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domenica 18 maggio 2008

L'istante

Era una mattina nata con il vento. Le onde alte si rompevano in fragorose scrollate, nella risacca color ghiaccio. Era un mare forte e giocoso, come un cavallo giovane. E i bambini lo affrontavano con urla e risa, si lasciavano sommergere dalle onde, le attraversavano con grida, ne uscivano trionfanti. Le schiene abbronzate apparivano e scomparivano nella spuma. Genitori, nonni, fratelli li controllavano perché non si allontanassero, nell'aria limpida risuonavano avvertimenti allegri o arrabbiati. Una bimba uscì piangendo dal mare, a un ordine più deciso e squillante della madre. Tre ragazzi eccitati presero la rincorsa per tuffarsi di colpo, e un'onda li rimandò indietro con uno schiaffone.Un uomo, all'ombra dello spalto bianco di arenaria, osservava con stupore e allegria.Non aveva figli. Aveva avuto una moglie, ma gli anni erano passati e, senza sapere perché, un giorno avevano cominciato a parlarne come di una cosa lasciata indietro, non più possibile.L'uomo non aveva una particolare predilezione per i bambini: aveva dei nipoti, qualcuno simpatico qualcuno odiosetto. Ma i giovani e audaci delfini di quella mattina gli piacevano.E strani pensieri gli nuotavano in testa, leggeri e gravi, proprio come il mare che fingeva una tregua e poi si animava in sequenze di tre, quattro onde più grandi. Una di queste arrivò ai suoi piedi, fino a bagnargli i sandali.

Era l'unico bagnate solitario, tra coppie, famigliole e tribù sotto fungaie di ombrelloni. Ma si sentiva bene, come fosse tornato giovane, e si godeva ogni immagine di quella giornata, fino al lontano orizzonte.Improvvisamente, sul tratto di spiaggia davanti a lui, apparve una donna. Era magra e abbronzata, il vento le scompigliava i capelli e camminava con passi svelti. Guardava il mare inquieta.L'uomo capì subito perché.La donna non vedeva più tra le onde la figlia. Non scorgeva la cuffietta, il colore del costume, il profilo lontano, qualcosa di unico e prezioso che avrebbe potuto calmarle l'affanno del cuore.Perciò chiamava un nome a voce alta, sempre più forte. Alcuni bagnanti si avvicinarono, e lei indicava lontano.Il frastuono del mare copriva le sue parole. Solo quel nome, ogni tanto, risuonava chiaro e doloroso, e gli faceva eco il lamento di un gabbiano.Finché la donna si fermò nel punto più luminoso della spiaggia, una chiazza abbagliante di granelli di quarzo, e sembrava non avesse più la forza di muoversi, né di gridare.In quel preciso istante, l'uomo vide qualcosa di inspiegabile.Il ghiaccio azzurro delle onde si sommò al candore della sabbia e al fuoco del sole, e ne nacque una zona di luce abbacinante, la muta esplosione di una stella. In questo bagliore la snella figura della donna sembrò torcersi e dividersi in due, due corpi gemelli che sbocciarono e si separarono.Una donna corse subito verso levante, incontro alla figlia che usciva dall'acqua. La abbracciò e pianse, tenendola in braccio.Nello stesso tempo, un'altra identica donna correva dalla parte opposta, verso un gruppo di persone radunate sul bagnasciuga, chine sopra qualcosa, mentre una vecchia si metteva le mani nei capelli.Un attimo prima il mondo era uno solo. Ora niente era diverso come quei due mondi, nati in quell'istante.L'uomo non riuscì a fare un passo, non capì se doveva andare da una parte e sorridere alla madre e alla figlia ritrovata, o correre dall'altra a guardare se era accaduto davvero qualcosa di terribile.Un'onda luminosa, alta azzurra, sorse dal mare, si innalzò come un cielo liquido sulla sua testa, l'uomo chiuse gli occhi.Quando si svegliò era già notte, e la spiaggia era deserta.Non sapeva quale dei due mondi esisteva ancora. E in quale dei due viveva. Ed ebbe paura.

STEFANO BENNI
LA GRAMMATICA DI DIO
Storie di solitudine e allegria
I Narratori / Feltrinelli

lunedì 21 aprile 2008

La croce

L'ultimo mercoledì di marzo, mentre scendevo a Cremona da Maria Luisa, ho cominciato ad avvertire pesantezza di stomaco ed un certo dolore alla colonna vertebrale. Poi in piena notte mi sono svegliato accusando dolore sul fianco destro, nella zona del fegato.

Non riuscivo a riprendere sonno per il fastidio insistente. Maria Luisa avrebbe voluto portarmi al pronto soccorso, ma io non ne vedevo l'urgenza. Girando per casa cercavo di trovare sollievo e nel contempo riflettevo su quanto avevo mangiato in precedenza per trovare una spiegazione al mio malessere.

Colpa di quella pasta con i funghi consumata nel precedente pranzo? Oppure quel gran pezzo di cioccolata trangugiato ingordamente? Dopo qualche ora l'infiammazione si è placata ed ho potuto riprendere un poco a dormire.

Le sere seguenti l'episodio si è ripetuto ancora, anche se con minore intensità. Ho quindi pensato che il mio stato non fosse dovuto a qualche alimento particolare. Per precauzione mi sono subito autosospeso il vino ed indirizzato verso una dieta più leggera del solito.

E' così. In quei giorni ho addirittura pensato che la fine dei miei giorni potesse essere vicina. In piena notte ho inviato al mio capo ed al collega di lavoro un sms con la password del mio PC. Naturalmente la cosa ha provocato in loro non poco stupore. Nei giorni seguenti, quando sono ritornato in ufficio dopo il fine settimana, mi hanno chiesto se avessi avuto intenzioni suicide oppure fatto una vincita straordinaria ed avessi per questo intenzione di trasferirmi ai tropici. La seconda ipotesi mi ha fatto un po' sorridere, mentre alla prima ho risposto con estrema meraviglia. Non ne vedevo assolutamente la ragione. E' curioso scoprire cosa possono pensare gli altri di te in talune circostanze.

La settimana seguente mi trovavo di nuovo a casa di Maria Luisa. Nessuna voglia di stare davanti alla tv. Lancio l'idea di uscire a far quattro passi per le vie del centro, così tanto per goderci una serata diversa. E' magnifico il Duomo di Cremona la sera. Le luci notturne esaltano le tonalità dei suoi marmi e su di esso incombe la maestosità del Torrazzo. Restiamo un poco a contemplare il tutto con i nostri nasi all'insù. Mi vien voglia di scattare un'istantanea col cellulare e di condividere con un mms la magia di quel momento inviandolo ad un collega.

Poi sono preso da un certo languore, per non dire fame, ed invito Maria Luisa ad entrare nella gelateria che si affaccia proprio sulla piazza. Lei non ha voglia di gelato ed opta per una cioccolata con panna. Io invece oso e mi prendo una favolosa coppa Duomo. Quattro cannoncini di pasta sfoglia agli angoli a foggia di torri, biscotti e cialde e tanto gelato alla crema guarnito di caramello e nocciole in abbondanza. E' fin troppo. Insisto con la consorte affinché ne assaggi un po' anche lei.

Non era ancora mezzanotte che già mi trovavo in preda a dolori tremendi nella zona del fegato. Questa volta sono io stesso che chiedo a Maria Luisa di accompagnarmi al pronto soccorso, non prima di aver ben soppesato la cosa e capito che ne ho proprio bisogno. Mi sarebbe dispiaciuto farle fare un'uscita in piena notte, magari per una cosa che di li a poco si sarebbe potuta risolvere con un ruttino.

Le disconnessioni dell'asfalto si ripercuotono dolorosamente sul mio ventre e mi convinco sempre più di aver bisogno d'aiuto. Entro nel pronto soccorso in pigiama e ciabatte avvolto in una copertina per ripararmi le spalle. Non devo aver dato l'impressione di essere tanto grave. Mi assegnano infatti un codice verde e mi dicono di attendere nell'atrio.

I dolori però aumentano spasmodicamente. Ho voglia di picchiare pugni sulle pareti per attirare l'attenzione, ma continuo a portare pazienza perché so che sono impegnati per un codice rosso. Mi fa molto male, insopportabile, ma non sono in pericolo di vita. Posso attendere. Poi finalmente mi mettono su un lettino, mi portano in una stanzetta e mi attaccano una flebo con Toradol e Buscopan. Attendo impaziente un po' di sollievo. Dopo un'ora circa vomito e libero lo stomaco. Le analisi fatte d'urgenza rivelano un'elevata glicemia, potassio sotto il limite e transaminasi alte. Il resto nella norma. L'ipotesi dei medici è che si tratti di calcoli biliari. Serve un'ecografia per evidenziarli. Quando il dolore cessa mi lasciano andare, ma dovrò ritornare al mattino per fare questo accertamento.

L'ecografista è brava ed un poco a fatica riesce ad individuare un solo calcolo di 17 mm in fondo all'infundibolo. La colecisti è infiammata e la bile densa. Si stupisce per il valore dei globuli bianchi. Di solito sono alti mentre invece nel mio caso sono in quantità normale. Comunque dovrò essere operato.

Mi prendo un paio di giorni di malattia e nel frattempo prenoto una visita chirurgica. Il medico guarda distrattamente i referti del pronto soccorso e conclude che l'operazione è d'obbligo. Non vorrei attendere molto perché le coliche si stanno facendo sempre più frequenti. Mi congeda dicendo che entro un mese al massimo sarà sicuramente tutto finito.

La sera a casa dopo cena comincio ad avvertire nuovamente dolore. Senza indugio mi prendo le mie prime venti gocce di Alginor che contiene lo stesso principio attivo del Buscopan. Con pazienza attendo un po' di sollievo, ma più tardi sono costretto a prenderne altre 15 gocce. Il male non accenna a diminuire e quindi decido di farmi accompagnare da mio figlio al pronto soccorso della clinica in cui avrebbero dovuto operarmi.

Dopo una visita sommaria decidono di ricoverarmi. Con attaccata la flebo riesco a dormire un po'.

E' martedì 8 aprile. Oggi sono esattamente sette mesi che Maria Luisa ed io siamo sposati. Contiamo ancora i giorni come fidanzatini. Ma quella giornata è in realtà il mio Calvario. Dopo un iniziale sollievo i dolori ritornano più acuti di prima. Le flebo con antidolorifici si susseguono senza soluzione di continuità, ma il beneficio che mi arrecano è quantomai breve e sempre meno efficace.

Verso sera non ne posso più. Sono in uno stato di prostrazione totale, disumano. Avrei voglia d'infilare la finestra e gettarmi di sotto solo per far cessare il male. Capisco Santina. Ormai terminale voleva gettarsi dall'ottavo piano dell'ospedale. La sua non era disperazione, ma solo tremendo dolore. La mia operazione è stata fissata per dopodomani. Dispero di poterci arrivare. Troppo lontano.

Finalmente il medico che era impegnato in sala operatoria viene a visitarmi. Propone la morfina. Ho qualche titubanza, ma la decisione è presa. Dieci milligrammi per via intramuscolare nella natica destra. Ora cerco di capire se posso avere allucinazioni. Non ho mai assunto droghe e non ho idea di quale effetto possa farmi. Speriamo non una reazione allergica. Alla mamma di Maria Luisa è capitato.

Dopo mezz'oretta circa mi sento già un po' meglio. Mi piego su un fianco e vomitando libero lo stomaco dai resti del pasto del giorno precedente che evidentemente non avevo digerito. La notte torno a dormire il sonno del giusto.

Dieci milligrammi di liquido sono stati il sollievo definitivo. Rifiuto qualsiasi altro antidolorifico, mentre continuo infusioni di antibiotici via flebo. La vigilia dell'operazione non è pesante. Mi sembra tutto in discesa. Posso arrivare a giovedì 10 aprile in tutta tranquillità.

In quest'ospedale sono specializzati per le colecistectomie. C'è un turn-over pazzesco. Faccio notare la cosa alle infermiere e come risposta mi dicono che loro i letti non li lasciano diventare freddi.

Il giorno dell'operazione mi trova tranquillo e rilassato. Non vedo l'ora di togliermi quel coso da dentro. Trovo modo di dire al chirurgo che avverto un dolore anche nella zona dell'appendice. Già che ci sono diano un'occhiata anche a quella. Quando mi risveglio mi dice che l'hanno guardata, ma era a posto. Purtroppo non hanno potuto fare laparoscopia ed hanno dovuto tagliare. Tastandomi l'avevo capito da solo e ribatto che non importa. Sfoggerò anch'io i miei bei punti come mia madre che più di vent'anni fa aveva dovuto subire lo stesso intervento. Nonostante le oltre tre ore di sala operatoria mi sento parecchio bene. Per l'anestesia nessun fastidio. Solo un po' di disagio per il sondino nasogastrico che mi irrita la gola nel deglutire.

Nel ritornare in corsia mi accoglie il sorriso raggiante di Maria Luisa. Mio figlio Andrea è dovuto scappare a prendere Alessandra che è ormai prossima all'uscita da scuola. Immagino tutta l'apprensione dei miei figli per lo stato di salute del loro unico genitore. Ma è andata bene. Mi sento bene, molto bene. Il chirurgo, straniero, di cui non sono riuscito ad imparare il nome, ha fatto un buon lavoro.

Ogni giorno che passa miglioro con decisione. Provo quasi paura al pensiero di quanto mi senta bene ora rispetto al tanto male patito in precedenza. Parenti ed amici allietano la mia degenza con le loro visite.

Sulla cartella di dimissione leggo la seguente diagnosi: "Colecistite calcolosa gangrenosa con versamento biliare libero".

Probabilmente dovevo essere operato d'urgenza ancora una settimana prima, ma va bene così.

Poi giovedì scorso, mentre sono di nuovo in clinica per togliere i punti, ricevo una telefonata da Maria Luisa. Un mese fa si era sottoposta ad un intervento per la rimozione di un polipo. E' arrivato il referto dell'esame istologico. Dovrà togliere l'utero.

A casa, davanti a lei, scoppio a piangere e capisco perché la mia ripresa è stata rapida.

venerdì 4 aprile 2008

L'eleganza del riccio

Quando siamo stati in viaggio di nozze a Parigi, durante uno dei tanti spostamenti in metrò, ci siamo seduti accanto ad una giovane signora tutta assorta nella lettura di un libro dal titolo L'élégance du hérisson. L'interesse dimostrato dalla lettrice era tale che anche noi avremmo voluto saperne qualcosa di più, ma la nostra povera conoscenza del francese c'impediva addirittura di comprendere completamente il significato del titolo.

Una delle sere seguenti abbiamo avuto il piacere di cenare assieme ad un amico conterraneo di Maria Luisa che da parecchi mesi era in trasferta di lavoro nella capitale francese svolgendo la sua attività di geologo presso una compagnia petrolifera. Durante la piacevolissima serata passata insieme in cui lui è stato nostro ospite a tavola e noi, molto più ricambiati, suoi ospiti in giro per un quartiere del centro, approfittando della sua maggiore perizia con la lingua locale, gli abbiamo chiesto il significato del titolo. Lui prontamente ce l'ha tradotto: L'eleganza del riccio.

Qualche settimana fa, mentre eravamo al solito supermercato, sfiliamo davanti allo scaffale dei libri e nonostante la diversa copertina non m'è sfuggita la recente traduzione in italiano di quella raffinata commedia francese. Maria Luisa d'impulso me l'ha voluto regalare e prontamente l'ha infilato nel carrello. Così, a scatola chiusa, senza sapere se meritava veramente. Ma io ero sicuro che valeva la pena acquistarlo anche solo perché legato in qualche modo alla nostra luna di miele.

Ora lo sto leggendo. Il tempo libero è poco e quindi sono arrivato solo a metà, ma letta la prima pagina di un nuovo capitolo non ho potuto fare a meno di riportarlo di seguito.

Ieri sera a cena la mamma ha annunciato che esattamente dieci anni fa ha cominciato la sua "anaalisi", come se fosse un buon motivo per fare scorrere fiumi di champagne. Siete tutti d'accordo che è una cosa me-ra-vi-glio-sa! Mi pare che solo la psicanalisi possa competere con il cristianesimo nella predilezione per le sofferenze prolungate. Quello che mia madre non dice è che da dieci anni prende degli antidepressivi. Ma evidentemente non mette in relazione le due cose. Credo che gli antidepressivi non servano ad alleviare le sua angosce, ma a sopportare l'analisi. Quando racconta le sue sedute, c'è da sbattere la testa al muro. Il tizio fa <<Hmmm>> a intervalli regolari ripetendo i finali delle frasi (<<E sono andata da Lenôtre con mia madre>>: <<Hmmm, sua madre?>>; <<Mi piace molto la cioccolata>>: <<Hmmm, la cioccolata?>>). Se è così, domani posso lanciarmi anch'io nella psicanalisi. Oppure le propina delle conferenze della <<Causa freudiana>> che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non sono dei rebus ma dovrebbero avere un qualche significato. Subire il fascino dell'intelligenza è davvero molto affascinante. Secondo me l'intelligenza non è un valore in sé. Di gente intelligente ce n'è a pacchi. Ci sono molti dementi, ma anche molti cervelli eccezionali. Sarà una banalità, ma l'intelligenza in sé non ha alcun valore e non è di nessun interesse. C'è gente molto capace che ha speso una vita sulla questione del sesso degli angeli, per esempio. E molte persone intelligenti hanno una specie di bug: credono che l'intelligenza sia un fine. Hanno un'unica idea in testa: essere intelligenti, e questa è una cosa stupidissima. E quando l'intelligenza crede di essere uno scopo, funziona in modo strano: non dimostra la sua esistenza con l'impegno e la semplicità dei suoi frutti, bensì con l'oscurità della sua espressione.

Muriel Barbery
L'eleganza del riccio
edizioni e/o

Confesso che qualche anno fa mi sono sottoposto a qualche seduta di psicanalisi. Già dopo il primo incontro ne sono uscito con un enorme senso d'irritazione. Alla terza non ce l'ho più fatta ed ho detto al terapeuta(?) che preferivo interrompere. Lui si è permesso di dirmi che la mia sofferenza meritava di essere trattata. Gli ho risposto: <<Sì, è vero, ma decido io come>>.

domenica 16 marzo 2008

Cinema di periferia

Questa cosa è successa diverse settimane fa, ma solo ora trovo il tempo per raccontarla.

Maria Luisa ed io stavamo ritornando dalle abituali spese del sabato mattino. Mentre eravamo in colonna al semaforo mi capita di dare un'occhiata alla locandina di un cinematografo d'oratorio.

Non è molto distante da casa nostra. Pochi passi di buona lena e potrebbe diventare un valido ed alternativo modo di spendere il sabato sera, lontani dalle caotiche ed affollate multisala tanto in voga al giorno d'oggi.

Sicuramente la scelta è meno variegata. Direi anzi obbligata a causa di un'unica proiezione e forse per questo una serata diversa, meno scontata. Niente passerelle di mamme avvenenti o stanco vagabondare di giovanotti che ammazzano la noia del proprio fine settimana prima nel buio di una sala e poi nel frastuono di una discoteca.

Ceniamo un po' più presto del solito e poi usciamo tutti quanti. I ragazzi si dirigono verso il nostro oratorio dove ritrovano gli amici di sempre. Noi proseguiamo a passo spedito per non fare tardi alla proiezione unica delle 21.

Per strada c'imbattiamo in gruppi di giovanotti e ragazze che indugiano intorno alle proprie automobili. Dev'essere dura la vita del sabato sera: sempre qualcosa da organizzare e da fare perché il lunedì arriva presto e non si può affrontare un'altra settimana se non si è goduto la vita fino in fondo, magari con un tantino d'eccessi.

Più avanti nel nostro tragitto troviamo un negozio di frutta e verdura ancora aperto. Questa cosa mi fa tornare al viaggio di nozze a Parigi, quando non era infrequente trovare esercizi aperti anche ad ora tarda. Non si capisce bene se per desiderio di proseguire negli affari oppure perché nelle solitudini di questa esistenza altro non resta da fare che ammazzarsi di lavoro.

Condivido questi pensieri con la mia sposa e passo dopo passo arriviamo alla nostra meta. Ho sempre timore di arrivare tardi e mi rendo conto di averla costretta ad un'andatura fin troppo spedita.

Entriamo. Penso che la proiezione potrebbe essere già iniziata. Oppure non si è presentato ancora nessuno, nonostante sia ormai ora. Nell'atrio c'è gente che sorride. Chissà mai perché penso che stiano ridendo di noi. Siamo forse gli unici che hanno avuto l'ardire di buttarsi in un cinema di periferia?

Compriamo due biglietti e poi entriamo in platea. Non vedo nessuno. Siamo proprio soli. Poi udiamo provenire dall'alto alcune voci. Sono tutti in balconata. Decidiamo di tornare sui nostri passi e saliamo anche noi.

Non torno in questo locale da più di vent'anni quando mi capitava di assistere a qualche cineforum impegnato.

Il pensiero va anche alle proiezioni per periodo di leva. Anche lì in qualche oratorio di periferia con coppiette davanti a me che con le loro tenerezze mi distraevano e mi facevano perdere la trama del film.

Il pubblico del piano superiore è in verità poco numeroso, come prevedibile. Alcuni gruppi di giovani e vivaci nuclei familiari.

Tutti presi dalle vicende de "La bussola d'oro" siamo sorpresi dall'interruzione per l'intervallo a metà proiezione. Nelle multisala si è persa l'abitudine a questa cosa. Il tempo è denaro, si sa.

Alla ripresa manca l'audio. Nascono cori spontanei, prima timidi, poi ben marcati e decisi che reclamano "voce!", proprio come ai vecchi tempi. Come recita una nota pubblicità, ci sono cose che non si possono comprare, ma noi le abbiamo ricevute tutte e a buon prezzo.

Mentre ritorniamo verso casa, felici per la gradevole proiezione, ma ancor di più per esserci riempiti di tenerezza come fidanzatini d'altri tempi, incrociamo alcuni ragazzi che chiaramente escono dal nostro oratorio. Quando vi arriviamo davanti fatico un poco a convincere Alessandra a seguirci a casa. Vorrebbe fare come il fratello più grande ed aspettare ancora un po' a sciogliere la compagnia.

Un sabato diverso, non c'è che dire. Non siamo pesci nell'acquario con tutta la vita programmata. Possiamo scegliere e con sorpresa scoprire che non sono le cose lontane a darci la felicità, ma inaspettatamente la possiamo trovare anche in un cinema di periferia.

mercoledì 6 febbraio 2008

La speranza


Gesù che di sé ha detto di essere venuto perché noi abbiamo la vita e l'abbiamo in pienezza, in abbondanza, ci ha anche spiegato che cosa significhi <<vita>>: <<Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo>>. La vita nel senso vero non la si ha in sé da soli e neppure solo da sé: essa è una relazione. E la vita nella sua totalità è relazione con Colui che è la sorgente della vita. Se siamo in relazione con Colui che non muore, che è la Vita stessa e lo stesso Amore, allora siamo nella vita. Allora <<viviamo>>.

L'uomo ha, nel succedersi dei giorni, molte speranze - più piccole o più grandi - diverse nei diversi periodi della sua vita. A volte può sembrare che una di queste speranze lo soddisfi totalmente e che non abbia bisogno di altre speranze. Nella gioventù può essere la speranza del grande e appagante amore; la speranza di una certa posizione nella professione, dell'uno o dell'altro successo determinante per il resto della vita. Quando, però, queste speranze si realizzano, appare con chiarezza che ciò non era, in realtà, il tutto. Si rende evidente che l'uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre. Si rende evidente che può bastargli solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere.

Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l'universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere. Dio è il fondamento della speranza - non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l'umanità nel suo insieme. Il suo regno non è un aldilà immaginario, posto in un futuro che non arriva mai; il suo regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiuge.

La preghiera come scuola della speranza

Pregare non significa uscire dalla storia e ritirarsi nell'angolo privato della propria felicità. Il giusto modo di pregare è un processo di purificazione interiore che ci fa capaci per Dio e, proprio così, anche capaci per gli uomini. Nella preghiera l'uomo deve imparare che cosa egli possa veramente chiedere a Dio. Deve imparare che non può chiedere le cose superficiali e comode che desidera al momento.

Così diventiamo capaci della grande speranza e così diventiamo ministri della speranza per gli altri: la speranza in senso cristiano è sempre anche speranza per gli altri. Ed è speranza attiva, nella quale lottiamo perché le cose non vadano verso <<la fine perversa>>. E' speranza attiva proprio anche nel senso che teniamo il mondo aperto a Dio.

Agire e soffrire come luoghi di apprendimento della speranza

Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l'uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare.

La misura dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana. Accettare l'altro che soffre significa, infatti, assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventa anche mia.

Soffrire con l'altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa dell'amore e per diventare una persona che ama veramente - questi sono elementi fondamentali di umanità, l'abbandono dei quali distruggerebbe l'uomo stesso.

Benedetto XVI
SPE SALVI
Libreria Editrice Vaticana

sabato 2 febbraio 2008

La vita eterna


Forse oggi molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo.

Continuare a vivere in eterno - senza fine - appare più una condanna che un dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine - questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine insopportabile.

L'eliminazione della morte o anche il suo rimando quasi illimitato metterebbe la terra e l'umanità in una condizione impossibile e non renderebbe neanche al singolo stesso un beneficio.

Ovviamente c'è una contraddizione nel nostro atteggiamento, che rimanda ad una contraddittorietà interiore della nostra stessa esistenza. Da una parte, non vogliamo morire; soprattutto chi ci ama non vuole che moriamo. Dall'altra, tuttavia, non desideriamo neppure di continuare ad esistere illimitatamente.

Allora, che cosa vogliamo veramente? Che cosa è, in realtà, la <<vita>>?

Possiamo soltanto cercare di uscire col nostro pensiero dalla temporalità della quale siamo prigionieri e in qualche modo presagire che l'eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento dell'immergersi nell'oceano dell'infinito amore, nel quale il tempo - il prima e il dopo - non esiste più. Posiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell'essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia.

Benedetto XVI
SPE SALVI
Libreria Editrice Vaticana

sabato 26 gennaio 2008

Dio mi ama

In questi giorni cercavo lo spunto per qualcosa da scrivere sul blog.

Questa mattina Maria Luisa ed io, come siamo soliti fare da un po' di tempo a questa parte prima di andare al supermercato, dopo aver accompagnato a scuola Alessandra, ci siamo recati al bar della nostra pasticceria per coccolarci con un cappuccino.

Mentre attendevamo che il barista ci servisse, mia moglie ha estratto da una tasca del suo cappotto un volantino colorato che le era stato dato da uno dei suoi studenti.

Questo foglietto riporta su un lato l'immagine che potete vedere qui a fianco e sull'altro il seguente testo.

E non fare il difficile!
Intanto,comunque la pensi,
Dio ti starà addosso
tutta la vita perchè
ti ama alla follia.
Vuoi continuare
a ignorarlo?
Peggio per te,
perderai l'occasione
di vivere
la tua vera vita,
quella vita pazzesca,
diversa, piena di emozioni
che Harry Potter e le Winx
neanche si immaginano.

SCEGLIGESù.com

Ogni domenica alle 17
al Pub Le Pecore
in via Fiori Chiari, 21 (Brera) a Milano

Non so se in realtà si tratti di una trovata pubblicitaria per qualche spettacolo poco edificante oppure una brillante provocazione per qualcosa di serio ed impegnato.

Quel che a me importa è sottolineare il contenuto positivo di questo messaggio. In un certo senso sto prendendo a prestito queste parole per esprimere il mio pensiero di questi ultimi anni.

Questo Padre buono e paziente, più che starci "addosso", guarda da lontano ed attende con ansia il nostro ritorno.

Se poi siamo fra quelli che non se ne sono mai andati, riscopriamo la gioia dell'amore ininterrotto ed esultiamo con Lui per ogni smarrito che ritorna alla vita.

Le vicende di questi giorni pongono l'enfasi sul declino del nostro paese sfilacciato da tanti problemi e governato da una classe dirigente in cui non ci riconosciamo più.

Abbiamo fame e sete di tante cose materiali, ma ci preoccupiamo poco di trovare il vero cibo che non va a male e l'acqua che ha il potere di dissetarci per sempre.

giovedì 27 dicembre 2007

La pepita d'oro

Domenica scorsa, dopo messa, Maria Luisa ed io siamo stati invitati a partecipare alle prove di canto per la celebrazione del Natale.

La sera stessa ci siamo quindi recati all'oratorio della nostra parrocchia e, assieme agli amici che avevano rallegrato il nostro matrimonio in settembre, abbiamo cercato di prendere confidenza con quelle nuove melodie.

Era parecchio tempo che non salivo nei locali posti al piano superiore dove un tempo anch'io m'ero dato da fare come catechista. Ho osservato con piacere gli ambienti ordinati e dato una fugace occhiata ai cartelloni appesi, frutto del lavoro di gruppo dei nostri ragazzi.

Terminate le prove, mentre guardavo distrattamente la libreria posta nel corridoio mi sono ricordato di un breve racconto che avevo scritto da giovane. La storiella era poi diventata un audiovisivo. Alla realizzazione delle diapositive avevano collaborato i ragazzi della mia classe di catechismo. Loro seguivano con pazienza le mie indicazioni per dar vita ai personaggi della storia ed io, munito di reflex, immortalavo le loro pose.

La storiella, a grandi linee, è questa.

Un giorno un uomo, mentre arava il suo campo, trova una grossa pepita d'oro. Lo stupore e la gioia per il ritrovamento erano state grandi. Quest'uomo si considerava generoso ed altruista e quindi non voleva tenere questo tesoro tutto per sé. Mise dunque la pepita al sicuro in banca in attesa di decidere come impiegarla. Intanto si era diffusa la notizia di questo eccezionale ritrovamento come pure le intenzioni di quell'uomo. Presto numerose persone vennero a cercare questo signore per chiedergli un poco di quell'oro per i loro bisogni. Però lui rispondeva garbatamente a tutti che non aveva intenzione di disperdere e frammentare quella risorsa per tante piccole necessità. Doveva infatti servire per un'unica grande opera buona, quando se ne sarebbe presentata l'occasione. Il tempo passava ed intanto la pepita continuava a restare inutilizzata in banca. Un giorno quell'uomo morì e dato che non aveva eredi si decise di mettere la grossa pietra d'oro nella sua cassa perché fosse sepolta con lui. Non era servita a niente.

Il finale può risultare amaro, allora come oggi. Nelle mie intenzioni voleva essere uno stimolo. Meglio una storia senza lieto fine ed una vita ben spesa piuttosto che il contrario.

Mentre meditavo di scrivere queste cose ho ricevuto una telefonata da mio figlio Andrea. Ieri è partito per la montagna con un gruppo di amici. Quando l'ho accompagnato in stazione ed ho visto alcuni membri della compagnia, avevo avuto la sensazione che con loro non si sarebbe trovato troppo a suo agio. M'erano parsi un po' troppo "fighettini", come quelli che abbondano nei frivoli film del periodo natalizio. Ho cominciato a cogliere il suo disagio dai vari sms che ogni tanto ci spediva. Quando uno si diverte, ha poco tempo per scrivere a casa, ma se le cose non vanno come uno si aspetta...

L'ho sentito sconsolato e già desideroso di ritornare a casa. Questi ragazzi più giovani di lui, studentelli imbottiti dei soldi dei genitori prodighi ed irresponsabili, si stanno dando al vizio più sfrenato illudendosi di trovare gioia in cose malsane. Alludendo alla droga, ha ammesso che fra di loro circola di tutto e di più.

Credo che ora sia già sul treno che lo riporta a casa. Sono contento ed orgoglioso della scelta che ha fatto, anche se questa resa gli apparirà come una piccola sconfitta.

martedì 27 novembre 2007

Il fiore più bello

Probabilmente sarebbe meglio tacere, mantenere il riserbo. Eppure ho voglia di scrivere due righe riguardo a te, mamma.

Nella notte fra sabato e domenica ci hanno chiamato dal ricovero dicendo che eri spirata. Siamo subito accorsi e ti abbiamo trovata nel letto leggermente piegata su un fianco che parevi continuare a dormire. Sorella morte che a lungo hai invocato in tanti momenti di dubbia lucidità è venuta e ti ha preso per mano. Siamo rimasti un poco sorpresi perché quando ti abbiamo visto al mattino, Maria Luisa ed io assolutamente non avremmo pensato che quelle sarebbero state le tue ultime ore. Ti lamentavi, come facevi spesso e come la malattia ti consentiva di esprimerti. Ti dissi che comprendevo tutta la tua pena, ma che non toccava a noi stabilire i tempi ed i modi della tua dipartita e che c'era una ragione del tuo permanere fra noi. Il tuo percorso di dolore era però giunto al termine e quindi sei stata liberata da tutte le tue sofferenze e condotta nell'abbraccio di Dio. Sì, ne sono sicuro. Seguendo il Vangelo, ti sei sempre prodigata per gli altri e col tuo esempio ci stimoli a fare altrettanto.

Ed è anche per questo che il tuo funerale di oggi non è stato per me un momento di dolore intenso. Ha prevalso l'orgoglio di averti avuto come madre generosa ed aperta alla carità. Abbiamo cercato di esserti vicino come meglio potevamo in questi mesi difficili. Tu hai aiutato noi a trovare il tempo per non dimenticarci di te, per venirti a portare il nostro affetto, per apprezzare il grande carico di umanità che ancora animava le tue membra malate.

Sei stata il fiore più bello.

Grazie per il dono della tua vita.

giovedì 8 novembre 2007

Non solo soldi

L'ho rifatto. E' la seconda volta che chiedo un permesso aziendale per scrivere sul blog in orario di lavoro.

Ieri sera sono stato nuovamente a cena con i miei compagni di classe. Questa volta c'era anche don Felice Bontempi rientrato in Italia per un lungo periodo di vacanza e quindi non potevo mancare. Qualche attento lettore si ricorderà di lui per averne parlato in un precedente post (http://piccola-anima.blogspot.com/2007/03/sui-passi-di-pollicino.html) in cui illustravo l'iniziativa che ha portato alcuni dei miei compagni a costituirsi in associazione e fondare una ONLUS. Il progetto, nato in collaborazione con don Felice, sta andando avanti e su http://www.suipassidipollicino.it potete leggere altre informazioni e vedere alcune immagini.

Quasi per caso, (anche se nulla accade per caso, come ho imparato bene in questi ultimi tempi) mi sono trovato a sedere proprio accanto a don Felice. Avrei voluto cedere il posto ad altri amici che lo conoscono meglio, ma lui ha insistito perché restassi dov'ero. Fra un boccone di pizza e l'altro ho quindi avuto la possibilità di ascoltare alcune delle iniziative in cui si è trovato coinvolto in Brasile dove svolge il suo lavoro di missionario da ormai più di trent'anni.

Nelle zone rurali del Brasile i bambini non venivano mandati a scuola. Don Felice era in possesso di un camioncino e quindi ha scelto una delle tante comunità e per un paio d'anni si è preso la briga di portare a studiare un gruppo di ragazzi. Al termine di questo periodo ha comunicato che non avrebbe più continuato in questa attività di scuolabus. In seguito alle proteste dei genitori il sindaco del paese è riuscito a convincere don Felice a prolungare il servizio per un altro anno. Poi l'amministrazione pubblica si è dotata di mezzi propri ed ha continuato questo servizio. Negli anni successivi anche altre comunità, che non volevano essere da meno, hanno chiesto ed ottenuto dalle loro amministrazioni comunali lo stesso servizio.

Un'altra fetta di pizza e poi la narrazione prosegue con un altro racconto. Avendo visto i contadini svolgere il lavoro muniti di semplici zappe, decise di scrivere a diverse persone influenti per ottenere i finanziamenti per acquistare un trattore. Fra queste persone rispose solo Giulio Andreotti che tramite l'ambasciatore disse che potevano andare dove volevano a comperare il trattore e lui avrebbe provveduto a pagarlo. E così è stato. Giulio Andreotti scrisse anche che sarebbe andato a trovare don Felice, ma poi in seguito fu costretto a rinunciare per subentrati impegni di governo. Il trattore avuto in dono e messo a disposizione dei contadini per arare meglio i loro terreni fece nascere il desiderio di acquistarne altri da parte delle amministrazioni comunali. In seguito quasi tutti i paesi vicini ne avevano un paio da dare in uso ai coltivatori a prezzi di favore.

Per essere maggiormente incisivo don Felice si era buttato anche in politica, ma poi con l'uccisione del suo segretario e l'arresto di altri collaboratori è stato costretto a rinunciare. Decise allora di finanziare gli studi di alcuni bambini dicendo che il loro obiettivo sarebbe stato quello di vincere le elezioni nel 2015. Tanti di questi ragazzi sono ormai diventati adulti, si sono laureati e già oggi hanno vinto le elezioni e stanno cambiano le cose dal di dentro.

Mentre la pizza sta per finire rivolge a tanti di noi l'invito di andarlo a trovare. Ci dice di pensare solo al costo del viaggio, ma una volta là saremo suoi ospiti graditissimi, come lo è stato Luciano, il carabiniere, uno dei soci fondatori della ONLUS.

Gli accenno alle mie adozioni a distanza e gli dico che è bello andare a vedere, ma forse si dovrebbe rinunciare e mandare i soldi del viaggio per aiutare ancora di più. Con mia sorpresa dissente e dice che non è tanto importante il denaro, ma conoscere ed operare un interscambio. Mi sento punto sul vivo. Appena arrivato all'incontro avevo consegnato a don Felice una busta con un po' di soldi, come viatico per la sua missione.

Sento che ha ragione. Faccio un'offerta, magari anche generosa, ma il mio cuore è distante. In questo mondo sedicente globale ed interconnesso non conosco proprio nulla di questi miei fratelli brasiliani. Ho la pretesa di dare a loro, quando loro invece potrebbero restituirmi molto di più in cose che non si consumano.

Sopra di noi i politici si dibattono inutilmente in demagogiche questioni relative all'espulsione di cittadini stranieri e così prendono fiato incapaci di far fronte ai veri problemi del nostro paese. Nulla si sa di quanto avviene fuori dai nostri confini. Don Felice mi ha raccontato anche di una quindicina di ospedali che sono stati costruiti in Brasile finanziati dai bresciani. Mi parla di tante altre iniziative che con il governo presieduto da Silvio Berlusconi si son viste mancare dall'oggi al domani i fondi necessari per essere portate avanti. Ora il governo Prodi vorrebbe rivedere questa cosa, ma la destra preme sostenendo che i soldi devono restare in Italia. Un ragionamento molto miope. Ed intanto la gente va per un'altra strada e non fa nulla. Chi da noi ha voglia di far studiare i bambini perché un domani siano la nostra nuova classe dirigente?

martedì 9 ottobre 2007

Ringraziamento finale

Al termine della celebrazione per il nostro matrimonio, Maria Luisa ha pronunciato queste parole di ringraziamento.

"Il Signore è il mio Pastore: non manco di nulla".
Con questa fede in Lui vogliamo esprimere il nostro povero, ma sincero grazie a chi ci ha sostenuto e ci sostiene nel nostro percorso di quotidiana scoperta di una vita che, nella gioia e nel dolore, è sempre un tesoro prezioso. E un grazie è per tutti quelli che hanno partecipato, in vario modo, a questa cerimonia. In particolare vogliamo ricordare:
  • Maria, la nostra Madre celeste, che ci ha fatto incontrare.
  • Andrea ed Alessandra, che sono per noi germe di speranza e grande fiore di autentica bontà.
  • I nostri genitori, presenti e non, che ci hanno dato un esempio silenzioso e credibile di come l’amore di Dio possa ogni giorno tradursi in amore umano e in tenerezza; e, con loro, i nostri fratelli, generosi e cari.
  • I familiari di Santina e Santina, per la loro testimonianza sorprendente di bontà ed altruismo.
  • I nostri testimoni, che ci hanno accompagnato in questa prima fase della nostra storia.
  • Flavia, amica cara e saggia.
  • I lettori e i Sacerdoti che hanno celebrato questo rito e ci hanno preparato al matrimonio, incoraggiandoci. I Parroci e le comunità di S. Agostino e S. Spirito, ed in particolare il gruppo dei cantori di S. Spirito, che ha allietato questa cerimonia, e Don Giuseppe, che ha suonato l’organo.
  • I colleghi miei e di Romano, cui siamo sinceramente affezionati, gli alunni che ho incontrato e incontro nel mio cammino, che ci comunicano ogni giorno l’entusiasmo e la voglia di vivere.
  • Tutti gli amici e le amiche di scuola, di Casalbuttano, del Gruppo Giovanile, e tutti i presenti, conosciuti in tante tappe della vita, che hanno contribuito con un sorriso, una lacrima, un gesto di bontà o una parola alla nostra gioia di oggi.

GRAZIE!

Scene da un matrimonio


Prima che la memoria perda consistenza voglio raccontare, così come mi suggerisce il cuore, alcuni degli eventi che hanno avuto come perno la celebrazione del nostro matrimonio.

Col desiderio di preservare l'intimità ed il raccoglimento, Maria Luisa ed io abbiamo fatto precisa scelta di limitare il numero degli invitati alla cerimonia. La mia generosa sposa però ha voluto convocare in tempi diversi i numerosi amici, conoscenti e parenti per condividere la gioia di questo momento. Ben conscia dell'alto numero di persone coinvolte, ha cominciato ad organizzare pranzi e cene fin da giugno. Ad alcuni di questi incontri conviviali ho partecipato anch'io. Ad altri la mia presenza è stata solamente spirituale.

L'ultimo di questi festeggiamenti, da noi impropriamente battezzato come addio al celibato, si è tenuto la sera del 6 settembre. Inizialmente ho avuto modo di sentirmi un poco in imbarazzo per non essermi vestito di tutto punto come tanti fra gli invitati. Aveva organizzato tutto Maria Luisa e mi ero fatto l'idea di una cosa più informale. Poi questa sensazione di disagio è sparita. In realtà è stato un vero e proprio assaggio del matrimonio e già quella sera abbiamo cominciato a sperimentare la grazia e la gioia dei giorni successivi. Per forza di cose non c'è stato modo di parlare diffusamente con tutti, ma con alcuni si è potuto toccare anche argomenti meno banali e di circostanza. In seguito ci sono giunte numerose attestazioni di gratitudine per la lietissima serata che ha offerto a molti l'occasione di rivedersi dopo tanto tempo.

Il giorno seguente, vigilia della celebrazione sacramentale, si è aperto per me con la confessione. In quest'incontro con Dio volevo presentare soprattutto la mia riconoscenza e gratitudine per quello che avrei vissuto l'indomani. Invece è stato occasione di qualche lacrima riconoscendo le debolezze di sempre.

Nel pomeriggio sono tornato a trovare il mio barbiere di un tempo. Ultimamente ero solito frequentare le parrucchiere del centro commerciale vicino a dove lavoro. Non c'era stato un motivo importante per questo cambiamento. Probabilmente la possibilità di recarmici durante la pausa pranzo ed il desiderio d'incontrare un volto femminile in quei terribili anni di vedovanza l'hanno avuta vinta su una consuetudine ed amicizia che dura fin dall'infanzia. Ma in agosto, quando sono andato al mare a Roseto con la famiglia, con grande sorpresa ho ritrovato nella nostra stessa pensione proprio il mio barbiere di sempre. Gli annunciai il nostro imminente matrimonio e nessuno dei due spese parole riguardo alle mie defezioni degli ultimi tempi. Fra me pensavo che sarei potuto tornare da lui per farmi sistemare i capelli per il lieto evento. E così è stato. Venerdì pomeriggio mi sono presentato sulla porta del suo negozio ed ho chiesto il solito taglio prenotandomi inoltre per il mattino seguente in modo che mi desse l'ultima sistemata.

La notte della vigilia è trascorsa tranquillamente. Maria Luisa ed io ci siamo sentiti solo telefonicamente sciogliendo le ultime tensioni, dovute ai preparativi, in pensieri di speranza ed augurio di reciproca felicità.

Ed è venuta l'alba dell'8 settembre dopo una notte, almeno per me, di buon riposo. Prima delle 8 mi son recato dal mio barbiere per farmi pettinare i capelli. Non era ancora l'ora, ma il negozio era già aperto. Ho insistito per prenderci un cappuccino al bar lì a fianco, ma contrariamente al mio volere l'ha offerto Ferruccio come compensazione per quel caffè che al mare non siamo mai riusciti a prendere insieme.

Tornato a casa ho sollecitato, probabilmente un po' troppo bruscamente, i ragazzi perché si sbrigassero a vestirsi e poi via in macchina alla volta di Cremona. La cerimonia era fissata per le 11. Brescia non è distante, ma lo sposo non deve farsi aspettare ed io mal celavo una certa impazienza. Raccolto per questioni logistiche anche un nipote, siamo giunti a casa di Maria Luisa con un certo anticipo rispetto all'orario convenuto. Com'è consuetudine, avevamo scelto di non vederci prima della cerimonia. Mentre cominciavo ad indossare l'abito, Alessandra che non sottostava a questa restrizione ed aveva visto la sposa, mi è venuta a dire che Maria Luisa stava benissimo ed era bellissima.

Dopo non molto, terminata la vestizione ed ottenuto il bouquet, con al seguito i figli e mio nipote, sono uscito per andare in chiesa ad attendere i parenti che man mano sarebbero arrivati. La scuola antistante era animata da alcuni studenti di Maria Luisa che sicuramente volevano vedere l'uscita della loro prof.

Alla chiesa c'erano poche persone. Sono entrato un attimo per posare alcuni libretti che avremmo poi utilizzato per la celebrazione del rito. In un angolo appartato scorgo una signora. Mi viene naturale salutarla anche se non la conosco. Le sorrido e lei ricambia il saluto. Esco e mi fermo davanti al portone d'ingresso. Dopo poco quella signora mi si avvicina e quasi sussurrando mi dice che la persona che sto per sposare è una bravissima persona e che lei la conosce bene. Le rispondo che ne sono sicuro, non ho dubbi. Eppure penso a questa conoscente come ad un angelo che voglia farmi coraggio, casomai ce ne fosse bisogno.

Poi man mano mi perdo negli sguardi gioiosi, negli abbracci delicati, nei baci affettuosi dei numerosi amici e parenti, miei e della sposa che via via s'infittiscono. Manca ancora qualche minuto alle 11 e la sposa già arriva in auto condotta dal fratello. Quando Maria Luisa mi sfila davanti nella sua utilitaria di recente acquisto, provo un sussulto e freno a stento la commozione che m'induce alle lacrime. Le vado incontro. Le porgo i fiori e la bacio sulle gote.

Entriamo in chiesa. Io accompagnato dalla mamma di Santina che ha risposto con generosità al mio invito; Maria Luisa a fianco del fratello Federico, perché papà Dario assiste dal cielo.

Il rito inizia e prosegue in pieno raccoglimento come nostro desiderio. L'organo accompagna discreto l'introduzione. Alcuni miei parrocchiani, che con nostra sorpresa hanno deciso di partecipare, allietano col canto ed il suono della chitarra i momenti centrali della messa. Davanti a tutta la comunità abbiamo detto il nostro sì che ci ha uniti per la vita.

All'uscita ci attende un bagno di folla gioiosa e festante, ma mai quanto noi due. Ce ne vuole prima di riuscire a congedare tutti ed avviarci con una cerchia ristretta di parenti ed amici per il pranzo di nozze.

Il pomeriggio passa velocemente in serenità, cercando di dedicare un momento d'attenzione ed un saluto ad ognuno.

Terminato il pranzo, lasciamo l'agriturismo e ci dirigiamo, Maria Luisa ed io soli, verso il cimitero per portare alcuni fiori alla tomba di famiglia e recitare una preghiera per il papà defunto. Poi di nuovo in macchina verso il ricovero dove alloggia mia madre. Le avevo promesso che, se ci sarebbe stato spazio, saremmo andati da lei col vestito di nozze. La malattia non le ha consentito di gioire pienamente per la nostra visita, ma noi abbiamo gradito l'applauso spontaneo e festante degli altri ospiti, che seduti a tavola, hanno tramutato la loro sorpresa in un corale evviva.

Per il viaggio di nozze a Parigi abbiamo aspettato ancora qualche giorno in modo da consentire ad Alessandra di ambientarsi un poco con le novità della scuola superiore. I ragazzi sono stati bravi e se la sono cavata egregiamente anche in nostra assenza.

Ed ora eccoci di nuovo qua. Non tutto il miele è finito ed il segreto è serbarne sempre ancora un poco.

domenica 30 settembre 2007

Noi sposi

Tutto è andato bene. Amici e parenti hanno contribuito a rendere meraviglioso il nostro matrimonio. Abbiamo provato una grande gioia nel sentire Dio a noi vicino nell'intimo del cuore, nel sorriso e nell' abbraccio di tutti i presenti.

L'album con le foto ricordo di noi sposi non è ancora pronto, ma di seguito ci mostriamo in un paio di istantanee.


sabato 25 agosto 2007

Uniti per la vita

Ormai ci siamo. Mancano solo due settimane e poi Maria Luisa ed io saremo uniti per la vita.

Con un poco d'affanno ci accingiamo a preparare le ultime cose e tu, mia dolce sposa, ti stai facendo maggiormente carico delle varie incombenze che ancora restano.

Il nostro percorso l'abbiamo fatto ed ora siamo pronti per una nuova partenza. Chissà cosa ci riserverà il domani. Sicuramente tante cose belle, altre meno, ma domandiamo a Dio la Grazia di accogliere sempre ogni cosa nel miglior modo possibile.

Tante persone ci sono vicine ed hanno fatto sentire forte il loro tributo d'affetto, di stima e d'incoraggiamento. A loro va il nostro grazie e l'augurio di tanta felicità per tutti quanti.

C'è un tempo per piangere ed un tempo per ridere, come dice Qoelet. Indubbiamente questo è il tempo della gioia , anche se scherzosamente qualcuno per la circostanza ci ha fatto le condoglianze.

Eppure forse non sono del tutto fuori luogo perché spesso capita che il matrimonio diventa poi la tomba dell'amore. Non sia così per noi.

GRAZIE.

domenica 22 luglio 2007

Solitudine


Sui biglietti di partecipazione per le nostre nozze Maria Luisa ed io abbiamo fatto stampare la seguente frase.

Desideriamo che la gioia del nostro matrimonio possa trasmettersi a tutti voi ed anche a chi non vive nella serenità ed ha problemi.
Per questo saremmo felici di sapere che avete devoluto in beneficenza quanto pensavate di destinarci come regalo.
Se volete, potete farci partecipi della vostra iniziativa.

Ieri pomeriggio ha telefonato mia suocera per un suggerimento circa la destinazione di questa oblazione. Per scelta non ho voluto darle nessuna indicazione precisa appoggiando invece le proposte che via via andava facendo in autonomia.

Proseguendo la piacevole chiacchierata mi parlava di un'anziana conoscente che l'aveva chiamata per avere un poco di latte a negozi ormai chiusi. Non è difficile pensare che quella in realtà fosse una scusa per fare due parole e sottrarsi così a quello stato di solitudine che tanti anziani patiscono in ogni periodo dell'anno, ma soprattutto nei mesi estivi.

Poi nel pomeriggio ho ricevuto la visita di una delle mie vicine che veniva a portarmi la sua quota per le spese condominiali. Era raggiante e felice per aver trovato nella buca delle lettere il cartoncino con l'annuncio delle nostre nozze. Questa stessa vicina, con una punta di orgoglio, mi aveva confidato lo scorso anno che di lì a pochi giorni avrebbe celebrato col marito il suo cinquantesimo anniversario di matrimonio. Oltre alle mie felicitazioni non avevo potuto nascondere un poco di rammarico per un traguardo che a me non sarebbe toccato. Quello probabilmente no, anche se non si può mai dire, ma un nuovo percorso di vita a due, contro ogni aspettativa, stava già germogliando.

La briosa vicina nel continuare il discorso sul matrimonio aggiungeva che l'amore dei figli è grande, ma è ancora dallo sposo che si riceve un complimento gratificante, una parola d'incoraggiamento in un momento di stanchezza. Lei lo dice sempre alle sue amiche anziane ed anche a quelle più giovani: "tenetevi strette il vostro marito".

Per parte mia aggiungevo che comunque, in ogni caso, anche quando le cose sembrano andar male, vale sempre la pena di investire sul proprio coniuge e sforzarsi di ritrovare motivi d'intesa anziché rivolgere lo sguardo altrove.

In questi mesi di vacanza capita spesso di vedere, al mare od in montagna, spose sole con al seguito i figli e magari anche i nonni. Ed i mariti dove sono? Rimasti in città ad occuparsi del lavoro? Bisognerebbe trovare il modo di trascorrere le ferie insieme anziché farne ottima scusa per momenti di reciproca evasione alla ricerca poi di chissà quale emozione che non ha pari con quella che possiamo provare per chi ha condiviso con noi la buona, ma anche la cattiva sorte, la salute, ma anche la malattia. E' un fisico più aitante che distoglie il nostro sguardo e fa nascere in noi un cuore diviso? E' lo sbandamento di mezza età che coglie noi uomini e ci fa pensare o meglio temere di aver perso il lato migliore della vita? E' un qualche desiderio di eterna giovinezza che spinge voi donne a stuzzicarci e sentirvi così ancora desiderabili e desiderate come in gioventù?

Poi un giorno ci sediamo e ci rendiamo conto che ci siamo affannati tanto a cercare quello che avevamo già lì accanto a noi.

domenica 24 giugno 2007

Fragoline di bosco

Non ho niente da dire. La sazietà ed il benessere uccidono l'artista ed il poeta. Chi sente il capo
schiacciato dalla malvagità dell'oppressore si dibatte nel tentativo di scrollarsi di dosso il peso che l'opprime. Non c'è rivoluzione senza tirannia, non c'è rivolta senza ingiustizia. Un mondo in pace sa di noia mortale. Ma non c'è pericolo: l'uomo non è fatto per la vita tranquilla equa e solidale.

Dopopranzo ho portato Maria Luisa in montagna. Volevamo fare un salto a trovare papà. Avevo in serbo per lei la visione di alcuni luoghi che ancora non conosce. Prima di arrivare al paese abbiamo fatto una deviazione verso il piccolo laghetto di Bongi. Chi non è delle nostre parti non può conoscere questa esigua riserva d'acqua per una delle tante centrali giù in fondo alla valle. Ci siamo arrivati con calma, senza fretta, assaporando il piacere del viaggio con la piacevole compagnia di noi stessi.

Abbiamo lasciato l'auto nel solito spazio dove la parcheggiavo anche gli anni passati quando ci venivo con Santina ed i figli piccoli. E' stato bello vedere dall'alto lo specchio d'acqua per ampio scorcio. Una volta la fitta vegetazione ne impediva la visione. Giù in basso, sulle sponde, ci siamo fatti il bagno nei sali d'argento. Chi non ha visto quel film non può capire ed un po' di mistero non guasta.

Mano nella mano ci siamo incamminati lungo la vecchia strada che conduce al fienile di papà. La frondosa volta del bosco era per noi riparo dalla calura pomeridiana ed insieme strizzava l'occhio al nostro incedere estatico ed intimo.

Lo sguardo in basso per mettere i piedi all'asciutto ed evitare di sporcarci le scarpe nei tratti ancora umidi per le recenti piogge. Fra il verde alcuni puntolini rossi calamitano la nostra attenzione. Fragoline di bosco, minuscole, ma dense di gusto per il nostro diletto. Piccoli cuoricini come viatico sul nostro cammino. Il benessere non dev'essere poi tanto diverso da questo.

Attraversando per piccolo tratto il bosco di proprietà raggiungiamo poi la piccola radura dove il fienile solitario è testimone austero delle stagioni che colorano la valle sul cui fondo noi ora ci troviamo. Leviamo lo sguardo in alto e scorgiamo le case periferiche del paese paterno. Tutto questo un giorno sarà nostro, ma lo è già. Non per possederlo. Bensì per amarlo ed averne cura, se non l'avremo ceduto a qualcun altro per poco denaro.

Qualche altro passo nel verde prato, un giro intorno all'edificio, quasi per controllare che tutto sia in ordine anche se ormai nessuno se ne cura più di tanto. Un bacio sotto le fresche frasche. Il rammarico di non aver portato al seguito una coperta da picnic, un saluto ai signori del fienile appresso ed è già ora di rientrare per passare da papà.

Poi per strada altre fragoline di bosco ammiccano e noi ci chiniamo a raccoglierle.

martedì 12 giugno 2007

Patente di Guida


Oggi Andrea ha superato l'esame per il rilascio della patente di guida. I miei migliori auguri perché ne faccia buon uso.

sabato 5 maggio 2007

Caleidoscopio

Qualche giorno fa Alessandra ha compiuto gli anni e Maria Luisa le ha regalato un caleidoscopio. A chi non piace guardarvi dentro ed ammirare le simmetriche composizioni colorate che magicamente compaiono ruotando lentamente il tubo in direzione della luce? In genere non ci si sofferma più di tanto, ma sempre con stupore e meraviglia si gira fra le mani questo cilindro che non contiene altro che specchi e frammenti colorati.

Sono appena tornato da una visita alla mamma. Ieri papà mi aveva detto che l'altra notte si era strappata la PEG e lunedì prossimo la porteranno all'ospedale. Confesso di aver fatto qualche pensiero triste sulla sua sorte perché so che da quel tubicino mamma si alimenta e nonostante questo negli ultimi mesi è continuamente calata di peso. La sua è una malattia degenerativa e le prospettive non sono delle migliori, ma da quando è al ricovero l'abbiamo vista abbastanza stabile. Ultimamente le portavamo anche un poco di gelato della nostra rinomata Cremeria Italia ed ha cominciato a mangiarlo con una certa golosità. Morbido, cremoso, fresco. Dev'essere stato un sollievo per la sua gola secca ed impastata. La cosa non è passata inosservata alle infermiere ed un giorno durante una visita siamo arrivati proprio mentre terminavano di somministraglielo. Personalmente sono molto contento di queste attenzioni spontanee nei confronti di mamma. E' il loro lavoro, sicuramente. Ma la differenza che passa tra le cose fatte per dovere e quelle per amore è grande. La dottoressa oggi mi ha detto che sta riprendendo a mangiare anche altre cose e questo ci rende contenti.

Quando nei mesi scorsi diedi il consenso per l'applicazione del sondino gastrico (PEG) ricevetti alcune critiche dai parenti perché secondo loro questo avrebbe contribuito a tenere in vita mamma in uno stato vegetativo prolungandole inutilmente la sofferenza. La durata dei nostri giorni non la conosciamo. Sono contento della scelta che abbiamo fatto. Quando stamane papà ha detto che secondo lui mamma è bene assistita, gli ho risposto che mai una volta ho dubitato di questo.

Mi rendo conto che la distanza da casa c'impedisce di vederla tutti i giorni e ci richiede qualche sforzo maggiore per visitarla con una certa frequenza. Mi rendo anche conto del disagio per i parenti anziani e non tutti in grado di viaggiare in automobile autonomamente, ma la comodità dev'essere per mamma e non nostra di andarla a trovare. Eppoi viaggiando con papà abbiamo occasione di passare del tempo con lui che ora si ritrova più solo.

Attraverso un tubicino abbiamo preso forma nel grembo di nostra madre. Attraverso un tubicino ci alimentiamo ancora oppure ci dissetiamo nella calura dell'estate. Attraverso un tubicino di specchi e colori vediamo che la vita è bella e merita di essere vissuta.

sabato 14 aprile 2007

Davanti al bar


Dopo diverso tempo che non lo facevo, questa mattina sono tornato a prendermi un cappuccino con brioches al bar della pasticceria che in passato è già stata per me fonte di pubbliche riflessioni.

Mentre parcheggio l'automobile sul piazzale antistante, scorgo nei pressi dell'ingresso una giovane coppia che si scambia un appassionato lungo bacio. Lui la stringe fra le braccia e nella concitazione del momento arriva anche a sollevarla un poco da terra. Poi, mentre abbandono la vettura, incrocio lo sguardo di entrambi. Forse si sentono osservati, ma non sembrano scomporsi più di tanto perché evidentemente troppo presi dal loro sentimento. I loro occhi sembrano tradire una notte altrettanto appassionata. Continuando a sorridere entro nel locale ed ordino un cappuccino normale. Questa mattina ho bisogno anch'io di un po' di caffeina per tenermi desto. Eh sì! Aprile dolce dormire...

Mentre attendo che la gentile barista mi serva, non posso fare a meno di rimandare il pensiero indietro nel tempo. Esattamente un anno fa ieri, ricevevo da Maria Luisa il suo primo sorriso. Quella mattina eravamo entrambi in partenza per Lourdes e da quel giorno, come ben sa chi ha avuto la pazienza di leggermi su queste pagine, la nostra vita è cambiata. Oggi anch'io posso sostenere senz'invidia lo sguardo felice di due giovani innamorati.

Sì, perché anch'io ora sono di nuovo un uomo felice e sento di non aver bisogno nient'altro se non di poter continuare ad amare, come credo di aver imparato in questi ultimi anni.

Lo so che la vita ha i suoi cicli e, se abbiamo la fortuna di continuare a calpestare questo suolo, altra sofferenza, come un amaro calice, ci attende da bere. Ma se ci siamo dissetati a quella fonte, non avremo più sete. Come chi si accosta con fede all'acqua di Lourdes pregando di essere risanato nella mente e nel corpo e poi scopre, piangendo, che quell'acqua ha davvero il potere di guarire ogni malattia e ridarci la salute dell'anima.

venerdì 2 marzo 2007

Sui passi di Pollicino

Una di queste sere sono stato a cena con i miei compagni di classe. Alcuni di essi hanno dato vita ad un'associazione le cui finalità sono da me ampiamente condivise. Riporto di seguito il contenuto di un volantino di presentazione allegato al calendario realizzato con lo scopo di farne conoscere gl'intenti.

L'associazione "Sui passi di Pollicino - ONLUS" nasce su iniziativa di un gruppo di amici che, stanchi di guardare sempre e solo al passato vissuto insieme, hanno voluto iniziare a volgere lo sguardo anche al futuro dando un senso nuovo al proprio ritrovarsi.
L'Associazione persegue esclusivamente finalità di solidarietà sociale, esercitando la propria attività prevalentemente come sostegno morale ed economico in favore di persone e bambini disagiati che vivono in stato di emarginazione, soprattutto e non esclusivamente, in Paesi Esteri in via di sviluppo. In particolare si prefigge l'organizzazione, la gestione e la promozione di progetti di sviluppo e assistenza, in Italia e all'estero, destinati al miglioramento delle condizioni di vita delle persone disagiate, in particolare bambini.

Uno dei nostri soci fondatori ha ricevuto questa lettera da un amico, don Felice Bontempi, che opera in Brasile: "... in nessuno dei paesi della nostra regione (Valle del Jequitinhonha) c'è un metro quadrato di spazio libero per i bambini e i ragazzi al di fuori dei cortili delle scuole che chiudono, inesorabilmente, il venerdì sera per riaprire il lunedì mattino; come a dire che tutto il tempo libero di un minorenne deve consumarsi o in casa o nella "rua"... mi è nata l'idea di costruire un parco aperto per i bambini al Centro Santa Lucia in quel di Itaobim... Se l'ambiente educativo di un bambino si riduce alla strada non possiamo certo pretendere di raccogliere buoni frutti e mentre si moltiplicano le iniziative per aiutare gli "sviati" non si fa quasi nulla per impedire che lo diventino... Il progetto prevede un ampio spazio destinato ai bambini accompagnati, o non, dai loro genitori, ma sempre con la presenza di educatori formati "ad hoc"... Voglio far notare che abbiamo già il terreno e le pietre per la costruzione. Potremmo anche dare un nome al progetto: "Salviamo il piccolo Mosé prima che le acque lo inghiottano".

Questo è il primo progetto che la nostra associazione si accinge a sostenere e mantenere per almeno cinque anni. Ci impegnamo anche a tenere debitamente informati e documentati i sostenitori circa lo stato di avanzamento del progetto in modo da offrire sempre la massima trasparenza e visibilità.

Per informazioni:
Borghetti Luciano cell. 333 3011089
Mazzotti Maurizio cell. 335 6833575
Zanelli Piero cell. 338 4507012

Per le eventuali donazioni:
Conto corrente n°al: CC8500219286
ABI: 03075 - CAB: 02200 - CIN: P
Intestato a "SUI PASSI DI POLLICINO - ONLUS"
Presso Banca Generali, Filiale di Trieste (TS)

sabato 3 febbraio 2007

L'intervista


Marta è un'amica di Maria Luisa ed ora è anche amica mia. Recentemente ha rilasciato un'intervista ad una radio locale della sua città. Ho letto il testo dell'intervista e l'ho molto apprezzato. Volentieri lo ospito riportandolo di seguito.


Domanda: Di che cosa deve essere capace una famiglia che è chiamata ad accogliere la nascita di un figlio disabile?

Risposta: Passato il primo e umano disorientamento che fa dire “Perché proprio a me”, i genitori devono cercare di non sentirsi colpevolizzati per quanto è successo al loro bambino e quindi non considerarsi genitori di serie B. Al contrario dovrebbero pensare, anche se questo procedimento mentale implica e richiede un retroterra di fede: ”il Signore si particolarmente fidato di me perché mi ha affidato questa creatura del tutto speciale”. Da qui parte e si sviluppa l’accettazione, che non è un procedimento semplice perché non ci si accetta una volta sola, per sempre, ma tutti i giorni, vivendo e affrontando con sereno coraggio le non poche difficoltà che comporta il vivere con un figlio disabile.

Domanda: Anche la scuola deve essere un ambiente di accoglienza?

Risposta: La scuola ha aperto ufficialmente le porte ai disabili nell’ormai lontano 1971. Una rivoluzione più che copernicana perché ha dato la possibilità ai bambini diversi di non stare più nascosti, ma di uscire, di socializzare con i propri coetanei, di imparare. In una parola sola di normalizzarsi.
Questa normalizzazione deve costantemente progredire, migliorare...
C’è però anche il rovescio della medaglia. L’inserimento dell’alunno disabile non deve essere assolutamente strumentalizzato. Non deve esserci per creare nuovi posti di lavoro. L’insegnante di sostegno non si può improvvisare. Deve essere una persona veramente valida e capace. Altrimenti la scuola si riduce ad un parcheggio. Certo servono anche i parcheggi, ma non sono più scuola.


Domanda: Lavoro. La nostra è una società che offre giusti spazi in questo ambito?

Risposta: Purtroppo no. Si dovrà faticare ancora molto per ottenere un giusto ed equo inserimento. Attualmente la situazione è decisamente critica. Riesce preferibilmente ad avere un posto di lavoro chi è lievemente disabile o chi diviene disabile in un secondo tempo e con molta fatica riesce a mantenere il posto di quando non era ancora svantaggiato. Scoperta e maggiormente penalizzata resta la fascia, per altro molto numerosa, di quelle persone nate o cresciute con una disabilità importante. Perché la loro situazione lavorativa possa mutare in modo significativo è necessario un cambiamento radicale di mentalità. Si deve smettere di pensare che il disabile è meglio che stia a casa sua con la pensione. Si deve capire la validità assoluta del lavoro misto, costituito dall’insieme di persone normodotate e diversamente abili. E’ un arricchimento prezioso per entrambi. Per il soggetto disabile che smette di sentirsi solo ed esclusivamente oggetto di assistenza e può con soddisfazione, servirsi, mettere in campo, le capacità residue. Per la persona normale sarebbe un’ottima occasione, invece, per perdere in arrivismo e guadagnare in umanità. Se emergesse e si facesse strada questa logica di pensiero verrebbe conseguente una rivoluzione nei trasporti per maggior circolazione e traffico di persone sedute e di seguito a questa finirebbero anche di esistere le barriere architettoniche.

Domanda: Amici?

Risposta: Senza amici non potrei e non saprei vivere. Sono una parte essenziale di me.
Più delle mie braccia, più delle mie gambe. Senza di loro mi sentirei nuda. Senza contare che un’esistenza senza amici sarebbe molto più difficile da affrontare. Rischierei, con estrema facilità, di chiudermi in me stessa, vedendo soltanto il mio microcosmo, cosa questa veramente terribile: la patologia più seria e grave che possa colpire una persona disabile.

Domanda: Sì, abbattere le barriere archittettoniche è un procedimento essenziale, ma le barriere mentali non sono certo meno difficili da superare?

Risposta: Mi limito solo a sottolineare, visto la vastità dell’argomento, quanto sia sbagliata una società che ci voglia forzatamente tutti sani e belli.
La malattia, la diversità non è contemplata nei suoi canoni. Ma una società che non sa accogliere nel suo grembo la malattia, la diversità, è una società terribilmente sofferente.

Domanda: Davvero si può amare la vita stando in sedia a rotelle?

Risposta: Non vorrei scandalizzare, ma io che vivo da più di quaranta anni, da quando sono nata, con una tetraparesi spastico distonica per asfissia neonatale, una malattia da cui non si può guarire, perché il tessuto cerebrale è l’unico che non si rifà e pur non essendo questa una malattia a carattere progressivo è facilissimo peggiorare e perdere le capacità faticosamente acquisite
Perciò, non mi faccio illusioni. So che mi aspetta una strada in salita.
Un giorno, forse, la paralisi mi rinchiuderà completamente nella suo guscio. Ma adesso sono felice e sarò felice anche in futuro perché la felicità non è direttamente proporzionale alle capacità motorie.
E’un atteggiamento interiore.
Anzi, dico di più, mi sento una persona privilegiata perché sto in carrozzina.
E’ una condizione particolarmente favorevole per avvicinare e comprendere gli altri.
Perché andare verso gli altri è un movimento che si può compiere anche nella più completa e assoluta immobilità.

domenica 28 gennaio 2007

L'orchidea


Nell'autunno del 2005 mi sono iscritto ad un corso di ballo. Avevo ricevuto il volantino direttamente nella buca delle lettere e dato che si teneva nei locali dell'oratorio della mia parrocchia vi aderii con entusiasmo. Immaginavo la possibilità di qualche incontro e, se non altro, di passare qualche ora in allegria.

Al primo incontro, superato l'iniziale imbarazzo, quasi con naturalezza formai coppia con una signora che non avevo mai avuto occasione d'incontrare prima. Ballai tutto il tempo molto concentrato limitandomi a scusarmi per i miei errori. Al termine della lezione, mentre stavo per andarmene, la dama mi chiese il nome non prima avermi detto il suo. Emotivo come sono, interpretai quel semplice gesto un'attenzione particolare nei miei confronti. Confesso che rincasando, e poi la notte stessa, lavorai molto di fantasia e cominciai a costruire su quel breve incontro un grande castello di possibilità.

Dopo la seconda serata di ballo cercai di attardarmi un poco in modo da accompagnare la mia dama fino alla sua automobile. Riuscii a convincerla a prendere insieme qualcosa da bere ad un pub lì vicino. Ne approfittammo per conoscerci un po' di più di quanto il corso ci consentisse e le cose che mi diceva me la facevano piacere sempre di più. Quando si è in lieta compagnia non si guarda il tempo che passa. Ad un certo punto però si rese conto che il tempo era volato e m'invitava a lasciare il locale.

Nei pressi della sua automobile le dissi che, se le andava, avremmo potuto rivederci ancora al di fuori del corso di ballo. Mi rispose un "vedremo" la cui musica però era tutt'altro che possibilista.

Nei giorni seguenti meditai di telefonarle a casa. Dalle informazioni scambiate sapevo come rintracciare sulla guida il numero di telefono dei genitori presso cui abitava. Il primo tentativo andò male. Ci fu uno strano tichettio e fui costretto a chiudere la linea. Pensai per un attimo se quello poteva essere un segnale che m'invitava a desistere. Insistetti e riuscii a parlare brevemente con lei perché era in procinto di uscire per compere.

Non soddisfatto per quel breve contatto, decisi allora di scriverle una lettera in cui esplicitavo le mie intenzioni e la invitavo, mi resi conto più tardi, un po' troppo insistentemente a darmi una risposta in merito. Invece che spedire la lettera per posta andai dal fiorista e gliela feci recapitare con un vaso di orchidee. Volevo che le arrivasse presto e nutrivo il dubbio che per posta ordinaria potesse andare persa.

Il giorno trascorse nell'ansia di una sua telefonata di ringraziamento per il fiore ricevuto. Verso sera, temendo che non le fosse stato recapitato, chiamai la fiorista che un poco perplessa mi confermò dell'avvenuta consegna.

Mi presentai al terzo incontro di ballo con una certa trepidazione. Della mia dama neanche l'ombra. Rimasi parecchio tempo a bordo pista finché qualcun'altra mi diede modo di fare qualche giro di danza.

Mi domandavo se la sua assenza era dovuta al mio comportamento e ne ero quasi certo. L'indomani rientrando dal lavoro ero deciso a chiamarla al telefono per sentirne dalla sua viva voce i motivi. Speravo in un malanno oppure un impegno improvviso, ma ci credevo veramente poco.

Arrivato a casa trovai nella cassetta della posta la lettera che riporto integralmente di seguito.


Gentile Romano,

mi dispiace tanto che il mio modo di essere, sincero e aperto,
sia stato da te frainteso.
Ti chiedo scusa se ho alimentato in qualche modo e involontariamente
pensieri e progetti lontani dai miei.
Il corso di ballo liscio, da me intrapreso, aveva come unico scopo quello di
imparare i passi corretti, che mi avrebbero resa meno insicura e
impacciata in occasione di balli aziendali.
Non nascondo il mio timore iniziale nel procedere all'iscrizione di
questo corso, alimentato dalla non conoscenza del cavaliere con il quale
avrei dovuto muovere i miei passi di danza e dalla possibilità di
incontrare un cavaliere troppo ardito.
L'incognita era diventata per me una sfida al mio pensare
sempre e unicamente positivo.
Il giorno 18 ottobre, data di inizio corso, il mio timore svaniva
ma ad oggi la paura di alimentare in te vana speranza, e farti soffrire,
prende il sopravvento.
Comprenderai dunque la mia decisione di abbandonare il corso di ballo
per evitare di comportarmi in modo a me innaturale, soppesando ogni
mia parola e mio agire.
Ti ringrazio del bellissimo fiore ricevuto, che ho a mia volta donato a
Maria Santissima insieme ad una preghiera personale per te e per
la tua famiglia.
Con l'augurio che tu possa trovare quanto vai cercando, ti saluto cordialmente

Nicoletta

Brescia, 03-11-2005


E' parecchio tempo che medito di telefonare a Nicoletta e ringraziarla per aver offerto il fiore ed una sua preghiera alla Madonna. Penso che non lo farò, anche se è grande il desiderio di farle sapere che la Madonna di Lourdes mi ha portato ad incontrare Maria Luisa, la donna che sta per diventare mia moglie.

sabato 13 gennaio 2007

Sposalizio


Questa settimana abbiamo partecipato al primo incontro del corso per fidanzati che si preparano a celebrare il matrimonio nella Chiesa cattolica.

Il sussidio fornito a corredo reca sulla pagina di copertina l'illustrazione dello sposalizio della Vergine realizzato nel 1504 dal pittore Raffaello Sanzio.

Il tema del quadro è ripreso da una leggenda medievale secondo la quale, tra i molti pretendenti della Vergine Maria, Giuseppe venne scelto grazie ad un segno divino che fece improvvisamente fiorire il suo bastone.
Sullo sfondo un tempietto di forma circolare a sedici lati, a cui si accede da una scalinata. Il punto focale dove convergono tutte le linee prospettiche è il portale dell'edificio che si apre sull'infinito.

Nella vita di coppia ci si incontra e ci si sceglie. Succede spesso di pensare che questo non sia dovuto al caso. Si prova insomma la netta sensazione che Qualcuno ci abbia guidati dall'alto.

Poco tempo dopo esserci conosciuti, Maria Luisa mi mostrò un foglietto che teneva con sé nella borsa. Su questo pezzetto di carta ormai sgualcito c'é scritta la seguente poesia.


Luisa,

la pace
scivola in cuore a chi parla con te;
e la tua voce, dolcissima,
lenisce il dolore.

Non so se hai già
detto
parole d'amore;
ma
una cosa
ti dico,
sicuro.

Beato quell'uomo
che
la pace
e il dolore lenito
berrà dai tuoi occhi,
con trasporto infinito.

Giuseppe Stagnitto

sabato 6 gennaio 2007

La strada


Oggi "piccola anima" compie un anno.

Tempus fugit come dicevano i latini ed è vero! Quando partii per il servizio di ferma obbligatoria ricordo di essermi coricato la prima sera pensando che un anno sarebbe stato lungo da passare, ma allo stesso tempo breve e presto mi sarei ritrovato congedante. Così è stato e qualcosa di buono è venuto anche in quel periodo, contro ogni mia aspettativa.

Quando mi sono buttato in quest'avventura non avevo desideri particolari se non quello di comunicare la mia fede e speranza in cieli nuovi e terra nuova. Ho intrapreso questa strada attraverso il semplice racconto delle mie giornate passate e di quelle presenti.

Se qualcuno ha tratto dalle mie parole motivo di conforto per tornare a sorridere, sono contento. L'augurio è che possa donare a sua volta il sorriso agli altri.

La strada è ancora lunga, ma insieme il viaggio è più piacevole.

giovedì 28 dicembre 2006

Tempo di bilanci


E' già passato un anno ed è di nuovo tempo di bilanci. Lo fanno le aziende per vedere di far quadrare il magazzino e lo fanno le persone per capire se l'anno che sta per finire è stato più o meno buono di quello precedente e si augurano, son certo, che quello che sta per nascere possa essere migliore.

L'anno precedente non era stato per me dei migliori, ma aprendo il 2006 avevo avuto la netta impressione che qualcosa di nuovo sarebbe arrivato. Una sensazione, quasi una certezza, che ci sarebbe stata una svolta e forse avrei potuto riassaporare le gioie del tempo passato.

E così è stato, anche se ho avuto ancora lunghi giorni d'affanno, quasi tutti legati all'aggravarsi della salute di mamma. Contrariamente a quanto scritto, non è più ritornata in famiglia ed è ora ospite in una casa di riposo dove riescono a prendersi cura di lei meglio di quanto potremmo fare noi con tutta la nostra buona volontà.

Il motivo della mia felicità lo conoscete già. Sapete infatti che al mio fianco c'é Maria Luisa con cui insieme, giorno per giorno, pensiamo e costruiamo il nostro domani. Abbiamo messo un passo dietro l'altro e percorso assieme questo tratto di vita. Un giorno ha fatto l'andatura l'uno, un altro l'altra scambiandoci reciprocamente il ruolo di guida sul sentiero che ci porta in alto, sulla cima, meta del nostro viaggio.

Di strada ce n'é ancora molta da percorrere ed in verità abbiamo appena iniziato. Guardiamo con gli occhi uno dell'altro e tenendoci per mano camminiamo nella stessa direzione, certi di esserci trovati, ma di avere ancora molto da scoprire di noi. Quel che abbiamo visto finora ci da gioia, ma altri sorrisi ci attendono. Purtroppo non mancheranno le lacrime che però non saranno così amare se potremo contare sulla comprensione reciproca. Inevitabilmente ci saranno giornate di scontro e di confronto (spero poche), ma serviranno a cementare ancor di più la nostra unione, se continueranno anch'esse ad essere occasione d'incontro e non piuttosto ad erigere barriere e divisioni.

E quindi è scontato l'augurio di un altro buon anno o quantomeno con la forza di far fronte alle difficoltà che potranno man mano presentarsi ricordando che Chi ci ha fatto camminare insieme non ci lascia più soli.

A proposito, spalanchiamoGli le porte. Lui vuole solo amarci e noi non dobbiamo fare altro che permetterglielo.

Ladri di biciclette


Maria Luisa abita di fronte al liceo classico dove insegna italiano e latino. In quella via a traffico limitato vedo spesso, anche ad ora tarda, biciclette abbandonate. Mi domando se dimenticate o lasciate di proposito. Quello che maggiormente mi stupisce però è di vederle nelle apposite rastrelliere oppure a ridosso di mura e portoni libere, senza che siano assicurate con lucchetti e catene.

E' tanto che volevo scrivere di questo, ma solo ora ne trovo il tempo. Questa cosa delle biciclette lasciate alla mercé di chiunque, in piena fiducia di ritrovarle, senza tema di ladri, mi fa pensare alla città ideale in cui tutti vorremmo abitare. Un paese senza cancellate né ringhiere. Un luogo dove si può lasciare la porta di casa aperta e non si provvede repentinamente a chiuderla dietro di noi per paura che qualcuno venga a rubarci il nostro domani.

venerdì 15 dicembre 2006

Il compleanno di Andrea

Per portare avanti l'attività del blog ho sempre sfruttato il mio tempo libero, la sera oppure nel fine settimana. Oggi mi sono preso alcuni momenti di permesso dal lavoro ed ho chiesto autorizzazione aziendale per utilizzare PC ed internet ad uso privato perché fremevo dalla voglia di scrivere subito alcuni pensieri che purtroppo fatico a stendere nero su bianco in altri momenti della giornata che sarebbero più consoni.

Oggi mio figlio Andrea compie 18 anni e diventa maggiorenne.

Ieri uscendo di casa gli ho detto che quello era per lui l'ultimo giorno da minorenne. Con mia grande sorpresa mi ha risposto che quello era l'ultimo giorno per fare asinate dimostrando con questa frase una certa maturità che non necessariamente si raggiunge nel momento in cui giuridicamente acquisiamo la facoltà di decidere per noi stessi.
Gli ho anche detto che per me la consapevolezza della maturità è arrivata intorno ai ventun anni. Ma forse le vicende della vita ed il lavoro possono anticipare questo tempo.

Non ho in serbo per lui alcun regalo speciale. Alessandra in questo è stata più brillante ed appena sveglia, mentre lui ancora dormiva, gli ha fatto trovare sulla scrivania il suo regalo e poi se n'é tornata a letto. Quando sono andato a sollevarle la tapparella ed augurarle il buongiorno non ho potuto fare a meno di sussurrarle che è una brava sorella.

Quando un figlio diventa maggiorenne indubbiamente un'altra tappa è raggiunta, ma il cammino è ancora lungo, anzi appena cominciato. Con orgoglio guardo i miei figli quando nella vita di tutti i giorni camminano davanti a me. Noto quanto sono cresciuti e sono contento di essere al loro fianco e grato per i frequenti complimenti ed apprezzamenti nei loro confronti che tante persone mi rivolgono.

Ho già scritto che sento questo impegno come una cosa molto particolare e che suscita in me sempre una profonda commozione in quanto è l'unica raccomandazione che ho ricevuto da Santina prima che morisse: Romano, abbi cura dei bambini.
Mi avesse chiesto cento cose e ne mancassi qualcuna, sarebbe umanamente comprensibile. Non aver cura di loro sarebbe per me il fallimento di una vita. Anche se mi rendo conto che il confine fra l'essere un buon padre ed uno meno buono è veramente sottile. Il difficile è perseverare.

Adesso che Andrea ha raggiunto la maggiore età sento un certo sollievo, come di essere riuscito a traghettare in porto sicuro il primo dei navigli. So che la mia funzione di padre non cessa oggi, ma psicologicamente sento di aver raggiunto un traguardo. Se disgraziatamente dovessi mancare anch'io potrebbe fare da tutore a sua sorella senza che questo compito tocchi ad uno dei parenti.

Questo momento per me d'innegabile commozione non sarebbe così pieno di gioia senza Maria Luisa al mio fianco. Con discrezione si fa vicina ai mie ragazzi e cerca di conquistarsi la loro fiducia. Ma dalle loro reazioni io credo che abbia già trovato posto nel loro cuore.

GRAZIE.

sabato 4 novembre 2006

Voglia di Natale


Quei pochi che hanno la pazienza di leggere i miei pensieri qui sul blog si saranno accorti che ultimamente il numero dei post è sensibilmente calato.

Ci sono diverse ragioni che hanno portato a questo. Ai più scaltri, visto il contenuto delle ultime pubblicazioni, sarà parso abbastanza normale.

Tra qualche giorno mamma ritornerà a casa dopo un lungo periodo di cura. La sua malattia le impedisce di tornare fra noi con lo stesso vigore con cui eravamo abituati a vederla nei mesi passati. Non so se ho fatto pienamente il mio dovere di figlio né se continuerò a farlo con slancio. Come già detto, queste situazioni sono occasioni di bene e quel che constato lungo il cammino è la mia mancanza di generosità in tanti momenti. Debolezza, stanchezza, delusione, illusione, gelosia, mancanza di fede, maldicenza sono i sentimenti che mi hanno accompagnato in queste ultime settimane.

E' però bello poter riconoscere i propri errori ed avere la volontà di cambiare rotta, di rimboccarsi nuovamente le maniche e riprendere con rinnovato slancio cercando di scrollarsi di dosso, almeno per un poco, tanti nostri difetti. Purtroppo l'umana fragilità ci porta a sbagliare in continuazione e dobbiamo accettare di essere fatti così. Lo dico soprattutto a me stesso perché vorrei sentirmi arrivato una volta per tutte. Video bona proboque, sed deteriora sequor, come dicono i latini e come devo aver già scritto da qualche altra parte.

Fra le tante cose belle che la vita ci riserva ci sei tu, Maria Luisa. Oggi è il nostro quinto complemese o mesiversario, che dir si voglia. Davvero sento di aver ricevuto te come un dono grande e prezioso. Qualcuno ci ha guardato dentro e ci ha fatto trovare tutto l'amore di cui avevamo bisogno.