben salde sulla tavola. Un pisolino ancora prima di banchettare. Ma che festa sarà questa con tanti che han più urgenza di una lacrima che di un tozzo di pane?
Vorrei andare via, lontano. Poi un giorno tornare e sorprendermi che tutto è cambiato, che l'uomo è rinato per il domani a cui era destinato.
sabato 17 dicembre 2016
Sarà un caso...
Sarà un caso, ma dall'ultima decade di novembre, da quando cioè ho pubblicato un post che conteneva la parola ISIS, le statistiche del mio blog hanno iniziato a riportare un andamento in notevole crescita con una frequenza di visite ben al di là della media dell'ultimo periodo.
Francamente non credo di avere oltreoceano un pubblico di lettori così numeroso ed affezionato, eccezion fatta magari per qualche parente californiano, da giustificare l'abnorme incremento dell'ultimo periodo.
E' poi il grafico settimanale ad insospettirmi alquanto dato che riporta una frequenza di accessi praticamente costante dove le creste ogni tanto s'innalzano un poco a motivo di occasionali lettori reali e non virtuali come io sospetto.
Immagino infatti che dietro quel regolare pettine ci sia un'azione del tutto automatizzata per raccogliere elementi riguardo ad un'attività da tenere sotto controllo. E penso pure che, avendo citato nuovamente la parola "sensibile" nel paragrafo d'esordio, qualche algoritmo dell'NSA (altra sigla che forse avrei fatto meglio a non riportare) vada immediatamente in fibrillazione.
Lo so che scrivere le proprie riflessioni in un contenitore pubblico espone a questo tipo di rischio e francamente la cosa non mi scompone più di tanto. Mi domando però quanto di vero riesca a dedurre un sia pur sofisticato programma da ciò che scrivo e capire bene fino in fondo se questo possa rappresentare un problema o meno per la sicurezza nazionale di un paese.
giovedì 8 dicembre 2016
La direttrice del coro
Stare diritti di fronte ad una persona ti consente di scrutare i suoi occhi, di guardarle dentro l'anima. Ma osservarla di fianco permette di non condizionarla con la propria presenza, con il proprio sguardo, e lasciarla libera di esprimere ciò che sente di essere in quel momento.
Questa mattina alla messa domenicale sono stato rapito per un istante della direttrice del coro parrocchiale che potevo osservare proprio di lato e non di spalle come solitamente altre volte quando il gruppo è disposto sul palco dirimpetto all'altare. Sono stati la sua mimica facciale ed il movimento armonioso delle mani a catturare la mia attenzione in quei primi istanti della celebrazione. Si muoveva come andasse amorevolmente tirando invisibili fili, con una forza ed una energia che non trovavano pari corrispondenza nei pur zelanti cantori dispiegati dinnanzi a lei.
Ritmava i canti con tale dedizione e trasporto da farmi pensare che in quel momento si trovasse altrove, su un'isola, felice, lontana dalle mille asperità e difficoltà che la vita quotidianamente presenta. Una donna forte, senza eguali, così come Maria di cui si celebra oggi la Solennità dell'Immacolata Concezione.
Questa mattina alla messa domenicale sono stato rapito per un istante della direttrice del coro parrocchiale che potevo osservare proprio di lato e non di spalle come solitamente altre volte quando il gruppo è disposto sul palco dirimpetto all'altare. Sono stati la sua mimica facciale ed il movimento armonioso delle mani a catturare la mia attenzione in quei primi istanti della celebrazione. Si muoveva come andasse amorevolmente tirando invisibili fili, con una forza ed una energia che non trovavano pari corrispondenza nei pur zelanti cantori dispiegati dinnanzi a lei.
Ritmava i canti con tale dedizione e trasporto da farmi pensare che in quel momento si trovasse altrove, su un'isola, felice, lontana dalle mille asperità e difficoltà che la vita quotidianamente presenta. Una donna forte, senza eguali, così come Maria di cui si celebra oggi la Solennità dell'Immacolata Concezione.
Anche se non previsto nell'odierno canone liturgico, m'è venuto facile pensare al Vangelo di Giovanni, alle nozze di Cana, dove la Madonna va a dire a Gesù che il vino è finito e presto non si potrà continuare la festa. E l'Emmanuele risponde: "Donna, che devo fare con te? Non vedi che mi sto intrattenendo con gli amici?".
"Fate quello che vi dirà", soggiunge lei rivolta alla servitù, come una madre sicura per aver ottenuto l'attenzione del figlio. Non un rimprovero, ma un piccolo appunto per averlo costretto a prendersi cura del banchetto.
Quante donne, nel silenzioso operare di ogni giorno, ci costringono a venire allo scoperto, a manifestarci e dare così inizio alla nostra opera. Abbiamo bisogno di madri nuove che aiutino i giovani a compiere le opere meravigliose di Dio. Una sola è la madre del Cristo da cui ci viene la salvezza, ma il mio pensiero riconoscente va a tante altre che operano nell'ombra con eguale dedizione e grandezza.
"Fate quello che vi dirà", soggiunge lei rivolta alla servitù, come una madre sicura per aver ottenuto l'attenzione del figlio. Non un rimprovero, ma un piccolo appunto per averlo costretto a prendersi cura del banchetto.
Quante donne, nel silenzioso operare di ogni giorno, ci costringono a venire allo scoperto, a manifestarci e dare così inizio alla nostra opera. Abbiamo bisogno di madri nuove che aiutino i giovani a compiere le opere meravigliose di Dio. Una sola è la madre del Cristo da cui ci viene la salvezza, ma il mio pensiero riconoscente va a tante altre che operano nell'ombra con eguale dedizione e grandezza.
domenica 27 novembre 2016
Il profilo dell'uovo
Quand'ero piccolo mi domandavo come mai a mio nonno piacesse tanto indossare le bretelle invece della più usuale cintura. Ora che anch'io, con il passare degli anni, vado assumendo il profilo dell'uovo, mi rendo conto che le bretelle sono una necessità per evitare di perdere le brache. Chiederò a Babbo Natale di farmene trovare sotto l'albero un paio variopinto.
sabato 19 novembre 2016
La risposta adeguata
Stamane ho letto questa riflessione di un'amica.
«Se si decidesse di far guerra alla mafia bombardando le città ed i paesi in cui si sa per certo che vi si annida, in Italia saremmo decimati. Probabilmente si colpirebbe anche qualche capo-mafia.
Ecco.
Con ISIS stiamo ragionando così.
O no?»
Forse Matteo 13, 29-30 è una risposta adeguata al riguardo.
"No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano.
Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio".
Ma oggi, chi ha più la pazienza di aspettare il tempo del raccolto? Forse, più che di erba infestante, qui si tratta d'incendio dilagante. E si sa che quando arrivano i pompieri per spegnere le fiamme, spesso va distrutto tutto il locale.
«Se si decidesse di far guerra alla mafia bombardando le città ed i paesi in cui si sa per certo che vi si annida, in Italia saremmo decimati. Probabilmente si colpirebbe anche qualche capo-mafia.
Ecco.
Con ISIS stiamo ragionando così.
O no?»
Forse Matteo 13, 29-30 è una risposta adeguata al riguardo.
"No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano.
Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio".
Ma oggi, chi ha più la pazienza di aspettare il tempo del raccolto? Forse, più che di erba infestante, qui si tratta d'incendio dilagante. E si sa che quando arrivano i pompieri per spegnere le fiamme, spesso va distrutto tutto il locale.
sabato 22 ottobre 2016
Fuochi d'artificio
Ci sono ragionamenti che si aprono e chiudono nello spazio di un breve tempo. Ve ne sono altri che restano aperti e non possono di certo considerarsi compiuti anche dopo numerosi contributi che li rinfrescano a più riprese.
Quest'estate m'è capitato di fare un commento su Facebook per una chiosa di un amico relativamente ad un video interessante su pianeti, stelle e galassie. L'amico concludeva un po' scettico riguardo alle vertiginose dimensioni dello spazio a cui si faceva accenno in questo filmato portando come argomento l'età dell'universo stimata in circa 13 miliardi di anni.
Possibilista e garantista come sono, senza per questo contraddire le conclusioni del commentatore, fra me e me andavo alimentando questa congettura condividendola contemporaneamente in un post sempre sul noto social.
Pensiamo allo spazio come ad un cerchio, se non proprio come ad una sfera. Immaginiamo di trovarci ipoteticamente al centro di questa semplice figura geometrica. Se un fotone impiega poco più di una decina di miliardi di anni per arrivare a noi, come minimo la dimensione dello spazio siderale potrebbe essere il doppio pensando al diametro e non al raggio della circonferenza di cui siamo il fulcro.
Dopo questo mio commento, si è scatenato un interessante ping-pong da parte di un altro amico dell'amico che, a suon di argomentazioni che tiravano in ballo la teoria della relatività, andava di volta in volta puntualizzando e correggendo le mie congetture.
Ad un certo punto, quando pensavo di non essere riuscito a far comprendere fino in fondo il mio punto di vista, ho tagliato corto rispondendo che lui ragionava da fisico, mentre io da libero pensatore. E ci siamo così congedati postando reciprocamente un paio di vedute panoramiche, io dei monti al tramonto che in quel preciso momento stavo osservando e quell'altro di Parigi, città a me tanto cara.
Nei giorni appresso ho copiato ed incollato questo mio scambio con il gruppo WhatsApp dei colleghi di lavoro. Giusto per far circolare qualche pensiero più serio rispetto alle usuali cavolate che ci strappano un sorriso da casa, quando non possiamo condividerle a voce in azienda.
A distanza di un paio di mesi ormai, uno dei colleghi mi fa avere il link di un video che ha trovato interessante e mi dice che in qualche modo riprende le argomentazioni di quest'estate. Ieri sera riesco a ritagliarmi un attimo di tempo per visionarlo. E' su YouTube e quindi vi riporto il link per chi fosse interessato a spendere venti minuti della propria vita con un interlocutore divertente, ma a dir poco approssimativo: https://www.youtube.com/watch?v=Eaj6dYTb_mQ. Pur se il racconto m'era parso alquanto sgangherato, stamane m'è venuta voglia di condividere pubblicamente come l'ho capita io.
L'Universo visibile, più che essere come una enorme sfera di luce, come la palla di un giganteso fuoco d'artificio che ammiriamo estatici nelle sagre di paese, può essere considerato come uno soltanto di quei focherelli che, dopo aver brillato per un po', svanisce come tutti gli altri che hanno concorso a formare quell'enorme sfera luminosa.
Le osservazioni del nostro universo visibile ed i riscontri alle teorie che stiamo avendo con l'ausilio di enormi telescopi mandati in orbita, paiono confermare l'idea che ciò che vediamo, ma anche un po' più in là di questo perché la luce ha una velocità limitata e nel contempo ci stiamo espandendo, è sostanzialmente piatto ed ha una leggera curvatura.
Ed è proprio questa leggera curvatura a farci fare un grande balzo nelle stime fino ad esprimere in trilioni di anni luce la dimensione della scatola che potrebbe contenere tutto ciò che è palpabile ed ha una sostanza.
Finito o infinito? Universi paralleli... Cose da brividi!
Per parte mia guarderò le stelle con spirito diverso la prossima estate, anche quelle che non vedo. E pure i fuochi d'artificio.
Quest'estate m'è capitato di fare un commento su Facebook per una chiosa di un amico relativamente ad un video interessante su pianeti, stelle e galassie. L'amico concludeva un po' scettico riguardo alle vertiginose dimensioni dello spazio a cui si faceva accenno in questo filmato portando come argomento l'età dell'universo stimata in circa 13 miliardi di anni.
Possibilista e garantista come sono, senza per questo contraddire le conclusioni del commentatore, fra me e me andavo alimentando questa congettura condividendola contemporaneamente in un post sempre sul noto social.
Pensiamo allo spazio come ad un cerchio, se non proprio come ad una sfera. Immaginiamo di trovarci ipoteticamente al centro di questa semplice figura geometrica. Se un fotone impiega poco più di una decina di miliardi di anni per arrivare a noi, come minimo la dimensione dello spazio siderale potrebbe essere il doppio pensando al diametro e non al raggio della circonferenza di cui siamo il fulcro.
Dopo questo mio commento, si è scatenato un interessante ping-pong da parte di un altro amico dell'amico che, a suon di argomentazioni che tiravano in ballo la teoria della relatività, andava di volta in volta puntualizzando e correggendo le mie congetture.
Ad un certo punto, quando pensavo di non essere riuscito a far comprendere fino in fondo il mio punto di vista, ho tagliato corto rispondendo che lui ragionava da fisico, mentre io da libero pensatore. E ci siamo così congedati postando reciprocamente un paio di vedute panoramiche, io dei monti al tramonto che in quel preciso momento stavo osservando e quell'altro di Parigi, città a me tanto cara.
Nei giorni appresso ho copiato ed incollato questo mio scambio con il gruppo WhatsApp dei colleghi di lavoro. Giusto per far circolare qualche pensiero più serio rispetto alle usuali cavolate che ci strappano un sorriso da casa, quando non possiamo condividerle a voce in azienda.
A distanza di un paio di mesi ormai, uno dei colleghi mi fa avere il link di un video che ha trovato interessante e mi dice che in qualche modo riprende le argomentazioni di quest'estate. Ieri sera riesco a ritagliarmi un attimo di tempo per visionarlo. E' su YouTube e quindi vi riporto il link per chi fosse interessato a spendere venti minuti della propria vita con un interlocutore divertente, ma a dir poco approssimativo: https://www.youtube.com/watch?v=Eaj6dYTb_mQ. Pur se il racconto m'era parso alquanto sgangherato, stamane m'è venuta voglia di condividere pubblicamente come l'ho capita io.
L'Universo visibile, più che essere come una enorme sfera di luce, come la palla di un giganteso fuoco d'artificio che ammiriamo estatici nelle sagre di paese, può essere considerato come uno soltanto di quei focherelli che, dopo aver brillato per un po', svanisce come tutti gli altri che hanno concorso a formare quell'enorme sfera luminosa.
Le osservazioni del nostro universo visibile ed i riscontri alle teorie che stiamo avendo con l'ausilio di enormi telescopi mandati in orbita, paiono confermare l'idea che ciò che vediamo, ma anche un po' più in là di questo perché la luce ha una velocità limitata e nel contempo ci stiamo espandendo, è sostanzialmente piatto ed ha una leggera curvatura.
Ed è proprio questa leggera curvatura a farci fare un grande balzo nelle stime fino ad esprimere in trilioni di anni luce la dimensione della scatola che potrebbe contenere tutto ciò che è palpabile ed ha una sostanza.
Finito o infinito? Universi paralleli... Cose da brividi!
Per parte mia guarderò le stelle con spirito diverso la prossima estate, anche quelle che non vedo. E pure i fuochi d'artificio.
sabato 15 ottobre 2016
La bella stagione
Ci si rende conto che è finita la bella stagione quando è ora di mettere via l'attrezzatura da giardino. Una tavola fatta di listelli di legno ed una panca entrambi con gambe pieghevoli acquistati anni fa al supermercato e che durante i mesi estivi spostiamo sul balcone per poterci sedere di tanto in tanto all'aria aperta.
l'intensa burrasca di ieri ha posto definitivamente fine ai miei indugi. Lo stravento ha lasciato una patina verdastra assieme a vistose pozzanghere d'acqua sul terrazzo di casa e così per ripulire per bene mi son deciso a traslocare il tutto in altra sede, là dove, insomma, questi pratici arredi trascorrono indisturbati i mesi invernali.
Non è ancora inverno, ma il repentino precipitare delle temperature in quest'ultima settimana ci ha fatto passare rapidamente dalle maniche corte ai maglioni senza transitare troppo per i gilet che solitamente indosso al primo accenno di frescura autunnale.
E con i primi freddi accompagnati da giornate sempre più corte viene pure la voglia di restarsene a letto fino a mattina tarda quando non si deve lavorare o non si hanno altre incombenze urgenti da portare avanti. Ed è così che stamane sono rimasto sotto le coltri ben oltre l'orario che avrei sperato per recuperare qualche ora di sonno perduto dei giorni scorsi.
Al risveglio, non certo mattiniero, avevo ancora in testa uno degli ultimi passaggi onirici e così ho deciso di raccontarlo agli amici sui social network sottacendo un po' il momento preciso dell'avvenimento. Anzi, dando a credere che fosse avvenuto quando anche altri erano alle prese coi propri e non quando ormai restavo in compagnia di chi s'era appena coricato per un turno di lavoro notturno. Così esordivo in un post disseminato un po' qua e là.
Vi racconto il sogno di questa notte.
In questa visione notturna parlavo della montagna, uno dei miei paragoni spirituali preferiti. Una conquista da fare in solitudine o meglio ancora in gruppo numeroso di persone. E poi, chissà perché, dicevo a quelli che stavano lì attorno a me, tutti intenti ad ammirare una cima erta e maestosa, che andare a messa era un po' come salire la montagna. All'inizio, liturgia della parola, si parla molto e si scambiano pensieri, ma poi l'ascesa si fa intima e silenziosa man mano che il mistero si compie ed il sacrificio porta il suo frutto. Finché si giunge ad ammirare tutto dall'alto come su ali d'aquila. La discesa riporta nel mondo, ma noi ci sentiamo ancora lassù: accalorati e trasformati e la gioia sul nostro volto contagia chi ci vede.
l'intensa burrasca di ieri ha posto definitivamente fine ai miei indugi. Lo stravento ha lasciato una patina verdastra assieme a vistose pozzanghere d'acqua sul terrazzo di casa e così per ripulire per bene mi son deciso a traslocare il tutto in altra sede, là dove, insomma, questi pratici arredi trascorrono indisturbati i mesi invernali.
Non è ancora inverno, ma il repentino precipitare delle temperature in quest'ultima settimana ci ha fatto passare rapidamente dalle maniche corte ai maglioni senza transitare troppo per i gilet che solitamente indosso al primo accenno di frescura autunnale.
E con i primi freddi accompagnati da giornate sempre più corte viene pure la voglia di restarsene a letto fino a mattina tarda quando non si deve lavorare o non si hanno altre incombenze urgenti da portare avanti. Ed è così che stamane sono rimasto sotto le coltri ben oltre l'orario che avrei sperato per recuperare qualche ora di sonno perduto dei giorni scorsi.
Al risveglio, non certo mattiniero, avevo ancora in testa uno degli ultimi passaggi onirici e così ho deciso di raccontarlo agli amici sui social network sottacendo un po' il momento preciso dell'avvenimento. Anzi, dando a credere che fosse avvenuto quando anche altri erano alle prese coi propri e non quando ormai restavo in compagnia di chi s'era appena coricato per un turno di lavoro notturno. Così esordivo in un post disseminato un po' qua e là.
Vi racconto il sogno di questa notte.
In questa visione notturna parlavo della montagna, uno dei miei paragoni spirituali preferiti. Una conquista da fare in solitudine o meglio ancora in gruppo numeroso di persone. E poi, chissà perché, dicevo a quelli che stavano lì attorno a me, tutti intenti ad ammirare una cima erta e maestosa, che andare a messa era un po' come salire la montagna. All'inizio, liturgia della parola, si parla molto e si scambiano pensieri, ma poi l'ascesa si fa intima e silenziosa man mano che il mistero si compie ed il sacrificio porta il suo frutto. Finché si giunge ad ammirare tutto dall'alto come su ali d'aquila. La discesa riporta nel mondo, ma noi ci sentiamo ancora lassù: accalorati e trasformati e la gioia sul nostro volto contagia chi ci vede.
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