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domenica 29 marzo 2009

Brasato con polenta


Sono ancora un po' assonnato in questa domenica pomeriggio di fine marzo. Non ho voglia di grandi discorsi impegnativi, che magari verranno ugualmente da sé. Lascio quindi scorrere liberamente le dita sulla tastiera del PC, mentre qualche pensiero prende lentamente forma nella mia mente.

Quelli delle previsioni meteo ci avevano preannunciato un fine settimana piovoso, come poi è stato. Per il pranzo domenicale avevo deciso di preparare un brasato con polenta. Lo faccio secondo una ricetta tutta mia in deroga all'ortodossia culinaria. Si dovrebbe lasciare la carne in infusione per parecchie ore. Non l'ho mai fatto. Al massimo, per accorciare i tempi, sono arrivato a fare iniezioni di vino con una siringa, dopo averlo letto su una rivista che riportava l'intervista di un cuoco milanese d'avanguardia.

La cucina è creatività e, quando si ha confidenza, si finisce per trasgredire fin troppo facilmente quelle che sono le regole consolidate sperando comunque che il risultato sia altrettanto buono.

Dopo aver fatto soffriggere in un po' di olio e burro abbondante cipolla, aglio, prezzemolo, sedano bianco e carote finemente tritati, ho messo nella capiente pentola due pezzi di carne a rosolare. Un pezzo più grande di cappello di prete ed una parte più piccola di manzo meno pregiato. Quando cominciava a prendere colore ho aggiunto un bicchiere e mezzo di buon barbera ed una piccola scatola di polpa di pomodoro. Ho regolato il tutto, come si usa dire sui ricettari, con un po' di dado granulare, un pizzico di cannella, noce moscata sale pepe e peperoncino ed abbondante acqua fino a sommergere completamente la carne. Così a naso, "senza guardare", come faceva la mamma di Daria Bignardi di cui abbiamo letto nel suo recente libro.

Per aumentare un poco la consistenza ho aggiunto tre piccole patate. Rimestavo di tanto in tanto con un cucchiaio di legno in modo che la carne prendesse bene la cottura da ogni lato. L'ho lasciata cuocere così a fuoco lento per oltre due ore e mezza nella serata di sabato, che solitamente passo guardando in tv la trasmissione "Che tempo che fa".

Questa mattina ho tolto la carne e con il frullatore ad immersione ho tritato le verdure in modo da rendere il tutto omogeneo, senza troppo zelo perché qualche pezzettino allo stato naturale a me non dispiace. Dopo averla affettata per il verso giusto, ho immerso nuovamente la carne in pentola affondandola accuratamente nel suo denso brodo di cottura.

Al termine della messa son tornato lesto verso casa ed ho preparato l'immancabile polenta d'accompagnamento. Mancava Andrea che era impegnato in ritiro con gli adolescenti della parrocchia. Nonno Luigi ha preso il suo posto a tavola e ci ha intrattenuto allegramente con i suoi discorsi. Non sono mancati i complimenti di rito che riporto soltanto per dovere di cronaca, casomai qualcuno avesse nutrito qualche dubbio circa il buon esito del mio impegno in cucina.

Il barbera stappato la sera prima ha allietato il nostro pasto. Ne ho versato un goccio anche ad Alessandra e le ho racconto di quando, poco più che diciottenne, mi trovavo al Gottolengo di Torino per un'esperienza di servizio ai malati. Al reparto San Vincenzo avevo conosciuto l'affabile Gaetano che, nonostante la sua diversa abilità, si dimostrava uomo di mondo. Il giorno che me ne andai tolse dal suo armadietto una bottiglia di barbera e la stappò in mio onore come segno di gratitudine e di amicizia.

Ho bevuto altri barbera nella mia vita, ma quel gusto un po' frizzantino non lo avevo mai più riassaporato finché ieri sera non ho stappato quella bottiglia prelevata poche ore prima dallo scaffale del nostro supermercato.

sabato 7 marzo 2009

Otto marzo


Oggi è stata una gradevole giornata pre-primaverile. Ho vinto la pigrizia che di solito mi prende nel fine settimana ed ho proposto a Maria Luisa di uscircene per una passeggiata nel tiepido sole del primo pomeriggio.

Ci siamo incamminati verso la zona collinare denominata Campiani. Mano nella mano abbiamo attraversato il quartiere e siamo passati davanti alla chiesa parrocchiale di Urago Mella. Le campane a morto ci preannunciavano un funerale. Ci siamo dati braccetto per un maggior contegno esteriore mentre camminavamo sul sagrato della chiesa. La cerimonia era ormai conclusa ed il breve corteo stava già muovendosi in direzione del cimitero, mentre poche persone anziane si attardavano ancora sul piazzale.

Indico alla moglie l'edificio più piccolo della pieve antica che sorge proprio a fianco della nuova chiesa. Il suono delle campane proviene dal campanile del vecchio edificio e la cosa desta in me un certo stupore perché pensavo fossero ormai in disuso.

Il nostro cammino prosegue, in verità non troppo spedito. Attraversiamo le vie del vecchio borgo su cui si affacciano tanti cascinali ristrutturati, presumibile dimora di benestanti, a giudicare dalle autovetture parcheggiate nei silenziosi cortili.

Lasciato l'asfalto, ascendiamo ora lungo una ciottolosa strada. Vien voglia di togliersi il maglione ed arrotolare le maniche della camicia. Maria Luisa sfoggia una candida maglietta con lo stemma del collegio Ghislieri di Pavia dove ha studiato. Mi viene in mente che, durante il cenone di fine anno, dall'amica Flavia avevamo fatto il proponimento di fare un salto a Pavia durante la prossima festa del primo maggio. Mando un SMS a Flavia per rammentarle la proposta.

Volgendoci indietro, attraverso i rami ancora spogli, riusciamo ormai a scorgere in distanza quasi tutta la città. Nel clima gradevole di questo pomeriggio ogni tanto ci facciamo raggiungere da qualche camminatore più lesto di noi, nonostante l'aspetto tradisca un'età più avanzata. Non abbiamo fretta. Ci lasciamo piacevolmente sorprendere da qualche farfallina che svolazza qua e là e dal frusciare delle lucertole lungo il sentiero. E' lo stesso che in gioventù avevo percorso con Santina ed altri pochi amici fino a Santa Maria del Giogo, sopra il lago d'Iseo. Il sentiero delle tre valli bresciane facilmente riconoscibile per le due strisce di colori sovrapposti: il bianco e l'azzurro, come quelli della squadra di calcio della nostra città.

Chiacchierando amabilmente, con qualche tenera effusione quando non incrociamo altri passeggiatori, arriviamo in cima e la vista dall'alto apre il nostro cuore alla gioia. Giunti nel punto in cui i vari sentieri s'incrociano decidiamo di fermarci. Lì nei pressi c'è uno spiazzo con un roccolo per cacciatori. Le gabbie son tutte vuote. Maria Luisa getta il maglione per terra e si stende al sole, con il viso protetto dall'ombra di un piccolo cespuglio.

Non sono vestito così sportivamente da potermi permettere la stessa mossa. Recupero un masso, non troppo grande da poter essere spostato con una sola mano. Nell'altra tengo il maglione che non ho voluto allacciare in vita per non stiracchiare le maniche. Mi accorgo che quella candida pietra di origine calcarea mi lascia i polpastrelli imbiancati ed allora vi poso sopra un fazzoletto. Poi mi siedo dando sollievo alle gambe e mi godo la vista in lontananza del monte Guglielmo scintillante per le recenti nevicate.

Ci vien voglia di condividere la gioia di quel momento con qualche amico ed allora apriamo il cellulare e chiamiamo Emanuela e Gianni. Anche loro stanno passeggiando nel parco vicino a casa, spinti fuori da questo bel sole di marzo.

Qualche attimo ancora ed è già ora di scendere. Il ciottolato rende la discesa un tantino scomoda. La suola non troppo spessa delle mie scarpe non ammortizza bene le asperità del percorso. Ma la piccola pena non dura a lungo ed in breve ritorniamo a pestare l'asfalto.

Facciamo una piccola sosta in un bar del quartiere, dove ci ristoriamo con un buon thé caldo.

Domani sarà l'8 marzo. Festa delle donne e di tutti gli uomini che le amano.

sabato 21 febbraio 2009

La via


Qualche sera fa Maria Luisa mi ha fatto leggere questa lettera. Insieme abbiamo convenuto che ci ritroviamo pienamente in tutte queste parole scritte con straordinaria semplicità e chiarezza di visione. Concordiamo e troviamo confortante il contenuto di tutte queste riflessioni che possono essere, a nostro giudizio, ampiamente condivise anche da chi non crede.

Cari genitori,
la prima vocazione di cui voglio parlarvi è la vostra, quella di essere marito e moglie, papà e mamma. Perciò la mia prima parola è proprio per invitarvi a prendervi cura del vostro volervi bene come marito e moglie: tra le tante cose urgenti, tra le tante sollecitazioni che vi assediano, mi sembra che sia necessario custodire qualche tempo, difendere qualche spazio, programmare qualche momento che sia come un rito per celebrare l'amore che vi unisce. L'amore che vi ha persuasi al matrimonio non si riduce all'emozione di una stagione un po' euforica, non è solo un'attrazione che il tempo consuma.
L'amore sponsale è la vostra vocazione: nel vostro volervi bene potete riconoscere la chiamata del Signore.
Il matrimonio non è solo la decisione di un uomo e di una donna: è la grazia che attrae due persone mature, consapevoli, contente, a dare un volto definitivo alla propria libertà.
Il volto di due persone che si amano rivela qualcosa del mistero di Dio. Vorrei pertanto invitarvi a custodire la bellezza del vostro amore e a perseverare nella vostra vocazione: ne deriva tutta una concezione della vita che incoraggia la fedeltà, consente di sostenere le prove e le delusioni, aiuta ad attraversare le eventuali crisi senza ritenerle irrimediabili.
Vi invito a pregare insieme, già questa sera, e poi domani e poi sempre: una preghiera semplice per ringraziare il Signore, per chiedere la sua benedizione per voi, i vostri figli, i vostri amici, la vostra comunità; per tutte quelle attese e quelle pene che forse non si riescono neppure a dire tra di voi.
Vi invito a trovare il tempo per parlare tra voi con semplicità, senza trasformare ogni punto di vista in un puntiglio, ogni divergenza in un litigio: un tempo per parlare, scambiare delle idee, riconoscere gli errori e chiedervi scusa, rallegrarvi del bene compiuto, un tempo per parlare passeggiando tranquillamente la domenica pomeriggio, senza fretta.
Vi invito ad avere fiducia nell'incidenza della vostra opera educativa: troppi genitori sono scoraggiati dall'impressione di una certa impermeabilità dei loro figli, che sono capaci di pretendere molto, ma risultano refrattari ad ogni interferenza nelle loro amicizie, nei loro orari, nel loro mondo. La vostra vocazione ad educare è benedetta da Dio: perciò trasformate le vostre apprensioni in preghiera, meditazione, confronto pacato.
Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto.
Educare è una grazia che il Signore vi fa: accoglietela con gratitudine e senso di responsabilità. Talora richiederà pazienza e amabile condiscendenza, talora fermezza e determinazione, talora, in una famiglia, capita anche di litigare e di andare a letto senza salutarsi: ma non perdetevi d'animo, non c'è niente di irrimediabile per chi si lascia condurre dallo Spirito di Dio: abbiate fiducia e non perdete la stima né di voi stessi né dei vostri figli.
Educare è diventare collaboratori di Dio perché ciascuno realizzi la sua vocazione.


Tratto da una lettera del Card. Carlo Maria Martini a tutti i genitori.

sabato 7 febbraio 2009

Morto che parla


Oggi è il mio ultimo giorno da quarantaseienne: domani avrò 47 anni.

Anche se questa mattina era forte la tentazione di raccogliere l'invito di Maria Luisa e restarmene a letto a riposare, sono uscito di casa assieme a lei per accompagnare a scuola Alessandra.

Naturalmente, visto che era ancora troppo presto per recarci al supermercato, ne abbiamo approfittato per far colazione in pasticceria. Il solito via vai lento ed assonnato del sabato mattina. Fra un mio sbadiglio e l'altro adocchio chi entra: qualche volto già visto e qualche sconosciuto. Sono come al solito colpito da una coppia: lei bionda e lui calvo. Di li a poco li raggiunge un'altra donna mora ed il terzetto fa colazione insieme. Entra anche un'altra persona che conosco e che gestisce un'agenzia di onoranze funebri. Questo giovane signore è preceduto dalla moglie, che non posso far a meno di notare per la discreta bellezza. Poi mentre distolgo lo sguardo distratto, lui mi vede e mi saluta gentile, come quando c'incrociamo a messa.

All'uscita, mentre già in macchina stiamo per andarcene, scorgo la signora bionda che si allontana sola: come la volta precedente. Sinceramente avrei voluto sapere qualcosa di più riguardo a quelle persone. Lui e lei che arrivano assieme, ma poi lui si ferma con quella arrivata più tardi, mentre la prima se ne va quasi con aria scocciata o almeno così a me sembra. Quasi senza rispetto, lontano da orecchi indiscreti, dico a mia moglie che forse una è per la notte e l'altra per il giorno. E poi dicono che gli uomini non sono pettegoli...

Immancabilmente bisticcio con Maria Luisa per chi debba pagare la spesa. Di solito si fa al contrario, cioè per non pagarla; invece noi amabilmente litighiamo per poterlo fare. Come per lavare i piatti. A me piace e quindi sgomito per avere il dominio del lavello. Cerco di farle capire che lei si occupa di altre cose, ma ne ho un bel donde. Dovreste assistere a questi siparietti di vita domestica. Magari lei sta stirando ed io cucinando. Immancabilmente mi chiede se ho bisogno di una mano. Una donna così, senza l'aiuto dall'alto, non sarei mai riuscito ad incontrarla.

Mentre sto finendo di pulire il bagno, colto da non so quale ispirazione, alzo gli occhi al cielo e vedo alcune macchie di bagnato sul soffitto. Accidenti! Lo sapevo. Con le nevicate dei giorni scorsi s'è mossa qualche tegola sul tetto ed ora, con le piogge abbondanti che continuano a tormentarci, qualche rivolo d'acqua filtra attraverso le intercapedini. Me lo sentivo. Credo di avere le premonizioni per queste cose. Appena finito di passare lo straccio per terra dovrò salire a dare un'occhiata. Mi vien male. Il nostro tetto è molto spiovente e non mi ci arrampico mai volentieri.

Saranno almeno dieci anni che non salgo a sistemare qualche tegola che il tempo o le precipitazioni nevose hanno fatto scivolare un poco in basso creando zone scoperte dove poi l'acqua s'infila. Grazie al cielo Maria Luisa non mi ostacola più di tanto, anche se chiaramente non è tranquilla, come non lo sono io del resto. Per muovermi in sicurezza sulle tegole, infilo un grosso paio di calzettoni che usavo anni fa durante il corso di yoga.

L'ascesa attraverso l'apertura del pianerottolo è leggermente difficoltosa perché la scala più lunga che posseggo mi costringe comunque a qualche allungamento. Penso che non ho più trent'anni, che il secondo matrimonio mi ha messo attorno alla vita altri chili di troppo, ma procedo con meraviglia ed agilità che non sono naturali per un fisico poco allenato e molto poco sportivo come il mio. In soffitta sistemo alcune assi di legno di traverso sull'apertura, per evitare di ricadere da basso, ma anche per avere un appoggio quando di li a poco aprirò l'abbaino. Per fortuna non c'è vento e così posso tenerlo aperto in verticale mentre fuoriesco all'aria aperta.

Dall'alto del mio tetto la prospettiva è insolita e non mi soffermo più di tanto a guardare attorno. Si sa che la vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare, come canta dolcemente Giovanotti. Adocchio le tegole smosse e come un gatto dal passo felpato mi sposto lungo le dorsali del tetto. Maria Luisa mi chiama affettuosamente "Micio". Oltre all'abitudine di girare per casa al buio di notte avrò pure qualche altra caratteristica per meritarmi questo appellativo...

Pochi minuti ed il lavoro è fatto, senza dover chiamare un professionista: chi fa da sé fa per tre. Ma non bisogna scherzare ed avventurarsi in imprese superiori alle proprie capacità o sottovalutare le condizioni esterne. Non sarei il primo che cade dal tetto. Una volta tornato da basso mia moglie mi confida di aver patito qualche momento di vera apprensione. Non le do torto, ma dovevo farlo perché nei prossimi giorni altra pioggia ci delizierà.

Quando Alessandra ritorna da scuola le mostro impaziente il profumo che le ho comprato mentre Maria Luisa attendeva in coda alla cassa del supermercato. Assieme a tante cose positive, purtroppo ho trasmesso a mia figlia anche questa frivolezza: la passione per una buona fragranza. Quindi, quando mi dice che la sua dotazione sta per finire, non mi faccio pregare troppo, anche se quella per i profumi è una passione abbastanza dispendiosa. Ma a scuola Alessandra è stata brava e se lo merita: il voto più basso che mi ha portato da firmare è stato un sette, che poi sulla pagella è risultato anche l'unico.

Nel primo pomeriggio faccio un salto all'ufficio postale. Devo pagare il bollo dell'auto, ma anche effettuare il versamento per le adozioni a distanza. In genere tendo a farlo appena iniziato l'anno, ma tra una cosa e l'altra, questa volta sono arrivato fino a febbraio.

Al mio rientro trovo Maria Luisa già a letto che dorme. Senza far troppo rumore mi ci infilo anch'io per una gradevole pennichella pomeridiana a cui sto facendo l'abitudine, pur se di notte dormo più che a sufficienza. Invecchiare è anche questo.

Poi all'imbrunire, quando finalmente decidiamo di uscire dal letto, non so resistere alla tentazione di raccontare tutto quanto con un nuovo post sul blog. Domani è un altro giorno e si vedrà.

domenica 1 febbraio 2009

Quanto dura l'amore


Anche oggi nevica un po', ma senza troppa convinzione. Che inverno lungo e umido. Abbiamo tutti una gran voglia di sole e temperature più miti. E' questione di giorni: in un attimo sarà nuovamente primavera e torneremo a rifiorire come la vita tutta.

Ieri sera ho ascoltato alla trasmissione televisiva "Che tempo che fa" la parte finale dell'intervista a Daria Bignardi. Era presente in studio come ospite in occasione dell'uscita del suo ultimo libro. L'autrice lo scorso anno ha perso improvvisamente la madre. Ne ha scritto sul proprio blog ed un commentatore anonimo l'ha invitata a raccontare quelle cose in un libro. Queste poche parole l'hanno colpita a tal punto che ha posto nel libro un ringraziamento al lettore ignoto.

Davanti a Fabio Fazio diceva che la morte della madre è stata per lei come perdere un braccio o una gamba. Questa frase non mi è scivolata via indifferente. Anch'io quando persi Santina mi sentii come mutilato, come se all'improvviso mi avessero tolto metà del mio corpo, come se di colpo avessi patito l'amputazione di un braccio e di una gamba. Il dolore, come l'amore, può suscitare in noi i medesimi sentimenti.

Domani nonna Celina avrebbe compiuto ottant'anni. Ho numerosi ricordi di quando ancora ero ragazzo e mamma parlava della sua vecchiaia. Chiedeva al buon Dio di concederle di vivere almeno fino ad ottant'anni. Poi con il passare del tempo questo limite s'innalzava un po' fino a toccare i novanta.

Papà invece si augurava di campare non molto di più di suo padre, che era vissuto fino a all'età di 67 anni: fu il mio primo nonno ad andarsene.

Quando i genitori invecchiano ed hanno problemi di salute, è naturale pensare che stia giungendo la fine dei loro giorni. Ma il filo non lo tagliamo noi, non sappiamo quale sia il momento e questo, tutto sommato, ci consente di vivere con serenità.

Fra i quattro nonni dei miei ragazzi, nonna Celina è stata la prima ad andarsene, un poco inaspettatamente. Santina pensava che il primo a lasciarci sarebbe stato suo padre a causa dei suoi problemi di salute. Grazie al cielo, nonostante tutto, nonno Berto, per la gioia dei suoi nipoti, è ancora qui tra noi. E spesso ci ritroviamo a pensare che sua figlia in qualche modo intercede per lui dall'alto.

Tra una settimana sarà il mio compleanno. Da un po' di tempo Maria Luisa chiede cosa mi può far piacere di ricevere in dono per questa circostanza. Non le basta sapere che il mio dono grande è lei. Ha tanto insistito per qualcosa di materiale e così ho acconsentito a farmi regalare un nuovo paio d'occhiali.

Con l'ultima visita oculistica effettuata in azienda diversi mesi fa, è emerso un lieve peggioramento della miopia. Avevo da poco subito un intervento chirurgico che poteva in qualche modo giustificare la nuova condizione visiva. Non volevo precipitarmi a cambiare le lenti per una cosa che di lì a qualche mese magari si sarebbe risolta da sola. Per dirla tutta, non volevo rendere obsoleti le due paia d'occhiali che possedevo. Fino a pochi anni fa me ne facevo bastare uno solo. Poi ultimamente, dopo il disagio patito a seguito dell'ennesima rottura, m'ero finalmente convinto a dotarmi di un altro paio.

Sabato mattina ci siamo recati insieme dall'ottico qui vicino. Ci conosciamo da anni e con lui mi sono sempre trovato bene. Eppoi chi mi conosce sa che sono abbastanza restio ai cambiamenti, anche se potrebbero arrecare qualche vantaggio economico.

Mentre c'illustra le varie novità del settore per meglio risolvere il mio piccolo problema, Maria Luisa riceve una telefonata dalla mamma e si discosta un poco per rispondere. Subito ne approfitto per far sapere all'ottico che me li vuole regalare mia moglie e quindi preferirei una cosa non troppo dispendiosa.

Prontamente mi rassicura e dice che non c'è molta differenza fra una soluzione tradizionale ed una più d'avanguardia. Subito però la conversazione si sposta su di noi e mi chiede a bassa voce se siamo sposati da molto tempo. Rispondo che siamo marito e moglie da circa un anno e mezzo. Con una certa sorpresa mi chiede se è una persona di fede. Rispondo affermativamente e faccio un accenno al nostro primo incontro avvenuto durante il pellegrinaggio a Lourdes.

Maria Luisa termina la telefonata e ritorna a sedersi vicino a noi. Renzo interrompe il discorso, quasi non voglia far sentire ciò di cui stavamo parlando in sua assenza. Non ci trovo nulla di male e dico a mia moglie che l'oculista conosceva bene anche Santina perché tanti anni fa avevano partecipato insieme al gruppo lavoratori che si riuniva lì in parrocchia.

Comodamente ci siamo dilungati in una piacevole conversazione che, partendo dall'esaltazione delle bellezze storiche bresciane, passava poi per l'enumerazione delle rinomate località culinarie cremonesi per approdare infine ad alcune nozioni di ottica che rappresentavano per me e Maria Luisa una novità assoluta, nonostante siamo inveterati portatori di lenti.

Avrò un paio d'occhiali nuovi, ma non sempre la vita si vede meglio attraverso le lenti.

sabato 10 gennaio 2009

Diamo una sedia al vescovo di Macapà


Qualche tempo fa la generosità dei benefattori di Cuore Amico ha permesso di aiutare il vescovo di Macapà, mons. Pedro Josè Conti a portare avanti la Pastorale Carceraria della Diocesi, nel penitenziario che raccoglie tutti i carcerati dello stato dell'Amapá: circa 1500 uomini e 300 donne. Gli sforzi e l'attivismo di mons. Pedro l'hanno poi portato a realizzare l'auditorium della missione, sempre grazie all'aiuto di molti benefattori.
E' un'opera di grande rilievo che dovrebbe diventare lo spazio di incontro della Comunità, ma che, allo stato attuale non è ancora pienamente utilizzabile perché necessita di essere arredata. Per questo don Pedro si rivolge ai suoi "amici di Cuore Amico" per l'acquisto delle sedie, senza le quali, ovviamente, la struttura non può funzionare come dovrebbe quale centro di evangelizzazione, ma anche di riferimento per le attività che richiedono la riunione di molte persone.
Sarebbe poi necessario attrezzare il tutto in blocchi di quattro sedie e tavolo relativo, in modo che i tavoli possano esser usati per scrivere, per esempio, o per qualche festa, dove si mangia e si beve qualcosa, come in tutte le parti del mondo.
Purtroppo anche in Brasile i prezzi sono in continua crescita, soprattutto in una regione remota come quella dove porta avanti la sua opera don Pedro, in cui le merci possono arrivare solo dopo un lungo viaggio via nave.

Servono mille sedie e duecentocinquanta tavolini:

  • costo di una robusta sedia di plastica 15 euro

  • costo di un tavolino per quattro sedie 30 euro.


"So che ricevete molte richieste e sicuramente molto più "serie" e urgenti della mia" ci scrive Dom Pedro, "ma la missione è fatta anche di ambienti e di... sedie. In luglio abbiamo realizzato una scuola di teologia per laici e hanno partecipato 255 persone. Se continuiamo così le sedie non possono mancarci!".
Diamo allora una sedia al Vescovo, costretto a stare seduto per terra, in quella lontana terra di missione e aiutiamolo a diffondere il messaggio del Vangelo anche all'Equatore.

Tratto dal periodico CUORE AMICO fondato da don Mario Pasini.

PS Non si dovrebbe dire -e pertanto questo non mi varrà come buona azione-, ma nel caso in cui questo possa stimolare qualcuno a fare altrettanto, rendo pubblico che poco prima della fine dell'anno ho fatto un versamento che si è rivelato sufficiente all'acquisto di almeno 20 sedie e 5 tavolini. Dell'amico don Piergiuseppe Conti ci si può fidare: lo conosco personalmente da quando avevo 14 anni.
Per l'eventuale oblazione vi potete appoggiare all'organizzazione CUORE AMICO di cui riporto link qui, ma anche a lato. E' la stessa con cui sostengo le mie adozioni a distanza. Lì potrete trovare i riferimenti bancari e postali per la vostra offerta che ricordo essere detraibile, nei limiti previsti dalla legge, dalla vostra dichiarazione dei redditi.

martedì 6 gennaio 2009

Nell'ombra


Questa cosa di fotografare le ombre l'ho presa da mia figlia Alessandra. In verità lei ha anche un'altra "mania": quella di fotografarsi i piedi. Inutile dire che ho emulato anche questa. Non so cosa ispiri lei; a me piace il carattere simbolico della cosa oltre al punto di vista insolito che tende a porre in risalto quello che sfugge ad un primo sguardo.

Fuori nevica poco ormai. Con un eccesso di prudenza ho invitato Maria Luisa a tornare a Cremona ancora questa mattina piuttosto che nel pomeriggio quando magari, con il rialzo della temperatura, poteva nevicare con più abbondanza. Che dire... chi è causa del suo mal pianga se stesso. Avremmo potuto trascorrere insieme altre ore di questa vacanza ormai agli sgoccioli. Domani si riparte dopo uno stop veramente lungo. Vedremo come andrà.

Con i piedi infreddoliti nonostante due paia di calze e le dita non troppo agili per l'identico motivo, ho sfrattato Alessandra dalla sua scrivania e mi sono messo davanti al computer con l'intenzione di stendere un altro post. Eppoi oggi è il terzo compleanno di "Piccola anima" e non posso lasciarmi sfuggire l'occasione per qualche commento in merito.

Non c'è che dire. Il tempo è passato velocemente e quest'avventura continua ancora. Qualcosa nel frattempo è cambiato. Ora non pubblicherei nulla senza aggiungere un'immagine oppure una fotografia fra quelle scattate da me personalmente. Perché un'immagine vale più di tante parole, anche se condivido quello che dice l'amico Lorenzo sul suo sito (www.castegnero.eu): che, cioè, una parola giusta detta al momento giusto vale più di tante immagini.

Col tempo ho fatto l'abitudine anche ad un'altra cosa: riportare un pensiero significativo tratto dalla lettura del momento, sia esso un libro oppure un articolo di rivista o giornale. E' una cosa molto comoda, lo ammetto (trascurando la poca pena di doverla ribattere). Qualcuno avrà già avuto modo di leggere quanto da me inserito. Non importa, una ripassatina non fa mai male. Forse in qualche lettore -in verità non credo di averne molti- nascerà il desiderio di accostare l'autore da cui tale spunto è stato tolto e questo mi pare una buona cosa, in ogni caso. In genere non aggiungo un mio commento personale perché trovo il pezzo di per se stesso completamente eloquente: finirei solo per sminuirne il significato e la forza del messaggio.

Di solito a fine anno si fanno i bilanci e si tirano le somme per quanto di buono o, più spesso, di meno buono che c'è stato. Il nuovo anno è già iniziato, ma posso dire ancora qualcosa riguardo a quello appena passato.

Nei mesi scorsi ho sperimentato personalmente cosa vuol dire stare sdraiati in un letto d'ospedale. Fino ad allora, per mia fortuna, non l'avevo ancora provato, ma a conti fatti m'è andata bene. Come ho già scritto su queste pagine, la ripresa fu rapida anche se poi mi sono trovato, ancora convalescente, ad assistere Maria Luisa per i suoi problemi di salute. Nonostante tutto è stato per me un piacere. Certo, avrei preferito poterne "approfittare" un pochino ancora della mia condizione di ammalato e godermi più a lungo il surplus di "coccole" per la circostanza. Diversi anni fa avevo desiderato di trascorrere in ospedale una o due settimane per un qualche lieve ammanco di salute, come un'appendicite o cosa simile, e potermi così tuffare nella lettura libero da impegni di lavoro e di famiglia. Niente di più stupido. Nonostante il ricovero mi abbia concesso di leggere parecchio ed inoltre permesso la visita di molti amici, mi sono convito che la lettura sul divano di casa è migliore e gli amici si apprezzano di più intorno ad una tavola piuttosto che a fianco del letto.

La buona ripresa mia e di Maria Luisa sottolineano questa grande verità: siamo tutti temporaneamente malati e provvisoriamente in salute. Secondo il mio punto di vista, non è tanto importante ammalarsi poco, anche se sarebbe meglio, ma ogni volta recuperare presto la salute. Questa, in sostanza, è anche la nostra preghiera.

Ridonaci Signore la salute del corpo e facci tornare presto agli "affanni" di ogni giorno.

lunedì 5 gennaio 2009

Per non dimenticare


Forse sto parlando troppo di cose che non vorreste sentire. Tuttavia devo farlo per dirvi come ha vissuto Elisabeth e come non ha mai rinunciato alla bontà e al coraggio. Vorrei che lo sapesse anche sua figlia.
Ora devo raccontarvi il motivo della sua morte. Spesso, dopo mesi di vita nel campo, alcune donne smettevano di avere le mestruazioni. Altre invece no. I medici non avevano provveduto a nessun tipo di misure per l'igiene delle prigioniere in quelle circostanze: niente stracci, niente assorbenti, niente sapone. Chi aveva le mestruazioni non poteva fare altro che lasciar scorrere il sangue lungo le gambe. Ai sorveglianti questa vista così sgradevole del sangue piaceva, perché forniva loro una scusa in più per gridare e picchiare. Una donna di nome Binta, la sorvegliante dell'appello serale, cominciò a inveire contro una ragazza sanguinante. S'infuriò con lei e la minacciò con il manganello. Poi prese a colpirla.
Elisabeth uscì dalla fila con uno scatto rapido, rapidissimo. Le strappò il manganello di mano e lo abbassò su di lei, dandole botte su botte. Arrivarono di corsa le guardie e due di loro immobilizzarono Elisabeth a terra con i fucili. La buttarono su un camion e la riportarono al bunker di punizione. Una delle guardie mi disse che il mattino dopo un picchetto di soldati prelevò Elisabeth dalla cella. Fuori dalle mura del campo c'era un boschetto di pioppi. I rami degli alberi formavano un viale lungo il quale Elisabeth arrancò sola, senza alcun aiuto. S'inginocchiò a terra e le spararono alla nuca.


MARY ANN SHAFFER

La Società Letteraria di Guernsey

SONZOGNO EDITORE

venerdì 2 gennaio 2009

Dormire


Mentre Alessandra era in montagna, Maria Luisa ed io ci siamo concessi una breve vacanza in Liguria.

Non eravamo certi riguardo alla destinazione del nostro viaggio e quindi, in attesa di schiarirci le idee, abbiamo sostato alcune ore a Cremona pranzando in compagnia di nonna Carla.

Poi m'è venuto in mente che Emanuela, alcuni anni fa, quando avevo progettato di far visita alle Cinque Terre con i ragazzi, mi aveva lasciato il recapito telefonico di un santuario nei pressi di Monterosso. Nel frattempo il numero di telefono è cambiato, come puntualmente ci avvisa il messaggio vocale del gestore telefonico.

Niente paura. Sono bastate una rapida occhiata allo stradario per rilevare il nome corretto, dato che quello segnato dall'amica appariva impreciso, ed una semplice ricerca in Google per reperire sito e recapito telefonico del santuario della Madonna di Soviore.

Prenotiamo una camera e ci mettiamo in viaggio decisi a non perdere neanche un minuto di quella bella giornata di sole.

Lasciata l'autostrada A1 e presa la direzione di La Spezia, poco dopo Parma, già il tempo cambia con tutto il nostro disappunto. Le nubi diffuse che coprono l'Appennino e le tracce di nevicate pregresse ci mostrano il lato freddo dell'inverno, com'è giusto che sia.

Procedendo senza affanno, seguendo le indicazioni stradali, arriviamo ancora in piena luce alla nostra meta. Siamo leggermente in quota: 465 metri sopra il livello del mare, che si può scorgere in basso in gradevole veduta.

Entriamo e ci registriamo. Fissiamo la stanza per due notti e poi saliamo a prendere possesso del nostro locale.

L'impatto iniziale non è per me dei migliori. L'alloggio, intendiamoci, è accettabile. Forse un tantino modesto. Il pavimento in cotto e le stanze basse fanno andare la memoria alla vecchia casa dei nonni paterni instillando tenui sensazioni di melanconia nel buio della sera che avanza. Spalanco le ante. Il vento ne richiude subito una. Ci sono due stanze con due coppie di letti singoli a disposizione. Il bagno comune ordinato e pulito, ma mancano salviette e lenzuola su ogni branda.

Non possiamo lamentarci troppo. Un cartello appeso internamente sulla porta d'ingresso ci aveva avvisati che avremmo potuto patire qualche disagio perché questo non è e non vuole essere un albergo. Torniamo da basso per una cioccolata calda, senza troppi fronzoli.

Esponiamo il nostro problema e quindi seguiamo la suora che ci consegna le lenzuola e le salviette. Evidentemente a lei tocca la gestione di questi ambienti e lascia trapelare un certo disagio perché la stanza avrebbe dovuto essere in ordine.

Non importa. Così abbiamo modo di accostare le due cuccette, stendere le lenzuola di traverso ed il letto matrimoniale in breve è allestito.

Per oggi non ci muoviamo. Restiamo in stanza attendendo l'ora di cena. Per ingannare l'attesa apro il libro di Enzo Bianchi che ho regalato poco prima di Natale a Maria Luisa ed inizio a leggere a voce alta il primo capitolo.

"Il pane di ieri": ecco il titolo del libro che ci fa entrare nel giusto spirito di questa vacanza. Eliminare il superfluo e tornare al sapore autentico delle cose.

Dopo non molto ci viene spontaneo pensare che in questo posto, privo di orpelli, si riceve molto di più di quanto si corrisponde per il soggiorno.

Partecipiamo alla messa prefestiva nella chiesa adiacente. C'è un gruppetto di giovani ragazzi ed un gruppo poco più numeroso di scouts. Ci stringiamo attorno all'altare. Un sacerdote di colore che parla un buon italiano, ma che tradisce un accento francese, celebra l'Eucarestia. Mentre tiene la sua omelia non posso impedirmi di pensare alla stranezza di quest'uomo di una razza adatta ad un clima decisamente più caldo che svolge parte del suo ministero in questo luogo così freddo, come l'ha reso la perturbazione che in questi giorni è filtrata dai Balcani.

Dopo una cena gradevole ed in linea con le aspettative, ritorniamo in stanza.

Non passa molto tempo e ci tuffiamo sotto le coperte. La camera è ancora un tantino fredda perché il calorifero era chiuso e l'abbiamo aperto noi da poche ore.

Questa volta è più il clima che la voglia a farci desistere dallo spogliarci d'abito. Propongo di fare l'amore alla polacca, stringendoci semplicemente la mano, come simpaticamente fanno i due attori di "Zelig" Petrektek e Kripstak.

Maria Luisa, molto divertita, ride ed anch'io mi sento inaspettatamente pago.

Poi, dopo aver aggiunto un'altra coperta, spegniamo la luce ed iniziamo a dormire.

venerdì 19 dicembre 2008

Sospesi a mezz'aria


Un dramma umano si può sempre esprimere con la metafora della pesantezza. Diciamo, ad esempio, che ci è caduto un fardello sulle spalle. Sopportiamo o non sopportiamo questo fardello, sprofondiamo sotto il suo peso, lottiamo con esso, perdiamo o vinciamo. Ma che cos'era successo in realtà a Sabina? Niente. Aveva lasciato un uomo perché voleva lasciarlo. Lui l'aveva forse perseguitata? Aveva cercato di vendicarsi? No. Il suo non era un dramma della pesantezza, ma della leggerezza. Sulle spalle di Sabina non era caduto un fardello, ma l'insostenibile leggerezza dell'essere.

MILAN KUNDERA

L'insostenibile leggerezza dell'essere

ADELPHI EDIZIONI

domenica 14 dicembre 2008

Alcune immagini della gita a Padova






















Gita a Padova


Un fine settimana di metà novembre sono stato con alcuni amici ed ex-colleghi di lavoro a Padova e dintorni.

Da alcuni anni sono soliti organizzare un week-end in giro per l'Italia per dare sfogo ad una passione comune per la fotografia.

Mi era stato proposto di unirmi a loro anche lo scorso anno, ma quale sposo novello non mi andava di lasciare sola Maria Luisa nel fine settimana ed avevo pertanto declinato l'invito.

Quest'anno invece, sollecitato anche da mia moglie che ben volentieri si sarebbe occupata dei ragazzi in mia assenza, mi sono unito al gruppo.

Per non sentirmi da meno mi sono fatto prestare da Andrea la sua fotocamera digitale. Purtroppo, come le vergini stolte rimaste senz'olio, già il giorno seguente esaurivo la carica della batteria e con grande rammarico non sono riuscito a fare tanti altri scatti come i miei amici. Se ci sarà una prossima volta non mi farò cogliere impreparato e cercherò di competere ad armi pari.

Ci siamo presi qualche ora di permesso dal lavoro e già venerdì pomeriggio eravamo sul posto. La prima visita è stata effettuata a Villa Pisani a Stra poco fuori Padova. Dopo aver visitato l'interno, in cui non ci era concesso fare fotografie, ci siamo ampiamente rifatti catturando con l'obiettivo ogni angolo all'esterno della villa. Non ho mai visto tanta foga per la fotografia e così anch'io mi sono lasciato contagiare.

Il giorno seguente, lungo il corso della Brenta, abbiamo visitato altre ville. La fortuna ci ha assistito e per tutto il fine settimana abbiamo avuto giornate bellissime.

Verso sera, mentre rientravamo in albergo, uno di noi si è accorto di aver perso il portafoglio. Ci domandavamo se per caso fosse stato oggetto di borseggio durante la visita dell'ultima villa, dove c'era una sagra per la promozione della cioccolata ed altri prodotti artigianali. L'amico era convinto che gli fosse caduto nel piazzale del parcheggio, poco prima di salire in macchina. Visto il suo desiderio di tornare sul luogo, volentieri l'ho riaccompagnato, lasciando gli altri stanchi in albergo.

La ragione avrebbe detto che non l'avremmo più ritrovato, ma ero convinto che, se veramente l'aveva perso in quel piazzale, là l'avremmo ritrovato. Sant'Antonio dalla barba bianca fammi trovare quel che mi manca. Con pazienza, causa il notevole traffico del sabato sera, siamo ritornati sul posto. Coi fari dell'auto ho subito individuato qualcosa di scuro nel punto in cui qualche ora prima avevamo parcheggiato. L'amico scende e riprende il portafoglio. Risale un po' scontento per i soldi che mancavano, pochi in verità, ma il bancomat c'era ed era quello che più gl'interessava. Non avevo avuto dubbi ed ho archiviato questa cosa come un altro segno.

La domenica, dopo aver santificato la festa, abbiamo visitato la bellissima cappella degli Scrovegni, dove un "fotografo" d'altri tempi ha saputo fissare sull'intonaco immagini d'una suggestione incomparabile.

Nel pomeriggio abbiamo lasciato la città del Santo in direzione di Monselice dove abbiamo fatto visita al castello medievale.

Il tempo è volato. Anche se gli amici sono stati per alcuni giorni la mia famiglia, avevo voglia di fare ritorno per abbracciare la mia sposa e rivedere i figli.

Le sensazioni belle e positive della gita a Padova, specialmente in queste giornate di pioggia e freddo, sono ancora dentro di noi, come abbiamo avuto modo di confidarci via mail.

Se volete ammirare alcuni scatti dei miei amici potete dare un'occhiata ai loro siti. Lì trovate anche le immagini delle escursioni precedenti ed altre ancora.

www.castegnero.eu
www.robertomarini.net
www.robertoserra.it

venerdì 7 novembre 2008

Eccomi...



Eccomi qui… Sono la presenza silenziosa che da qualche tempo serpeggia tra le pagine del blog di Romano: una presenza che non può più tacere, stasera, tanta è l’urgenza emotiva che le preme nel cuore: voglio approfittare dell’invito che da tempo il mio sposo mi rivolge: un invito ad associarmi a lui nelle sue riflessioni, a parlare..

Sono Maria Luisa: nome già comparso altre volte in “Piccola Anima”.
Sono una presenza, nella vita di Romano, da più di due anni ormai. Ma perché “ormai”? “Solo” da poco più di due anni, da quel viaggio a Lourdes per me assolutamente non programmato e provvidenziale.

Da poco più di due anni la svolta nella mia vita: da single ormai “esperta e senza speranze”, indipendente, sempre in movimento tra Cremona e l’Estero (mi piace molto viaggiare…), dedita al lavoro ed alla famiglia d’origine, mi son trasformata in moglie felice, in viaggio sulla Cremona-Brescia, con due figli da amare e conoscere, con un lavoro part-time e, soprattutto, con tanto, tanto affetto da ricevere e dare.

Sì, la mia vita non mi è stata tolta, ma mi è stata trasformata, anche se in modo diverso da quello cui alludono le parole della Liturgia: è stata colmata di amore, si è aperta alla speranza, qui, sulla terra, alla gioia del dono di sé e a quella del ricevere il dono degli altri. Non è stata opera mia: mi sento sempre meno capace di decidere, sempre più portata a lasciarmi guidare: a volte è la salute “che non tiene”, altre volte sono gli eventi, persino le condizioni atmosferiche che mi fanno comprendere il senso di Quelle parole: I miei pensieri non sono i vostri pensieri. Le mie vie non sono le vostre vie.

Sempre più comprendo il senso dell’affidarsi a Dio, nella preghiera e nei silenzi di una vita non sempre facile; e sempre più scopro che è questo che fa germogliare i fiori tra le rocce. Ed allora l’amore di e per Romano diventa inesprimibile e totalizzante dolcezza, il sorriso dei nostri ragazzi proietta la speranza già nell’oggi, il silenzioso procedere dei giorni di mia mamma e la dolcezza del suo sguardo mi dicono il persistere di tutta l’intensità del suo amore materno, la bontà dei genitori di Santina mi fa comprendere che il Regno di Dio è già qui, i racconti ed i consigli del nonno Luigi mi fanno sentire accettata e parte di una famiglia che vuol continuare a vivere… Non parlo degli amici, dei colleghi, degli altri parenti: ognuno ha un petalo variopinto ed originale in questa ghirlanda di nostri giorni nuovi.

E’ bastato dire “Eccomi!” in risposta ad una chiamata, e la vita ha assunto il ritmo di una nuova danza…

sabato 18 ottobre 2008

Il messaggio dell'imperatore


L’imperatore - così si racconta - ha inviato a te, a un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero al letto, sussurrandogli il messaggio all’orecchio; e gli premeva tanto che se l’è fatto ripetere all’orecchio. Con un cenno del capo ha confermato l’esattezza di quel che gli veniva detto. E dinanzi a tutti coloro che assistevano alla sua morte (tutte le pareti che lo impediscono vengono abbattute e sugli scaloni che si levano alti ed ampi son disposti in cerchio i grandi del regno) dinanzi a tutti loro ha congedato il messaggero. Questi s’è messo subito in moto; è un uomo robusto, instancabile; manovrando or con l’uno or con l’altro braccio si fa strada nella folla; se lo si ostacola, accenna al petto su cui è segnato il sole, e procede così più facilmente di chiunque altro. Ma la folla è così enorme; e le sue dimore non hanno fine. Se avesse via libera, all’aperto, come volerebbe! e presto ascolteresti i magnifici colpi della sua mano alla tua porta. Ma invece come si stanca inutilmente! ancora cerca di farsi strada nelle stanze del palazzo più interno; non riuscirà mai a superarle; e anche se gli riuscisse non si sarebbe a nulla; dovrebbe aprirsi un varco scendendo tutte le scale; e anche se gli riuscisse, non si sarebbe a nulla: c’è ancora da attraversare tutti i cortili; e dietro a loro il secondo palazzo e così via per millenni; e anche se riuscisse a precipitarsi fuori dell’ultima porta - ma questo mai e poi mai potrà avvenire - c’è tutta la città imperiale davanti a lui, il centro del mondo, ripieno di tutti i suoi rifiuti. Nessuno riesce a passare di lì e tanto meno col messaggio di un morto.
Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera


Franz Kafka, La metamorfosi e altri racconti, ( Mondadori)

Ho ascoltato questo breve racconto per la prima volta alcune settimane fa durante il discorso tenuto in occasione dell'assemblea diocesana dei catechisti dal nostro Vescovo di Brescia. Un oratore eccellente in grado di mantenere vivo l'interesse di tutti con una riflessione lunga più di un'ora.

Sulle prime questo racconto di Kafka, lo scrittore universalmente riconosciuto come uno dei maggiori del secolo scorso, m'era parso alquanto angosciante e pessimistico.

Poi la mia attenzione s'è spostata sulla parte finale dove ci siamo noi, che stiamo alla finestra e magari contempliamo il cielo. Non riusciamo a scorgere in lontananza il messaggero dell'imperatore, né mai potremo realmente farlo perché quand'anche fosse più vicino a noi, ci separano da lui i bassifondi della città.

Noi ne siamo fuori, come in un'isola felice e raggiungiamo col nostro pensiero questo messaggio intrappolato lontano, quasi a significare che l'importanza del messaggio è tale che se anche non ci arrivasse, saremo noi ad andargli incontro, così che il collegamento si stabilisca al di là di ogni barriera fisica ed umana.

Il contenuto di quel messaggio non lo conosciamo. Ad esso lo scrittore non fa minimamente accenno e quindi ci lascia liberi di arrovellarci con la fantasia.

C'è una Parola di Verità che da duemila anni giunge a noi da un Dio morente. Non abbiamo bisogno di sognarla. E' qui con noi e possiamo leggerla ogni giorno e farne luce per rischiarare il nostro cammino.

sabato 20 settembre 2008

Il sorriso di Maria


Guarda la spianata davanti al santuario e si commuove, papa Benedetto XVI. Ci sono le barelle con i malati, le carrozzelle blu, le dame dell'Unitalsi e dell'Oftal.

Si può misurare il dolore? Il papa non elude la domanda e ammette: "La sofferenza prolungata rompe gli equilibri meglio consolidati di una vita, scuote le più ferme certezze della fiducia e giunge, a volte, a far addirittura disperare del senso e del valore della vita".

Ha celebrato una Messa solo per loro Benedetto XVI, perché a Lourdes il dolore abita insieme alla Grazia che aiuta ad affrontarlo. Ratzinger lo dice senza alcun timore: "Ci sono combattimenti che l'uomo non può sostenere da solo". E' un ragionamento sulla teologia della sofferenza quello che svolge nell'ultima mattina del pellegrinaggio alla grotta di Massabielle. E a esso oppone il "sorriso di Maria". Cercarlo, dice, "non è questione di sentimentalismo devoto o antiquato", né è "pio infantilismo".

Entra in punta di piedi nel dolore di questa folla di malati: "Vorrei dire umilmente a coloro che soffrono e a coloro che lottano e sono tentati di voltare le spalle alla vita: volgetevi a Maria".

Alberto Bobbio - FAMIGLIA CRISTIANA N. 38 del 21 settembre 2008

sabato 13 settembre 2008

Prendi questo libro e mangialo


Il Signore mi disse: "Figlio d'uomo, mangia ciò che trovi; mangia questo rotolo, e va' e parla alla casa d'Israele. Io aprii la bocca, ed egli mi fece mangiare quel rotolo.

Mi disse: "Figlio d'uomo, nùtriti il ventre e riempiti le viscere di questo rotolo che ti do". Io lo mangiai, e in bocca mi fu dolce come del miele.

Egli mi disse: "Figlio d'uomo, va', recati alla casa d'Israele, e riferisci loro le mie parole; poiché tu sei mandato, non a un popolo dal parlare oscuro e dalla lingua incomprensibile, ma alla casa d'Israele; non a molti popoli dal parlare oscuro e dalla lingua incomprensibile, di cui tu non capisca le parole. Certo, se io ti mandassi a loro, essi ti darebbero ascolto; ma la casa d'Israele non ti vorrà ascoltare, perché non vogliono ascoltare me; poiché tutta la casa d'Israele ha la fronte dura ed il cuore ostinato.

Ecco io rendo dura la tua faccia, perché tu possa opporla alla faccia loro; rendo dura la tua fronte, perché tu possa opporla alla fronte loro; io rendo la tua fronte come un diamante, più dura della selce; non li temere, non ti sgomentare davanti a loro, perché sono una casa ribelle".

Poi mi disse: "Figlio d'uomo, ricevi nel tuo cuore tutte le parole che io ti dirò, e ascoltale con le tue orecchie. Va' dai figli del tuo popolo che sono in esilio, parla loro, e di' loro: 'Così parla Dio, il Signore', sia che ti ascoltino o non ti ascoltino".

Dal libro del profeta Ezechiele (3, 1-11)

Assemblea Diocesana dei Catechisti

lunedì 8 settembre 2008

Primo anniversario


Ebbene sì, oggi è il nostro primo anniversario di matrimonio!

Il grande ed inatteso tributo di auguri ricevuti da parenti ed amici ha rinnovato in noi la gioia di un anno fa. Lo stesso sole, l'immutato affetto di tante persone care hanno ricreato l'atmosfera e la magia di quei momenti.

Per tanti versi non è stato un anno facile. Le questioni logistiche che ci hanno portato a vivere fisicamente lontani in tanti momenti, vari problemi di salute nostra e dei nostri genitori hanno fatto si che l'anno passato non sia stato solo miele.

Ma lo sappiamo che la vita è anche questo. Il nostro amore ci ha sempre sostenuto nei momenti di salute come in quelli di malattia, nei momenti di felicità ed anche in quelli di dolore. Però non ci siamo mai sentiti soli e con la preghiera abbiamo sempre percepito che Dio continua a camminare al nostro fianco. E questo è motivo di gioia grande.

Con impegno ed un poco di sacrificio abbiamo raggiunto un primo traguardo, ricco di soddisfazioni.

Come nella foto siamo in vetta, ma la meta finale è ancora lontana ed il cammino prosegue...

domenica 7 settembre 2008

Le storielle di nonno Luigi



Nei giorni scorsi mio padre ha avuto problemi di sciatica ed è rimasto bloccato in casa. Non sapendo come meglio impiegare il tempo, si è messo a scrivere quel che la mente gli suggeriva.

Ecco alcuni dei suoi raccontini. Li riporto così come li ha scritti su un foglio di carta a quadretti, con semplicità e senza intervento alcuno da parte mia.

Mio padre dice spesso: "Per essere ignoranti è sufficiente poca scuola".

Contadino della valle sabbia

I contadini di montagna sono più mandriani che contadini
aveva un bel numero di mucche una ventina. Un giorno pensò
di venderne una per avere disponibilità di soldi. cosi la piu
bella la porta al mercato di nozza. eravamo negli anni 50
la lega alla filiera aspettando che arrivino i compratori lui
intanto andò a prendere un caffé. La mucca pensò vuoi
vedere che mi vuol proprio vendere che io stavo bene dove
ero. devo pensare come fare perche lui non mi venda.
la mucca si agitò e si sporcò tutta di cacca. Da bella
che era e diventata la piu brutta di tutte passarono i
compratori ma li non si fermavano vedendo una bestia cosi
sporca. si arriva alla fine del mercato ed il mandriano
riporta la mucca a casa da li passa un suo amico e gli
chiese ai venduto la muccha nò rispose. telavevodetto che
al mercato di nozza si vendono solo mucche brutte
mentre invece quelle Belle si vendono a Montichiari


La storia dell'uccellino vagante

Le piaceva la provincia di Brescia come dimora ma un Bel
giorno si accorse che il cibo scarseggiava e lui siccome era
informato che nella provincia di Bergamo cera tanto cibo
pensò di fare un volo fino là vola di qua vola di la.
alla fini arrivò si posa su una pianta e guarda ma del cibo non ne
vede vide pero un uomo che lo guarda e capi che voleva dirci
qualcosa l'uccellino fece un canto e l'uomo le disse vai ha sud
che la c'e tanto cibo l'ucellino parti e arriva in un posto per
lui molto bello e vide tanto cibo. farfalle, zanzare, cavallette,
grilli, mosche, taffani, lucciole, e senza perdere tempo si
avventò su tutto questo cibo ne mangia tanto da capire che ne
basta per giorni ritorna poi da quell'uomo che gli aveva indicato
di andare a sud lo ringrazia e le disse l'ucellino torno in
provincia di Brescia perche la ho lasciato la mia morosa


Disagio e povertà

Siamo ancora nei periodi di povertà anni 1940 nei paesi
solo una piccola bottega per alimentari, quel mercato che
si parlava arrivava il primo lunedi del mese, però per
arrivarci a piedi occorrevano due ore, distante 15 km
localita nozza il mese preferito era quello di settembre
per le spese in quanto tra le altre cose si poteva
acquistare anche uva e fichi la frutta più desiderata
dai bambini e giovani. Allora arriva quel lunedi e si parte
due fratellini assieme il papa aveva dato un po di soldi
e spiegato cosa si doveva comperare. un secchio in aluminio
con una capienza di almeno 12 litri perche quando si mungeva
la mucca che ti dava 8 litri di latte più la schiuma era il caso
che tracimasse, avendo comperato il secchio ci fu un bel
appoggio per comperare uva e fichi ne comperarono più di
sei chili più di mezzo secchio venne poi il momento del
ritorno. abbiam fatto le nostre spese e ci son rimasti ancora
dei soldi cosi papa sara contento. E partirono la tentazione
di mangiare uva e fichi fu tale che dopo fatta poca strada
si accorsero della poca rimanenza. Dobbiamo ritornare in
dietro ad acquistarne dell'altra e cosi fecero al ritorno il
papa fu contento di aver acquistato il secchio e la frutta
e dei soldi non sene parlò più

giovedì 7 agosto 2008

La malattia mortale



No, non è perché Lazzaro fu risuscitato dai morti che si può dire che questa malattia non è mortale; è perché c'è Lui che questa malattia non è mortale. Infatti, umanamente parlando, la morte è la fine di tutto e, umanamente parlando, c'è speranza soltanto finché c'è vita. Cristianamente intesa, invece, la morte non è affatto la fine di tutto; anch'essa è soltanto un piccolo avvenimento compreso nel tutto che è la vita eterna; e, nel senso cristiano, c'è infinitamente più speranza nella morte che non, parlando in un modo meramente umano, dove c'è non solo la vita, ma una vita in piena salute e forza.
Intesa cristianamente, dunque, neanche la morte è << la malattia mortale >>, e tanto meno ciò che si chiama sofferenza terrestre e temporale: povertà, malattia, miseria, tribolazione, avversità, tormenti, pene dell'anima, lutto, affanno. Anche se una pena fosse tanto grave e tormentosa da far dire a noi uomini o almeno a chi ne soffre: << questo è peggio della morte >>, tutto ciò che, in quanto non è malattia, può essere paragonato ad una malattia, non è, nel senso cristiano, la malattia mortale.

LA MALATTIA MORTALE E' LA DISPERAZIONE

A. Che la disperazione sia la malattia mortale
B. L'universalità di questa malattia (la disperazione)
C. Le forme di questa malattia (la disperazione)

LA DISPERAZIONE E' IL PECCATO

1. Le gradazioni nella consapevolezza del proprio io
2. La definizione socratica del peccato
3. Che il peccato non sia una negazione, ma una posizione

LA CONTINUAZIONE DEL PECCATO

A. Il peccato di disperarsi per il proprio peccato
B. Il peccato di disperare della remissione dei peccati
C. Il peccato di rinunziare al Cristianesimo << modo ponendo >> di dichiararlo falsità

S.A. KIERKEGAARD - La malattia mortale - Club del libro fratelli Melita

sabato 5 luglio 2008

L'autostrada dei Rosari


E' ormai da più di due anni che con frequenza settimanale percorro quel tratto di autostrada che collega Brescia e Cremona. Praticamente da quando conosco Maria Luisa. Con quel che costa il gasolio, ma non solo per questo, ho imparato a viaggiare con tutta calma, superando raramente i 120 km all'ora. La strada è tutta diritta e nonostante possa essere oltremodo monotona in realtà non lo è.

Ho conosciuto Maria Luisa durante un pellegrinaggio a Lourdes con i miei figli. Ma il nostro amore è sbocciato dopo. Quella è stata solo la nostra grande occasione d'incontro. Guidati dall'Alto abbiamo scelto una meta comune nello stesso identico tempo e questo viaggio della fede fatto insieme ci ha dato l'occasione per muovere poi i primi passi uno a fianco dell'altra.

Una cosa che a Lourdes ha colpito molto anche i miei ragazzi fu la lunga processione domenicale. Questo interminabile serpentone di persone venute proprio da ogni luogo della terra che si muovevano con compostezza recitando la preghiera del Rosario, ognuno nella propria lingua. In mezzo a migliaia d'individui estranei, lontani anche dal nostro gruppo, non ci sentivamo soli ed avevamo il cuore gonfio di gioia.

E' questo il miracolo più grande che si possa vivere andando a Lourdes. La guarigione dell'anima che arreca un beneficio più durevole rispetto a quella del corpo.

E' questa la sensazione di estasi provata al ritorno, come per i discepoli scesi dal Tabor.

La continua preghiera del Rosario di quei giorni m'ha tenuto compagnia anche nei successivi giorni del mese di maggio, almeno quando potevo scendere all'oratorio dove si celebrava la Messa. Preparavo in fretta la cena per i ragazzi e poi giù a pregare. Avrei rigovernato poi al mio ritorno.

Ed intanto iniziavano i primi contatti telefonici e le prime e-mails con Maria Luisa finché il mese successivo siamo usciti insieme a cena. Ci siamo scoperti attratti l'uno dall'altra ed abbiamo camminato così giorno per giorno verso il matrimonio celebrato appunto l' 8 settembre dello scorso anno. Una data non scelta a caso, ma proprio come ringraziamento alla Madonna che è stata il motivo del nostro primo incontro.

Ed è da quei primi viaggi per spostarmi fra Brescia e Cremona che ho preso l'abitudine di recitare la preghiera del Rosario mentre percorro l'autostrada. Non amo molto la radio che spesso accendo solo per i notiziari. La recita continuata delle Ave Maria dona serenità e distende la mente che richiama il ricordo di tanti altri momenti simili.

I Rosari del mese di maggio quando ero studente in Seminario. Ero agitato per le ultime interrogazioni di filosofia, ma quella preghiera serale fatta in corale compagnia passeggiando avanti e indietro ridonava serenità.

Ricordo i Rosari dei miei genitori. Subito dopo la morte di Santina, mi capitava di passare da loro e li trovavo in preghiera. E' forse l'aiuto più grande che ha saputo darmi mia madre in quei terribili anni. Più dell'aiuto materiale per le faccende di casa che ho sempre rifiutato per non gravare su lei che era sempre stata la serva di tutti.

Ed ora qualche volta, quando viaggiamo insieme, il Rosario lo recito anche con Maria Luisa.

E' bello parlare con la propria sposa in auto, ma pregare insieme permette di raggiungere un'intimità particolare e di porsi davanti a Dio partecipando di quel grande amore che ci viene da Lui.