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venerdì 22 luglio 2011

Cosa vorrei sentirmi dire dai medici

E' ovvio che cosa vorrei sentirmi dire dai medici, che tutto va bene, che tutto è a posto per sempre. Sappiamo che non è sempre così, ma almeno vorrei che mi dicessero sempre la verità. Sono brutte e inutili quelle mezze verità. Gli ammalati sono si ammalati, ma non sono stupidi, anzi, la malattia acquisisce i sensi e capiscono molto di più di quanto le parole non dicono. Tanto vale dire la verità, tale e quale com'è. Certo nel modo più dolce possibile, ma la verità.

Gli ammalati sono a letto, pensano, valutano, salutano... e non vogliono essere presi in giro. Almeno io. So che alcuni familiari preferiscono "proteggere" il congiunto, imbastendo una rete di pietose bugie che non convincono nessuno, che fanno più male che bene, che non permettono neppure di organizzare il nostro futuro, breve o lungo che sia.

Tratto da:

AVREMMO VOLUTO FOSSE ALTRO
Cinque donne raccontano il loro viaggio dentro il tumore
A cura di Carmine Lazzarini


Finora mi ero astenuto dall'aggiungere commenti in merito a questi ultimi brani pubblicati perché, come già espresso in un vecchio post, mi sembrava quasi di sminuirne l'originaria forza, nonostante alcune lievi imprecisioni delle scriventi. In questo caso voglio fare un'eccezione e ribadire, casomai ce ne fosse bisogno, che il concetto espresso sopra mi trova pienamente d'accordo e che anch'io, durante la malattia di Santina, ho sperimentato atteggiamenti poco schietti da parte dei medici. Tanté che anche mia moglie ebbe a dire in alcune circostanze che lei non era scema. Aggiunse anche che i medici le facevano tante "moine" di fronte, ma poi la "pugnalavano" nella schiena.

lunedì 18 luglio 2011

Lettera a una figlia

Cara Silvia,
hai appena compiuto i tuoi bellissimi 16 anni... Se tu fossi americana potresti già guidare e andare per il mondo: meno male che siamo in Italia!

Anche tu a suo tempo capirai che per i genitori i figli sono e restano sempre un po' bambini da proteggere, da consigliare, da guidare. Invece i figli crescono e sono fatti per andare nel mondo a trovare la propria strada, noi genitori vi dobbiamo lasciare andare sperando che il piccolo "bagaglio a mano" che vi abbiamo fornito possa bastare per ogni occasione.

Cara Silvia, alla tua età si desidera essere già indipendenti, liberi e non più sottoposti a controlli, si è insofferenti verso le regole di genitori e insegnanti. Ci sono passati tutti... tieni duro: è il difficile passaggio all'età adulta... sembra che non passi mai e ci si sente dei brutti anatroccoli, ma alla fine potrai ritrovarti trasformata in un bellissimo cigno capace di volare alto e di nuotare vicino a un meraviglioso compagno per la vita.

E' così che il cerchio della vita ricomincia.

Nel frattempo controlla cosa hai in questo tuo bagaglio a mano: deve sempre esserci un po' d'amore verso il prossimo, qualche sorriso da regalare e tutta la tolleranza che puoi verso le mancanze altrui, nella speranza che ti vengano perdonate le tue.

Ci deve essere l'orgoglio, ma senza arroganza, con la consapevolezza di essere unica ora e sempre. Ci deve essere l'onestà, da mettere in ogni tuo impegno per essere rispettata e d'esempio agli altri. Non tenere in troppo conto i beni materiali: noi sappiamo bene quanto sia più importante la salute. E quando ti capiterà, stai vicino con affetto a chi soffre. una parola di conforto è un balsamo per l'anima impaurita dal male.

Questi sono i pochi talenti che ti servono per camminare sicura lungo le strade della vita. E se queste strade diventassero buie, tieni con te la luce della Fede: con essa non potrai mai avere paura. Affidati alla luce di Cristo come il bambino si affida alle braccia di sua madre e non temere.

Con infinito amore, la tua mamma e il tuo papà.

Tratto da:

AVREMMO VOLUTO FOSSE ALTRO
Cinque donne raccontano il loro viaggio dentro il tumore
A cura di Carmine Lazzarini

sabato 16 luglio 2011

Ricordati di non perdere mai la speranza

La rabbia e la paura, la solitudine e la depressione sono sentimenti naturali ma bisogna imparare a conoscerli per saperli governare e dar loro un ruolo adeguato al nostro percorso di ricostruzione di sé. Ricordati di non perdere mai la speranza; se resta un istante da vivere, vivilo, se hai un sogno nel cuore, fallo volare.

Non dimenticarti della bellezza che porti dentro e di quella che ti circonda, non dimenticarti dell'amore e della speranza, anche una sola possibilità può bastare a ravvivare la fiducia in sé stessi. Non resta che aggrapparci al coraggio, potrà accadere di avere paura ma fa parte del cammino, la cosa importante è che il raggio di luce che ci illumina il cammino non abbia mai a spegnersi.

Chiunque noi siamo, la vita è un dono e dobbiamo trovare insieme, malati, medici e le strutture di sostegno, il modo perché valga sempre la pena di essere vissuta, non è perciò detto che l'anima non possa mutare e ritrovare la sua via senza perdere la vita e un cambiamento corrisponderà certo a nuove prospettive.

Tratto da:

AVREMMO VOLUTO FOSSE ALTRO
Cinque donne raccontano il loro viaggio dentro il tumore
A cura di Carmine Lazzarini

domenica 3 luglio 2011

Avremmo voluto fosse altro

Nel cuore dell'inverno,
ho finalmente compreso
che c'era in me
un'invincibile estate.

A.Camus


Ogni viaggio comincia con una separazione, ogni cammino ha inizio da un lasciare.

Il tratto di strada, e di vita, che intercorre tra due spazi e due tempi diversi è possibile percorrerlo soltanto lasciandosi alle spalle il luogo di partenza, con tutto ciò che esso contiene, rappresenta e custodisce di sé. Occorre un distacco per intraprendere un cammino che ci porterà verso un 'altrove'.

Il viaggio di chi intraprende il lungo e misterioso processo di cura di una malattia tumorale è un percorso che nasce dalla rottura di un equilibrio a causa di un evento drammatico: il tumore rappresenta, nella vita di una persona, un trauma, un'esperienza che, per il suo carattere di gravità e cronicità, può avere un effetto sconvolgente sulla vita del paziente e dei suoi famigliari in quanto ad esserne pervaso è innanzitutto il corpo, ma con esso pure la mente, l'anima di chi ne è affetto. I vissuti di ansia e di depressione possono alternarsi ripetutamente durante le fasi della malattia.

Accostarsi ad un paziente da un punto di vista psicoterapeutico significa prima di tutto offrire la propria persona per fare un tratto di strada insieme, a partire proprio dalla sofferenza e dai sentimenti di paura e smarrimento scaturiti da quella 'rottura', stemperando quel sentimento così frequente di solitudine che vive chi è costretto a intraprendere sentieri non battuti, poco chiari e incerti. Questo tipo di viaggio poco ha a che vedere con il viaggio di Ulisse, diretto verso una meta nota, già conosciuta e abitata, verso quell'Itaca così rimpianta e amata. Pur attraversando luoghi minacciosi e creature pericolose Ulisse sa dove sta andando, conosce la meta del suo peregrinare e questa addolcisce tutto.

Credo che metaforicamente il viaggio delle autrici degli scritti che abbiamo letto assomigli maggiormente al viaggio di Abramo, che conosce quello che lascia ma non sa dove andrà, ossia a un viaggiare verso qualcosa di promesso ma non conosciuto, verso qualcosa per cui si nutre fede ma che ancora non si è sperimentato.

Non credo si realizzi mai un tornare 'come si era', un viaggio di andata e ritorno. Ed è quel tratto di strada che si percorre a partire da 'quel lasciare' verso una 'terra promessa' che renderà nuova la Persona, plasmandola e modellandola fin nelle fibre più profonde del suo essere.

Il modo più naturale ed accessibile per elaborare un proprio vissuto emotivo, consiste nel narrarlo a qualcuno e così facendo rinarrarlo a se stessi. Non è però sufficiente elencare una serie di fatti ed eventi perché si possa parlare di una "storia". Una storia, per essere tale, ha bisogno di vedere collegati, all'interno del processo di narrazione, i fatti fra loro attraverso una trama di significati e valori che la persona crede di scorgere nell'atto medesimo del raccontare. In questo modo nasce la narrazione della propria storia, che vede mescolarsi ciò di cui si è fatto esperienza con i vissuti emotivi, affettivi ed i processi di trasformazione interna che ne sono derivati.

Nessuna intenzione di far diventare la malattia un bene. La malattia, il dolore devono essere affrontati con l'intenzione di eliminarli. Tuttavia nonostante i suoi vissuti laceranti e razionalmente incomprensibili, la malattia può diventare un luogo ed un tempo di consapevolezza di sé e dei propri limiti, attraverso cui rileggere con occhi diversi, la propria vita per risignificarla, ossia per attribuirle un senso e un valore nuovi, rinnovati, dove la parola senso è da intendersi nella duplice accezione di significato e di direzione. Ma nulla si fa bene da soli. Il pensiero, anzi l'uomo stesso si crea nel processo di scambio e di relazione con l'altro, anche quando si interrompe il filo della vita sana ed efficiente.

Credo sia stato anche questo ad alimentare il significato del laboratorio di scrittura creativa e la motivazione, da parte delle autrici, a lavorare ai propri scritti. Con mirabile forza d'animo, con coraggio e determinazione tutte sono scese nelle profondità del proprio animo umano per incontrare profondamente se stesse, e da lì risalire per andare poi oltre la propria Persona e così spingersi, con fiducia e speranza, nell'immensità del Tutto.

Per tutto questo io dico loro: Grazie.

Cecilia Sivelli

Postfazione a:

AVREMMO VOLUTO FOSSE ALTRO
Cinque donne raccontano il loro viaggio dentro il tumore
A cura di Carmine Lazzarini

I fondi raccolti con la vendita di questo volume saranno devoluti all'Associazione MedeA di Cremona.

sabato 2 luglio 2011

Summer time

Ieri sera Alessandra mi ha chiesto se oggi potevamo trovare un momento per fare un giro alla Decathlon. Magari ci potevamo alzare presto ed intorno alle dieci, dieci e trenta uscire di casa. Non ho capito bene se stesse parlando seriamente oppure con una certa ironia. L'orario stabilito trovava la mia completa approvazione e quindi circa a mezza mattina siamo usciti di casa, così come lei desiderava.

Maria Luisa in questi giorni è impegnata con gli esami di maturità. Oggi sono iniziati gli orali della sua classe. Prima di scendere a Cremona si è profusa con instancabili energie ed ha messo in ordine tutta la casa. In questo modo non è stato difficile assecondare la richiesta di mia figlia ed andarcene un po' a zonzo per fare shopping.

Non amo particolarmente girare per negozi e centri commerciali. Ci vado solo per necessità oppure per accompagnare altri. Se posso, lascio andare le mie donne per conto loro così possono agire in piena libertà. Per fortuna che anche Andrea si è reso ben presto autonomo e non ho più dovuto occuparmi delle sue piccole o grandi necessità oppure del vestiario. Anzi, da quando può godere di un lavoro sicuro, mi pare che stia dando un contributo non indifferente al movimento dell'economia del nostro paese.

Un giorno ho provato a dirgli di accantonare qualcosa in più pensando anche alle necessità della sua futura vita coniugale. Mi ha risposto che è meglio concedersi qualche capriccio ora perché il futuro non è sempre come ce lo immaginiamo e non vorrebbe rimpiangere di non averne approfittato quando poteva. Come dargli torto? Non me la solo sentita di replicare.

Pochi minuti in auto e siamo giunti nella zona di Roncadelle dov'è situato questo magazzino frequentato da tutti gli amanti dell'abbigliamento sportivo e non solo. Mia figlia mi ha ricordato che oggi iniziavano anche i saldi e quindi la cosa poteva risultare oltremodo vantaggiosa. Si, se non fosse per il fatto che poi ti lasci prendere dalla frenesia e spendi ben più di quanto avevi preventivato.

Alessandra aveva bisogno di un sacco a pelo più leggero da utilizzare a Madrid durante il raduno per la giornata mondiale della gioventù. Mentre ci aggiravamo per il reparto del materiale da campeggio, la mia attenzione si è soffermata per un attimo su quanto era in esposizione. Ho detto a mia figlia che quasi quasi ad una vacanza in camper preferirei quella in tenda. Ma quelle sono cose che si fanno a vent'anni e non alla mia età e con questa battuta ci siamo mossi verso un'altra corsia per la nostra prima prova costume.

Eh, sì. Settimana prossima inizia il Grest parrocchiale ed a mia figlia serviva un nuovo paio di bikini per le uscite in piscina o le gite ai parchi acquatici. Anch'io ne ho voluto approfittare e mi sono preso due paia di pantaloncini corti: uno per il mare ed uno per la montagna, così tanto per rinnovare il mio pluridecennale guardaroba.

Non vi dico le smorfie fatte dentro alla cabina di prova. Ho già meditato di passeggiare quest'anno lungo la spiaggia coperto da una confortante maglietta così da non dover esibire tutta la mia debordante ciccia. La scusa ufficiale potrebbe essere quella di nascondere ai passanti la mia vistosa cicatrice che m'è rimasta a ricordo per l'asportazione della colecisti... Non ho voglia di sottopormi a massacranti digiuni pre-vacanze oppure ad intensificare l'attività fisica nel vano tentativo di abbattere qualche chilo. A Maria Luisa piaccio così. Non ho velleità di conquista e quindi porterò a spasso con dignità le mie generose rotondità.

Tornati a casa, visto che il clima è ancora gradevole grazie alle recenti precipitazioni, abbiamo deciso di pranzare in terrazza. Spaghetti con le vongole, tonno alla mediterranea e per finire l'ottima crostata di mele che ha preparato ieri mia moglie. Peccato solo la sua assenza. Ma fra poco arriva. Intanto io finisco di stendere questi appunti di viaggio in questo sabato estivo dal sapore rilassato e scanzonato che rimanda la mente indietro nel tempo, quando si poteva udire una canzone che diceva: "Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro per me...".

sabato 18 giugno 2011

Matrimoni preziosi

E così, la prima domenica di giugno, siamo riusciti a celebrare le nozze d'oro di Maria e Filiberto. Con una certa trepidazione attendevo la ricorrenza del loro cinquantesimo anniversario di matrimonio già da diversi mesi. Ho sentito dire da mia suocera che a questa festa abbiamo tenuto soprattutto mia figlia Alessandra ed io, quasi a voler minimizzare il loro entusiasmo di sposi ormai non più tanto novelli. La nostra gioia è stata piena anche per il fatto di vedere mio suocero, non dico in forma, ma con un grado di salute accettabile, compatibilmente con tutte le traversie sanitarie che sta attraversando in questo ultimo periodo.

Ben comprendo il punto di vista dei genitori di Santina e Piera che non sentono più di gioire pienamente in questa vita che li ha portati ad essere separati definitivamente dalle proprie figlie. Ma come dice bene mia moglie Maria Luisa, bisognava fare festa anche per gli altri figli, Maurizio ed Alfredo, che sono presenti e portano avanti con compostezza la sofferenza per un congiunto che ormai non cammina più insieme a loro come un tempo. Sono stato orgoglioso di vedere i miei figli, e pure il nipote Davide, fare festa come si conviene per i loro nonni. Non ho visto tristezza sui loro volti e neppure occhi lucidi pensando a chi in quel momento non era accanto a loro. Hanno lasciato questi pensieri meno felici a chi li guardava un po' più da lontano, defilato fra i banchi intermedi della chiesa.

E poi di nuovo oggi un altro festeggiamento per le nozze d'argento di Mauro e Graziella. Mi sembra di vederli ancora che si scambiano baci appassionati sul marciapiede adiacente all'oratorio, da cui poi non si sarebbero mai allontanati troppo. Con la loro discreta presenza volta sempre al servizio, senza tanto clamore e senza troppe lusinghe per il prevosto di turno. Che poi si sà, i preti vengono e vanno e purtroppo assieme a loro anche tanti uomini di buona volontà. Ma non così per loro, perché del Vangelo vissuto nell'intimo della loro casa e testimoniato con coraggio nella quotidianità della vita comunitaria parrocchiale, hanno saputo essere formidabili interpreti.

Di Mauro ricordo soprattutto il sorriso aperto e sovrabbondande che poi negli anni ha lasciato il posto anche ad espressioni meno allegre: le stesse che riconosco nei miei tratti, quando mi metto di fronte allo specchio e scruto cosa vedono di me gli altri. L'allegria di questo comparrocchiano era così travolgente e contagiosa che, non ritrovarla nel procedere degli anni, faceva sembrare il mondo un po' meno bello di quello che è in realtà. Ma l'età nostra, quella di adesso, si caratterizza per avere genitori ormai anziani, con i problemi per la loro salute e gli affanni per andare avanti. Di certo sono queste le cose che spengono in noi gli entusiasmi giovanili e ci conferiscono aspetti più mesti e remissivi.

Anche se mi rendo conto che queste mie parole ne hanno tutta l'aria, il mio non voleva essere un discorso triste, pieno di nostalgia e di rimpianto per ciò che ormai non torna più. In realtà, almeno nelle intenzioni iniziali, mi premeva sottolineare l'importanza e la bellezza di fare scelte coraggiose come quelle che spingono due persone che si amano ad unirsi in matrimonio per tutta la vita. Quell'intraprendenza e perseveranza che non è più tanto in voga nelle nuove generazioni e che spinge i giovani a scelte di convivenza, evitando di fatto di formalizzare il proprio impegno di fronte alla comunità. Ad essi va il mio rispetto assieme però ad un caloroso incitamente per scelte responsabili per testimoniare veramente nei fatti l'amore che si fa vita per l'altro e non una scelta di comodo o convenienza.

sabato 28 maggio 2011

Bontà d'animo




 
Non so se anche voi avete mai avuto la mia stessa impressione, ma io credo di avere fatto esperienza della fondamentale bontà dell'animo umano quando non si sa bene come raggiungere una destinazione ed allora si accosta l'auto per chiedere aiuto a chiunque stia passando lì vicino a noi in quel momento.

Avete notato come, dopo un breve momento di diffidenza, quando la persona interpellata ha messo a fuoco che siamo in difficoltà, cambi repentinamente l'espressione del proprio volto e si avvicini sorridente a noi per capire bene cosa stiamo cercando?

Se non siamo in grado di fornire alcun aiuto - alzi la mano chi a sua volta non è mai stato avvicinato da qualcuno che chiedeva indicazioni stradali - il nostro rammarico è grande ed a malincuore diciamo che non siamo di quelle parti oppure che quel posto è altrove e noi non l'abbiamo mai sentito nominare. Non ci par vero di non essere utili almeno un poco, quindi ci congediamo dicendo di provare più avanti che là senz'altro troveranno qualcuno che saprà indicare loro come raggiungere la meta.

Perché esce il meglio di noi quando qualcuno ha smarrito la via? Ci sbracciamo a tal punto che, se ci potessero filmare con telecamera nascosta, ne verrebbe un video divertente da pubblicare su YouTube. Credo che ciò sia dovuto prevalentemente al tipo di richiesta che stiamo effettuando quando cerchiamo indicazioni viarie. Non abbiamo bisogno che l'altro ci dia qualcosa di sé, così da renderlo più povero. Mettiamo a nudo la nostra inferiorità e, soprattutto se non stiamo proferendo l'improbabile richiesta dal finestrino di un alto SUV, sicuramente dotato di navigatore satellitare, riusciamo ad accattivarci la simpatia di chiunque transiti a piedi in quel momento.

Volentieri porgiamo una mano e, se anche le nostre doti di eloquenza non fossero delle migliori, compiamo ogni sforzo per fornire indicazioni il più possibile precise, impreziosendole di particolari e di riferimenti che possano restare impressi nella memoria a breve termine dell'interlocutore, anche durante il successivo tragitto da compiere senza di noi.
 
Una volta mi è perfino capitato di chiedere indicazioni ad un tale che si è offerto di farmi strada con la sua auto. "Sto proprio andando in quel posto, non è molto lontano da qui, ma neanche tanto facile da raggiungere e vi potreste perdere. Se venite dietro a me, vi faccio strada; quando arriverete in quel punto, io proseguirò a destra. Voi andate a sinistra ancora per trenta metri e siete arrivati".

Curiosa questa cosa dell'uomo che sa dare spontaneamente, se percepisce che il suo intervento è immediatamente utile all'altro! Nell'assistere qualcuno  in questo modo, ci sentiamo gratificati ben oltre le misere indicazioni che siamo stati in grado di fornire e, con elevata autostima, proseguiamo sorridenti per la nostra strada. Sembra proprio che con il nostro sguardo diciamo al mondo: "C'è nessun altro che vuole sapere dove andare adesso?".

venerdì 13 maggio 2011

Pasqua in Umbria


Ci siamo messi in viaggio ancora la sera del Giovedì Santo, subito dopo aver partecipato in Parrocchia alla celebrazione eucaristica con la lavanda dei piedi. In realtà con una prima tappa a Cremona, dove abbiamo sostato per la notte. Il mattino seguente, senza effettuare una levata troppo anticipata, abbiamo ripreso tranquillamente il nostro cammino in direzione di Assisi, dove era nostra intenzione trascorrere la Pasqua.

Temevo d’incontrare sulle strade un traffico inteso e quindi mi ero preparato spiritualmente a sopportare qualche coda o rallentamento di sorta. In verità, tranne un prevedibile fermo di breve durata nell’interland bolognese, il tragitto è fluito in maniera del tutto scorrevole e non ho dovuto forzare l’andatura per arrivare a destinazione per l’ora di pranzo.

Appena preso possesso della camera d’albergo, mi sono messo in contatto telefonico con l’amico Roberto, il commilitone che non rivedevo dal giorno del congedo avvenuto nel febbraio del 1984. Quel pomeriggio era nostra intenzione riposarci un poco e partecipare poi alle celebrazioni del Venerdì Santo, ma l’indomani, se a lui stava bene, ci saremmo potuti vedere e lasciarci condurre dove desiderava, visto che non avevamo preferenze sui luoghi da visitare.

L’indomani mattina, dopo una lunga dormita ristoratrice in cui Maria Luisa è riuscita ad avere la meglio sulla febbre per il raffreddore portato da casa, siamo andati incontro all’amico. Devo confessare che ci siamo fatti attendere un poco, sia per la lenta colazione e sia per la mia imperizia di quei luoghi non coadiuvata da un navigatore satellitare. Vista la nostra titubanza, Roberto è salito in macchina per incontrarci a metà strada, in uno dei tanti svincoli della super strada che da Perugia porta a Roma.

Ci siamo rivisti, dopo così tanto tempo, in quel luogo per me fuori mano, in cui ero giunto guidando in maniera alquanto impacciata, quasi che la concitazione del momento mi avesse tolto lucidità e prontezza nei riflessi. L’affabilità di mia moglie è però servita a stemperare l’emozione del momento favorendo in me un atteggiamento più tranquillo e sereno. Dopo una breve chiacchierata, siamo risaliti in auto per tornare al paese di Roberto dove lui ha avuto modo di presentarci i genitori. La madre ci ha fatto assaggiare la sua torta salata accompagnandola con salumi.

Prima di andarcene, la mamma di Roberto ci ha donato con orgoglio una copia del diario di guerra di suo padre, fatto pubblicare di recente. Durante il viaggio di ritorno, Maria Luisa ebbe poi modo di leggerlo dall’inizio alla fine per me a voce alta. I ricordi di guerra del nonno dell’ amico sono stati una piacevole compagnia ed hanno reso più sopportabili i lunghi rallentamenti del rientro.

Ma torniamo al Sabato di Pasqua. Dopo una rapida visita al paese di Roberto, ricco di scorci e vedute caratteristiche, fra torri e vicoli del borgo, siamo andati a pranzo insieme. Prima di sederci a tavola ho voluto chiamare al telefono anche il commilitone Giancarlo per riunirci, almeno virtualmente. E’ stato bello scambiarci gli auguri e comunicare le sensazioni del nostro incontro a tre.

Causa seconda colazione effettuata a casa di Roberto, l’appetito non era eccessivo. Nonostante questo, siamo riusciti ugualmente ad assaggiare qualcosa di particolare e tipico di quei luoghi. Al termine del pranzo, nonostante la mia insistenza, non sono riuscito a saldare il conto. Roberto mi ha completamente disarmato dicendo che in quel posto si trovava fra amici e non sarei di certo riuscito a pagare, neanche volendo.

La giornata non era delle migliori, meteorologicamente parlando. Sotto un cielo completamente coperto di grigio, che a tratti lasciava andare qualche goccia d’acqua, ci siamo diretti nel pomeriggio verso Todi. Abbiamo percorso una strada dell’entroterra che ci ha permesso di gustare in pienezza il caratteristico paesaggio umbro. Roberto si è generosamente prodigato per noi, facendoci da guida fino al tardo pomeriggio. Ritornati poi in albergo ad Assisi, nello scendere dall’auto, mi sono accorto di avere ancora a bordo il suo ombrello.

L’ho subito richiamato al telefono ed informato della cosa. Mi ha risposto che non dovevo preoccuparmi perché tanto l’ombrello non valeva la pena del viaggio che avrei dovuto fare per riportarglielo. Potevo tenermelo come pegno, affinché venisse lui a trovarci. Il giorno di Pasqua però mi sono svegliato con una sensazione di disagio per non essere riuscito ad offrire nulla all’amico, neppure le bibite al bar che ci siamo prese poco prima di riaccompagnarlo a casa.

Allora gli ho telefonato e gli ho detto che, con un cambio di programma, l’indomani saremmo ripassati dalle sue parti, proseguendo poi per Orvieto dove Maria Luisa non era mai stata. Gli ho anche detto che lui, se ne avrà voglia, verrà a trovarci per amicizia e non per riprendersi il suo ombrello. Così come per amicizia, e non solo per riportare qualcosa che era suo, noi siamo tornati da lui il lunedì di Pasqua. Un ultimo abbraccio e qualche fotografia in compagnia anche della sempre sorridente madre. Nel congedarci, ho rinnovato l’invito di venirci a trovare, quando avrà modo di passare dalle nostre parti, e concedermi così di ricambiare la sua generosa ospitalità.

Ancora oggi, Maria Luisa ed io fatichiamo a scrollarci di dosso le piacevoli sensazioni di serenità e di pace di cui abbiamo fatto esperienza in questa breve vacanza.

giovedì 28 aprile 2011

Buon compleanno Ale



Poco fa, mentre ancora eravamo a cena, ti ho confidato il proposito di scrivere qualcosa sul mio blog per celebrare il tuo compleanno. Mi hai detto che  non lo leggerai perché altrimenti ti saresti commossa. Ho aggiunto allora che non avrei scritto nulla di commovente, ma tu hai insistito nel dire che ti saresti commossa ugualmente.

Vorrei scrivere di come diciotto anni fa (ed un paio di giorni), io e tua madre siamo corsi in ospedale che ancora era buio, quel lunedì mattina. Credevamo che fosse ormai giunto il momento di darti alla luce, visto che le contrazioni erano diventate regolari e ad intervalli di cinque minuti. Ma poi tutto si è fermato e ti sei fatta attendere.

Vorrei scrivere di come sei venuta al mondo la sera di quel mercoledì, intorno alle ventidue. La luna aveva favorito la nascita di tanti bambini ed ora toccava anche a te. Il personale del reparto di ostetricia era deciso a farti uscire dalla pancia della mamma perché il tempo era ormai scaduto.

Vorrei scrivere di come l'ostetrica ha esclamato come eri bella appena portata alla luce. Ed era vero. Avevi un visino così soave che non ci si poteva trattenere dal farti un complimento. Una delle infermiere m'invitò a prenderti in braccio, ma io desistetti. Avevo quasi paura di romperti, così fragile e delicata. Avrei avuto tante occasioni di stringerti fra le mie braccia quando saremmo stati a casa e, con questa scusa, lasciai che fosse la mamma a stringerti stretta a sé.

Vorrei scrivere di come ti cullavo sorreggendoti su un braccio solo, quelle notti lassù in montagna nella casa dei nonni, quando tu non ne avevi voglia di prender sonno. Ora non avevo più timore di stringerti a me e cercavo, con il mio andirivieni lungo la camera da letto, di cullarti quel tanto che bastava per farti assopire.

Vorrei scrivere di come mi sono sentito impotente quando la mamma è morta. Tu piangevi piano e sconsolata dicevi che se ci fossimo accorti prima della sua malattia, lei ci sarebbe ancora. Cosa potevo risponderti? Le mie parole devono esserti parse quasi un rimprovero per il tuo lamento.

Vorrei scrivere di come sei diventata grande senza aver modo di pronunciare la parola più bella del mondo. Mi sentivo in colpa, perché io invece la madre ancora l'avevo.

Vorrei scrivere di come sei cresciuta brava e responsabile tanto da farmi pensare che tu non sia diventata maggiorenne oggi ma diversi mesi fa.

Vorrei scrivere tutte queste ed altre cose ancora, ma preferisco fermarmi qui e guardare avanti per cercare d'immaginare i buoni frutti che nasceranno da questo bellissimo fiore che sei tu.

Buon compleanno Ale.

sabato 16 aprile 2011

La vita vera


L'espressione «vita eterna» non significa - come pensa forse immediatamente il lettore moderno - la vita che viene dopo la morte, mentre la vita attuale è appunto passeggera e non una vita eterna. «Vita eterna» significa la vita stessa, la vita vera, che può essere vissuta anche nel tempo e che poi non viene più contestata dalla morte fisica. E' ciò che interessa: abbracciare già fin d'ora «la vita», la vita vera, che non può più essere distrutta da niente e da nessuno.

Questo significato di «vita eterna» appare in modo molto chiaro nel capitolo sulla risurrezione di Lazzaro: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno» (Gv 11,25s).

Joseph Ratzinger
BENEDETTO XVI

GESÙ DI NAZARET
Dall'ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione

LIBRERIA EDITRICE VATICANA

sabato 9 aprile 2011

Passato che ritorna





Ci sono cose che attraversano la nostra esistenza e se ne vanno per sempre e noi non facciamo altro che rimpiangerle per tutto il tempo. Ve ne sono altre, a cui non diamo molta importanza, ma che ci accompagnano per tutto il fluire dei nostri giorni. Talvolta capita che la ciclicità della vita ci offra modo di ripercorrere alcune strade che avevamo solcato in gioventù e le cui coordinate ritenevamo ormai smarrite per sempre.

Che io lavori al computer da parecchi anni ormai è cosa risaputa, dato che ne ho parlato anche su queste pagine. Qualche volta sono assalito da crisi salutari e vorrei rigettare questo mio bagaglio di esperienze per dedicarmi ad altro. A qualcosa, insomma, che mi faccia sentire più felice come - credo io - aver a che fare più direttamente con le persone invece di perdere tempo a tamburellare le dita su una macchina. Poi penso che è forse l'unica cosa che in tutti questi anni ho imparato a fare abbastanza decentemente e, nonostante lo stress per periodi di eccessivo affaticamento, mi faccio vincere dalla pigrizia, o dal buon senso, e mi mantengo nel proposito di non lasciare il certo per l'incerto. E poi chi l'ha detto che fare bene e con qualità il proprio lavoro non sia in qualche modo una forma di attenzione all'altro? E con questo argomentare mi auto-assolvo.

Ci sto un po' girando intorno, come di solito mi piace fare, abbracciando così anche altri pensieri collaterali che scaturiscono spontanei ed ugualmente val la pena di esprimere come concetti a se stanti. Si parte in direzione di una meta prefissata, ma poi lungo il sentiero siamo distolti ed attirati lungo un diverso itinerario. A volte va bene e ci viene fornita l'occasione di vedere cose nuove che ci riempiono il cuore, altre volte le digressioni si rivelano un flop e ci dispiace per la scelta scadente che abbiamo effettuato.

Da quando c'è Google, nei ritagli di tempo, ne approfitto per cercare link a questa o quella cosa. Mentre si è intenti al proprio lavoro, se questo non assorbe completamente la nostra testa, ci può capitare di frugare fra le pieghe della nostra mente e riandare indietro nel tempo, rinfrescando un po' la nostra memoria a lungo termine. Orbene, mi è capitato di sfruttare i vari motori di ricerca web nel tentativo vano di trovare qualche riferimento agli amici con cui, poco più che ventenne, ho condiviso il servizio di leva. Periodicamente mi capitava d'inserire il loro nome nella ben nota casella d'input, ma non sono mai riuscito a trovare nulla di significativo. Mai, fino a dicembre dello scorso anno.

Quasi incredulo, per la prima volta, mi veniva dato responso per l'amico Giancarlo. Un numero di telefono associato ad un indirizzo di Torino. Poteva trattarsi di lui oppure di un omonimo. Sapevo che abitava in provincia di Asti perché assieme a Luca ero stato a trovarlo qualche mese dopo il nostro congedo. In quegli anni in cui diversi di noi si sentivano attratti verso la programmazione, lui si era iscritto alla facoltà di Informatica nel capoluogo piemontese. Forse, col passare del tempo o per ragioni di lavoro, poteva aver stabilito là il luogo della sua attuale residenza.

Impulsivamente, come spesso mi capita di fare, non ci ho pensato su due volte ed ho preso in mano il telefono per chiamare Giancarlo. Mi risponde un ragazzino che è rimasto a casa da solo mentre i genitori sono usciti per compere nel periodo ormai natalizio. Mi viene qualche scrupolo di non infastidire questo adolescente che sta sentendo dall'altro capo la voce di uno sconosciuto. Cerco di capire se il padre è proprio quel Giancarlo che nel lontano 1983 ha indossato la divisa assieme a me e con cui ho trascorso a Verona gli ultimi 8 mesi del periodo di ferma obbligatoria. Cerco di tirar fuori dal cassetto dei ricordi tutto quanto può essere utile ad identificarlo con precisione. Su alcune cose imprecise il figlio mi corregge prontamente, ma alla fine penso di aver fatto centro e lascio detto che avrei richiamato più tardi verso l'ora di cena.

Così è stato. Dopo l'iniziale imbarazzo per un contatto che mancava da quasi trent'anni, la comunicazione fra noi è divenuta via via più naturale e velocemente ci siamo fatti un riassunto delle precedenti puntate perse. Alla fine del colloquio, lo scambio di un indirizzo email sanciva la volontà di tenerci in contatto.

Con un po' d'insistenza e di spontanea passione per la ricerca, sono riuscito in seguito a reperire i numeri anche di Luca e Roberto. Con quest'ultimo sono stato addirittura colto in contropiede in quanto con lui, vuoi anche per la distanza geografica dei nostri luoghi d'origine, mi sembrava di avere meno sintonia rispetto agli altri. Quando c'è stato modo di scambiarci il nostro numero di telefono, lui per primo ha provato a chiamarmi, ma io stavo ancora tornando dal lavoro e la telefonata l'ha presa mia figlia. Appena a casa l'ho richiamato e con gioia ho appreso che per tutti questi anni aveva continuato a portare nel cuore il ricordo del nostro quartetto.

Ho risentito Roberto settimana scorsa. Tempo fa gli avevo mandato un SMS in cui dicevo che assieme a Maria Luisa avevamo prenotato un soggiorno ad Assisi. Ora voleva conoscere le date del nostro arrivo in Umbria perché lui, perugino DOC, ha in animo di mostrarci qualche luogo caratteristico della sua terra. In conclusione non vi nascondo che sono abbastanza ansioso di passare qualche ora in allegria assieme a lui e, se ci sarà concesso, di mettere le nostre gambe sotto ad una buona tavola.

giovedì 17 marzo 2011

Passato che non torna


Ronchi e "Licenzini"

Estesi fino all'ex monastero di San Gottardo, i Ronchi costituiscono l'area pedemontana del Monte Maddalena. L'etimologia della parola, apparsa per la prima volta nelle cronache cittadine del Quattrocento, deriva dal latino "uncare" indicando, con ciò, il dissodamento d'un terreno sterile per porvi colture, soprattutto vigneti.

Il vocabolo, spesso associato al nome della famiglia "roncara", che vi risiedeva e lavorava, fu poi esteso all'annessa casa colonica. Quest'ultima, in origine, presentava un porticato a tre arcate sormontato da una loggetta. Successivamente il portico fu trasformato in veranda, chiudendo gli archi con delle vetrate, per riporre le piante di limone e glicine al riparo dal rigido clima invernale. Al piano terra v'erano la cucina, il deposito dei prodotti orticoli, le stalle ed uno spazio per lo strame. In quello superiore si trovavano le camere da letto ed il fienile.

Oggi i ronchi originari non esistono più, sostituiti da belle ville con giardini. Solo qualche coltivo terrazzato ed alcuni piccoli vigneti sono ciò che rimane di un passato ormai lontano.

Oltre a case coloniche, terreni coltivati, chiesette e piccoli cenobi, nella zona dei Ronchi esistevano anche numerosi "licenzini". Se il roncaro produceva vino in misura superiore al consumo famigliare, tramite una particolare licenza di vendita commercializzava il sovrappiù direttamente al consumatore, adattando parte della propria abitazione ad osteria. Per i bresciani dell'epoca era quasi obbligo frequentare questi ritrovi conviviali ove gustare un buon bicchiere di vino, accompagnato da saporite salamelle ai ferri, formaggi nostrani e fresche insalate. La recente chiusura dell'ultimo "licenzino" ha posto fine anche a questa tradizionale consuetudine.

Paolo Maroli
Il Sentiero 3V
- Nelle Prealpi Bresciane lungo l'Alta Via della Val Trompia -
NORDPRESS


domenica 13 febbraio 2011

Uno sguardo a domani


Ero già andato a letto dopo una tranquilla serata passata davanti alla TV in compagnia di mia moglie. Ma il sonno questa sera tardava un poco a venire. Vorrei dormire, recuperare le ore di riposo che mi sono mancate durante la settimana, perché gli impegni sono tanti e perché al mattino c'è bisogno di alzarsi presto per andare al lavoro.

Però non volevo continuare a rigirarmi inutilmente e così, per non disturbare Maria Luisa, sono uscito dalla camera. Scendo un attimo in strada per incontrare la notte e vedere cosa mi perdo ogni fine settimana trascorso al ritmo di chi lascia che sia domani, e non adesso, la parte migliore della propria vita.

Ho appena girato l'angolo di casa che subito mi si affianca un tale. Nel buio fatico a vedere bene in faccia se si tratta di una persona amica oppure se cela per me qualche insidia. Quasi un brivido di paura. Faccio finta di niente e proseguo per la mia strada, sperando che anche lui se ne vada per la sua. Ma cosa dovrei temere? Perché sento quella presenza come una minaccia?

All'improvviso bisbiglia qualcosa. Forse mi sbaglio, non sta parlando con me. E' un refolo di vento in questo febbraio stranamente primaverile. Quel sibilo l'ho scambiato per una voce, un lamento. Ma poi di nuovo ancora una domanda, ora chiara, m'interroga nella notte. "Ehi, dico a te. Vuoi dare un'occhiata più avanti?"

Non so dove la voglia mi stia portando. Quasi senza meta gironzolo per le strade del quartiere. Cosa mai potrei desiderare di vedere più in là nella via? Certo che a quest'ora ci sono in giro persone veramente singolari. Perché non me ne sono rimasto a letto. Di sicuro a quest'ora dormirei già.

"Dico a te, non sto scherzando", riprende ancora quel tale con una certa insistenza. Ma quelle parole cominciano ad instillare in me un poco di fiducia: non sembrano ostili. "Dice a me?", rispondo con aria distratta, quasi non avessi capito bene la domanda. "Sì, se vuoi, posso farti dare un'occhiata in avanti per vedere le cose che devono ancora succedere".

Santo cielo... Cosa si è fumato costui sulle panchine del parco, penso fra me, e mi vien voglia di allungare il passo per levarmelo di torno. Guadagno in fretta la via di casa e salgo le scale senza far rumore. L'unico visionario stralunato, questa notte, l'ho incontrato io. Eppoi avrei voluto vedere, se gli avessi dato retta, che cosa sarebbe stato in grado di mostrarmi realmente. Il futuro non si può conoscere in anticipo. Tutto sommato è meglio così perché, forse, la visione non risulterebbe totalmente di nostro gradimento.

Dicono che a dicembre dell'anno prossimo verrà la fine del mondo. Ci scherziamo sopra, ma sotto sotto credo che siamo un po' curiosi di sapere cosa succederà. Magari niente, come per il bug dell'anno 2000. E se invece arrivasse davvero la fine del mondo? Non qualcosa di catastrofico, come immaginano alcuni. Qualcosa di bello come nessuno osa sperare realmente in fondo al proprio cuore. La fine, insomma, di ogni ingiustizia e sopruso. Una nuova stagione in cui, finalmente deposte le armi, si possa vivere per sempre in pace.

Penso che, se così deve essere, qualche segno si possa scorgere ancora prima di quella data. Gettiamo lo sguardo lontano, ben oltre i litigi di Palazzo che sono per noi un'inutile distrazione. Riuscite a vedere anche voi che la gente si muove e va tutta nella direzione sperata?

domenica 6 febbraio 2011

Esiste il diavolo?


Verso fine novembre 2010 ho trascorso un fine settimana in Toscana con alcuni amici ex-colleghi di lavoro. Ne avevo già dato notizia nel breve post consultabile qui: http://piccola-anima.blogspot.com/2010/12/gita-gmb-2010.html. Nel Museo dell'Opera del Duomo di Pisa abbiamo avuto modo di fotografare, rigorosamente senza flash, alcune stampe che riproducono gli affreschi del cimitero (Campo santo monumentale) ormai danneggiati in modo gravissimo in seguito al bombardamento alleato di fine luglio 1944. In uno di questi disegni è raffigurato il diavolo intento a divorare e ad infliggere terribili supplizi ai dannati. Quest'immagine ha subito evocato in me il ricordo del giudizio universale dipinto da Giotto per la cappella degli Scrovegni. Sono andato a rivedermelo in una delle numerose fotografie presenti on-line. Ho così scoperto che esistono sul web anche visite virtuali che ci consentono di ammirare quest'opera con maggiore calma rispetto ai pochi minuti che sono concessi al visitatore per la sosta nel piccolo locale della cappella.


Confrontando le immagini si possono scorgere numerose similitudini e differenze che caratterizzano queste due opere pittoriche.In entrambe inconfutabilmente emerge sovrastante ed inquietante la figura del diavolo che fa strage del genere umano.

Ora però il mio intento non è quello di tenere una lezione di storia dell'arte e neppure una dissertazione teologica sugli argomenti toccati da questi dipinti. Sicuramente non ne sarei all'altezza, data la mia scarsa preparazione in materia e, per così dire, visto che la mia ignoranza spazia in tutti i campi. Quello che intendo fare è di porre a me stesso una semplice domanda. Esiste il diavolo?

C'ho pensato su un po' e poi sono giunto alla conclusione che il diavolo non esiste. Al di là di tutta l'iconografia classica che ha rappresentato il diavolo in varie forme animalesche con tanto di corna e coda, non credo che esista un essere malvagio perennemente in lotta con Dio per condurci al male e sviarci da quel percorso di santità a cui noi tutti siamo chiamati.

Il male certamente esiste, ma non proviene dall'esterno a contaminare l'uomo. Nasce invece dentro di lui e ne esce manifestandosi in tanti modi diversi, ma caratterizzati tutti da un unico denominatore: il rifiuto di Dio.


sabato 15 gennaio 2011

Il lungo inverno


<< Quest'inverno non finisce mai! >> Così affermiamo sovente, con sentimento di stizza, quando, invece dell'atteso tepore primaverile ingentilito da una luce nuova, assaporiamo giornate ancora fredde, umide, tristemente buie per via di nuvole che gravano su di noi come una cappa oscura. Nei vecchi poi questa lamentela assume un tono quasi ossessivo: vedono l'inverno come una stagione brutta perché li costringe a restare in casa, uscendo solo se strettamente necessario, una stagione di cui si temono i tipici << malanni >>, percepiti come uno scalino da scendere inesorabilmente. Con la sua scarsa luce, che tarda a giungere al mattino per sparire già nel primo pomeriggio, l'inverno incupisce l'umore e sui vecchi ha a volte addirittura l'effetto di renderli un po' curvi, rinserrati nelle spalle, con un passo che sembra sempre una fuga.

Non a caso, allora, nel cuore dell'inverno si cerca di moltiplicare le occasioni per far festa: Natale, l'anno nuovo, l'Epifania, il carnevale... quasi si volesse combattere contro una quotidianità dura, faticosa un po' triste. E poiché scarseggia la luce naturale si moltiplicano le << luci >> create dagli uomini: si illuminano le vie di città e paesi, si accendono gli alberi che paiono o morti denudati di foglie o dormienti nel loro letargo sempreverde.
(...)

Ma l'inverno è anche una stagione prodiga di insegnamenti, se solo lo si vuole ascoltare: è sufficiente pensare che tutto ciò che appare come una morte è in realtà un riposo, un modo diverso di operare, carico di attesa.
(...)

A volte l'inverno diventa una metafora della nostra vita: una stagione che sembra non finire mai, ora nebbiosa, ora uggiosa, privata della speranza di un nuovo slancio, a volte addirittura prossima alla morte. Sì, l'inverno può anche essere dentro di noi e talora riusciamo a dirlo a noi stessi e agli altri.
(...)

Da parte mia, avvicinandomi ai settant'anni, l'aspetto dell'inverno che vivo con più costanza fin dalla mia infanzia è il camino, quella straordinaria nicchia che già regnava nella cucina della mia casa di paese e che regna ancora nella mia cella di monaco.
(...)

Confesso che nella mia vita stare accanto al camino acceso verso sera, all'ora del tramonto, è una delle gioie più grandi che mi è stato dato di vivere. Quando sono solo, mi addolcisce e mi aiuta a pensare in modo pacato e lucido; assieme ad altri mi offre in dono poche parole, dense di rara capacità comunicativa.
(...)

Giunta la notte, poi, prima di andare a letto, si prende congedo dal camino con un rito che è quasi una compieta laica, il <<coprifuoco>>: si seppelliscono le braci sotto la cenere, con la cura ricca di speranza con cui si seppellisce un seme. E' un gesto di fede: domani ci sarà ancora fuoco, un fuoco che si riaccenderà nel camino per ardere ancora nel cuore.

ENZO BIANCHI
OGNI COSA ALLA SUA STAGIONE
EINAUDI


mercoledì 5 gennaio 2011

Cara Santina

Cara Santina,

lo hanno detto anche a tua madre che ormai sono quasi dieci anni che non ci sei più. Sembra ieri eppure è già lunga la fila dei giorni che ci separa da te. Quante cose sono accadute nel frattempo. Molte di buone; altre più tristi la cui pena ti è stata risparmiata a causa del tuo prematuro congedo.

Sto pensando a questo post da diversi giorni. Avrei voluto porre con le mie parole un ricordo dei tuoi ultimi momenti. Dieci anni sono tanti, ma la pena di quei giorni non è ancora cancellata e forse non è giusto ricordarti solo in quel modo.

Alessandra è ormai alla soglia della maggiore età. Ho ritrovato negli angoli del mio PC qualche fotografia che la ritraeva fanciulla, un suo video divertente che aveva registrato con la webcam. Non mi sembra più la stessa persona. Fatico a ritrovare in lei la bambina paffutella che si può scorgere nelle immagini appese in corridoio e che restano a ricordo delle sue attività alla scuola materna.

Qualche volta, grazie alla sua statura che ormai ha raggiunto la tua ed ai suoi boccoli dorati che tanto mi ricordano i tuoi, t'incontro nuovamente nei miei sogni senza però lo strazio delle pene per la tua malattia, come succedeva più addietro.

In questi anni ho visto invecchiare i tuoi genitori. Tuo papà più di tutti, che si domanda continuamente come mai lui c'è ancora mentre invece tu e Piera ve ne siete dovute andare prima del tempo. Ma noi siamo certi che, nonostante tutti i suoi problemi, nonno Filiberto continua ad esserci per merito vostro, perché voi volete che sia così.

Oh, come mi piacerebbe che i tuoi genitori riuscissero a celebrare le loro nozze d'oro il prossimo 3 giugno. Si potrebbe davvero fare una bella festa e sicuramente vorrei dare in qualche modo il mio contributo. Cinquant'anni di matrimonio: un traguardo che i miei genitori hanno solo sfiorato, ma non sono riusciti a raggiungere.

Se ho un rimpianto, che ancora oggi continua a commuovermi al solo pensiero, è quello di non aver mai voluto partecipare con te alla bellissima cerimonia dei lustri matrimoniali che si celebra qui in parrocchia. Quanta tenerezza per quelli che festeggiano i loro primi 5 anni insieme. Ma ancor più tenerezza ed ammirazione per quelle coppie che vengono ricordate per ultime a motivo dei cinquantacinque e talvolta sessant'anni di matrimonio.

Maria Luisa non mi fa sentire troppo la tua mancanza. Oggi eravamo a pranzo con don Angelo e lui ci ha esortati a rendere grazie a Dio per questa nostra unione. Mi sarebbe davvero piaciuto che vi foste conosciute, tu e Maria Luisa. Sono sicuro che avreste trovato tantissimi punti di contatto e di amicizia. Sono anche certo che non ne sei gelosa perché, diversamente da me, tu non lo sei mai stata.

Grazie perché davvero averti conosciuto ha fatto di me un uomo migliore.

sabato 1 gennaio 2011

Congedo

(...)
Sentirai molto la mia mancanza, ma non sfuggirai gli altri per questo. Lascia passare un paio di mesi, ma non di più. Gertrud e Claus hanno bisogno di un padre. Non dimenticare che devi vivere per i figli, non darti tanta pena per il loro padre. I bambini dimenticano in fretta, soprattutto alla loro età. Guarda bene all'uomo che scegli, sta' attenta ai suoi occhi e a come stringe la mano, come abbiamo fatto noi, e non sarai delusa. Una cosa soprattutto: educa i bambini a diventare gente che può camminare a testa alta e che può guardare in faccia a tutti. Ti scrivo queste righe col cuore pesante. Del resto tu non mi crederesti, se ti dicessi che mi è facile scrivere così, ma non ti preoccupare, non ho paura di ciò che avviene. Ripetilo sempre e continuamente, e anche ai bambini, quando saranno più grandi, che il loro padre non è mai stato un vigliacco e che anche loro non dovranno esserlo mai.

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Gli struzzi, 18 - Einaudi

Ma a Stalingrado, no

... Porre il problema dell'esistenza di Dio a Stalingrado, significa negarlo. Te lo devo dire, caro padre, e mi rincresce doppiamente. Tu mi hai educato, perché mi mancava la mamma, e mi hai sempre messo Dio davanti agli occhi e all'anima.
E doppiamente mi rincrescono queste mie parole, perché saranno le mie ultime, e non potrò mai più dirne altre capaci di cancellarle e di espiarle.
Tu sei pastore di anime, padre, e nell'ultima lettera si dice solo la verità, oppure ciò che si ritiene vero. Ho cercato Dio in ogni fossa, in ogni casa distrutta, in ogni angolo, in ogni mio camerata, quando stavo in trincea, e nel cielo. Dio non si è mostrato, quando il mio cuore gridava a lui. Le case erano distrutte, i camerati erano tanto eroici o così vigliacchi quanto me, sulla terra c'erano fame ed omicidio e dal cielo cadevano bombe e fuoco. Soltanto Dio non c'era. No, padre, non c'è nessun Dio. Lo scrivo di nuovo, e so che è una cosa terribile e per me irreparabile. E se proprio ci deve essere un Dio, è solo presso di voi, nei libri dei salmi e nelle preghiere, nelle pie parole dei preti e dei pastori, nel suono delle campane e nel profumo dell'incenso. Ma a Stalingrado, no.

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giovedì 30 dicembre 2010

X





(...)
Non sono mai stato un soldato, ho solo sempre portato l'uniforme. Cosa ne ho ricavato? Cosa ne hanno ricavato gli altri, che non si sono rivoltati, che non avevano paura? Sì, cosa ne abbiamo ricavato? Noi, le comparse della stupidità personificata? Cosa ne ricaviamo dalla morte eroica? Ho impersonato la morte sulla scena una cinquantina di volte, ma era solo teatro, e voi sedevate sulle sedie di velluto, lì davanti, e la mia interpretazione della morte vi sembrava sapiente e fedele.
(...)
La morte doveva sempre essere eroica, entusiasmante, trascinatrice, per un fine grande, e convincente. In realtà, qui, cos'è? Un crepare, un morire di fame, di gelo, nient'altro che un fatto biologico, come il mangiare e il bere. Cadono come mosche e nessuno pensa a loro, nessuno li seppellisce. Giacciono dappertutto qui attorno senza braccia, senza gambe, senz'occhi, coi ventri squarciati.
(...)

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lunedì 20 dicembre 2010

Le stelle


... La mia vita non è per nulla mutata: come da dieci anni, è benedetta dalle stelle ed evitata dagli uomini.
Non ho mai avuto amici, e tu sai perché essi non abbiano mai voluto aver a che fare con me. Ero lieto, quando sedevo davanti al telescopio ed osservavo il cielo ed il mondo delle stelle, lieto e felice come un bambino, cui sia dato di giocare con le stelle.
(...)

Monica, cos'è la vita nostra in confronto ai milioni di anni dei cieli stellati? Sopra il mio capo stanno, in questa bella notte, Andromeda e Pegaso. Le ho guardate a lungo, presto sarò loro molto vicino. La mia contentezza ed il mio equilibrio li debbo alle stelle, e tra di esse tu sei per me la più bella. Le stelle sono immortali e la vita dell'uomo è come un granello di polvere nel tutto.
(...)

Avrei avuto caro di contare le stelle per un paio di decenni ancora, ma di questo, ormai, non ne sarà più nulla.

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