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venerdì 13 maggio 2011

Pasqua in Umbria


Ci siamo messi in viaggio ancora la sera del Giovedì Santo, subito dopo aver partecipato in Parrocchia alla celebrazione eucaristica con la lavanda dei piedi. In realtà con una prima tappa a Cremona, dove abbiamo sostato per la notte. Il mattino seguente, senza effettuare una levata troppo anticipata, abbiamo ripreso tranquillamente il nostro cammino in direzione di Assisi, dove era nostra intenzione trascorrere la Pasqua.

Temevo d’incontrare sulle strade un traffico inteso e quindi mi ero preparato spiritualmente a sopportare qualche coda o rallentamento di sorta. In verità, tranne un prevedibile fermo di breve durata nell’interland bolognese, il tragitto è fluito in maniera del tutto scorrevole e non ho dovuto forzare l’andatura per arrivare a destinazione per l’ora di pranzo.

Appena preso possesso della camera d’albergo, mi sono messo in contatto telefonico con l’amico Roberto, il commilitone che non rivedevo dal giorno del congedo avvenuto nel febbraio del 1984. Quel pomeriggio era nostra intenzione riposarci un poco e partecipare poi alle celebrazioni del Venerdì Santo, ma l’indomani, se a lui stava bene, ci saremmo potuti vedere e lasciarci condurre dove desiderava, visto che non avevamo preferenze sui luoghi da visitare.

L’indomani mattina, dopo una lunga dormita ristoratrice in cui Maria Luisa è riuscita ad avere la meglio sulla febbre per il raffreddore portato da casa, siamo andati incontro all’amico. Devo confessare che ci siamo fatti attendere un poco, sia per la lenta colazione e sia per la mia imperizia di quei luoghi non coadiuvata da un navigatore satellitare. Vista la nostra titubanza, Roberto è salito in macchina per incontrarci a metà strada, in uno dei tanti svincoli della super strada che da Perugia porta a Roma.

Ci siamo rivisti, dopo così tanto tempo, in quel luogo per me fuori mano, in cui ero giunto guidando in maniera alquanto impacciata, quasi che la concitazione del momento mi avesse tolto lucidità e prontezza nei riflessi. L’affabilità di mia moglie è però servita a stemperare l’emozione del momento favorendo in me un atteggiamento più tranquillo e sereno. Dopo una breve chiacchierata, siamo risaliti in auto per tornare al paese di Roberto dove lui ha avuto modo di presentarci i genitori. La madre ci ha fatto assaggiare la sua torta salata accompagnandola con salumi.

Prima di andarcene, la mamma di Roberto ci ha donato con orgoglio una copia del diario di guerra di suo padre, fatto pubblicare di recente. Durante il viaggio di ritorno, Maria Luisa ebbe poi modo di leggerlo dall’inizio alla fine per me a voce alta. I ricordi di guerra del nonno dell’ amico sono stati una piacevole compagnia ed hanno reso più sopportabili i lunghi rallentamenti del rientro.

Ma torniamo al Sabato di Pasqua. Dopo una rapida visita al paese di Roberto, ricco di scorci e vedute caratteristiche, fra torri e vicoli del borgo, siamo andati a pranzo insieme. Prima di sederci a tavola ho voluto chiamare al telefono anche il commilitone Giancarlo per riunirci, almeno virtualmente. E’ stato bello scambiarci gli auguri e comunicare le sensazioni del nostro incontro a tre.

Causa seconda colazione effettuata a casa di Roberto, l’appetito non era eccessivo. Nonostante questo, siamo riusciti ugualmente ad assaggiare qualcosa di particolare e tipico di quei luoghi. Al termine del pranzo, nonostante la mia insistenza, non sono riuscito a saldare il conto. Roberto mi ha completamente disarmato dicendo che in quel posto si trovava fra amici e non sarei di certo riuscito a pagare, neanche volendo.

La giornata non era delle migliori, meteorologicamente parlando. Sotto un cielo completamente coperto di grigio, che a tratti lasciava andare qualche goccia d’acqua, ci siamo diretti nel pomeriggio verso Todi. Abbiamo percorso una strada dell’entroterra che ci ha permesso di gustare in pienezza il caratteristico paesaggio umbro. Roberto si è generosamente prodigato per noi, facendoci da guida fino al tardo pomeriggio. Ritornati poi in albergo ad Assisi, nello scendere dall’auto, mi sono accorto di avere ancora a bordo il suo ombrello.

L’ho subito richiamato al telefono ed informato della cosa. Mi ha risposto che non dovevo preoccuparmi perché tanto l’ombrello non valeva la pena del viaggio che avrei dovuto fare per riportarglielo. Potevo tenermelo come pegno, affinché venisse lui a trovarci. Il giorno di Pasqua però mi sono svegliato con una sensazione di disagio per non essere riuscito ad offrire nulla all’amico, neppure le bibite al bar che ci siamo prese poco prima di riaccompagnarlo a casa.

Allora gli ho telefonato e gli ho detto che, con un cambio di programma, l’indomani saremmo ripassati dalle sue parti, proseguendo poi per Orvieto dove Maria Luisa non era mai stata. Gli ho anche detto che lui, se ne avrà voglia, verrà a trovarci per amicizia e non per riprendersi il suo ombrello. Così come per amicizia, e non solo per riportare qualcosa che era suo, noi siamo tornati da lui il lunedì di Pasqua. Un ultimo abbraccio e qualche fotografia in compagnia anche della sempre sorridente madre. Nel congedarci, ho rinnovato l’invito di venirci a trovare, quando avrà modo di passare dalle nostre parti, e concedermi così di ricambiare la sua generosa ospitalità.

Ancora oggi, Maria Luisa ed io fatichiamo a scrollarci di dosso le piacevoli sensazioni di serenità e di pace di cui abbiamo fatto esperienza in questa breve vacanza.

giovedì 28 aprile 2011

Buon compleanno Ale



Poco fa, mentre ancora eravamo a cena, ti ho confidato il proposito di scrivere qualcosa sul mio blog per celebrare il tuo compleanno. Mi hai detto che  non lo leggerai perché altrimenti ti saresti commossa. Ho aggiunto allora che non avrei scritto nulla di commovente, ma tu hai insistito nel dire che ti saresti commossa ugualmente.

Vorrei scrivere di come diciotto anni fa (ed un paio di giorni), io e tua madre siamo corsi in ospedale che ancora era buio, quel lunedì mattina. Credevamo che fosse ormai giunto il momento di darti alla luce, visto che le contrazioni erano diventate regolari e ad intervalli di cinque minuti. Ma poi tutto si è fermato e ti sei fatta attendere.

Vorrei scrivere di come sei venuta al mondo la sera di quel mercoledì, intorno alle ventidue. La luna aveva favorito la nascita di tanti bambini ed ora toccava anche a te. Il personale del reparto di ostetricia era deciso a farti uscire dalla pancia della mamma perché il tempo era ormai scaduto.

Vorrei scrivere di come l'ostetrica ha esclamato come eri bella appena portata alla luce. Ed era vero. Avevi un visino così soave che non ci si poteva trattenere dal farti un complimento. Una delle infermiere m'invitò a prenderti in braccio, ma io desistetti. Avevo quasi paura di romperti, così fragile e delicata. Avrei avuto tante occasioni di stringerti fra le mie braccia quando saremmo stati a casa e, con questa scusa, lasciai che fosse la mamma a stringerti stretta a sé.

Vorrei scrivere di come ti cullavo sorreggendoti su un braccio solo, quelle notti lassù in montagna nella casa dei nonni, quando tu non ne avevi voglia di prender sonno. Ora non avevo più timore di stringerti a me e cercavo, con il mio andirivieni lungo la camera da letto, di cullarti quel tanto che bastava per farti assopire.

Vorrei scrivere di come mi sono sentito impotente quando la mamma è morta. Tu piangevi piano e sconsolata dicevi che se ci fossimo accorti prima della sua malattia, lei ci sarebbe ancora. Cosa potevo risponderti? Le mie parole devono esserti parse quasi un rimprovero per il tuo lamento.

Vorrei scrivere di come sei diventata grande senza aver modo di pronunciare la parola più bella del mondo. Mi sentivo in colpa, perché io invece la madre ancora l'avevo.

Vorrei scrivere di come sei cresciuta brava e responsabile tanto da farmi pensare che tu non sia diventata maggiorenne oggi ma diversi mesi fa.

Vorrei scrivere tutte queste ed altre cose ancora, ma preferisco fermarmi qui e guardare avanti per cercare d'immaginare i buoni frutti che nasceranno da questo bellissimo fiore che sei tu.

Buon compleanno Ale.

sabato 16 aprile 2011

La vita vera


L'espressione «vita eterna» non significa - come pensa forse immediatamente il lettore moderno - la vita che viene dopo la morte, mentre la vita attuale è appunto passeggera e non una vita eterna. «Vita eterna» significa la vita stessa, la vita vera, che può essere vissuta anche nel tempo e che poi non viene più contestata dalla morte fisica. E' ciò che interessa: abbracciare già fin d'ora «la vita», la vita vera, che non può più essere distrutta da niente e da nessuno.

Questo significato di «vita eterna» appare in modo molto chiaro nel capitolo sulla risurrezione di Lazzaro: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno» (Gv 11,25s).

Joseph Ratzinger
BENEDETTO XVI

GESÙ DI NAZARET
Dall'ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione

LIBRERIA EDITRICE VATICANA

sabato 9 aprile 2011

Passato che ritorna





Ci sono cose che attraversano la nostra esistenza e se ne vanno per sempre e noi non facciamo altro che rimpiangerle per tutto il tempo. Ve ne sono altre, a cui non diamo molta importanza, ma che ci accompagnano per tutto il fluire dei nostri giorni. Talvolta capita che la ciclicità della vita ci offra modo di ripercorrere alcune strade che avevamo solcato in gioventù e le cui coordinate ritenevamo ormai smarrite per sempre.

Che io lavori al computer da parecchi anni ormai è cosa risaputa, dato che ne ho parlato anche su queste pagine. Qualche volta sono assalito da crisi salutari e vorrei rigettare questo mio bagaglio di esperienze per dedicarmi ad altro. A qualcosa, insomma, che mi faccia sentire più felice come - credo io - aver a che fare più direttamente con le persone invece di perdere tempo a tamburellare le dita su una macchina. Poi penso che è forse l'unica cosa che in tutti questi anni ho imparato a fare abbastanza decentemente e, nonostante lo stress per periodi di eccessivo affaticamento, mi faccio vincere dalla pigrizia, o dal buon senso, e mi mantengo nel proposito di non lasciare il certo per l'incerto. E poi chi l'ha detto che fare bene e con qualità il proprio lavoro non sia in qualche modo una forma di attenzione all'altro? E con questo argomentare mi auto-assolvo.

Ci sto un po' girando intorno, come di solito mi piace fare, abbracciando così anche altri pensieri collaterali che scaturiscono spontanei ed ugualmente val la pena di esprimere come concetti a se stanti. Si parte in direzione di una meta prefissata, ma poi lungo il sentiero siamo distolti ed attirati lungo un diverso itinerario. A volte va bene e ci viene fornita l'occasione di vedere cose nuove che ci riempiono il cuore, altre volte le digressioni si rivelano un flop e ci dispiace per la scelta scadente che abbiamo effettuato.

Da quando c'è Google, nei ritagli di tempo, ne approfitto per cercare link a questa o quella cosa. Mentre si è intenti al proprio lavoro, se questo non assorbe completamente la nostra testa, ci può capitare di frugare fra le pieghe della nostra mente e riandare indietro nel tempo, rinfrescando un po' la nostra memoria a lungo termine. Orbene, mi è capitato di sfruttare i vari motori di ricerca web nel tentativo vano di trovare qualche riferimento agli amici con cui, poco più che ventenne, ho condiviso il servizio di leva. Periodicamente mi capitava d'inserire il loro nome nella ben nota casella d'input, ma non sono mai riuscito a trovare nulla di significativo. Mai, fino a dicembre dello scorso anno.

Quasi incredulo, per la prima volta, mi veniva dato responso per l'amico Giancarlo. Un numero di telefono associato ad un indirizzo di Torino. Poteva trattarsi di lui oppure di un omonimo. Sapevo che abitava in provincia di Asti perché assieme a Luca ero stato a trovarlo qualche mese dopo il nostro congedo. In quegli anni in cui diversi di noi si sentivano attratti verso la programmazione, lui si era iscritto alla facoltà di Informatica nel capoluogo piemontese. Forse, col passare del tempo o per ragioni di lavoro, poteva aver stabilito là il luogo della sua attuale residenza.

Impulsivamente, come spesso mi capita di fare, non ci ho pensato su due volte ed ho preso in mano il telefono per chiamare Giancarlo. Mi risponde un ragazzino che è rimasto a casa da solo mentre i genitori sono usciti per compere nel periodo ormai natalizio. Mi viene qualche scrupolo di non infastidire questo adolescente che sta sentendo dall'altro capo la voce di uno sconosciuto. Cerco di capire se il padre è proprio quel Giancarlo che nel lontano 1983 ha indossato la divisa assieme a me e con cui ho trascorso a Verona gli ultimi 8 mesi del periodo di ferma obbligatoria. Cerco di tirar fuori dal cassetto dei ricordi tutto quanto può essere utile ad identificarlo con precisione. Su alcune cose imprecise il figlio mi corregge prontamente, ma alla fine penso di aver fatto centro e lascio detto che avrei richiamato più tardi verso l'ora di cena.

Così è stato. Dopo l'iniziale imbarazzo per un contatto che mancava da quasi trent'anni, la comunicazione fra noi è divenuta via via più naturale e velocemente ci siamo fatti un riassunto delle precedenti puntate perse. Alla fine del colloquio, lo scambio di un indirizzo email sanciva la volontà di tenerci in contatto.

Con un po' d'insistenza e di spontanea passione per la ricerca, sono riuscito in seguito a reperire i numeri anche di Luca e Roberto. Con quest'ultimo sono stato addirittura colto in contropiede in quanto con lui, vuoi anche per la distanza geografica dei nostri luoghi d'origine, mi sembrava di avere meno sintonia rispetto agli altri. Quando c'è stato modo di scambiarci il nostro numero di telefono, lui per primo ha provato a chiamarmi, ma io stavo ancora tornando dal lavoro e la telefonata l'ha presa mia figlia. Appena a casa l'ho richiamato e con gioia ho appreso che per tutti questi anni aveva continuato a portare nel cuore il ricordo del nostro quartetto.

Ho risentito Roberto settimana scorsa. Tempo fa gli avevo mandato un SMS in cui dicevo che assieme a Maria Luisa avevamo prenotato un soggiorno ad Assisi. Ora voleva conoscere le date del nostro arrivo in Umbria perché lui, perugino DOC, ha in animo di mostrarci qualche luogo caratteristico della sua terra. In conclusione non vi nascondo che sono abbastanza ansioso di passare qualche ora in allegria assieme a lui e, se ci sarà concesso, di mettere le nostre gambe sotto ad una buona tavola.

giovedì 17 marzo 2011

Passato che non torna


Ronchi e "Licenzini"

Estesi fino all'ex monastero di San Gottardo, i Ronchi costituiscono l'area pedemontana del Monte Maddalena. L'etimologia della parola, apparsa per la prima volta nelle cronache cittadine del Quattrocento, deriva dal latino "uncare" indicando, con ciò, il dissodamento d'un terreno sterile per porvi colture, soprattutto vigneti.

Il vocabolo, spesso associato al nome della famiglia "roncara", che vi risiedeva e lavorava, fu poi esteso all'annessa casa colonica. Quest'ultima, in origine, presentava un porticato a tre arcate sormontato da una loggetta. Successivamente il portico fu trasformato in veranda, chiudendo gli archi con delle vetrate, per riporre le piante di limone e glicine al riparo dal rigido clima invernale. Al piano terra v'erano la cucina, il deposito dei prodotti orticoli, le stalle ed uno spazio per lo strame. In quello superiore si trovavano le camere da letto ed il fienile.

Oggi i ronchi originari non esistono più, sostituiti da belle ville con giardini. Solo qualche coltivo terrazzato ed alcuni piccoli vigneti sono ciò che rimane di un passato ormai lontano.

Oltre a case coloniche, terreni coltivati, chiesette e piccoli cenobi, nella zona dei Ronchi esistevano anche numerosi "licenzini". Se il roncaro produceva vino in misura superiore al consumo famigliare, tramite una particolare licenza di vendita commercializzava il sovrappiù direttamente al consumatore, adattando parte della propria abitazione ad osteria. Per i bresciani dell'epoca era quasi obbligo frequentare questi ritrovi conviviali ove gustare un buon bicchiere di vino, accompagnato da saporite salamelle ai ferri, formaggi nostrani e fresche insalate. La recente chiusura dell'ultimo "licenzino" ha posto fine anche a questa tradizionale consuetudine.

Paolo Maroli
Il Sentiero 3V
- Nelle Prealpi Bresciane lungo l'Alta Via della Val Trompia -
NORDPRESS


domenica 13 febbraio 2011

Uno sguardo a domani


Ero già andato a letto dopo una tranquilla serata passata davanti alla TV in compagnia di mia moglie. Ma il sonno questa sera tardava un poco a venire. Vorrei dormire, recuperare le ore di riposo che mi sono mancate durante la settimana, perché gli impegni sono tanti e perché al mattino c'è bisogno di alzarsi presto per andare al lavoro.

Però non volevo continuare a rigirarmi inutilmente e così, per non disturbare Maria Luisa, sono uscito dalla camera. Scendo un attimo in strada per incontrare la notte e vedere cosa mi perdo ogni fine settimana trascorso al ritmo di chi lascia che sia domani, e non adesso, la parte migliore della propria vita.

Ho appena girato l'angolo di casa che subito mi si affianca un tale. Nel buio fatico a vedere bene in faccia se si tratta di una persona amica oppure se cela per me qualche insidia. Quasi un brivido di paura. Faccio finta di niente e proseguo per la mia strada, sperando che anche lui se ne vada per la sua. Ma cosa dovrei temere? Perché sento quella presenza come una minaccia?

All'improvviso bisbiglia qualcosa. Forse mi sbaglio, non sta parlando con me. E' un refolo di vento in questo febbraio stranamente primaverile. Quel sibilo l'ho scambiato per una voce, un lamento. Ma poi di nuovo ancora una domanda, ora chiara, m'interroga nella notte. "Ehi, dico a te. Vuoi dare un'occhiata più avanti?"

Non so dove la voglia mi stia portando. Quasi senza meta gironzolo per le strade del quartiere. Cosa mai potrei desiderare di vedere più in là nella via? Certo che a quest'ora ci sono in giro persone veramente singolari. Perché non me ne sono rimasto a letto. Di sicuro a quest'ora dormirei già.

"Dico a te, non sto scherzando", riprende ancora quel tale con una certa insistenza. Ma quelle parole cominciano ad instillare in me un poco di fiducia: non sembrano ostili. "Dice a me?", rispondo con aria distratta, quasi non avessi capito bene la domanda. "Sì, se vuoi, posso farti dare un'occhiata in avanti per vedere le cose che devono ancora succedere".

Santo cielo... Cosa si è fumato costui sulle panchine del parco, penso fra me, e mi vien voglia di allungare il passo per levarmelo di torno. Guadagno in fretta la via di casa e salgo le scale senza far rumore. L'unico visionario stralunato, questa notte, l'ho incontrato io. Eppoi avrei voluto vedere, se gli avessi dato retta, che cosa sarebbe stato in grado di mostrarmi realmente. Il futuro non si può conoscere in anticipo. Tutto sommato è meglio così perché, forse, la visione non risulterebbe totalmente di nostro gradimento.

Dicono che a dicembre dell'anno prossimo verrà la fine del mondo. Ci scherziamo sopra, ma sotto sotto credo che siamo un po' curiosi di sapere cosa succederà. Magari niente, come per il bug dell'anno 2000. E se invece arrivasse davvero la fine del mondo? Non qualcosa di catastrofico, come immaginano alcuni. Qualcosa di bello come nessuno osa sperare realmente in fondo al proprio cuore. La fine, insomma, di ogni ingiustizia e sopruso. Una nuova stagione in cui, finalmente deposte le armi, si possa vivere per sempre in pace.

Penso che, se così deve essere, qualche segno si possa scorgere ancora prima di quella data. Gettiamo lo sguardo lontano, ben oltre i litigi di Palazzo che sono per noi un'inutile distrazione. Riuscite a vedere anche voi che la gente si muove e va tutta nella direzione sperata?

domenica 6 febbraio 2011

Esiste il diavolo?


Verso fine novembre 2010 ho trascorso un fine settimana in Toscana con alcuni amici ex-colleghi di lavoro. Ne avevo già dato notizia nel breve post consultabile qui: http://piccola-anima.blogspot.com/2010/12/gita-gmb-2010.html. Nel Museo dell'Opera del Duomo di Pisa abbiamo avuto modo di fotografare, rigorosamente senza flash, alcune stampe che riproducono gli affreschi del cimitero (Campo santo monumentale) ormai danneggiati in modo gravissimo in seguito al bombardamento alleato di fine luglio 1944. In uno di questi disegni è raffigurato il diavolo intento a divorare e ad infliggere terribili supplizi ai dannati. Quest'immagine ha subito evocato in me il ricordo del giudizio universale dipinto da Giotto per la cappella degli Scrovegni. Sono andato a rivedermelo in una delle numerose fotografie presenti on-line. Ho così scoperto che esistono sul web anche visite virtuali che ci consentono di ammirare quest'opera con maggiore calma rispetto ai pochi minuti che sono concessi al visitatore per la sosta nel piccolo locale della cappella.


Confrontando le immagini si possono scorgere numerose similitudini e differenze che caratterizzano queste due opere pittoriche.In entrambe inconfutabilmente emerge sovrastante ed inquietante la figura del diavolo che fa strage del genere umano.

Ora però il mio intento non è quello di tenere una lezione di storia dell'arte e neppure una dissertazione teologica sugli argomenti toccati da questi dipinti. Sicuramente non ne sarei all'altezza, data la mia scarsa preparazione in materia e, per così dire, visto che la mia ignoranza spazia in tutti i campi. Quello che intendo fare è di porre a me stesso una semplice domanda. Esiste il diavolo?

C'ho pensato su un po' e poi sono giunto alla conclusione che il diavolo non esiste. Al di là di tutta l'iconografia classica che ha rappresentato il diavolo in varie forme animalesche con tanto di corna e coda, non credo che esista un essere malvagio perennemente in lotta con Dio per condurci al male e sviarci da quel percorso di santità a cui noi tutti siamo chiamati.

Il male certamente esiste, ma non proviene dall'esterno a contaminare l'uomo. Nasce invece dentro di lui e ne esce manifestandosi in tanti modi diversi, ma caratterizzati tutti da un unico denominatore: il rifiuto di Dio.


sabato 15 gennaio 2011

Il lungo inverno


<< Quest'inverno non finisce mai! >> Così affermiamo sovente, con sentimento di stizza, quando, invece dell'atteso tepore primaverile ingentilito da una luce nuova, assaporiamo giornate ancora fredde, umide, tristemente buie per via di nuvole che gravano su di noi come una cappa oscura. Nei vecchi poi questa lamentela assume un tono quasi ossessivo: vedono l'inverno come una stagione brutta perché li costringe a restare in casa, uscendo solo se strettamente necessario, una stagione di cui si temono i tipici << malanni >>, percepiti come uno scalino da scendere inesorabilmente. Con la sua scarsa luce, che tarda a giungere al mattino per sparire già nel primo pomeriggio, l'inverno incupisce l'umore e sui vecchi ha a volte addirittura l'effetto di renderli un po' curvi, rinserrati nelle spalle, con un passo che sembra sempre una fuga.

Non a caso, allora, nel cuore dell'inverno si cerca di moltiplicare le occasioni per far festa: Natale, l'anno nuovo, l'Epifania, il carnevale... quasi si volesse combattere contro una quotidianità dura, faticosa un po' triste. E poiché scarseggia la luce naturale si moltiplicano le << luci >> create dagli uomini: si illuminano le vie di città e paesi, si accendono gli alberi che paiono o morti denudati di foglie o dormienti nel loro letargo sempreverde.
(...)

Ma l'inverno è anche una stagione prodiga di insegnamenti, se solo lo si vuole ascoltare: è sufficiente pensare che tutto ciò che appare come una morte è in realtà un riposo, un modo diverso di operare, carico di attesa.
(...)

A volte l'inverno diventa una metafora della nostra vita: una stagione che sembra non finire mai, ora nebbiosa, ora uggiosa, privata della speranza di un nuovo slancio, a volte addirittura prossima alla morte. Sì, l'inverno può anche essere dentro di noi e talora riusciamo a dirlo a noi stessi e agli altri.
(...)

Da parte mia, avvicinandomi ai settant'anni, l'aspetto dell'inverno che vivo con più costanza fin dalla mia infanzia è il camino, quella straordinaria nicchia che già regnava nella cucina della mia casa di paese e che regna ancora nella mia cella di monaco.
(...)

Confesso che nella mia vita stare accanto al camino acceso verso sera, all'ora del tramonto, è una delle gioie più grandi che mi è stato dato di vivere. Quando sono solo, mi addolcisce e mi aiuta a pensare in modo pacato e lucido; assieme ad altri mi offre in dono poche parole, dense di rara capacità comunicativa.
(...)

Giunta la notte, poi, prima di andare a letto, si prende congedo dal camino con un rito che è quasi una compieta laica, il <<coprifuoco>>: si seppelliscono le braci sotto la cenere, con la cura ricca di speranza con cui si seppellisce un seme. E' un gesto di fede: domani ci sarà ancora fuoco, un fuoco che si riaccenderà nel camino per ardere ancora nel cuore.

ENZO BIANCHI
OGNI COSA ALLA SUA STAGIONE
EINAUDI


mercoledì 5 gennaio 2011

Cara Santina

Cara Santina,

lo hanno detto anche a tua madre che ormai sono quasi dieci anni che non ci sei più. Sembra ieri eppure è già lunga la fila dei giorni che ci separa da te. Quante cose sono accadute nel frattempo. Molte di buone; altre più tristi la cui pena ti è stata risparmiata a causa del tuo prematuro congedo.

Sto pensando a questo post da diversi giorni. Avrei voluto porre con le mie parole un ricordo dei tuoi ultimi momenti. Dieci anni sono tanti, ma la pena di quei giorni non è ancora cancellata e forse non è giusto ricordarti solo in quel modo.

Alessandra è ormai alla soglia della maggiore età. Ho ritrovato negli angoli del mio PC qualche fotografia che la ritraeva fanciulla, un suo video divertente che aveva registrato con la webcam. Non mi sembra più la stessa persona. Fatico a ritrovare in lei la bambina paffutella che si può scorgere nelle immagini appese in corridoio e che restano a ricordo delle sue attività alla scuola materna.

Qualche volta, grazie alla sua statura che ormai ha raggiunto la tua ed ai suoi boccoli dorati che tanto mi ricordano i tuoi, t'incontro nuovamente nei miei sogni senza però lo strazio delle pene per la tua malattia, come succedeva più addietro.

In questi anni ho visto invecchiare i tuoi genitori. Tuo papà più di tutti, che si domanda continuamente come mai lui c'è ancora mentre invece tu e Piera ve ne siete dovute andare prima del tempo. Ma noi siamo certi che, nonostante tutti i suoi problemi, nonno Filiberto continua ad esserci per merito vostro, perché voi volete che sia così.

Oh, come mi piacerebbe che i tuoi genitori riuscissero a celebrare le loro nozze d'oro il prossimo 3 giugno. Si potrebbe davvero fare una bella festa e sicuramente vorrei dare in qualche modo il mio contributo. Cinquant'anni di matrimonio: un traguardo che i miei genitori hanno solo sfiorato, ma non sono riusciti a raggiungere.

Se ho un rimpianto, che ancora oggi continua a commuovermi al solo pensiero, è quello di non aver mai voluto partecipare con te alla bellissima cerimonia dei lustri matrimoniali che si celebra qui in parrocchia. Quanta tenerezza per quelli che festeggiano i loro primi 5 anni insieme. Ma ancor più tenerezza ed ammirazione per quelle coppie che vengono ricordate per ultime a motivo dei cinquantacinque e talvolta sessant'anni di matrimonio.

Maria Luisa non mi fa sentire troppo la tua mancanza. Oggi eravamo a pranzo con don Angelo e lui ci ha esortati a rendere grazie a Dio per questa nostra unione. Mi sarebbe davvero piaciuto che vi foste conosciute, tu e Maria Luisa. Sono sicuro che avreste trovato tantissimi punti di contatto e di amicizia. Sono anche certo che non ne sei gelosa perché, diversamente da me, tu non lo sei mai stata.

Grazie perché davvero averti conosciuto ha fatto di me un uomo migliore.

sabato 1 gennaio 2011

Congedo

(...)
Sentirai molto la mia mancanza, ma non sfuggirai gli altri per questo. Lascia passare un paio di mesi, ma non di più. Gertrud e Claus hanno bisogno di un padre. Non dimenticare che devi vivere per i figli, non darti tanta pena per il loro padre. I bambini dimenticano in fretta, soprattutto alla loro età. Guarda bene all'uomo che scegli, sta' attenta ai suoi occhi e a come stringe la mano, come abbiamo fatto noi, e non sarai delusa. Una cosa soprattutto: educa i bambini a diventare gente che può camminare a testa alta e che può guardare in faccia a tutti. Ti scrivo queste righe col cuore pesante. Del resto tu non mi crederesti, se ti dicessi che mi è facile scrivere così, ma non ti preoccupare, non ho paura di ciò che avviene. Ripetilo sempre e continuamente, e anche ai bambini, quando saranno più grandi, che il loro padre non è mai stato un vigliacco e che anche loro non dovranno esserlo mai.

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Gli struzzi, 18 - Einaudi

Ma a Stalingrado, no

... Porre il problema dell'esistenza di Dio a Stalingrado, significa negarlo. Te lo devo dire, caro padre, e mi rincresce doppiamente. Tu mi hai educato, perché mi mancava la mamma, e mi hai sempre messo Dio davanti agli occhi e all'anima.
E doppiamente mi rincrescono queste mie parole, perché saranno le mie ultime, e non potrò mai più dirne altre capaci di cancellarle e di espiarle.
Tu sei pastore di anime, padre, e nell'ultima lettera si dice solo la verità, oppure ciò che si ritiene vero. Ho cercato Dio in ogni fossa, in ogni casa distrutta, in ogni angolo, in ogni mio camerata, quando stavo in trincea, e nel cielo. Dio non si è mostrato, quando il mio cuore gridava a lui. Le case erano distrutte, i camerati erano tanto eroici o così vigliacchi quanto me, sulla terra c'erano fame ed omicidio e dal cielo cadevano bombe e fuoco. Soltanto Dio non c'era. No, padre, non c'è nessun Dio. Lo scrivo di nuovo, e so che è una cosa terribile e per me irreparabile. E se proprio ci deve essere un Dio, è solo presso di voi, nei libri dei salmi e nelle preghiere, nelle pie parole dei preti e dei pastori, nel suono delle campane e nel profumo dell'incenso. Ma a Stalingrado, no.

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giovedì 30 dicembre 2010

X





(...)
Non sono mai stato un soldato, ho solo sempre portato l'uniforme. Cosa ne ho ricavato? Cosa ne hanno ricavato gli altri, che non si sono rivoltati, che non avevano paura? Sì, cosa ne abbiamo ricavato? Noi, le comparse della stupidità personificata? Cosa ne ricaviamo dalla morte eroica? Ho impersonato la morte sulla scena una cinquantina di volte, ma era solo teatro, e voi sedevate sulle sedie di velluto, lì davanti, e la mia interpretazione della morte vi sembrava sapiente e fedele.
(...)
La morte doveva sempre essere eroica, entusiasmante, trascinatrice, per un fine grande, e convincente. In realtà, qui, cos'è? Un crepare, un morire di fame, di gelo, nient'altro che un fatto biologico, come il mangiare e il bere. Cadono come mosche e nessuno pensa a loro, nessuno li seppellisce. Giacciono dappertutto qui attorno senza braccia, senza gambe, senz'occhi, coi ventri squarciati.
(...)

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Gli struzzi, 18 - Einaudi

lunedì 20 dicembre 2010

Le stelle


... La mia vita non è per nulla mutata: come da dieci anni, è benedetta dalle stelle ed evitata dagli uomini.
Non ho mai avuto amici, e tu sai perché essi non abbiano mai voluto aver a che fare con me. Ero lieto, quando sedevo davanti al telescopio ed osservavo il cielo ed il mondo delle stelle, lieto e felice come un bambino, cui sia dato di giocare con le stelle.
(...)

Monica, cos'è la vita nostra in confronto ai milioni di anni dei cieli stellati? Sopra il mio capo stanno, in questa bella notte, Andromeda e Pegaso. Le ho guardate a lungo, presto sarò loro molto vicino. La mia contentezza ed il mio equilibrio li debbo alle stelle, e tra di esse tu sei per me la più bella. Le stelle sono immortali e la vita dell'uomo è come un granello di polvere nel tutto.
(...)

Avrei avuto caro di contare le stelle per un paio di decenni ancora, ma di questo, ormai, non ne sarà più nulla.

ULTIME LETTERE DA STALINGRADO
Gli struzzi, 18 EINAUDI

sabato 18 dicembre 2010

Rompere gli schemi


(...)

Quest’anno, come sicuramente sapete, - dopo l’euforia della Coppa del Mondo - é stato un anno di elezioni per tutto il Brasile. Una legge di proposta popolare (qualche milione di firme raccolte) ha cercato di fermare i politici corrotti attraverso l’impugnazione delle loro candidature. Qualcosa di nuovo sta succedendo. Infatti se per qualsisi impiego pubblico si chiede la “fedina penale” pulita, perché i governanti e i parlamentari possono avere alle spalle processi per corruzione, traffico di droga, pedofilia, ecc.?

É giusto che gli elettori conoscano la vita anteriore di chi chiede di essere votato, come si é arricchito, che cosa ha fatto di bene o di male. Di fatto alla fine, comunque, é stato il voto che ha definito quelli che saranno i nuovi governanti e legislatori.
Nel nostro caso, nello Stato dell’Amapá é successo il finimondo. A pochi giorni dalle elezioni la Polizia Federale ha arrestato um buon gruppo di persone del governo statale. Secondo le accuse, hanno rubato milioni! Era tutto super organizzato. I deputati dello Stato approvavano tutto, il Tribunale dei Conti pure e cosí dividevano la torta.

Finalmente la gente ha capito: ecco perché gli ospedali non funzionano, le scuole cadono a pezzi, le opere in costruzione non finiscono mai o si rompono prima di essere inaugurate. Oggi l’amministrazione dello Stato é un caos e in piú con le casse vuote. Lo Stato é pieno di debiti che non paga, compresi gli affitti di alcune scuole di proprietá della Diocesi. É una vergogna. Purtroppo l’Amapá é diventato famoso per questo.
Speriamo che al piú presto sia conosciuto anche per qualche altra cosa migliore e soprattutto piú onesta. Risultato: la maggior parte dei candidati coinvolti nello scandalo non sono stati eletti e il nuovo Governatore, a partire da gennaio, sará próprio quello che era l’ultimo nella lista delle preferenze pre-elettorali. La frittata, diremmo noi, si é girata... Speriamo per il meglio, ovviamente.

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Tratto dalla Lettera di Natale 2010 scritta da Mons. Pedro José Conti (www.dompedro.it)

sabato 4 dicembre 2010

Gita GMB 2010


Anche quest'anno si è tenuta la gita dei GMB (Giovani Marmotte Bresciane alias Gruppo Manguste Bastarde). Per chi fosse interessato, è possibile dare un'occhiata ad alcune foto scattate per l'occasione premendo sul seguente collegamento: http://picasaweb.google.com/Romano.Scuri/GitaGMB2010#.

L'amico Roberto, che evidentemente ha apprezzato uno dei miei scatti, pendenti come la torre di Pisa, si è preso la briga di effettuare qualche ritocco correttivo. Il risultato è stato decisamente buono e quindi ho dato a questa immagine l'onore di comparire in testa a questo breve post.

sabato 13 novembre 2010

Al titolo ci penso dopo


Quando ieri ho pubblicato quel breve post sull'SMS, avrei voluto in realtà dilungarmi in un discorso più ampio, ma non ce l'ho fatta e l'ho lasciato andare così. Sarà stata forse la stanchezza per il lavoro di questa settimana che mi ha visto affrontare qualche problema in più del solito o forse il clima familiare da cui non volevo distogliermi troppo e quindi alcune riflessioni sono rimaste ingarbugliate nella mia testa.

Ora, destatomi dal riposino pomeridiano a cui, come aspirante anziano, non riesco ormai a sottrarmi nel fine settimana, sento l'urgenza di aprire il portatile nel tentativo di far fluire con ordine tutte quelle parole che si accalcano all'uscita come una folla impaurita che rischia di farsi male passando per un varco stretto.

Scrivevo che la Natura tenta di fuggire il freddo e la morte ed è così anche per gli uomini. Abbiamo escogitato mille modi per riscaldarci e tenerci al riparo e siamo capaci di garantirci un clima confortevole senza la necessità di migrare altrove. Ma la morte no, quella non possiamo tenerla lontana per sempre. Con qualche abilità riusciamo a rimandarne un po' l'appuntamento, ma alla fine ci tocca battere presenza.

Sembrava andare tutto bene, tanti progetti per l'immediato e qualche sogno per l'avvenire. Ci si arrabatta con le difficoltà di ogni giorno, ci si arrabbia per una sciocchezza. Altre volte invece il nostro risentimento è più meritato perché l'ingiustizia subita è più grande, perché il torto pare insanabile. Eppure ogni giorno riesce comunque a strapparci un sorriso. Sì, la vita è bella e ricca di cose piacevoli e quelle meno belle riescono ugualmente a stimolarci e farci tirare fuori il meglio di noi.

E così all'improvviso, tra capo e collo, può capitare di essere travolti da qualcosa che al momento ci appare devastante. Qualche mal di testa, un po' di vertigini, difficoltà ad esprimersi e la necessità di essere accompagnati. Poi la diagnosi e l'intervento d'urgenza per un glioma. La speranza di vita non va oltre i due anni di vita. La diagnosi è una condanna certa: lenta ma inesorabile.

Sì, lo so. Tutti dobbiamo morire. Chi ancora prima di nascere, altri proprio nel venire alla luce. Altri ancora dopo poche settimane. Alcuni muovendo i primi passi oppure mentre facevano le prime corse per uscire da scuola. Alcuni nel fiore dell'adolescenza. Altri a pochi mesi dal matrimonio. Alcuni sfortunati solo pochi mesi dopo il matrimonio. Altri senza avere visto un figlio, altri con un figlio in arrivo, altri ancora con un figlio piccolo da crescere. Molti senza la gioia di un nipote, molti dopo aver tenuto in braccio figli dei propri figli. Alcuni dopo aver fatto una lunga strada ed essere ormai desiderosi di fermarsi.

Ma se non siamo disperati, non bramiamo di morire. Sarà pure una valle di lacrime, ma ci stiamo bene lo stesso e quel treno non lo vogliamo prendere, non siamo ansiosi per niente di salirci.

Qualche volta mi domando se non c'era un altro modo. Riesco a capire che è giusto dare il saluto, specialmente quando il viaggio è stato lungo e faticoso e si è vissuto con intensità piuttosto che lasciarsi andare quotidianamente alla deriva. Le cose buone che, nostro malgrado, siamo riusciti a fare, resteranno ed insegneranno anche ad altri a fare altrettanto. In qualche modo continueremo ad esserci, nel pensiero di un figlio, nel ricordo di un fratello, nel sospiro di un padre o di una madre.

Se lo scopo è quello di vivere il più a lungo possibile, fortunati allora quelli che raggiungono la soglia degli ottant'anni e la superano. Quelli che corrono, sia pure con passi lenti e malfermi, oltre i novanta; i più resistenti fin al di là dei cent'anni. No, non è così. l'obiettivo non è restare in vita ed accumulare il mucchio più grande di primavere.

Se il chicco non muore, non può portare frutto. Non c'è amore più grande di chi offre la propria vita per i propri amici. Come ho fatto io, così fate anche voi. Non sono venuto per essere servito, ma per servire. Chi vuole salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia la ritroverà. Tante risposte che noi cerchiamo, e che nessuno ormai sembra capace di darci, le possiamo trovare nel Vangelo.

Per tanti ormai sono una bella favola sorpassata. Per altri una storia mai conosciuta fino in fondo. Per altri ancora un annuncio mai ascoltato. Nessuno ha mai visto Dio. Gesù ci ha detto: chi vede me vede il Padre perché io sono in lui e lui in me e assieme formiamo una cosa sola.

Se le cose stanno così, lo scopo della vita è già tracciato: amare Dio più di tutto ed amarci gli uni gli altri come noi stessi. E allora, se il fine è l'amore, non sarà tanto importante quanto abbiamo vissuto, ma quanto siamo stati capaci di amare e la morte allora non potrà più farci paura.

venerdì 12 novembre 2010

SMS



"Nebbia in lontananza e la natura pigramente sen va a dormire per fuggire il freddo e la morte. Ma gli uomini hanno inventato il Natale per riscaldare i cuori".

Stamane ho scritto questo breve SMS a Maria Luisa, subito dopo aver spalancato le finestre per dare aria alle stanze. Un po' di ossigeno in più aiuta la mente ad aprirsi con maggiore facilità ai nuovi pensieri della giornata.

Mia moglie, da Cremona, mi ha prontamente risposto con un messaggio di approvazione a cui ho subito ribattuto dicendo che in realtà è lei la mia musa ispiratrice.

In seguito ho pensato che poteva essere un'idea carina pubblicarlo sul blog, magari accompagnato da una fotografia estemporanea che ho immediatamente scattato uscendo sul balcone e dirigendo l'obiettivo verso l'alba.

Non ho l'abitudine di conservare gli SMS che scrivo. Al massimo riesco a salvarne alcuni di quelli ricevuti dagli altri. Ho cercato allora di memorizzare con precisione quello che avevo repentinamente digitato sulla tastiera del telefonino, per riuscire a trascriverlo su un foglietto, come qualcuno fa con i sogni della notte che al risveglio svaniscono velocemente e se non li fissa su carta, poi non riesce più a raccontarli.

Più tardi, mentre accompagnavo Alessandra a Scuola, non ho resistito alla tentazione di raccontare anche a lei e ad Andrea quello che avevo scritto a Maria Luisa. Al termine della declamazione, mia figlia ha detto: "mica diventerai un poeta, che poi mi tocca studiarti a scuola". Per così poco? No, non c'è pericolo.

sabato 23 ottobre 2010

Niente da dire

Mi piacerebbe essere più presente su queste pagine, ma, se non si ha nulla d'importante da dire, si può anche restare in silenzio.

Alessandra mi chiama nella sua stanza, mentre sto dando un'occhiata distratta al notiziario su televideo. Mi dice che intende partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà a Madrid il prossimo agosto 2011. Per quella data sarà maggiorenne e mi sembra un tantino fuori luogo negarle il consenso alla preiscrizione da perfezionare entro la fine di questo mese. Comunque mi fa piacere che me lo abbia chiesto e quasi provocatoriamente le dico che fra qualche mese non sarà più tenuta a domandarmi il permesso per nulla. Risponde che non sarà così e che continuerà a mettermi al corrente di ogni suo progetto o iniziativa. Annuisco, ma dentro di me so benissimo che il brivido dei 18 anni fa venire a tutti, soprattutto ai maschietti, una specie di delirio di onnipotenza. Poi dopo qualche mese passa e tutto riprende come prima.

Torno in salotto e riesco a vedere, questa volta un po' meno distrattamente, un nuovo spot che avevo scambiato per l'ennesima pubblicità della Audi. Ma quel logo non è in realtà composto da quattro cerchi bensì dall'affiancamento di due simboli d'infinito.

Ed apprendo così che si sta organizzando a Milano dall'8 al 10 novembre 2010, sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica, la Conferenza Nazionale della Famiglia. Questa notizia è troppo importante per non darle il risalto come merita. Se interessati, potete dare un'occhiata qui: http://www.conferenzafamiglia.it.


La Conferenza Nazionale della Famiglia è una grande occasione di incontro tra le amministrazioni pubbliche centrali, regionali e locali, le associazioni, il privato sociale, le imprese, le organizzazioni dei lavoratori e tutte le realtà interessate alle tematiche familiari.

La famiglia resta infatti, per comune percezione nel Paese, la fondamentale istituzione della società e richiede, specialmente in questo momento di pronunciata crisi economica e sociale, la pianificazione di interventi adeguati e meditati, che ne sostengano la funzione e ne promuovano il ruolo.

L'evento, organizzato dal competente Dipartimento della Presidenza del Consiglio dei Ministri, unitamente all'Osservatorio nazionale sulla famiglia e al relativo Comitato Tecnico Scientifico, che ne coadiuvano l'azione, si svolge al massimo livello istituzionale, come momento di confronto e di riflessione, nella prospettiva di delineare gli obiettivi e gli strumenti delle più efficaci politiche per la famiglia.

Si intende realizzare, in tal modo, un'ampia consultazione tra le forze coinvolte, finalizzata ad arricchire il lavoro di formulazione del Piano Nazionale delle politiche per la famiglia, che il Governo ha intenzione di emanare nei primi mesi del 2011.

mercoledì 8 settembre 2010

Per tutta la vita


Nel tardo pomeriggio di ieri ho mandato una e-mail al mio capo dicendogli che oggi avrei preso una giornata di permesso per festeggiare il nostro terzo anniversario di matrimonio. Mi ha risposto facendomi gli auguri e dicendo che me lo meritavo e che il giorno di ferie non mi sarebbe stato addebitato. Mi ha piacevolmente stupito.

In serata sono sceso a Cremona da Maria Luisa. Sarebbe venuta su lei a Brescia perché in questi giorni ho sofferto un po' a causa di un attacco di labirintite. Ma visto che avevo guidato senza problemi andando e tornando dall'ufficio, ho preferito muovermi io per lasciare la consorte tranquilla e poter seguire il progetto originale che ci voleva oggi in visita a Piacenza.

Ieri sera ce ne saremmo andati anche al cinema, ma dato che nella sala a noi vicina non proiettavano nulla che ci piacesse particolarmente, siamo rimasti in casa a perdere tempo al computer. Come prima cosa ho effettuato una stampa on-line delle fotografie che avevo fatto a mio padre ed al grosso porcino che aveva trovato in montagna nei giorni scorsi. Poi non ho resistito alla tentazione di far stampare sopra una tazza una foto anche per l'amico Lorenzo. Entrambi si vedranno recapitare a casa nei prossimi giorni questo piccolo pensiero e spero che la sorpresa sia una cosa loro gradita.

Girovagando ancora un poco su internet, più che altro per vedere su facebook cosa hanno pubblicato i miei figli - non per controllarli, ma per pura curiosità - l'ora s'è fatta veramente tarda, al punto da rimpiangere le ridotte ore di sonno a disposizione.

Era nostro desiderio, infatti, di alzarci oggi con una certa solerzia per partecipare alla Messa nella chiesa di S. Agostino dove tre anni fa ci siamo uniti in matrimonio. La giornata, meteorologicamente parlando, non era delle migliori, ma rispondendo ai vari SMS di auguri che nel frattempo arrivavano, dicevamo che era stato decisamente meglio che lo fosse stato l' 8 settembre 2007.

Dopo esserci attardati ancora qualche momento gironzolando per le bancarelle del mercato che si tiene ogni mercoledì mattina in centro a Cremona, finalmente siamo saliti in auto in direzione di Piacenza. Sinceramente affrontavo questo viaggio di pochi chilometri con ridotto entusiasmo al pensiero di dovermi muovere per le vie di una città, per me sconosciuta, con un ombrello in mano per non bagnarmi troppo.

Ed invece, lasciata da poco la città natale di Maria Luisa, scorgiamo qualche sprazzo d'azzurro proprio nella direzione in cui ci stiamo muovendo. La strada da percorrere era veramente poca e non mi andava d'infilarmi in autostrada. Procedevo a velocità sicuramente riguardosa di ogni limite comunale imposto alla circolazione. Nel contempo tenevo d'occhio lo specchietto retrovisore per non causare code e rischiare d'irritare chi non era in giro come noi per buontempo ed aveva più fretta di arrivare a destinazione.

Giunti nei pressi del centro, abbiamo lasciato l'auto parcheggiata in una delle prime piazzole a pagamento da noi scorte. Non ci dispiace di fare lunghe camminate a piedi e di soddisfare così in parte i consigli di maggior movimento che i nostri medici fanno ad entrambi. Con una certa curiosità abbiamo adocchiato dall'esterno il macello bovino, ora rimodernato e restituito alla città, che ne ha fatto sede di un museo e di una facoltà universitaria. Pensando agli studenti che la frequentano la cosa mi ha fatto un tantino sorridere. In un certo qual modo l'originaria attività rischia di proseguire, anche se ora solo in maniera figurata.

Convergendo verso il duomo, ci siamo imbattuti in alcuni edifici fatiscenti resi ancor più decadenti per la sporcizia e l'abbandono di scatole e scatoloni che il mercato in disarmo aveva lasciato sulle strade. Con questo tempo non devono aver combinato grandi affari. Meglio quindi rimettere tutta la merce nel furgone e tornarsene a casa: sarà per un'altra volta.

Visitare la città in realtà era per noi soltanto una scusa per star fuori a pranzo e festeggiare possibilmente con un buon pasto. Ammetto che c'è voluta un po' di fatica per individuare un ristorantino che facesse al caso nostro, ma ne è valsa la pena. Ci siamo saziati in abbondanza e con piacere. Quando siamo usciti per sgranchire nuovamente le gambe ed aiutare la digestione, abbiamo avuto modo di constatare che il tempo incerto stava volgendo decisamente al meglio, permettendoci di completare il giro del centro senza dover tenere aperto l'ombrello e di sentirlo quasi d'impiccio fra uno scatto fotografico e l'altro.

Ed ora eccoci qua di nuovo a casa. "Dove andare a star più male di casa propria?" Così sentenziava spesso mia madre. Tre anni fa, dopo il pranzo nuziale, siamo andati a farle visita al ricovero dove era ospite. Non credo che abbia capito molto bene chi erano quei due in abito elegante che venivano a trovarla. Il nostro applauso però lo abbiamo ricevuto lo stesso da tutti gli altri anziani che sedevano a tavola e coralmente, battendo le mani, dicevano: "Viva gli sposi".

Cara mamma Celina, caro papà Dario. Noi siamo qua e ce la stiamo mettendo tutta, ma possiamo dire che non è difficile volerci bene. Anzi, con il vostro aiuto di lassù, è facile.

sabato 21 agosto 2010

Troppa montagna può far male


Anche quest'anno abbiamo trascorso le nostre ferie in montagna per compiacere Alessandra che ama fare camminate impegnative alla conquista di qualche vetta. In verità il tempo non è stato molto favorevole e quindi l'unica escursione di rilievo è stata quella che ci ha portato sui Denti di Terra rossa. E' superfluo sottolineare che mia figlia è stata la prima a tagliare il traguardo a quota 2490 metri. Di poco distaccato è arrivato poi suo padre, soprattutto perché continuava ad attardarsi, prodigandosi in copiosi scatti fotografici con la fedele compatta che porta sempre al seguito.

Terminato il periodo di vacanza a Siusi, ci siamo mossi verso Canazei per trascorrere là, nel cuore delle Dolomiti, i restanti giorni di villeggiatura. E' stato bello scoprire che l'albergo prenotato da Maria Luisa era proprio nelle adiacenze di quello da me frequentato ormai diciotto anni prima in occasione della mia prima visita a questi luoghi. Alessandra era soltanto un desiderio, mentre invece Andrea già sgambettava vivacemente in quella gita di pochi giorni in cui ci eravamo portati appresso anche i nonni Luigi e Celina, che erano soliti frequentatori di quei posti assieme al fratello di mia madre.

In una di quelle serate avevamo fatto visita al palazzo del ghiaccio che non si trovava molto distante dal nostro alloggiamento. In tale occasione non avevo però voluto indossare i pattini e mi ero limitato ad osservare le altre persone più ardimentose che erano scese in pista a sfidare le proprie capacità.

Quest'anno invece, complice anche il desiderio di mia figlia, non mi sono trattenuto e nel dopocena ci siamo recati con malcelato entusiasmo all'impianto sportivo per scivolare in allegria. Da ragazzo avevo già usato i pattini a rotelle ed in virtù di quello, in ben due occasioni durante le gite invernali con la parrocchia, avevo avuto modo di esibirmi con discreta disinvoltura anche sul ghiaccio. Ora, prima di scendere in pista, fantasticavo tra me e me al ricordo di quelle esperienze giovanili ed immaginavo pure di compiere qualche evoluzione ardita degna di un pattinatore esperto.

Mirabile fantasia! Appena entrato in pista mi sono reso conto di restare in equilibrio a fatica. Avevo il desiderio di uscire mestamente con la coda fra le gambe. Alessandra, invece, mostrava una sicurezza ed una confidenza per me insolite, pur essendo anche lei, come me, alla sua terza esperienza in quest'attività ludico-sportiva. Eravamo stati i primi a scendere in pista. Dopo alcuni minuti si sono aggiunti anche un paio di ragazzini, a mio giudizio frequentanti la scuola elementare, che dimostravano di avere una confidenza ed un'abilità nel muoversi tale da farmi credere che stessero correndo avanti ed indietro su un verde prato anziché su uno specchio d'acqua ghiacciata.

Però non volevo demordere, nonostante le mie prime morbide cadute ed i primi involontari cambi di direzione dovuti al non pieno governamento delle lame sulla superficie ghiacciata. Insistendo un po', forse sarebbe arrivata anche l'eleganza nel movimento, almeno lo speravo. Intanto Maria Luisa dagli spalti provava ad immortalare con la macchina fotografica le nostre evoluzioni.

Ad un certo punto non ricordo più nulla. Ho soltanto una visione confusa di due enormi pozze di sangue mentre mi sto risollevando a fatica sul ghiaccio. Alessandra mi racconterà poi di aver sentito un tonfo sordo e di essersi girata verso di me e di avermi visto steso a terra. Dato che non mi rialzavo, si era prontamente avvicinata e mi aveva ripetutamente invitato a farlo, ma io non rispondevo e continuavo a restare con il capo rivolto alla superficie gelata e con le braccia completamente allungate lungo il fianco.

Dopo alcuni attimi di vero smarrimento, sia per lei che continuamente mi parlava senza ottenere risposta, sia per mia moglie che assisteva impotente dal bordo della pista, lentamente cominciavo a ritornare in me. Una delle prime frasi da me pronunciate, quasi ridendo, dev'essere stata quella relativa al fatto che non ci si poteva fare così male per una semplice pattinata. Intanto, mentre ancora ero in uno stato di confusione generale, sono arrivati i soccorsi chiamati prontamente dal personale dell'impianto sportivo.

Mentre salivo sull'ambulanza pensavo a rincuorare Alessandra che sarebbe dovuta restare in albergo da sola; invece Maria Luisa sarebbe venuta con me al posto di guardia medica per le prime cure. Velocemente siamo scesi a Pozza di Fassa dove sono stato accolto, in quel sabato sera, da vario personale medico. Un dottore di colore mi ha anestetizzato ed applicato alcuni punti di sutura per lo squarcio che mi ero fatto in fronte e vicino all'occhio, cadendo sopra gli occhiali. Questi ultimi si erano soltanto stortati un po': la montatura in titanio è stata veramente robusta, quanto ci si aspetterebbe da questo materiale. Come sarebbe stato il resto della vacanza senza le lenti di scorta al seguito?

Dopo la prima medicazione, sono stato trasferito all'ospedale di Cavalese perché dovevo essere sottoposto ad una TAC di controllo l'indomani mattina. Pensavo a mia figlia sola in albergo, lontana dal suo unico genitore. Dopo essere arrivato all'ospedale ed aver completato con il medico di turno i primi test sulla prontezza dei miei riflessi, mi son fatto passare il cellulare da mia moglie per confortare Alessandra. Era da poco passata la mezzanotte. Forse dormiva. Probabilmente no. Se mi avesse sentito al telefono, si sarebbe tranquillizzata ed avrebbe potuto riposare più serenamente, come infatti mi ha confidato in seguito.

Maria Luisa mi è stata sempre a fianco, cercando di dormire un po' su una poltrona che il reparto le ha messo a disposizione. Anch'io sono riuscito un po' ad assopirmi pensando di tanto in tanto all'altro figlio che stava rientrando in treno dal mare, dopo una breve vacanza trascorsa con la fidanzata ed alcuni amici.

Ero compagno di stanza di un giovane ventisettenne che si era fratturato una gamba finendo con la moto contro un paracarro. Sentendo che me ne volevo andare al più presto per riunirci alla figlia lasciata sola in albergo, m'invitava a non avere fretta per non dover magari rientrare poi per un nuovo guaio alla testa. Diceva: "La vita è lunga ed un giorno in più in ospedale non cambia niente". Io invece sto consolidando sempre più l'impressione che la vita sia breve e che il tempo fugga via inesorabile.

Per nostra fortuna, pur essendo domenica, in tarda mattinata mi hanno condotto a fare la TAC di controllo che è risultata completamente negativa. Si trattava di attendere ancora fino alle ore sedici del pomeriggio, quando finalmente mi avrebbero dimesso. Quando siamo rientrati nella stanza d'albergo da cui Alessandra si era mossa soltanto per la colazione del mattino, saltando il pranzo, m'è parso di vedere svanire in lei tutta la tensione accumulata.

Il resto della vacanza è trascorso in tono minore sia per la condizione di riposo a cui dovevo sottostare, sia, soprattutto, per le non troppo favorevoli condizioni meteorologiche che ci hanno riservato numerosi giorni di pioggia. Su http://picasaweb.google.it/romano.scuri ho pubblicato alcune fotografie fra le quasi mille prese a ricordo indelebile di quei giorni.



giovedì 8 luglio 2010

C'era una volta in Australia

Oggi sono uscito a pranzo con Lorenzo, Fabio e due loro colleghe di lavoro. Mi sono dimenticato di ordinare un caffè decaffeinato e così ora fatico un po' a prendere sonno. Invece di continuare a rigirarmi inutilmente nel letto in questa calda serata estiva, è meglio che mi metta al PC e scriva qualcosa che mi sta a cuore.

Domenica scorsa è venuto a mangiare da noi nonno Luigi e gli ho preparato una bella grigliata di carne. Ultimamente tende a mangiare meno anche lui, ma, nonostante questa salutare inclinazione a non appesantirsi troppo, sono riuscito ad infilargli nel piatto qualche porzione più abbondante di quello che avrebbe voluto. L'affetto passa anche attraverso il cibo e, servendo quantità più generose ai miei congiunti, mi sembra di manifestare meglio il mio amore per loro.

Dopo aver rigovernato, visto che papà aveva ancora voglia di chiacchierare, ci siamo accomodati in salotto. Non era il caso di uscire per strada in quelle assolate prime ore pomeridiane. Il condizionatore andava a tutto spiano ed evitava che risentissimo troppo della calura, indubbiamente sopra la media del periodo.

Per mio padre è sempre stato facile tornare col pensiero agli anni di lavoro passati in Australia e ricordare questo o quell'episodio che, anche se narrato per l'ennesima volta, non suscita mai noia o disapprovazione. Posso capire come questa grossa fetta di vita da lui trascorsa lontano dalla patria e dalla famiglia, sia pure in compagnia di tanti amici compaesani, lo abbia segnato dentro a tal punto che gli anni successivi al suo ritorno sono stati per lui occasione a più riprese di un continuo raccontare senza soluzione di continuità. Otto anni trascorsi al di là dell'oceano, quando era nel pieno del vigore giovanile, devono essere stati densi di soddisfazione per il miglioramento economico che ne traeva, ma anche di sacrificio per il duro lavoro nelle piantagioni di banane ed ortaggi vari, lontano dai genitori e soprattutto senza una moglie accanto.

Ma lui aveva sempre detto che era fermamente convinto di voler ritornare a casa e per questo motivo non si era mai fatto una famiglia sua laggiù. Era sicuro che, frequentando una donna del posto, in seguito l'avrebbe sposata e presumibilmente avrebbe avuto dei figli e con essi avrebbe messo definitivamente radice in quella terra che, sia pur amica ed ospitale, non sentiva come la sua destinazione definitiva.

A un certo punto del suo racconto, che procedeva più per associazione d'idee che in maniera sistematica, ho voluto chiedergli come avesse fatto a capire che era giunto il momento di tornare. Mi disse che il tempo propizio si era manifestato all'incirca otto mesi dopo che il suo socio in affari si era sposato. Da quel momento, pur continuando a lavorare insieme e condividere spesso con immutata fraterna amicizia i pasti che la moglie dell'amico preparava per entrambi, con franchezza papà disse loro che presto essi avrebbero avuto dei figli ed era giusto che lui si facesse da parte e concretizzasse così il suo proposito di rientrare.

Gli chiesi se nell'approssimarsi della data della partenza avesse provato sentimenti di nostalgia e dispiacere di lasciare la vasta comunità di amici italiani, tutti immigrati come lui. "Niente affatto", mi rispose, ed aggiunse che fu colto da entusiasmo tale da non veder l'ora di arrivare. Ma la nave che partiva da Sidney sul finire dell'anno 1960 ci mise quasi un mese prima di giungere a destinazione. Si era imbarcato da solo, però a bordo aveva fatto amicizia con alcuni tagliatori di canna friulani, che in meno anni di lui avevano accantonato una discreta fortuna ed ora tornavano anch'essi alla loro terra d'origine.

Ricordo ancora l'espressione del suo volto felice attorniato da questi amici in alcune fotografie scattate ad Hong Kong o altri porti dell'Asia durante le varie tappe intermedie del lungo viaggio di rientro. Papà mi disse poi che in uno di questi scali, forse in India, aveva avuto modo di scrivere una cartolina ai genitori per far sapere in anticipo la data presunta del suo arrivo. Giunto però nei pressi del Mar Rosso cominciò a soffrire per un terribile mal di denti. Non vedeva l'ora di scendere a terra per sottoporsi alle cure di un dentista.

Attraccato a Napoli, visto che la nave avrebbe sostato per diverse ore, si fece portare con un taxi dal più vicino odontoiatra. Dopo un lungo girovagare per le vie della città arrivò a destinazione. L'autista gli chiese se avrebbe dovuto aspettarlo per il ritorno. Ma mio padre, vedendo dall'alto che il luogo in cui si trovava non distava più di trecento metri dal porto, rifiutò con decisione l'offerta, dicendo che sarebbe tornato a piedi.

Pensò che ormai era pieno inverno e al suo paese avrebbe patito molto freddo. Pertanto acquistò per diciottomila lire un ottimo cappotto, che poi nei mesi successivi gli fu chiesto in prestito dal cugino per ben figurare al matrimonio di un parente.

Il viaggio via mare si concluse a Genova. Uno degli amici conosciuti sulla nave tornava in Svezia con lo stesso mezzo. Mio padre e i friulani proseguirono invece in treno. Inizialmente temettero di non riuscire a partire in giornata perché al valico aveva nevicato abbondantemente e forse la corsa sarebbe stata soppressa oppure ritardata. Dopo un po' d'attesa ricevettero l'annuncio che il convoglio si sarebbe mosso ed i trenta centimetri di neve che incontrarono poi lungo il tragitto non crearono problema alcuno.

Giunti a Milano, cambiarono in direzione di Brescia, dove mio padre scese congedandosi dagli altri e consigliandoli di investire i guadagni in qualche attività produttiva. Ma essi gli risposero che sarebbero tornati a pascolare le capre come un tempo. Papà usci dalla stazione che erano ormai le nove di sera. Riuscì a trovare un taxi che lo portò subito fin su in montagna al paese natio. Pensò che avrebbe potuto fermarsi in città e dormire presso alcuni parenti, ma aveva troppa smania di giungere a casa ancora il giorno stesso. Quindi si mise nuovamente in cammino.

Arrivato a Belprato, il paesino prima del suo amato Livemmo, si accorse, nel tenue chiarore di qualche lampione, che non c'era neve a quella quota e quindi probabilmente non ne avrebbe trovata neanche più avanti. In un'ora circa mio padre era ormai giunto a destinazione e le seimila lire spese per il trasporto non mi son parte una cifra così esorbitante, specialmente se paragonate ai circa quindi euro da me spesi per farci trasportare all'hotel Industria, base di partenza per il nostro noto viaggio a Lourdes.

Giunto con le due valigie in mano sotto casa, papà pronunciò a voce alta il cognome della sua famiglia per chiedere se i suoi c'erano. Fu accolto dalla madre. Suo padre invece era al fienile con le bestie e papà lo rivide soltanto il mattino seguente. Notò il fisico ricurvo del genitore e gli parve più vecchio rispetto ai cinquantotto anni che aveva. Mio nonno gli disse che ora che lui era tornato non gli sarebbe dispiaciuto neppure di morire.

Queste sono le mie radici e gli eventi da cui provengo. Il racconto di questo ritorno dall'Australia mi ha emozionato ed entusiasmato come non riuscivano a fare i fantasiosi racconti di papà di quando s'imbatteva in serpenti velenosi, koala ed iguane.

mercoledì 16 giugno 2010

Chicchina


Come avevo promesso, ora tocca a te, dolce amore mio.

Ne approfitto, mentre sei fuori a cena con i tuoi studenti per il saluto di fine anno. Premurosa come sempre, mi hai fatto trovare sulla tavola un pezzo di dolce all'uva che ho mangiato avidamente accompagnandolo con un po' di champagne, ormai senza bollicine, rimasto nel frigo dal compleanno di tua madre. Ed intanto, con lento upload, sto inviando in internet per la stampa alcune foto ricordo di quella bella festa.

Quanto l'altro giorno ti ho accennato di questo mio proposito di scrivere qualcosa su di te e t'invitavo ad indovinare l'immagine che avrei scelto, non hai avuto dubbi e senza esitazione hai pensato a quella posa con il ghiacciolo.

Lo sai che questa fotografia mi piace particolarmente. Dall'espressione del tuo viso, che è quasi una smorfia, trapela con facilità il tuo gusto per le cose semplici, che poi sono anche quelle più vere e che arrecano felicità autentica.

Gli anni volano ormai, ma sembra ieri quando ti vidi per la prima volta. Di buon mattino ero in attesa con i ragazzi sul piazzale dell'hotel Industria, a Brescia. Attendevamo che arrivasse il bus navetta per portarci al pullman con cui saremmo andati in pellegrinaggio a Lourdes. Non c'era nessun altro in giro a quell'ora. Dopo qualche istante uscisti dall'albergo dove avevi pernottato assieme all'amica Flavia, alquanto arrabbiata per essere dovuta venire fin lì da Cremona perché, vi avevano detto in agenzia, non erano previste fermate nella vostra città.

Io di questa cosa sono sempre stato molto contento perché se così non fosse stato mi sarei perso il tuo primo sorriso. Certamente di circostanza, come le persone solari sanno dispensare con prodigalità. Ma non mi è stato indifferente e, di certo, ha mosso qualche leva giusta nel profondo del mio intimo.

Ho già scritto, specialmente nei primi tempi dopo il ritorno, come questo viaggio sia entrato nell'anima di noi tutti. Un'occasione spirituale, che talvolta ti ha fatto soffrire fino alle lacrime, come mi confidasti successivamente. Ma ci ha elevato entrambi in alto, tanto da farci dire per un lungo periodo dopo il nostro rientro, di sentirci ancora sul Tabor.

Non ci siamo incontrati per caso. E' questo quello che ci piace credere. E non ci saremmo mai trovati se non fossimo stati, in qualche modo, guidati dall'Alto.

Quando poi abbiamo iniziato a frequentarci, è stato bello scoprire nell'altro ciò che desideravamo da sempre. Solo Colui che ci conosce nell'intimo poteva dare pieno compimento a tutti i nostri desideri più veri.

Comunque non ti ho idealizzato. Nonostante le lenti che porto, ci vedo bene ed i tuoi difetti, che pur ci sono, non contano e per me sono di gran lunga sovrastati dalle tue numerose qualità. Poi non sei solo intelligente, sei anche una donna molto paziente e mi dai modo di crescere sempre più nella direzione giusta. Sì, perché non c'è mai niente di scontato, non si può mai dire di essere giunti alla meta della perfezione interiore, com'è ovvio, e ci resta sempre qualche angolo del nostro carattere da smussare, qualche spigolo da arrotondare così bene come solo la vita di coppia sa fare.

Sono contento sai, quando mi dici che gli altri, incontrandoti, ti trovano insolitamente raggiante e vitale. Vederti felice aumenta ancor di più la mia gioia. Tutto questo è straordinario, visto che in questo nostro percorso a due non sono di certo mancati i momenti d'apprensione per questo o quel problema, di salute oppure non. Ma la vita è così. Poter contare sull'amore profondo di chi ci circonda aiuta a vedere sempre il sereno al di là delle nuvole e quando ad uno fa difetto la speranza, l'altro infonde coraggio ed energie nuove per affrontare il cammino quotidiano.

Tutto sommato, come puoi vedere, non ho parlato troppo di te. Più che altro son finito col dire qualcosa di noi, come è giusto che sia. Perché non siamo più due, ma una carne sola e se è pur vero che ciò che fa male a te, fa soffrire anche me, non c'è dubbio che ciò che ti alimenta e ti rende più vitale certamente completa anche la mia vita.

Grazie per avermi amato e di continuare a farlo.

domenica 30 maggio 2010

Premonizioni ineluttabili


Mi sento prigioniero, limitato nella mia libertà di azione. E questo semplicemente perché da oltre tre settimane ho perso l'uso dell'automobile. E' proprio vero che apprezziamo fino in fondo quello che abbiamo solo nel momento in cui ne restiamo senza. Questo vale per i beni materiali e tanto più per le persone.

Sto attendendo con una certa impazienza che il bravo meccanico a cui mi sono affidato completi il suo lavoro. Purtroppo a causa di un violento ed intensissimo nubifragio abbiamo avuto l'allagamento del cortile per l'acqua che, fuoriuscita dalla roggia comunale, si è riversata in esso fino alla rovinosa altezza di circa un metro.

Fortunatamente sono coperto con l'assicurazione per danni causati da eventi naturali. Ad alcuni dei miei condomini non è andata altrettanto bene ed ora attendono speranzosi che l'ufficio tecnico del Comune completi la perizia per definire le sue responsabilità così, forse, potranno ricevere un indennizzo per le loro cose.

Qualche giorno prima di questi avvenimenti continuavo a pensare che non mi era ancora capitato nulla all'auto. Nessun incidente, nessun graffio, neppure  nell'entrare o uscire dal garage, come invece mi era successo con le precedenti autovetture, oltretutto di dimensioni più ridotte.

Anni fa avevo vissuto la stessa sensazione di premonizione con Santina. Mi ero soffermato a pensare più volte, mentre rincasavo dal lavoro, che stavamo trascorrendo un periodo sereno e tranquillo, a volte perfino noioso, ma che la felicità stesse appunto in questo. Niente di straordinario o di troppo diverso dall'usuale, se non le solite cose di tutti i giorni, senza preoccupazioni, né affanni.

Poi, come lo strano silenzio che precede la catastrofe o qualche altro cataclisma naturale, gli eventi precipitano e ne vieni travolto. Ed è già molto poterne uscire indenni, salvando la pelle. Non sempre è così. Qualche volta invece che la conta dei danni, ci resta la ben più gravosa conta dei morti.

Può darsi che qualcuno di noi, dotato di una maggiore sensibilità, riesca in qualche forma a sentire in anticipo i guai che già stanno galoppando di gran carriera e porteranno ineluttabile distruzione. In caso di terremoto pare che alcuni animali riescano a percepire qualcosa e diano segni d'irrequietezza ed agitazione.

Se fossimo bravi e sapessimo interpretare bene queste avvisaglie, potremmo tentare di metterci in salvo per tempo e limitare, se non evitare completamente, la rovina che, tutto sommato, finisce sempre col coglierci impreparati.

venerdì 28 maggio 2010

Dietro quella porta


La seconda domenica di maggio, notoriamente festa della mamma, avevamo un impegno programmato da tempo in parrocchia e quindi non potevamo passarlo con la madre di Maria Luisa. Abbiamo allora deciso di anticipare il festeggiamento di una settimana scendendo a Cremona per stare insieme a nonna Carla e tenerle compagnia per qualche ora. Non volevo che la nostra visita fosse per lei motivo di un affaticamento extra e pertanto abbiamo deciso di spostarci poco oltre l'altra sponda del Po, nel piacentino, tornando a visitare un locale alla mano in cui abbiamo sempre mangiato bene.

La giornata non era delle migliori, meteorologicamente parlando. Comunque sia non vi abbiamo dato troppo peso, visto che avremmo passato la maggior parte del nostro tempo con le gambe sotto ad una tavola imbandita. Nonna Carla, come molte persone della sua età, tende a mangiare poco, vuoi per problemi di dentatura, vuoi per senile inappetenza. Avendo un buonissimo rapporto col cibo, mi viene naturale stimolare chiunque mangi con aria svogliata a compiere uno sforzo e lasciarsi andare ai piaceri del palato, quantomeno nelle occasioni in cui possiamo trovare tutto già pronto perché sono stati altri a prodigarsi per noi.

In realtà la mia opera di convincimento non è stata troppo ardua ed ho avuto la soddisfazione di vedere mia suocera alimentarsi con maggior convinzione e gusto rispetto al suo solito. Anzi, nei giorni successivi è arrivata addirittura a desiderare di ritornare presto in quel locale per assaggiare anche altri piatti che aveva visto sul menu.

Dopo alcune ore di pressoché totale immobilità, tutti concentrati nell'attività di degustazione, le nostre membra avevano ormai voglia di svago all'aria aperta. La madre di mia moglie non è più una grande camminatrice, specialmente ora che le è stato innestato un pace-maker per regolare il ritmo del suo cuore. Nonostante questo, una volta terminato il pranzo, non avevo voglia di riaccompagnarla subito a casa così che si rinchiudesse nuovamente fra le sue quattro mura. Quelle pareti saranno pure molto confortanti per lei, ma credo che talvolta le tolgano ogni stimolo per continuare ad apprezzare con più entusiasmo la gioia di vivere.

Una volta saliti in macchina, ho lanciato la proposta di tornare in città e, se la cosa era gradita, avremmo potuto fare una breve visita a San Sigismondo dove so che Carla ha fatto studi per la sua tesi di laurea. Magari le sarebbe piaciuto tornare a dare uno sguardo intorno, anche se deve averla vista chissà quante volte e sicuramente conosce quella struttura, gli affreschi ed i dipinti in essa contenuti, con la stessa precisione e con lo stesso livello di dettaglio di un catalogo enciclopedico.

Parcheggiata l'auto poco distante, all'ombra di enormi platani secolari, mentre madre e figlia si davano braccetto una con l'altra, con pochi tranquilli passi siamo entrati in questa chiesa quattrocentesca progettata per volontà di Bianca Maria Visconti a ricordo del matrimonio con Francesco Sforza avvenuto nel 1441. L'interno venne affrescato a partire dal 1535 e rappresenta uno dei più significativi complessi decorativi del manierismo cinquecentesco dell'Italia settentrionale.

Dopo esserci soffermati per qualche breve istante davanti alle numerose nicchie delle navate laterali, in cui ricevevo brevi lezioni di storia dell'arte, sia dalla moglie che dalla suocera, giungiamo infine nei pressi dell'altare, il cui accesso è interdetto da un'alta cancellata. Allora ci accomodiamo in un banco e sostiamo un attimo in silenziosa preghiera.

Il mio sguardo cade quasi distrattamente su una specie di porta candele posto lì a lato. Negli appositi ripiani, invece dei ceri, ci sono alcuni foglietti e qualche penna per scrivere. Un cartoncino avvisa che chiunque può servirsene per lasciare uno scritto da imbucare nella fessura di quella che una volta doveva essere la cassetta delle offerte. Mi è noto che da diversi mesi nel complesso di San Sigismondo è ospitata una piccola comunità di suore di clausura. Una di queste religiose è seduta all'organo, al di là del cancello che ci separa dall'altare e, col tocco delicato delle sue mani, ne fa uscire armoniose melodie.

Non so resistere e prelevo un foglietto ed una penna che sembravano ammiccare ed invitarmi con insistenza. Mi rendo subito conto che le libagioni e l'ottimo pranzo hanno smorzato qualsiasi mia velleità poetica e sebbene la scrittura esca fluente, il periodare risulta impreciso e non completamente lucido.

Vorrei stabilire un contatto con chi mi leggerà da dietro quella porta. Non chiedo una preghiera per me solo, ma la invoco per tutte le famiglie, da cui provengono, in ultima analisi, tutte le vocazioni. Lascio scritta la promessa di un pensiero reciproco per chi sta al di là della grata e che un giorno fece la scelta di ritirarsi lontano dal mondo, con un voto coraggioso, quasi uno scandalo, incomprensibile per i più.