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lunedì 18 aprile 2016

La decima lettera

Roseto 19 giugno 2006 13:43

Maria Luisa amore mio,
come tante cose che hanno una fine, anche queste lettere si stanno esaurendo. Sentirò la nostalgia di questo momento che mi ritagliavo tutto per me e che passavo qui su questo tavolino mettendo i miei pensieri in comunione coi tuoi. Ieri sera sono asceso a Monte Pagano, come già sai, e ti avevo promesso di scrivertene un poco. Mentre terminavo la cena pregustavo il momento in cui avrei indossato calzini e scarpe più adatte e mi sarei messo in cammino.

Con circospezione sono uscito dall'albergo ed attraverso le vie interne ho raggiunto la via che porta a Colle Patito. Sono passato sotto la ferrovia. Un nuovo sottopassaggio che hanno prontamente imbrattato con la scritta: "Io e te tre metri sopra il cielo". Andrea quando l'ha letta di ritorno da messa voleva cambiarla in : "Io e te tre metri e quaranta sotto il treno" visto che è quella l'altezza indicata per i veicoli in transito. Non ho potuto fare a meno di ridere per la sua arguzia e l'avrei forse aiutato, se il mio senso civico non me l'avesse impedito.

Arrivato sul limtare del paese, proprio dove comincia questo sentiero di ciotoli cementati, ti ho spedito un SMS che annunciava la mia ascesa e la volontà di chiamarti appena raggiunto un comodo spiazzo. Siamo in giugno e quindi le giornate più lunghe rispetto ad agosto mi hanno consentito di scorgere meglio il paesaggio circostante.

Il colle è abbastanza desolato. Il sentiero non è costeggiato da alberi e quindi chi volesse salirvi in pieno giorno sarebbe costretto ad una martoriante arrampicata con rischio d'insolazione. Ma la sera è per me qualcosa di alquanto piacevole. Mentre sali ed i tuoi pori emettono sudore ed il battito del cuore si fa più intenso, osservi le minuscole biche di montaliana memoria che sono disseminate lungo il cammino e tutte prese dalla loro fervida attività non si curano del viandante che rischia di pestarle.

Ogni tanto incrocio qualche lumaca senza guscio che se ne va a zonzo senza meta o semplicemente vuole arrivare dall'altra parte del sentiero. A tratti mi volto e vedo le case diventare piccine. C'è ancora troppa luce e quindi manca la magia delle luci notturne che conferiscono al paesaggio un look da presepe. Salendo fiancheggio un campo di frumento o forse d'orzo. Poi osservo meglio la spiga e son convinto che si tratti proprio di frumento. Avrei voglia di afferrare la spiga, ma in quel tratto uscire dal sentiero non è così agevole e quindi desisto. Penso al contadino che non avrebbe piacere che io defraudi le sue messi.

La stradina si fa spesso stretta e sommersa dalle numerose erbacce. Avrebbe proprio bisogno di una ripulita. Ogni dieci metri circa ci sono torrette che dovrebbero contenere lampade per illuminare il percorso di notte. Molte sono danneggiate, alcune hanno fili esposti. Gentaglia! Non ha altro di meglio da fare che devastare la cosa pubblica e non credo proprio per creare un clima di eventuale privacy per coppiette. Gli amanti all'acqua di rose non scelgono erte impervie per le loro coccole. Sicuramente lavoro di annoiati ragazzacci che amano veder spegnere quei fari nella notte abbattuti sotto i colpi di qualche loro sciagurata sassaiola.

Arrivo quasi in vetta a Colle Patito. Ne scorgo la croce in metallo attorniata da alcune antenne di media od operatori telefonici. Calpesto le erbacce dintorno ad una colonna e con breve balzo poso i miei glutei su di essa. Ti chiamo e per oltre mezz'ora abbiamo una piacevole conversazione, come sempre, interrotta soltanto da una momentanea caduta di linea. Ci congediamo e riprendo la salita. Scorgo quasi subito un'altra panchina dove potevo stare più comodo. E' vicino ad un'abitazione, ma in questo momento mi pare disabitata. La nostra intimità non ne sarebbe stata compromessa.

Il sentiero termina e si congiunge con una stradina asfaltata che porta, via cimitero, al paese di Monte Pagano. Sta facendo buio e fiancheggio una siepe ben curata. Alcune lucciole mi accompagnano. Avrei voglia di catturarne una. Ci provo. Poi penso che hanno il diritto alla loro libertà e lascio perdere. Piccoli esserini in amore. Chissà se anch'io emano un'aura visibile?

In breve raggiungo il cimitero dislocato sotto il paese. La fantasia corre ed immagino d'imbattermi, fra i cespugli, in un cadavere. In tal caso avrei prontamente chiamato il 112 e fatto il mio dovere di cittadino. Raggiungo l'abitato nella cosidetta zona del "Belvedere". Da lì infatti si gode una magnifica vista su Roseto. Attraverso le strette vie che portano alla piazza centrale dove troverò un bar e potrò ristorarmi con una bevanda.

Le case sono in mattoni tipici del posto. Non rossastri, ma color sabbia, simil tufo. Per terra scorgo dapprima disordinati petali poi altri disposti più regolarmente a forma di croce. Ne trovo ogni dove e non so spiegarmi il motivo. Poi chiedo al barista che si dichiara, mestamente, cristiano poco praticante e dice che c'è stata la processione del Corpus Domini. Ne convengo: è quello sicuramente il motivo.

Mi siedo un attimo sui tavolini di plastica all'aperto, sorseggiando l'acqua tonica e mentre rumorosi mocciosi giocano a fianco con i loro moderni cellulari, io col mio antidiluviano ti mando un breve SMS che testimonia il tragitto fin lì fatto. Ritorno nel bar per posare il bicchiere, pagato avevo già all'inizio e quindi saluto il solitario barista. Riprendo felice la via del ritorno attraverso quelle deserte calli che tanto mi ricordano il paese natio di mio padre, su in montagna.

Prima di raggiungere nuovamente il Belvedere sento scendere dalle scale di una casa una persona. La scorgo: una signora che mi vede e gentilmente saluta. Contraccambio e proseguo alambiccandomi in qualche pensiero. Avrei potuto scambiare quattro parole, ma la natura timida del mio animo ha fatto scivolar via quella tenue possibilità.

Lasciato il cimitero sono nuovamente lungo la stradina buia. Ogni tanto alzo lo sguardo in cielo e scorgo alcune stelle. Odo alcuni rumori ed un frusciare nel campo di fianco. Sembra un grosso animale, forse un cane, ma non odo nessun latrato. Un fremito mi percorre le viscere e mi stupisco di essere colto da brividi quasi infantili. Penso ad improbabili cinghiali e fiducioso seguito nella recita del rosario che avevo iniziato lasciando il paese.

Arrivato a Colle Patito non mi è difficile imboccare il sentiero, anche se l'illuminazione è scarsa. Penso di aver fatto bene a non insistere che i ragazzi mi seguissero. Loro saranno comodamente sul lungomare in compagnia di Francesca, Eleonora e rispettive madri. Oggi a pranzo scopro che hanno parlato della mia escursione e la madre di Francesca, Angela, mi prega di salire ancora. Vuole venire anche lei.

I nostri figli, vista la fatica che li attende non paion colti d'entusiasmo. Neppure io in verità. E' stato un momento magico per me, in cui mi sei stata dolce compagna, anche in voce, ma soprattutto in pensieri e non muoio dalla voglia di "contaminarlo" con presenze estranee. Vedremo. Sono stato possibilista, così tanto per non essere scortese ed indelicato.

Stamane non è stata una gran bella mattinata. Il sole non si è quasi mai visto. Poi a pranzo qualcosa di meglio senza un vero e proprio sereno. Ora il cielo è tornato a velarsi. Il bagnino dice che comunque non dovrebbe piovere, ma forse la sua è un'affermazione interessata. Ricevo i tuoi SMS con l'entusiasmo per la pasta al forno della mamma ed altri dettagli tecnici sugli esami che si stanno tenendo a scuola.

Nonostante le numerose cacofonie e ripetizioni di termini, presenti in questa lettera, si dovrebbe capire dal periodare che chi ti scrive è un uomo felice ed immensamente grato per quanto la vita gli sta riservando. Tu in questo hai ampio merito. Ti stringo forte al cuore e mi congedo amore mio.
Tuo per sempre, Romano.

lunedì 11 aprile 2016

La quarta lettera

Roseto 13 giugno 2006

Amatissima Maria Luisa,

anche se sento un po' di sopore, torpore o rallentamento metabolico che dir si voglia, sicuramente legato al desinare ed al goccetto di rosso che l'ha accomapagnato, non ho voglia di coricarmi. Mi sono sistemato in terrazza da cui scorgo per ampio tratto il mare a perdita d'occhio. E' di un azzurro carico leggermente sconfinante nel verde smeraldo. Le onde vanno pigramente a morire sull'arena. I lidi sono disertati e pochissime imbarcazioni si possono scorgere all'orizzonte.

Sono sistemato su un tavolino ed odo provenire dal corridoio lamenti di bimbi recalcitranti che le madri vorrebbero coricare per il riposino di entrambi. Uno stato di benessere diffuso ci pervade e di cui più e più volte sono tornato a sottolineare in questi giorni. Ho messo il cellulare in ricarica come non ricordo il tempo per la frequenza. Solitamente passavano mesi fra un attacco e l'altro alla presa di corrente. Come possono repentinamente cambiare le abitudini.

Questi mutamenti sono per me ben accetti. Mi rendo conto che il nostro rapporto costringe anche te a numerosi giochi d'equilibrio per incastrare le numerose incombenze del vivere quotidiano con tempi e modi da ritagliare sulle esigenze di entrambi. Un po' come una gravidanza. Quello che ti cresce dentro costringe a far spazio, a mutar d'abito, d'alimentazione. Cambia l'abitudine al sonno e tante altre cose che non sto qui noiosamente ad elencare. Una nuova vita è esigente. Se la si accoglie, chiede a te tante energie, te le succhia dal di dentro e tu ben volentieri accetti questo impoverimento per far posto ad un altro io. Un altro tu che prende posto su questo suolo, con le sue aspirazioni, desideri e progetti per il domani.

Altra immagine a cui mi piace paragonare l'amore di un uomo e di una donna è una piantina. Debole, bisognosa di cure ed amorevoli attenzioni. Se la si accudisce cresce presto robusta e rigogliosa. Fa bei frutti dai fiori di lì a poco sbocciati. Ma se la si trascura, se ci si distrae, come i pochi vasi del mio appartamento, dopo un po' ingiallisce, le foglie seccano ed i rami presto si spogliano. Il lavoro e la cura come giardiniere dev'essere piacevole, quasi spontaneo. Richiede dedizione costante ed occhio allenato per cogliere in tempo i segni di appassimento. Non bisogna lasciar mancare l'essenziale acqua, né darne troppa altrimenti, come ben sai, marcisce.

Ma l'amore, seppur paragonabile ad un fiore, non è una pianta. E' qualcosa che ha la possibilità di rinascere anche quando inevitabilmente avvizzito o soffocato da preoccupazioni esterne. Mi rendo conto che il discorso potrebbe apparirti alquanto ermentico. Cosa avrà voluto dire Romano in questi passaggi? Tieni bene in mente che sto lasciando libera la penna di scorrere dove vuole maldestramente guidata da una sonnecchiante volontà. Non dare un peso ed un valore assoluto alle mie affermazioni. Accettale così come sono.

Come pensieri sciolti che ti giungono di lontano, ma dolcemente sussurrati da dietro la nuca come se io fossi lì accanto a te. Con la mano che ti solleva mestamente le tue lisce ciocche e con le labbra che dolcemente ti baciano il collo proprio lì dove si congiunge alla spalla. Ti ho stretto fra le braccia troppo poco per sentire la sazietà di quei teneri gesti. Mille carezze ci attendono ancora. Il tuo fisico tonico e possente suscita nel mio il desiderio di un approdo sicuro e foriero di dolci sensazioni.

Credo di lasciarmi andare un po' troppo ad immagini languide, ma siamo anche questo. C'è comunione d'animo, ma sento anche quell'attrazione fisica di cui avevo bisogno per sentirmi davvero investito da un amore totalizzante. Non hai bisogno di ribattere molto. Mi par di vedere i tuoi occhi brillare della medesima luce. Mi dicesti al telefonino che, pur fra mille incombenze, torni presto a rifugiarti nel pensiero di me per trovarne ristoro. Quanta bellezza in tutto questo.

E' naturale sentirsi così e la meraviglia è che questo non ha limite d'età. Il nostro cuore batte come giovinetto pur avendo già spinto avanti molto sangue in tanti giorni felici ed in altri meno lieti. Ma poi, quando ti è concessa la grazia di poter vivere un amore pieno, tutto si trasforma. La sofferenza patita svanisce, le pene che ancora verranno non faranno più paura perché una nuova benedizione ci accompagna. Abbiamo poi l'età per vedere le cose come davvero sono, per non crearci false illusioni e per continuare a camminare coi  piedi per terra 'che non sarebbe giusto, né salutare proseguire con la testa nelle nuvole come immancabilmente in tanti di questi momenti possiamo scoprirci ad incedere.

Ritorno a dire, ancora una volta, costruiamo prima un "noi" forte, lavoriamo per una piena e vera sintonia su cui poggiare l'armonia degli anni futuri che verranno, quanti Dio vorrà concedercene, senza pretesa, non senza l'intelligenza necessaria che non ci porti a sprecarli. A non lasciarci vivere, più che a vivere il nostro tempo. Sicuramente verranno anche questi momenti di "stanca" in ci si lascerà un poco andare e tutti i bei proponimenti iniziali sembreranno ormai decaduti. Uno di noi due, almeno, se ne ricordi e sia stimolo all'altro per riprendere quel cammino interrotto.

Si deve tendere alla meta. Come quando in montagna si punta alla vetta. Ma l'impresa non deve essere troppo ambiziosa e fuori dalla portata. Una volta scelto l'obiettivo da raggiungere perseguiamolo alacremente e di comune accordo. Qualche volta sarà uno a fare l'andatura e l'altro a seguire, in un continuo scambio di ruoli alla testa della marcia. L'importante però è avere questa passione comune per l'ascesa. Senza questa si finisce per maledire la fatica e si rimpiange il tranquillo bassopiano.

Queste immagini alpestri sono forse un contrasto eccessivo per questi luoghi. In realtà anche qui il paesaggio è vario. Non distante si staglia il massiccio del Gran Sasso. Bella questa varietà orografica. La bellezza, quella vera, sta proprio nella diversità e varietà di possibilità, per la vita, per le persone, per le cose.

Eccomi anche oggi giunto in fondo. Poi rileggendo mi accorgerò di aver sciorinato un bel polpettone. Ci può stare anche questo. E' parte del mio carattere. Non sono tutta perfezione, anche se cerco di profondere un costante impegno al miglioramento. Un abbraccio stretto, stretto ed un interminabile bacio senza fiato. Tuo Romano.

giovedì 31 marzo 2016

La prima lettera

A pochi giorni dalla data d'inizio del nostro fidanzamento, nel giugno del 2006 partivo coi ragazzi alla volta del mare per una vacanza prenotata da tempo, ben prima di conoscere Maria Luisa. Quello stacco di due settimane al principio del nostro cammino è stato per me l'occasione propizia per scriverle alcune lettere in modo che potessimo sentirci reciprocamente più vicini. Questa sera ho riletto dopo tanto tempo la prima di queste missive e così, con l'autorizzazione di mia moglie, ho deciso di trascriverla e rendere pubblico il suo contenuto.

Roseto degli Abruzzi, 10.6.2006 17:20

Maria Luisa amore mio,
eccomi qui. Volentieri inizio questo diario di bordo per raccontarti, senza pretese, questo piacevole viaggio. Spero che la calligrafia non sia troppo inclemente in modo da consentirti una lettura scorrevole. Magari per strada cambierò stile più volte, dimostrando così in qualche modo quella poliedricità che sento di avere ;-)) Chi si loda s'imbroda ? Sicuramente! Mi trovo in spiaggia sotto l'ombrellone. Per oggi niente sole. In verità non avrei voglia di prenderne troppo in tutta la vacanza: invecchia la pelle e la mia mi pare già fin troppo raggrinzita. Civetteria di mezza età. E' inutile che meni il can per l'aia e quindi ricomincio dall'inizio. Ieri sera, dopo che ci siamo sentiti al telefono, approfittando del computer acceso dai ragazzi, ti ho voluto mandare la mail con l'elenco delle nostre videocassette. L'ha stilato Andrea ancora tempo fa e poi nei giorni scorsi l'ha aggiornato con gli ultimi titoli. Mi sembrava bello aggiungervi alcune immagini. Alcune di Lourdes, con Sauro e altre sparse di anni passati. Chiude quella che ho scannerizzato dalla fototessera della mia ultima carta d'identità. Quasi un formato poster... Fatto questo, ho raccolto la spazzatura, monnezza come si dice nella capitale, e in pantaloncini e maglietta sono uscito per gettarla. La tenuta semi-vacanziera ancora non si addiceva al fresco clima della sera. Rientrato ti ho dato la buonanotte con l'SMS che sai e poi sono effettivamente crollato. Purtroppo, o per fortuna, l'implacabile sveglia alle 4:50 ha fatto il suo dovere e quindi son dovuto uscire dal letto. Dopo gl'immancabili riti mattutini al bagno, rasatura esclusa, ho destato i ragazzi che non si son dimostrati tanto solleciti ad uscire dal letto. Chiuse le valigie e salutati i pesciolini rossi (per due settimane dovranno digiunare! Ma spero che l'abbondanza di cibo dei giorni scorsi possa essere loro d'aiuto fino al nostro ritorno. Non m'andava di affidarli a nessuno, come invece avevo fatto altre volte. Son rimasti soli anche per Lourdes, ma la durata era inferiore...) siamo usciti di casa. Mi sono accorto di avere ancora attaccato la linguetta con l'indirizzo ed il logo Brevivet e quindi dietro front per lasciarlo a casa: a Roseto non serve sicuramente. Appena caricata la 206, stranamente le valigie e gli altri colli non così abbondanti da oscurarmi la visuale di guida. Visto il garage libero ne ho approfittato per infilarci la Passat. Ho perso l'abitudine e dato che è più ingombrante ho dovuto correggere la manovra più volte. Man mano che la lettera avanza mi rendo conto che la grafia peggiora. Porta pazienza. Spero vivamente che tu possa districarti comunque. Dovresti essere allenata alle varietà dei tuoi studenti, ma come si dice non c'è mai limite al peggio. Passa nel frattempo un vu cumprà che mi propone, pensa, un Rolex e non mi degno neppure di alzare lo sguardo. Ritorniamo al viaggio. Salutato Dio con qualche breve preghiera della tradizione popolare ci dirigiamo verso l'autostrada: sono le 5:50. Andrea sentenzia che il traffico è scorrevole (a dir poco) e sarebbe ideale anche le altre mattine per andare al lavoro. (Penso fra me che con queste mie avrai materiale in abbondanza per un'analisi grafologica...) Il sole sta per fare capolino dai monti. E' comunque già chiaro da un pezzo. Via in direzione di Verona dove poi imboccheremo la Brennero Modena, la Milano Roma ed infine l'Ancona Bari. Mentre i ragazzi sonnecchiano mi lascio cullare da qualche dolce pensiero di me e di te. Di come la vita abbia ormai preso una piega diversa e sembri tutta in discesa, senza per questo sottovalutare le immancabili difficoltà che potranno presentarsi sul nostro cammino. Ma la vita è così e va affrontata, come già ti dicevo, un passo dopo l'altro, guardando bene però dove si va. Ci tenevo ad attraversare Bologna prima delle 8 per evitare il grosso del traffico. Verso le 7:30 siamo nei pressi di Borgo Panigale. Neanche il tempo di gioire un poco che le immancabili segnalazioni stradali annunciano code fino a San Lazzaro. Subiamo qualche rallentamento ed in alcuni momenti un vero e proprio fermo, ma poi si riparte. Andrea già da un po' aveva detto di aver fame. L'ho pregato di pazientare almeno fin dopo Bologna e così al secondo Autogrill ci siamo fermati per la ben nota "sosta idraulica". Data l'ora era preso d'assaltro ed Alessandra ha dovuto subire una coda alla toilette maggiore della mia. Andrea non ne aveva bisogno. Con sorpresa ho notato disperate signore farsi largo nel nostro bagno. Colte da disperazione? Dopo una non breve coda alla cassa, abbiamo cominciato a "nuotare" per farci servire i cappuccini. In quella calca è stato bello vedere che comunque tutti riuscivamo a mantenere la pazienza, ma quello che più conta a non rovesciarci addosso la colazione l'un l'altro. Saliti in macchina con in corpo una certa dose di caffeina come coadiuvante per una guida vigile ed attenta attraversavamo man mano i vari paesi della riviera adriatica. I ragazzi ormai ben desti, ma soprattutto Alessandra, cominciavano a diventare un po' troppo chiassosi e onde evitare pericolose distrazioni per la guida ho voluto infilare prontamente nel lettore CD dell'auto le Quattro stagioni di Vivaldi che hanno subito infuso rilassatezze e placato ogni velleità d'insubordinazione. Sto realizzando che con questo fluire di getto di parole, pensieri e riflessioni, non sempre lucide, rischio di costringerti ad un improbo esercizio di lettura, senza sapere ancora come te la cavi con le mie "volute" d'inchiostro (piccola licenza poetica (?)). Come già detto al telefonino, abbiamo subito qualche altro rallentamento in vista dell'arrivo, ma poi la tanto agognata indicazione di Roseto ci ha fatto capire che non avremmo tardato per il pranzo. Al casello ho voluto di proposito imboccare quello automatizzato. Ci ho dovuto litigare un po'. Prima vi ho infilato 20 € che mi ha sollecitamente restituito perché inaccettabili secondo lui: che schizzinoso! Allora ho sfilato la carta di credito ed ho provato con quella. Dopo un paio d'infruttuosi tentativi ho trovato finalmente la sequenza e la bocchetta giusta ed abbiamo disbrigato l'uscita prima che qualcuno dietro di noi si spazientisse. Comincio ad avere le dita indolenzite. Ho scritto di getto e sono quasi in zona Cesarini. Ho tentato di prender sonno subito nel pomeriggio, ma probabilmente per la troppa stanchezza non ci sono riuscito. Eppoi sono rientrati in stanza i ragazzi che tutti eccitati volevano scendere in spiaggia e quindi ho dovuto assisterli con il necessaire... Poi devo essere comunque caduto nell'oblio ed avrei anche tirato dritto, ma non volevo arrivare all'ora di cena e quindi sono sceso in spiaggia da dove ti sto parlando. Andrea ed Alessandra, ormai stufi, sono saliti nuovamente in stanza. La giornata è ancora piacevole, ma l'aria fresca porta ancora la memoria delle fredde giornate scorse, come mi ha detto il bagnino Giacomo, influenzato. Piccola pausa prima dei saluti finali. Che poi non si capisce se sono arrivato fin qui per non lasciare spazi bianchi oppure non sono andato avanti per penuria degli stessi.
Perdona la prolissità. Un abbraccio stretto. Baci, tuo Romano

lunedì 28 marzo 2016

Tutto scorre

Tutto scorre. Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume. Panta rei.

Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.

Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.

Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.

Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac.

Minuti talvolta uguali, così lunghi che paion ore. Minuti troppo corti che valgon meno di secondi.

Una goccia cade dalla gronda. Allungo la mano. Inumidisco le dita e lavo via lo sporco che m'è rimasto addosso levando l'ombrello dall'auto.

Un caffé macchiato. Verso lentamente lo zucchero di canna. Resta per un po' in sospensione sulla cima della schiuma bianca. Intanto la barista lucida per bene la macchina dell'espresso. Senza macchia e senza paura.

Sapor di torrefazione in bocca. Un brivido lungo la schiena. Un'eco lontana di cannoni all'assalto. Scricchiolii d'ossa. Colpi di sciabola sguainata a fendere l'aria. Un battito di zoccoli sul selciato.

Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.

Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.

Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.

Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.
Clop clop.

Un altro minuto è passato.


sabato 26 marzo 2016

Una singola nota

Anche se in un certo periodo della mia vita ho preso parte a più riprese come componente di un gruppo corale, in realtà non ho mai avuto una particolare attitudine per il canto e la musica in generale. C'è bisogno di andare indietro nel tempo di alcuni decenni per risalire al momento in cui ho appreso che il volume di un suono può essere sostanzialmente suddiviso in quattro parti: attack, decay, sustain e release così come raffigurato nell'immagine che accompagna il post.

Ieri sera, assieme alla consorte, ho partecipato alla celebrazione del venerdì santo in parrocchia dove i giovani e gli adolescenti avevano preparato per noi una singolare via crucis costituita da vari spunti di meditazione lungo il percorso virtuale delle varie stazioni. Ed appunto in uno di questi momenti si diceva che se non ci fosse la nota, neppure ci sarebbe la sinfonia, se non ci fosse la goccia non ci sarebbe l'oceano.

Son frasi che, magari in altra forma, abbiamo già sentito tutti almeno una volta. Ci vien difficile lasciarci paragonare ad un minuscolo agglomerato di molecole d'acqua, ma se ci pensiamo bene, cosa sono cent'anni della nostra vita rapportati agli oltre quindici miliardi di anni di età dell'universo? Cosa siamo noi se non insignificante pulviscolo disperso in un angolo dello spazio sterminato fra una galassia e l'altra?

Questa consapevolezza dovrebbe ridimensionare non poco i nostri sogni di gloria che possono apparire ben poca cosa da un altro punto di osservazione.

La nostra vita, tutto sommato, non fa altro che assumere l'andamento del grafico mostrato nell'immagine d'esordio. Abbiamo un'ascesa, rapida, progressiva, ma poi è tutto un lungo decadimento. Quando finalmente abbiamo imparato a vivere, sembra che il tempo non ci basti mai e che ne resti davvero troppo poco per realizzare ciò che la nostra fervida immaginazione ci fa sognare ad occhi aperti.

sabato 5 marzo 2016

Il debito da pagare

Devo fissare nero su bianco alcuni avvenimenti recenti prima che il ricordo sbiadisca presto come la neve di marzo che è scesa ad imbiancare le cime qua attorno. Un paio di settimane fa, vista la bella giornata, sono uscito con Maria Luisa per una passeggiata lungo la pista ciclabile che fiancheggia il fiume Mella. Avevamo fatto il proposito già da diverso tempo, ma vuoi per le condizioni meteo, vuoi per le circostanze che non si erano mai presentate favorevoli, avevamo sempre dovuto rimandare.

Camminare nelle ore pomeridiane è una delle cose che mi piacciono di più in assoluto. Farlo in compagnia di chi si ama aggiunge un surplus di gradevolezza a cui nient'altro potrebbe dare maggiore compiutezza. Eppoi come sottovalutare i benefici di un minimo di attività motoria dopo il lauto pasto domenicale?

Mi guardo attorno. Butto l'occhio sui bronchi ancora spogli delle varie piante che un po' selvaggiamente costellano quella pista frequentata assiduamente da avventori di ogni tipo. C'è chi scorrazza in bicicletta, chi di corsa attillato di tutto punto e chi, come noi, porta svogliatamente a spasso le gambe. Lo scorso anno mi ero meravigliato di vedere dei fichi e poi anche dei fiori di papavero in una stagione che, se ben ricordo, non era tanto più avanti nel calendario di adesso.

Estraggo il cellulare e comincio a scattare qualche foto lì attorno. Catturo anche il volto della consorte, ma il sole ancora basso all'orizzonte le fa strabuzzare gli occhi e non riesce a posare con quel viso ben disteso che spesso riesco ad immortalare in tante pose più spontanee. Mi viene in mente un gruppo di zona che frequento su Facebook ed allora decido di uscire dalla pista sterrata per fare qualche foto al fiume che scorre tranquillo lì di fianco e dove alcuni gabbiani in amore svolazzano e nuotano in cerca d'intesa.

Mi avvicino con attenzione facendomi largo fra gli sterpi e la rada boscaglia. Subito mi accorgo dell'insolito chiarore di queste acque che non stanno risentendo per nulla dell'attività industriale settimanale su nella valle. Non credo che ciò sia dovuto ad una maggiore sensibilità ecologica, ma piuttosto ad acqua di disgelo delle nevi che finalmente dopo un lungo inverno siccitoso hanno imbiancato i rilievi maggiori del nostro arco prealpino.

Arrivati al paese di Collebeato sostiamo seduti su una panchina comunale volgendo le spalle al sole che gradevolmente ce le tiene riscaldate. Questa passeggiata avrebbe anche l'obiettivo di far visita ad un amico che soggiorna presso la RSA locale. Provo a chiamarlo per sentire se è in grado di accoglierci e l'inequivocabile messaggio di cellulare spento o non raggiungibile mi fa ben sperare perché forse sta ancora terminando il riposino post prandiale.

Maria Luisa intanto ne approfitta per sentire al telefono la madre che si è levata dal letto un po' prima dell' amico che abbiamo in animo di visitare. Nella breve conversazione fra madre e figlia, dove ognuna relaziona l'altra riguardo alle ultime vicende e dove soprattutto la moglie cerca di descrivere le precedenti cose belle viste lungo il percorso, riesco a scattare un'altra fotografia e a chattare un po' con alcuni amici che hanno visto sul social network le foto che ho recentemente postato.

Chiamo nuovamente. Ora lo sento squillare. Attendo con pazienza perché magari la persona è in bagno oppure in difficoltà a raggiungere il telefono. Mi risponde una voce di donna, l'infermiera, che si giustifica subito dicendo che è stato il proprietario a chiederle di rispondere perché lui è ancora impegnato in una medicazione. Le dico allora di riferire che siamo nei paraggi e che, se lo desidera, Maria Luisa e Romano possono passare dentro a dargli un saluto. L'assenso è immediato.

In meno di cinque minuti varchiamo la soglia della casa di riposo che non avevo mai visitato in precedenza, ma di cui sapevo benissimo l'ubicazione per esserci passato davanti tante volte. In portineria c'è una suora che alla richiesta del nominativo della persona da visitare ci fornisce precise indicazioni indirizzandoci al piano superiore. Salita la breve rampa di scale e svoltato l'angolo all'inizio di un lungo corridoio, scorgiamo poco lontano la sagoma del nostro amato don Angelo che conversa in piedi con un'altra ospite della struttura in sedia a rotelle.

Ci invita ad entrare nella sua stanza proprio lì accanto. L'ambiente è luminoso e ben arredato, meglio di altre strutture che avevamo visitato di recente per circostanze su cui adesso preferisco sorvolare. Ci fa accomodare e così iniziamo a chiacchierare affabilmente. Il parroco della mia gioventù m'informa che di lì a poco dovrà arrivare in visita un confratello. Intanto comunque c'è modo di fargli qualche complimento per uno stato di salute che pare buono e a cui crede perché non siamo i primi a dirglielo. Chiedo se per caso è dovuto alla cucina, ma subito puntualizza che dove si trovava prima era anche meglio. Ipotizzo allora che ciò sia dovuto ad un desinare più essenziale. Indica verso la finestra e dice che lì c'è un barattolo di ciccioli e son forse quelli a conferirgli un bell'aspetto. Annuisco. Può essere che un po' di frittura di maiale sortisca miracolose proprietà terapeutiche.

Dopo un altro po' di affabile conversazione in ricordo della sorella Teresa e di Claudia recentemente scomparsa, giunge in visita il preannunciato confratello al seguito di un giovane ragazzo. Mi alzo di scatto dalla seggiola pronunciando la nota frase "Ubi maior minor cessat" con l'intenzione di congedarci per lasciar spazio ai nuovi ospiti. Però non ce ne andiamo prima di aver scambiato qualche parola tutti assieme e solo dopo aver ribadito ancora una volta il bell'aspetto di don Angelo.

E così, dopo questa breve, ma intensa visita, riprendiamo il nostro cammino verso casa. Nelle future passeggiate torneremo ancora a far visita all'amico don Angelo, non come un debito da pagare, ma come un piacevole intermezzo dopo aver effettuato il giro di boa a metà del nostro percorso.

sabato 13 febbraio 2016

Sentire il profumo di Dio

Ecco il testo dell'omelia domenicale scritta dal nostro parroco e pubblicata oggi in anteprima su Facebook.

«Questa 1^ domenica di quaresima le due immagini sono: L’OLFATTO E LA FEDE.

* L’OLFATTO. L’espressione "avere naso" significa avere una buona capacità di giudizio, essere in gamba nel saper scegliere, saper riconoscere le cose positive per sceglierle e le negative per rifiutarle.
- in questa domenica, Gesù si presenta come colui che ha "un buon naso", è in gamba nel saper cogliere dove sta il bene, sa riconoscerlo, è abile a dire di No alle cose negative, al male e dire di SI al bene, all’amore di Dio suo papà.
- anche noi in questa prima settimana siamo chiamati ad essere adulti, giovani, adolescenti, ragazzi con la saggezza di "un buon naso", riconoscere il bene e compierlo, riconoscere il male e rifiutarlo. Gesù ci aiuta in tutto questo

La lettura di questa riflessione ha suscitato in me questi commenti.

È forse uno dei rari casi in cui l'olfatto conta nel processo spirituale di avvicinamento a Dio. Lo vorremmo vedere, lo ascoltiamo nella lettura della Parola, lo vorremmo toccare come San Tommaso, lo gustiamo tutte le volte che ci accostiamo all'Eucaristia, ma difficilmente abbiamo naso per Dio. Salga la nostra preghiera come incenso. Impariamo a sviluppare l'olfatto e a sentire il soave odore del profumo di Dio. Avere naso per il bene è in certo qual modo fiuto per una divina fragranza.

Il fatto che siamo poco abituati a questo tipo di sensorialità nei confronti di Dio potrebbe essere confermato anche da un impulso al riso che ci può venire affrontando questo argomento. Ma non raccontano i veggenti di un meraviglioso profumo di rose che accompagnava le apparizioni mariane? L'apertura della tomba di San Domenico a Bologna non sprigionò un intenso profumo per diversi giorni come raccontano le cronache del tempo?

La prossima volta che sentiamo un buon odore in luogo deserto ed isolato apriamo bene le nostre nari e lasciamoci avvolgere dal profumo di Dio. Che a ben pensare è da sempre tutto intorno a noi nella creazione che si perpetua ad ogni fiore che germoglia e sboccia.

sabato 9 gennaio 2016

Il mondo che conoscevamo

Nel mondo che conoscevamo ci veniva domandato fin dalla più tenera età che cosa ci sarebbe piaciuto diventare da grandi. Nel corso degli anni mutavamo la scelta del nostro destino con naturale disinvoltura adeguandola ai desideri ed alle aspirazioni del momento lasciandoci di volta in volta influenzare da ciò che l'esperienza e la nostra sensibilità ci portavano ad apprezzare maggiormente.

Effettuavamo la scelta del percorso di studi, tenendo sì conto delle nostre inclinazioni naturali, ma soprattutto considerando la professione che avremmo voluto svolgere un domani. Ci fidanzavamo pensando al matrimonio come sbocco naturale del nostro percorso di coppia e verificavamo ogni giorno la bontà della nostra scelta valutando l'armonia e la conseguente felicità che nasceva nel rapporto di relazione con un'altra persona.

Entrati nel mondo del lavoro, scoprivamo ora la possibilità di dare concretezza ai nostri desideri e facevamo progetti, ormai non più a lunga scadenza, per trovare casa e convolare a nozze. Una volta costituita la nuova famiglia, pensavamo a darle maggiore sostanza auspicando l'arrivo di nuovi giovani componenti. I figli venivano accolti con aura di mistero di cui noi potevamo essere soltanto tramite per una perpetuazione i cui fini ultimi restavano sconosciuti pur potendone comprendere appieno tutti gli aspetti biologici.

Poi il mondo che conoscevamo all'improvviso è sparito. Non c'interessa più chiedere ai più piccoli cosa vorranno fare da grandi perché ormai è diventato tutto più complicato. Non si studia più per diventare un domani ciò che avevamo desiderato in precedenza di diventare. Le scelte, ma soprattutto i consigli, sono dettati dalla possibilità di trovare più facilmente un lavoro, qualunque esso sia, indipendentemente dalle caratteristiche ed inclinazioni spontanee di chi si approccia ad entrare nel mondo degli adulti.

Fidanzamento è ormai una parola desueta. Prevalentemente si sta insieme, ma senza che questo sia necessariamente finalizzato ad un'unione nel senso tradizionale del termine. Si ha la chiara coscienza che l'amore è eterno finché dura - ammesso e non concesso che di amore realmente si tratti - ed in questo clima d'incertezza generale e, nello specifico, del sentimento provato, la genitorialità viene vissuta piuttosto come incidente di percorso anziché come scelta consapevole del nostro personale contributo alla vita.

venerdì 1 gennaio 2016

Una pazienza infinita

Lo so benissimo che quello che sto per scrivere potrebbe suscitare la disapprovazione dei miei lettori più anziani, ammesso e non concesso che io ne abbia di così attempati. Pur non di meno mi concederò il lusso di una confidenza un poco impertinente in questa pigra giornata di capodanno.

La considerazione nasce spontanea come risultanza di una serie di riflessioni che sono affiorate alla mente avendo a che fare con diverse persone anziane. Quello che prima era solo un insieme disordinato di pensieri, ha trovato ieri un ordinamento naturale durante la partecipazione al rito funebre di un caro amico di famiglia di mia moglie.

In realtà bisognerebbe essere sempre in grado di esercitare una pazienza infinita con ogni persona della generazione precedente. La qual cosa, oltre che essere un atto dovuto, è pure un caloroso invito della sacra scrittura, nonché un altro modo di veder coniugato il quarto comandamento.

E' innegabile che la vita media si sia allungata di molto e questo lo sperimentiamo quotidianamente potendo godere di una maggiore longevità dei nostri cari. Eppure, giorno dopo giorno, siamo costantemente impegnati a tenere alto il morale di chi ormai nell'età è proceduto di molto fino al punto quasi da non ricordare con precisione il computo totale dei propri anni.

Le abilità individuali degli anziani sono quantomai varie e non a tutti è concesso di godere di una vita serena ed attiva come nei decenni precedenti. Però, proprio a motivo di una maggiore longevità, si dovrebbe riuscire a trovare il modo di dare a quest'esistenza ancora una qualche forma di contributo attivo che non sia invece solo passiva rassegnazione in attesa del giorno fatale. Che poi tanto agognato non è perché quasi mai nessuno sembra invocarlo convintamente, se non proprio chi sia gravato da una malattia esacerbante che lo spinga a proferire auspicio di un anticipato congedo.

Se posso esprimere un desiderio, e come primo giorno dell'anno mi si potrebbe anche concedere, vorrei arrivare in là negli anni con immutata consapevolezza riguardo all'inarrestabile declino fisico del proprio corpo e delle proprie capacità. Se la genetica potrà assistermi e farmi dono di un avvenire ancora lungo, vorrei svegliarmi al mattino sempre grato per la luce di un nuovo giorno, dimenticando gli acciacchi ed i dolori dell'età di cui già oggi colgo i primi segni e che andando avanti - suppongo - si faranno ancora più insistenti. Vorrei coricarmi la sera desideroso di un meritato riposo, ma contento delle possibilità che mi sono state offerte nelle ore precedenti.

Se le mie inabilità saranno tali da necessitare delle amorevoli cure di qualcuno, vorrei che un congiunto non abbia a rattristarsi per questo e che il suo "sporcarsi le mani" non sia visto come tale, ma come un atto d'amore. Per tale gesto vorrei poter godere di sufficiente lucidità così da esprimere gratitudine con sincero affetto. E se la nebbia dell'età avrà invece offuscato la capacità d'intendere, chiedo che una dose di pazienza aggiuntiva permetta ancora di riconoscere in me la dignità dell'essere.

Quell'essere che nasce eguale e che la vita distingue un po', ma che poi torna ad essere uguale nell'ultimo giorno.

sabato 26 dicembre 2015

Va dove ti porta la cyclette

Nei giorni scorsi avevo chiesto a Maria Luisa di comperare una gallina da fare bollita e che poi avrei preparato coi pinoli e l'uvetta passa, così come l'avevo assaggiata in antipasto alla cena aziendale settimana scorsa. Al supermercato, dove solitamente si reca per le compere familiari, mia moglie è riuscita a scovare un esemplare dalle carni non troppo flaccide come è smaccatamente usuale trovare fra i polli d'allevamento. Dopo svariate ore di cottura abbiamo ricavato un brodo gustoso e delicato dal vago sapore di una volta, in cui volentieri oggi a pranzo abbiamo annegato dei tortellini di carne. Li ho degustati con solenne piacere in questa festività del protomartire in cui si dovrebbe fare qualche timido tentativo di rimettere ordine al bilancio energetico e all'apporto calorico del proprio corpo.

Ma l'attenzione a tavola e la dieta non bastano perché per me è veramente difficile non cedere alle lusinghe delle varie portate e all'ammiccante invito di succulenti piatti che in queste giornate ci si concede un po' troppo facilmente facendo festa ed indugiando a tavola in compagnia delle persone care. E così nell'ultimo periodo ho voluto mettermi d'impegno e con una certa determinazione sto cercando di fare un po' più di moto per la salute del corpo. A scanso d'equivoci avviso subito che non mi vedrete in giro per il mondo indossando attillate tutine, né zompettare goffamente percorrendo una pista ciclabile di periferia o lungo gli argini del maestoso fiume.

Qualche anno fa regalammo a nonna Carla una cyclette con l'augurio che potesse servirle per effettuare qualche pedalata e tenere in movimento le doloranti gambe. Ora che per lei è diventato problematico perfino montarvi in sella, la bici da camera è migrata nel nostro salotto, dove ogni tanto riesco a rimuoverle la povere dai pedali. Disporla davanti alla TV è stata la chiave di volta che ha permesso di sorreggere tutti i miei buoni propositi di un maggiore impegno in questo senso.

Terminata la cena, comincio mollemente ad inanellare le prime pedalata mentre col telecomando sfoglio fugacemente le pagine del Televideo per mettermi al passo con gli avvenimenti della giornata. La nostra non è una cyclette che consenta di tenere in esercizio anche gli arti superiori e così sopperisco autonomamente con qualche movimento delle braccia e torsione del busto evocando quanto si faceva nelle ore di educazione fisica a scuola. Ogni tanto però butto l'occhio sul display per avere un ragguaglio riguardo alla velocità media tenuta, ai chilometri percorsi oppure alla frequenza del battito cardiaco. Il medico di lavoro mi ha detto che posso spingermi senza timore fino a 120 battiti al minuto. Ma il dato a cui sono più interessato è il numero delle calorie ipoteticamente smaltite. Il target personale si attesta preferibilmente intorno a quota 250, che raggiungo talvolta in tre quarti d'ora abbondanti di pedalata.

Ieri sera, facendo zapping a rotazione fra i vari canali che solitamente scorro, non riuscivo a trovare nulla di sufficientemente carino da rendermi piacevole il continuare a restare in sella. Mi sono allora spinto a cercare anche fra le stazioni che di solito snobbo e così mi sono imbattuto ne "Il favoloso mondo di Amélie", che ho rivisto quasi con lo stesso immutato piacere della prima volta. Quando era uscito il film, avevo letto la recensione che parlava del grande gradimento di pubblico avuto in Francia; pertanto una sera sono andato a vederlo coi ragazzi alla multisala. Lo trovavo spassoso e divertente soprattutto per le numerose immagini che davano corpo ai pensieri ed alle fantasie della protagonista che aveva assunto come missione propria quella di dedicare il suo tempo a "rimettere a posto le cose" che non vanno nelle vite di chi le sta vicino. Alla fine anche Amélie riuscirà ad essere felice avendo aiutato i suoi cari e trovando lei stessa l'amore.

E mentre finisco di scrivere queste parole, quasi mi sorprendo nel constatare ancora una volta come a me sia successa praticamente la stessa cosa. Giorno dopo giorno cercavo di prendermi cura dei ragazzi, viziandoli con divertimenti e svaghi in quantità decisamente superiore alla media di quello che avevamo dispensato loro negli anni precedenti, quando ancora potevano godere dell'affetto di una madre. E pian piano la vita andava ricucendo quella trama di occasioni e possibilità che hanno avuto poi compimento con l'incontro di Maria Luisa.

giovedì 26 novembre 2015

Inutilmente vecchi

Per certo nell'ultimo periodo ho tenuto bassa l'asticella della riflessione interiore occupandomi piuttosto di cose decisamente irrilevanti. Tornando ora dalla celebrazione funebre per le esequie di Claudia, è forse il momento propizio per lasciarmi andare a qualche considerazione un po' più intima, come sarebbe più consono allo spirito di questo blog rispetto piuttosto alla narrazione di una disavventura patita con un operatore telefonico.

Domenica pomeriggio Claudia viaggiava in auto con le cugine in direzione di Salò. Pare che l'autista che stava procedendo nell'opposto senso di marcia sia rimasto abbagliato dal sole, che in questo periodo è piuttosto basso all'orizzonte, ed abbia invaso l'altra corsia causando un devastante incidente. Nello scontro frontale ha perso la vita la moglie dell'autista stesso ed il giorno successivo anche Claudia che è stata compagna di classe di Alessandra.

Abbiamo trascorso qualche momento di apprensione nella vana speranza che le cose non volgessero al peggio, pur nella drammatica situazione constatata fin dai primi momenti e poi in ospedale dove era stata portata con l'eliambulanza. Una delle cugine, pure lei compagna di classe di mia figlia, è uscita da questo incidente praticamente illesa. Sono pertanto riuscito oggi a stringerle la mano e darle un bacio mentre ancora restava nei banchi della chiesa per il saluto dell'immensa folla convenuta per il funerale. Seduto al suo fianco c'era il fidanzato visibilmente commosso a cui avrei voluto chiedere quale pensiero custodiva nel cuore per la buona sorte toccata alla morosa.

La terza del gruppo si trova ancora in ospedale. Non ho potuto quindi ricambiare quel saluto che mi aveva affabilmente indirizzato con lo sguardo dalla sua auto mentre ci siamo incrociati allo stop sabato scorso, lei in macchina ed io a piedi. Chi avrebbe detto che il giorno seguente quel sorriso sarebbe stato bagnato dalle lacrime ? Chi avrebbe detto che quell'utilitaria, che cautamente attendeva di svoltare verso casa, sarebbe rovinosamente andata in fiamme ?

In questi momenti non ci sono parole. Nessuna frase sembra adatta per dare consolazione a chi perde all'improvviso una giovane vita. Ma forse non ce n'era neppure bisogno perché la famiglia di Claudia è straordinariamente forte. Come lo è pure quella di Silvia e Chiara il cui padre è quotidiano dispensatore di sorrisi e parole gentili, nonostante la sclerosi multipla da un po' di anni abbia deciso di creargli qualche complicazione.

Se la prematura dipartita di Claudia fosse servita anche solo a strapparci una riflessione in più sul destino comune che ci attende nella casa del Padre, allora per lei missione compiuta. Così lo zio don Antonio nell'omelia della messa che ha presieduto assieme a tanti confratelli. Nel finale ho poi apprezzato il tributo di un amico che ci invitava a sostenere Maria Teresa, la mamma di Claudia, affinché non smettesse di dispensare il suo sorriso. Quel sorriso che anch'io ho ricevuto nei miei duri anni di vedovanza, in verità assieme a quello di Rosangela, madre delle due cugine.

Un fugace saluto scambiato attraversando la corsia di un supermercato o lungo la strada. Un sorriso che ha avuto il potere di tenere viva la speranza e di dare un momento di sollievo all'anima in quei momenti di triste solitudine. E così ora mi auguro di avere la capacità di restituire nei giorni a venire almeno uno di quei sorrisi che a suo tempo ho ricevuto. Giusto per non tralasciare di compiere semplici gesti d'amore e diventare inutilmente vecchi.

sabato 7 novembre 2015

Pronto Telecom?

Quello che sto per raccontare ora è la fine di un sodalizio durato oltre 28 anni fra me e la Telecom. Intendiamoci, la mia vicenda non sarà di certo emblematica per definire la qualità del rapporto che l'operatore telefonico riserva ai suoi clienti più affezionati, ma sicuramente è per me occasione per descrivere come le cose sono andate ed esercitare in un certo qual modo un grado di rivalsa effettuando una pubblica denuncia.

Verso la fine di luglio, giusto poco prima di partire per le ferie d'agosto, ricevo la telefonata da un operatore che mi avvisa riguardo al mancato pagamento dell'ultima fattura bimestrale di Telecom che era in scadenza il 10 luglio 2015. Subito m'innervosisco perché non tollero molto che mi si dia del cattivo pagatore quando questo non corrisponde alla realtà dei fatti ed è per me un vanto, oltre che aspetto caratteriale, onorare sempre con un certo anticipo l'adempimento di qualsiasi pagamento senza mai aspettare rigorosamente l'ultimo giorno utile.

Ho pertanto prontamente risposto che il versamento della quota era stato effettuato con bollettino di conto corrente postale di cui potevo fornire immediatamente estremi. L'operatore, informato riguardo alla modalità di pagamento, mi ha subito rimbeccato dicendo che l'informazione del pagamento tramite ufficio postare a loro non sarebbe risultata prima di 40 giorni. Potete quindi immaginare come mi sia ulteriormente irritato per una chiamata di sollecito là dove non erano - per ammissione stessa dell'interlocutore - neancora trascorsi i termini per la reale verifica dell'incasso.

Pur non di meno ho recuperato la copia del versamento ed ho comunicato a voce gli estremi stampigliati sulla ricevuta che era stata da me regolarmente pagata il 7 luglio 2015. La telefonata si concluse con il mio auspicio di non incappare successivamente in ripetuti inconvenienti di tal fatta, visto che con la fattura successiva Telecom Italia ed ora TIM avrebbe proceduto con una cadenza mensile e non più bimestrale.

Lo so che qualcuno si domanderà come mai non abbia effettuato da tempo la domiciliazione bancaria che avrebbe probabilmente evitato questo disguido. E' una scelta mia e se viene fornita la facoltà di effettuare un pagamento attraverso un qualsiasi mezzo alternativo, credo che sia mia diritto esercitarlo ed ho continuato a farlo anche col passaggio alla rateizzazione mensile perché per me non è un problema, bensì un piacere, recarmi in pausa pranzo all'ufficio postale del paese in cui lavoro.

Proseguo con la narrazione della traversia. Grosso modo il 17 settembre ho ricevuto la lettera da un fantomatico operatore di Bari che intimava il pagamento della fattura di luglio allegando nuovo bollettino postale oppure documentare il pagamento inviando un FAX al numero indicato entro e non oltre 15 giorni dalla data della presente. Che a conti fatti, guardando il giorno di redazione della missiva, avrebbe corrisposto a due giorni più in là rispetto al ricevimento della missiva stessa. Ho pertanto effettuato alcune fotografie al bollettino postale comprovante il pagamento e grazie alla gentile collaborazione della ditta per cui lavoro sono riuscito ad inviare tutto sommato appena in tempo la documentazione richiesta.

Pensavo di aver risolto definitivamente la questione. Invece, uno dei primi giorni di ottobre, mentre sono al lavoro ricevo da mia figlia un messaggio che m'informa riguardo al non funzionamento di internet a casa già da diverse ore. Il che le sta impedendo di effettuare ricerce per la redazione della sua tesi di laurea. Approfittando della pausa pranzo, chiamo il 187 e dopo la solita attesa di rito in cui non manca lo sberleffo della fatturazione diventata mensile per maggiore chiarezza e semplicità, riesco finalmente a spiegare la situazione all'operatrice e ad ottenere la segnalazione di cliente critico nonché il ripristino della linea dopo poche ore, come prontamente comunicatomi sempre via messaggio da mia figlia.

Ricevo qualche giorno più avanti un'ennesima lettera dalla stessa agenzia di Bari, con medesimo bollettino allegato, ma senza ulteriore indicazione di FAX a cui inviare eventuale documentazione di pagamento e con la postilla di non considerare l'avviso se in realtà il pagamento è già stato effettuato. Ovviamente che il pagamento è già stato effettuato, ma presso di voi evidentemente c'è qualcosa che non sta girando per il verso giusto. Alzo nuovamente la cornetta e chiamo il 187 cercando di mantenermi decisamente più calmo rispetto alla volta precedente. Racconto nuovamente tutta la trafila e comunico ancora a voce gli estremi del pagamento effettuato a luglio.

E nel frattempo arrivano i primi giorni di novembre. Non solo ho pagato l'ultima bolletta bimestrale di luglio. Ho pure versato la quota per quella di agosto, settembre, ottobre ed il 3 novembre pure quella in scadenza per la prima decade del mese corrente. Il giorno 5 novembre mi arriva messaggio dalla figlia che internet di casa nuovamente non va. Le rispondo soltanto che ora hanno rotto tutti.

In pausa pranzo ho velocemente stipulato contratto con un nuovo operatore e l'attesa non mi sta per nulla pesando perché nel frattempo ho scovato sul sito Telecom i passi da fare per sporgere reclamo. Ne bastava una, ma ho percorso ben due strade. FAX al numero 800 000 187 e lettera raccomandata alla casella postale 211 al 14100 di Asti. Tutto sommato, più il nuovo operatore ritarda ad attivarmi la linea, più a lungo dureranno i giorni di ingiusta sospensione del servizio e del risarcimento a cui avrò diritto.

Sia chiaro, non ci mangerò neppure una pizza coi famigliari a motivo dell'esiguo indennizzo giornaliero indicato nella carta dei servizi. Ma non sono mai stato venale. Non è il denaro quello a cui miro. Tant'è che alle numerose chiamate dei vari call center che ripetutamente mi presentavano offerte per cambiare operatore telefonico, ho spesso risposto che mi piaceva spendere di più e che non ero intenzionato a cambiare contratto e che li avrei richiamati personalmente in caso di ripensamento. E così è stato.

sabato 24 ottobre 2015

Outing

 Avevo circa trent'anni quando arrivava il venerdì e guardavo con una certa tristezza al fine settimana perche poneva uno stop allo sviluppo del sofware e non vedevo l'ora del lunedì per rimettermi davanti al PC e continuare quel che stavo facendo oppure iniziare una cosa nuova.

Adesso no. Arriva il venerdì e corro a casa contento. Felice di godere la famiglia, la casa ed il tempo libero. E quando arriva il lunedì vado al lavoro con lo stesso entusiasmo di una volta perché ho ancora una grande passione per la scrittura del software.

sabato 26 settembre 2015

Il primo giorno più bello

Non penso di fare torto a Maria Luisa se rammento che oggi sono esattamente ventotto anni dal mio matrimonio con Santina. Questi ricordi ci appartengono e vale darvi una rispolverata per ravvivarne la memoria e rendersi consapevoli che qualche momento d'intensa felicità e grazia ha attraversato la nostra vita.

Ho già ricordato in un post precedente la similitudine fra i due matrimoni, almeno nella parte iniziale che precede la cerimonia. Anche allora mi recai di buonora dal caro barbiere di sempre, Ferruccio, per una ritoccatina ai capelli che avevo provveduto a spuntare il giorno precedente. E poi di corsa a casa ad attendere i parenti che man mano sarebbero arrivati prima di andare in chiesa a celebrare le nozze.

Non ero agitato neppure quella prima volta. Per ovvie ragioni il tempo tende a sbiadire alcune memorie, anche se di tanti ricordi c'è un'impronta indelebile che talvolta riaffiora grazie al contributo o allo spunto offerto da qualcun altro. Ed una di queste situazioni si è di certo presentata con la visita di mia zia Lucia il giorno seguente la morte di Santina.

Quel 26 settembre di tanti anni fa non era, meteorologicamente parlando, un bel giorno. Il cielo era cupo e già si presagiva l'imminente arrivo di un po' di pioggia. All'uscita di chiesa, la cara zia ebbe a rivolgersi a Santina con la ben nota frase: "Sposa bagnata, sposa fortunata". In tutta risposta la neo consorte ebbe a dire che lei era fortunata per altre cose e non perché pioveva. E la zia evidentemente non deve essersela fatta scivolare di dosso se dopo 13 anni ha sentito forte l'impulso di rammentarmela in quel triste momento.

Mi rendo conto di non rispettare il rigoroso ordine cronologico degli eventi, ma non importa. Seguirò un po' l'evolvere dei pensieri e, come sempre capita, darò prevalenza ad alcuni fatti piuttosto che ad altri. Per il resto varrà l'insindacabile arbitrio dello scrittore.

Giunta l'ora, le undici anche quella prima volta, restavo in attesa sul sagrato della nostra chiesa parrocchiale. Santina abitava nella casa poco discosta nella via antistante. Dal rialzo di quei pochi gradini su cui mi trovavo riuscivo a scorgere la fuoriuscita dei suoi famigliari dal portone di casa. Lei, invece che a piedi, percorse quel breve tratto a bordo dell'auto che la sorella si era fatta prestare dal proprio datore di lavoro per farci da guida.

Mia suocera Maria tiene, da qualche parte ben evidente in casa sua, la fotografia di Santina raggiante che scende dalla Mercedes. Questo, poco prima che mi venga incontro e si prenda, assieme al bouquet che di lì a poco le porgerò, anche il primo casto bacio sulle gote per non stropicciare il delicato velo che le lucidava le labbra.

Non sento ora il dovere di narrare altri particolari della cerimonia e, con grande balzo, salto direttamente al pomeriggio quando nella breve pausa fra una portata e l'altra, siamo usciti nel giardino del ristorante per una foto di gruppo. Più volte a tavola ci eravamo sottratti all'invito del bacio a cui i commensali a più riprese ci esortavano con corale invocazione.

Orbene, in una ripresa filmata effettuata dallo zio Mario, mentre stavamo rientrando nel locale dopo una posa fotografica, s'intravede mio cognato che va verso la madre e fa come il gesto di baciarla dando ad intendere che non ci voleva poi tanto e che pure lui, neo diciottenne, avrebbe saputo bene come comportarsi per dar soddisfazione all'ampia platea.

Alla posteriore visione di quel filmato che svelava il retroscena di quella circostanza, ci venne da sorridere perché la nostra non era incapacità, ma un comportamento concordato in precedenza perché non ci piaceva rispondere a comando e se un bacio volevamo darcelo, doveva essere per nostro desiderio personale. Eppoi, sei anni abbondanti di fidanzamento costituiranno pure un tirocinio più che sufficiente per saper dare un bacio alla francese come si deve.

Il resto è storia. Del secondo giorno più bello della mia vita ho già parlato diffusamente anche in altre occasioni proprio su questo blog. Ma di quel primo sabato era giusto per me, e per Santina, apporre un breve ricordo ora per sottrarre all'oblio alcuni momenti di serena felicità.

sabato 29 agosto 2015

In un posto bellissimo

V'informo subito che il titolo del post corrisponde esattamente al nome del film che l'altra sera Maria Luisa ed io abbiamo visto al teatro Filo di Cremona. Detto fuori dai denti, la proiezione non mi ha entusiasmato granché e la cosa non mi ha stupito più di tanto perché sappiamo benissimo che in quella sala si vedono raramente pellicole d'impatto spettacolare. Chi gestisce il palinsesto sembra avere una cura meticolosa nello scegliere ciò che in una multi-sala difficilmente troverebbe posto proprio perché inadatto a riempire tutte le poltrone. Tra la platea e la galleria non avremo raggiunto le trenta persone. E forse ho anche largheggiato nella stima perché quando mi sono sporto dalla balconata all'inizio non ne vedevo sedute più di due e lì sopra dov'eravamo ce n'erano con noi quattro in totale e non sono più aumentate.

Ma il numero di quelli che assistono alla proiezione non è per me fondamentale per giudicare la gradevolezza di un film, anche se in qualche modo una correlazione ci dovrebbe essere. La sensazione avuta fin dai primi fotogrammi è stata quella di un avvicendarsi di situazioni in cui sembrava che qualcosa d'importante stesse per accadere, ma in realtà non succedeva proprio nulla e la vita della coppia raccontata sullo schermo procedeva sempre uguale e sotto tono, così come era iniziata. Anche se la narrazione non era del tutto esplicita, si capiva che nel pregresso dovevano esservi stati nel vissuto della protagonista drammi personali che condizionavano pesantemente l'oggi. La donna aveva perso una carissima amica tantissimi anni prima; era stata in analisi e con difficoltà ricostruiva ora un rapporto con la madre della compagna di gioventù. Il marito, pur apparendo moderatamente premuroso nei confronti della consorte, sembrava in realtà dedicare le proprie attenzioni migliori ad una relazione extra coniugale. Il loro unico figlio, ormai in età adolescenziale, stava attraversando quel periodo senza particolari scossoni o entusiasmi tanto che del suo primo bacio ad una ragazza la madre viene a sapere dal padre come se si stesse parlando di normale amministrazione.

In questo contesto famigliare non deprimente da vedere, grazie soprattutto alla buona fotografia ed alla gradevolezza fisica degli attori, le situazioni si dilungano per giorni e giorni nella più completa noncuranza di entrambi, senza un minimo cenno di ribellione o men che meno di discussione riguardo alla penosa deriva in cui il rapporto di coppia dei protagonisti si sta trascinando. Alla fine dei conti il film, pur se accettabile testimonianza di molte situazioni coniugali che si macerano senza afflato per lunghi anni, secondo me non riesce ad entusiasmare lo spettatore che alla fine viene quasi sorpreso dai titoli di coda. Si resta seduti ancora per un po' in preda allo sconcerto e quasi timorosi di fare la figura degli stupidi che non han ben compreso il filo conduttore della storia cinematografica raccontata. E che pure ha ricevuto sovvenzioni di sostegno per la sua realizzazione. Una riflessione, insomma, sul matrimonio e sulla coppia che forse non abbiamo tantissima voglia di vedere al cinema perché probabilmente fin troppo usuale nella vita reale.

Dal mio punto di vista, la situazione denunciata nel racconto cinematografico, ancorché reale, non ha senso di esistere. E' per me inconcepibile trovarsi all'interno di un rapporto coniugale e viaggiare su strade parallele, tendenzialmente divergenti, senza compartecipazione alcuna, senza rendersi minimamente conto dell'altrui stato di difficoltà oppure esserne del tutto consci, ma non fare assolutamente niente per cambiarlo in meglio. Accontentarsi insomma di risposte stereotipate e false in cui si dichiara che tutto va bene ed in realtà non va bene nulla e dietro quella risposta c'è tutto un mondo di scontento che separa le persone con un sottilissimo diaframma che la volontà di nessuno dei due vuole abbattere. Si capisce così come poi col passare degli anni, per non dire decenni, si riesca a costruire quella sorta di tomba matrimoniale che fa convenire ai più come sia meglio non sposarsi affatto. O, al contrario, quanto sia più conveniente dire addio una volta per tutte ai propri impegni presi con solennità ed apparentemente in modo sincero in un giorno ormai lontano.

La storia che vorrei veder raccontata è un'altra. E' quella di una coppia normale, come tante altre, che non fa nulla di particolarmente eclatante, ma che vuol essere felice e si impegna ogni giorno perché ciò avvenga. Che si esercita quotidianamente nell'attenzione all'altro e lo fa primariamente con chi è vicino ancor prima di guardare anche a chi è lontano. Che non ha timore delle difficoltà perché ha fiducia e sa che queste, così come sono arrivate anche se ne andranno. Che si prodiga con impegno generoso con uno stile di vita dove si è primariamente dediti a dare all'altro piuttosto che a pretendere che sia l'altro a farlo. Un film così, ne sono sicuro, non piacerà a molti. Ma una vita così, ne converrete, piacerebbe a tutti.

venerdì 31 luglio 2015

Inaspettatamente

Inaspettatamente, quasi sul filo di lana, eccomi qui a pasticciare ancora un po' su queste pagine prima che questo mese lasci il posto a quello nuovo che avanza. C'è la luna là fuori che mi tien desto, velata e non limpida come la si vorrebbe vedere sempre. Cosa si dibatte nel mio petto inquieto in questa calda serata d'estate? Non è un cuore di licantropo che mi agita e tiene sveglio, ma l'ennesima giornata intensa, densa delle solite cose e pur anche di qualche germe di novità che soltanto il tempo saprà disvelare compiutamente.

Se devo dirla tutta non mi sento più così libero come una volta nell'esprimere il mio pensiero. Quante noie m'inseguiranno per aver proferito apertis verbis ciò che mi frulla in testa. Un po' di attenzione a ciò che si scrive sembra allora d'obbligo. Ma non fa per me, non è congeniale al mio carattere schietto e sincero che non vorrebbe mai trattenersi dal dire quello che pensa, come un libro aperto che segreti non cela, come un palmo dischiuso che non nasconde ciò che sorregge per mostrarlo al mondo e far partecipi tutti del proprio fugace attimo di felicità.

Ed allora sarebbe meglio tacere per non dilungarsi vanamente in un periodare forse elegante, ma fatto di niente. Tuttavia non tutto si comprende e talvolta è bene assecondare una sensazione sia pur vaga che spinge ad uscir fuori allo scoperto. Per sottolineare ancora una volta il mistero profondo che ci circonda, che non è fatto di vuoto, ma è denso di significato così che solo una lingua muta ed un orecchio attento sono in grado di captare.

A volte le novità non hai neppure bisogno di cercarle. Ti si paran davanti inaspettate...


martedì 2 giugno 2015

Del più e del meno

Mentre Maria Luisa corregge le ultime prove di scuola, accendo svogliatamente il suo portatile e provo a scrivere qualcosa anch'io senza tema di giudizio, senza sentirmi costretto a farlo.

Spalanco i vetri e butto lo sguardo fuori dalla finestra. Promana dall'esterno un po' di calura in questo pigro pomeriggio di giugno. Alzo lo sguardo al di là dei palazzi e vedo un festoso azzurro che mi saluta ed invita ad uscire. Desisterò ancora un po'.

Nel frattempo la moglie si concede una pausa fra la noia delle correzioni e mi viene a portare un piccolo pezzo di cioccolata. Conosce le mie debolezze, ma non voglio cedere ancora. Sposto il ritaglio sull'angolo della risma di fogli della stampante e resto concentrato.

Potrei scendere anch'io al bar, uno dei tanti qui nel centro. Mettermi in mostra come blasonato scrittore che solo nella confusione e nel viavai di mille persone riesce a trovare lo spunto decisivo per un nuovo capitolo che poi darà in pasto all'editore.

Pensione, lavoro. Questo il dilemma. Che potrei fare se già fosse per me giunto il momento del congedo dalle attività produttive? Forse è meglio che cominci a pensarci un poco. Dopotutto non son più tanto giovane e potrei esser colto alla sprovvista e non saper bene come macinare le lunghe oziose giornate della quarta età.

Non la terza, di sicuro, perché dobbiamo mantenere impossibili equilibri economici. Precari a tal punto che, appena il nostro passo sarà levato per muoversi sull'ultimo gradino, un'altra rampa inaspettata, ma sicura ci attenderà oltre il ballatoio che pensavamo meta di riposo e ristoro.

Chissà se avrò voglia di riprendere ancora in mano colori e tele e rintanarmi lassù dove ora sonnecchiano oziosi i piccioni. La fervida immaginazione mi vede accatastare una dopo l'altra le tele dapprima maldestramente imbrattate; e poi, man mano che l'abitudine rende il tratto più fermo e deciso, un po' di gradevolezza nell'insieme si potrà intravvedere.

Amore, vuoi un caffè? Declino anche quello e proseguo per la mia strada. Che poi in realtà non mi muovo neppure di un centimetro. Solamente le dita si concedono una delicata e breve danza su questi tasti e, quando avrò finito, neppure di un lembo avrò bisogno per tergermi la fronte.

Non è fatica, non è affanno. Una manciata di lettere sparse qua e là tengono imbrigliati i pensieri ed impediscono loro di salire sul tetto ad inseguire festosi gorgheggi d'uccelli che volano via e ritornano, come le stagioni, i giorni, gli anni.

Suonava una campanella che non si era accorta del dì di festa. Oppure qualcuno ha lasciato che squillasse ancora per me. Poche ore ormai e poi di nuovo il tempo dell'ozio. Le passioni, gli amori fugaci di una fin troppo breve estate. Torneranno le nebbie ad inamidare d'impegno le nostre giornate invernali.

sabato 30 maggio 2015

Spazio all'immagine

Da un po' di tempo a questa parte ho sempre anteposto una fotografia ad ogni post che andavo pubblicando su queste pagine. Questa volta voglio dare maggior spazio all'immagine, anche se non mi asterrò completamente dall'aggiungere una didascalia oppure un commento per questa passione che ormai è diventata per me quasi una mania.

"Non ci son più i ladri di una volta", verrebbe quasi da dire. Come si può infatti lasciare la propria due ruote completamente incustodita in mezzo alla piazza? Il mio pieno plauso per chi s'è lasciato andare a quest'atto di fiducia nell'onestà altrui.

"Scrivi sulle mie verdi righe". Uno spazio lasciato virtualmente aperto per chi sa apprezzare uno sfondo dal colore distensivo e nel contempo non ama andare storto ed ha bisogno di una traccia evidente per mantenere le proporzioni ed il giusto allineamento della propria grafia.

"Seguire la linea gialla". Per chi ha bisogno di una traccia luminosa ed evidente. Per chi non gradisce di muovere il passo nell'incertezza oppure nel buio. Il cammino e la direzione sono indicati, ma tocca a noi fare il primo passo. Tocca a noi andare incontro alla meta.

"Il punto G". Sì, proprio così. Il punto di convergenza di ogni più recondito desiderio. Il target da raggiungere con spasmodico afflato. Chimera, miraggio? No, semplicemente punto di partenza per un'armonia dei sensi che lascia intravvedere nuovi orizzonti.

"False verità". Ovvero miti da sfatare. Di cattivi consigli ne son piene le piazze. Distruggere è facile. Ma se la pars construens non segue immediatamente alla destruens, le rovine stan lì a testimoniare soltanto l'insana follia.

"Graffiti". Se proprio si deve imbrattare il muro, che sia di variopinti colori per dar sfogo ad una traboccante creatività che esce dall'ombra e regala un momento di luminoso fulgore al distratto viandante per spettinargli di dosso un po' del suo quotidiano grigiore.

"Tutta la vita è una passerella". Ed anche noi ambiamo e vogliamo afferrare i nostri 15 minuti di celebrità. Ma non sempre il trasbordo è verso l'alto. Talvolta ci fa scivolare in basso e trascinare via dalla corrente. Aggrappati forte! Non cedere alle lusinghe dell'effimera fama.

"The wall". C'è come un muro di separazione fra noi e l'alterità. Un valico arduo dove breccia non c'è. Nulla possono le nostre unghie, nulla può abbattere quel diaframma. Solo la mente riesce a dissolvere questa immaginaria barriera che digrada verso l'infinito, dove le line parallelamente convergono in un unico punto.

"La pecora nera". C'è sempre un diverso in mezzo agli altri. Eppure anche lui fa la sua parte, né più né meno di tanti, tutti omologati, tutti inquadrati. Spicca il suo peculiare colore. La nostra attenzione è calamitata ed attratta da tanta rimarchevole diversità che, in fin dei conti, è soltanto mera apparenza.

"Il vestito più bello". Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.

"Balcone fiorito". Che importa se è soltanto il ciglio di una strada, la ringhiera che fiancheggia un marciapiede? Talvolta l'immagine è pura fantasia cosicché uno vede ciò che vuole, anche quando non vuole vedere.

"Cielo e terra in contatto". Come due elettrodi, come due punte che si sfiorano in un intenso scambio di energia che fa scoccare la scintilla fatale. Come la punta di due dita che si protendono l'una verso l'altra, prima d'infondere il soffio vitale.

"Devozione". E per finire questa breve carrellata, e con essa anche il mese di maggio, uno sguardo estatico alla Vergine che accoglie con braccia aperte chi sa stare al suo cospetto con sguardo ammirato ed innocente di bambino.


domenica 26 aprile 2015

Per chi suona la campana?

"Dong! Dong! Dong!"

Inizia la bella stagione e di nuovo terremo aperte le finestre dell'ufficio, quando il sole non ha ancora girato l'angolo della casa e s'intrufola impertinente e va a sbattere sullo schermo del nostro PC. In verità più quello del collega che il mio che può godere la posizione di un lato più favorevole.

E dai vetri lasciati aperti, assieme al rumore gradevole dell'estate che avanza, sovente entra anche un'eco lontana di una campana che batte il cupo rintocco per qualcuno che è morto.

Per chi suona la campana? Chi è chiamato oggi all'appello che non può disattendere? Son qui che lavoro, come può quel rintocco essere per me, reclamare l'attenzione di colui che sta spulciando un bug oppure tesse la trama di un invisibile ordito nascosto dietro le pieghe di cento, mille bit?

La vita è un soffio e solo all'uomo distratto pare un'interminabile noiosa sequenza di giorni tutti uguali. Perché le mie dita continuano a danzare su questi tasti? Dovrei forse fuggire lontano anch'io come quei tordi chiassosi che si danno appuntamento sui rami dell'uliveto davanti all'ufficio prima di partire in massa per altri lidi all'approssimarsi della cattiva stagione?

Fuggire lontano non serve se ciò da cui si vuol scappare è dentro se stessi. Eppoi, dove andare? Quale meta migliore della pena di ogni giorno che in realtà pena non è, se il tuo impegno è proteso a realizzare qualcosa che prima non c'era e adesso è lì, non per l'altrui intralcio, ma perché sia alleviata una fatica, perché sia rimosso un fastidio?

"Dong! Dong! Dong!"

Suona per me questa campana? E' questa l'ora di andare? Com'è possibile, ho ancora un sacco di cose da fare? Ma ne avevano anche quelli che ci hanno preceduto. Son io più indispensabile di loro? Mi sarà concesso un giorno in più per dipanare un altro algoritmo, per svelare il mistero sotteso in un pugno di bytes?

Mille vite in una sola ed una soltanto non basta a viverle tutte. Ogni età ha le sue ansie di compimento, ma beata quella per cui felici ci si addormenta perché non si è lasciato nulla d'intentato e per cui si possa dire che tutto è compiuto.

Sì, ora è giusto che la campana suoni e felice il cuore di colui che vuole che suoni per sé. La meta è raggiunta, il premio conquistato.

"Dong! Dong! Dong!"

(Niente di più aberrante pensare che presto la vita quest'uomo voglia lasciare)



sabato 4 aprile 2015

Gesù bambino

Quel bambino che tanto ci aveva intenerito e a cui tutti avremmo dato un buffetto sulla guancia, se soltanto fossimo potuti stare là, è diventato grande ed è ora la nostra immensa delusione. Non più paglia sotto la sua schiena, ma duro legno imbrattato di sangue. Come può costui avere la pretesa di salvare il mondo? Forse perché dal grembo insanguinato di una donna viene al mondo una nuova vita fra spine di dolore?