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mercoledì 16 giugno 2010

Chicchina


Come avevo promesso, ora tocca a te, dolce amore mio.

Ne approfitto, mentre sei fuori a cena con i tuoi studenti per il saluto di fine anno. Premurosa come sempre, mi hai fatto trovare sulla tavola un pezzo di dolce all'uva che ho mangiato avidamente accompagnandolo con un po' di champagne, ormai senza bollicine, rimasto nel frigo dal compleanno di tua madre. Ed intanto, con lento upload, sto inviando in internet per la stampa alcune foto ricordo di quella bella festa.

Quanto l'altro giorno ti ho accennato di questo mio proposito di scrivere qualcosa su di te e t'invitavo ad indovinare l'immagine che avrei scelto, non hai avuto dubbi e senza esitazione hai pensato a quella posa con il ghiacciolo.

Lo sai che questa fotografia mi piace particolarmente. Dall'espressione del tuo viso, che è quasi una smorfia, trapela con facilità il tuo gusto per le cose semplici, che poi sono anche quelle più vere e che arrecano felicità autentica.

Gli anni volano ormai, ma sembra ieri quando ti vidi per la prima volta. Di buon mattino ero in attesa con i ragazzi sul piazzale dell'hotel Industria, a Brescia. Attendevamo che arrivasse il bus navetta per portarci al pullman con cui saremmo andati in pellegrinaggio a Lourdes. Non c'era nessun altro in giro a quell'ora. Dopo qualche istante uscisti dall'albergo dove avevi pernottato assieme all'amica Flavia, alquanto arrabbiata per essere dovuta venire fin lì da Cremona perché, vi avevano detto in agenzia, non erano previste fermate nella vostra città.

Io di questa cosa sono sempre stato molto contento perché se così non fosse stato mi sarei perso il tuo primo sorriso. Certamente di circostanza, come le persone solari sanno dispensare con prodigalità. Ma non mi è stato indifferente e, di certo, ha mosso qualche leva giusta nel profondo del mio intimo.

Ho già scritto, specialmente nei primi tempi dopo il ritorno, come questo viaggio sia entrato nell'anima di noi tutti. Un'occasione spirituale, che talvolta ti ha fatto soffrire fino alle lacrime, come mi confidasti successivamente. Ma ci ha elevato entrambi in alto, tanto da farci dire per un lungo periodo dopo il nostro rientro, di sentirci ancora sul Tabor.

Non ci siamo incontrati per caso. E' questo quello che ci piace credere. E non ci saremmo mai trovati se non fossimo stati, in qualche modo, guidati dall'Alto.

Quando poi abbiamo iniziato a frequentarci, è stato bello scoprire nell'altro ciò che desideravamo da sempre. Solo Colui che ci conosce nell'intimo poteva dare pieno compimento a tutti i nostri desideri più veri.

Comunque non ti ho idealizzato. Nonostante le lenti che porto, ci vedo bene ed i tuoi difetti, che pur ci sono, non contano e per me sono di gran lunga sovrastati dalle tue numerose qualità. Poi non sei solo intelligente, sei anche una donna molto paziente e mi dai modo di crescere sempre più nella direzione giusta. Sì, perché non c'è mai niente di scontato, non si può mai dire di essere giunti alla meta della perfezione interiore, com'è ovvio, e ci resta sempre qualche angolo del nostro carattere da smussare, qualche spigolo da arrotondare così bene come solo la vita di coppia sa fare.

Sono contento sai, quando mi dici che gli altri, incontrandoti, ti trovano insolitamente raggiante e vitale. Vederti felice aumenta ancor di più la mia gioia. Tutto questo è straordinario, visto che in questo nostro percorso a due non sono di certo mancati i momenti d'apprensione per questo o quel problema, di salute oppure non. Ma la vita è così. Poter contare sull'amore profondo di chi ci circonda aiuta a vedere sempre il sereno al di là delle nuvole e quando ad uno fa difetto la speranza, l'altro infonde coraggio ed energie nuove per affrontare il cammino quotidiano.

Tutto sommato, come puoi vedere, non ho parlato troppo di te. Più che altro son finito col dire qualcosa di noi, come è giusto che sia. Perché non siamo più due, ma una carne sola e se è pur vero che ciò che fa male a te, fa soffrire anche me, non c'è dubbio che ciò che ti alimenta e ti rende più vitale certamente completa anche la mia vita.

Grazie per avermi amato e di continuare a farlo.

domenica 30 maggio 2010

Premonizioni ineluttabili


Mi sento prigioniero, limitato nella mia libertà di azione. E questo semplicemente perché da oltre tre settimane ho perso l'uso dell'automobile. E' proprio vero che apprezziamo fino in fondo quello che abbiamo solo nel momento in cui ne restiamo senza. Questo vale per i beni materiali e tanto più per le persone.

Sto attendendo con una certa impazienza che il bravo meccanico a cui mi sono affidato completi il suo lavoro. Purtroppo a causa di un violento ed intensissimo nubifragio abbiamo avuto l'allagamento del cortile per l'acqua che, fuoriuscita dalla roggia comunale, si è riversata in esso fino alla rovinosa altezza di circa un metro.

Fortunatamente sono coperto con l'assicurazione per danni causati da eventi naturali. Ad alcuni dei miei condomini non è andata altrettanto bene ed ora attendono speranzosi che l'ufficio tecnico del Comune completi la perizia per definire le sue responsabilità così, forse, potranno ricevere un indennizzo per le loro cose.

Qualche giorno prima di questi avvenimenti continuavo a pensare che non mi era ancora capitato nulla all'auto. Nessun incidente, nessun graffio, neppure  nell'entrare o uscire dal garage, come invece mi era successo con le precedenti autovetture, oltretutto di dimensioni più ridotte.

Anni fa avevo vissuto la stessa sensazione di premonizione con Santina. Mi ero soffermato a pensare più volte, mentre rincasavo dal lavoro, che stavamo trascorrendo un periodo sereno e tranquillo, a volte perfino noioso, ma che la felicità stesse appunto in questo. Niente di straordinario o di troppo diverso dall'usuale, se non le solite cose di tutti i giorni, senza preoccupazioni, né affanni.

Poi, come lo strano silenzio che precede la catastrofe o qualche altro cataclisma naturale, gli eventi precipitano e ne vieni travolto. Ed è già molto poterne uscire indenni, salvando la pelle. Non sempre è così. Qualche volta invece che la conta dei danni, ci resta la ben più gravosa conta dei morti.

Può darsi che qualcuno di noi, dotato di una maggiore sensibilità, riesca in qualche forma a sentire in anticipo i guai che già stanno galoppando di gran carriera e porteranno ineluttabile distruzione. In caso di terremoto pare che alcuni animali riescano a percepire qualcosa e diano segni d'irrequietezza ed agitazione.

Se fossimo bravi e sapessimo interpretare bene queste avvisaglie, potremmo tentare di metterci in salvo per tempo e limitare, se non evitare completamente, la rovina che, tutto sommato, finisce sempre col coglierci impreparati.

venerdì 28 maggio 2010

Dietro quella porta


La seconda domenica di maggio, notoriamente festa della mamma, avevamo un impegno programmato da tempo in parrocchia e quindi non potevamo passarlo con la madre di Maria Luisa. Abbiamo allora deciso di anticipare il festeggiamento di una settimana scendendo a Cremona per stare insieme a nonna Carla e tenerle compagnia per qualche ora. Non volevo che la nostra visita fosse per lei motivo di un affaticamento extra e pertanto abbiamo deciso di spostarci poco oltre l'altra sponda del Po, nel piacentino, tornando a visitare un locale alla mano in cui abbiamo sempre mangiato bene.

La giornata non era delle migliori, meteorologicamente parlando. Comunque sia non vi abbiamo dato troppo peso, visto che avremmo passato la maggior parte del nostro tempo con le gambe sotto ad una tavola imbandita. Nonna Carla, come molte persone della sua età, tende a mangiare poco, vuoi per problemi di dentatura, vuoi per senile inappetenza. Avendo un buonissimo rapporto col cibo, mi viene naturale stimolare chiunque mangi con aria svogliata a compiere uno sforzo e lasciarsi andare ai piaceri del palato, quantomeno nelle occasioni in cui possiamo trovare tutto già pronto perché sono stati altri a prodigarsi per noi.

In realtà la mia opera di convincimento non è stata troppo ardua ed ho avuto la soddisfazione di vedere mia suocera alimentarsi con maggior convinzione e gusto rispetto al suo solito. Anzi, nei giorni successivi è arrivata addirittura a desiderare di ritornare presto in quel locale per assaggiare anche altri piatti che aveva visto sul menu.

Dopo alcune ore di pressoché totale immobilità, tutti concentrati nell'attività di degustazione, le nostre membra avevano ormai voglia di svago all'aria aperta. La madre di mia moglie non è più una grande camminatrice, specialmente ora che le è stato innestato un pace-maker per regolare il ritmo del suo cuore. Nonostante questo, una volta terminato il pranzo, non avevo voglia di riaccompagnarla subito a casa così che si rinchiudesse nuovamente fra le sue quattro mura. Quelle pareti saranno pure molto confortanti per lei, ma credo che talvolta le tolgano ogni stimolo per continuare ad apprezzare con più entusiasmo la gioia di vivere.

Una volta saliti in macchina, ho lanciato la proposta di tornare in città e, se la cosa era gradita, avremmo potuto fare una breve visita a San Sigismondo dove so che Carla ha fatto studi per la sua tesi di laurea. Magari le sarebbe piaciuto tornare a dare uno sguardo intorno, anche se deve averla vista chissà quante volte e sicuramente conosce quella struttura, gli affreschi ed i dipinti in essa contenuti, con la stessa precisione e con lo stesso livello di dettaglio di un catalogo enciclopedico.

Parcheggiata l'auto poco distante, all'ombra di enormi platani secolari, mentre madre e figlia si davano braccetto una con l'altra, con pochi tranquilli passi siamo entrati in questa chiesa quattrocentesca progettata per volontà di Bianca Maria Visconti a ricordo del matrimonio con Francesco Sforza avvenuto nel 1441. L'interno venne affrescato a partire dal 1535 e rappresenta uno dei più significativi complessi decorativi del manierismo cinquecentesco dell'Italia settentrionale.

Dopo esserci soffermati per qualche breve istante davanti alle numerose nicchie delle navate laterali, in cui ricevevo brevi lezioni di storia dell'arte, sia dalla moglie che dalla suocera, giungiamo infine nei pressi dell'altare, il cui accesso è interdetto da un'alta cancellata. Allora ci accomodiamo in un banco e sostiamo un attimo in silenziosa preghiera.

Il mio sguardo cade quasi distrattamente su una specie di porta candele posto lì a lato. Negli appositi ripiani, invece dei ceri, ci sono alcuni foglietti e qualche penna per scrivere. Un cartoncino avvisa che chiunque può servirsene per lasciare uno scritto da imbucare nella fessura di quella che una volta doveva essere la cassetta delle offerte. Mi è noto che da diversi mesi nel complesso di San Sigismondo è ospitata una piccola comunità di suore di clausura. Una di queste religiose è seduta all'organo, al di là del cancello che ci separa dall'altare e, col tocco delicato delle sue mani, ne fa uscire armoniose melodie.

Non so resistere e prelevo un foglietto ed una penna che sembravano ammiccare ed invitarmi con insistenza. Mi rendo subito conto che le libagioni e l'ottimo pranzo hanno smorzato qualsiasi mia velleità poetica e sebbene la scrittura esca fluente, il periodare risulta impreciso e non completamente lucido.

Vorrei stabilire un contatto con chi mi leggerà da dietro quella porta. Non chiedo una preghiera per me solo, ma la invoco per tutte le famiglie, da cui provengono, in ultima analisi, tutte le vocazioni. Lascio scritta la promessa di un pensiero reciproco per chi sta al di là della grata e che un giorno fece la scelta di ritirarsi lontano dal mondo, con un voto coraggioso, quasi uno scandalo, incomprensibile per i più.

sabato 17 aprile 2010

Sette vite


Come una folgorazione, m'è balenata in testa l'idea di aver già vissuto sette vite.

La prima, legata all'infanzia, trascorsa nella cascina di campagna tra Rivoltella del Garda e San Martino della Battaglia. Di quegli anni ricordo i miei primi passi nel mondo della natura. Ho ancora negli occhi le ragnatele coperte di brina, i variopinti fiorellini, gli alberi da frutto da cui prendevo con avidità i mille sapori, le messi dorate, le rondini che facevano il nido sotto il portico della stalla, il frinire delle cicale d'estate, mentre all'aperto fissavamo la luna piena. E poi ancora il sapore del mosto, l'arancio vivo dei cachi, il grigio delle nebbie per arrivare alle mille luci colorate dei presepi nelle cascine vicine che mia madre mi portava a visitare. Poi di nuovo il ciclo si ripeteva ed avevo modo di approfondire quanto già visto oppure esplorare con immenso stupore altre novità.

Poco prima d'iniziare la scuola elementare, papà ha abbandonato la vita del contadino ed è così cominciata per me la seconda, qui in città, a Brescia. In quegli anni tanti ci domandavano se eravamo dispiaciuti di essere venuti via dalla cascina di campagna. Non ho mai avuto rimpianti, né avuto nostalgia di quel che avevo lasciato. Trovavo piacevole anche questa nuova esistenza. Le prime esperienze di gioco in gruppo, con ragazzi più grandi di me. Fantasticavamo sulla possibilità di costruire fortificazioni e far parte di un piccolo esercito di soldati, giocavamo a gare di automobiline sulle piste disegnate sull'asfalto con un pezzo di mattone, talvolta col candido gesso. Tornavo dalla montagna, dove eravamo stati a trovare i nonni, con archi, spade, fucili di legno che mio padre abilmente forgiava per la mia gioia.

Poi, dopo questi primi anni in cui siamo stati in affitto vicino all'abitazione dei nonni materni, i miei genitori hanno acquistato una casa più in periferia. Non era ancora tutto cementificato. C'erano numerosi campi attorno alla nostra abitazione e, per certi versi, in questa terza vita mi sembrava di riassaporare un po' i colori e le immagini della prima. Crescevo e provavo il gusto per le collezioni. Il gioco delle biglie, che si prendeva tanto dei miei pomeriggi estivi e non. La raccolta delle figurine con i vari riti per l'acquisto, lo scambio fra amici, il completamento dell'album: tanti iniziati, ma uno solo terminato. I primi calci seri al pallone, senza che questo sport si sia mai preso tanta parte di me. I giornalini di Topolino. La bicicletta che ho invece amato e desiderato come nient'altro. Le lunghe scorribande fino a portarci sulle colline dei paesi vicini, senza che i genitori avessero troppo a temere per la nostra incolumità. Altre velocità ed altre quantità di automezzi in circolazione. Ragazzo delle medie mi ero vantato coi miei di essere arrivato fino al lago d'Iseo. A mia madre, che in tempo di guerra faceva la spola tra Brescia e Ghedi per andare a prendere un grosso sacco di farina per il pane e la pasta della sua famiglia, non deve certo essere sembrata una grande impresa.

La quarta vita è stata tappa d'esplorazioni interiori. Deciso a diventare prete sono entrato in Seminario, dove ho frequentato il Ginnasio ed il Liceo classico. Convinto che quella fosse la mia vocazione, avevo abbandonato tutto: la mia nascente passione per le cose tecniche e per l'elettronica in particolare. Le ragazze, che mi sono sempre piaciute un sacco e da cui ora distoglievo perfino lo sguardo perché, ne ero convinto, Dio mi chiamava ad una vita di celibato. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Gli anni dell'adolescenza sono stati caratterizzati da austerità, impegno, ma non troppo, per lo studio e allenamento all'oblazione di sé per il bene degli altri. Come potevo aspirare a diventare il sacerdote di tutti, se rifuggivo, per non cadere in tentazione, il contatto con l'altro sesso? Non si diventa preti per soli uomini. Gli studi di filosofia alimentavano le mie crisi. Come poteva Dio chiamarmi a qualcosa di diverso da quello a cui avevo sempre aspirato fin dalla tenera età? Se quella era la Sua volontà, allora avrei ricevuto la forza per rinunciare all'affetto di una buona moglie, alla gioia di figli nostri e avrei portato il suo Verbo la dove lo spirito di missione mi avrebbe spinto.

Un giorno però ho incontrato Santina, o meglio, l'ho rivista sotto una luce diversa durante un ritiro parrocchiale con i giovani della nostra comunità. Sentivo di essere attratto verso una vita diversa: la quinta. Con l'esame di maturità abbandonavo definitivamente la strada sacerdotale e m'incamminavo verso quella di ingegnere. Ma gli studi universitari non hanno ricevuto da me l'attenzione che meritavano. Dopo il primo anno, svanita ormai la passione per l'elettronica, decidevo di ritirarmi e per schiarirmi le idee, affrontavo il servizio di leva. Ero già stato lontano da casa e, se non proprio in una caserma, avevo imparato a badare a me stesso senza mamma e papà che continuamente  provvedono a te. Pensai che quello fosse un anno buttato via, ma non volevo fare obiezione civile solo per potermene stare più vicino a casa. Inaspettatamente il servizio di leva gettò le basi della mia successiva professione d'informatico. Una volta congedato, mi sono iscritto alla facoltà di matematica, qui alla Cattolica di Brescia. Sono riuscito a dare solo un paio d'esami e poi ho abbandonato anche quest'altro ateneo per tuffarmi nel mondo del lavoro. Erano anni in cui in questo mestiere s'imparava più da soli che in un'aula universitaria. Non faticai, per la grande passione, a farmi strada e a concretizzare in un paio d'anni l'obiettivo del matrimonio, dopo oltre sei anni di fidanzamento. Poi sono arrivati presto i figli a cui non ho sempre dedicato il giusto tempo perché troppo assorbito dal lavoro che continuavo a fare con entusiasmo. Ma la mia vita era, per così dire, monotematica. Computer al lavoro e riviste d'informatica nel tempo libero a casa. Santina, quanta pazienza hai portato. Però, quando eri malata me ne sono ricordato ed allora ho detto quella frase. Che cioè tu avevi portato pazienza quando mi dedicavo un po' troppo al lavoro ed ora la ditta avrebbe portato pazienza permettendomi di accompagnarti durante le sedute di chemioterapia e durante tutto il travaglio successivo il cui sbocco è stata la sesta vita.

Sì, la vita senza di te è stata la mia sesta. Anni duri, di solitudine, d'incomprensioni, di rapporti difficili, ma con il pensiero fisso di potercela fare, di doverlo fare per i nostri ragazzi alle cui cure tu ti eri tanto raccomandata con me prima di morire. Credo di aver recuperato il tempo perduto. Però non è stato bello averlo fatto lontano da te. Senza lo spazio per condividere una lacrima, senza il modo per ricevere un sorriso, scambiare un caloroso abbraccio, coprirti le labbra con un bacio. Grazie al Cielo, da cui non ho mai distolto lo sguardo, neppure nei momenti più bassi, neppure quando lo sconforto sfociava nella disperazione, Andrea ed Alessandra sono cresciuti forti e, quel che più conta, sono bravi ragazzi, come spero sarebbe piaciuto a te che diventassero. Ma il mio dolore, la mia pena non è poi durata a lungo. Cinque anni sono volati in fretta e benedetta la sofferenza che mi ha portato a rivedere in Maria Luisa, nel suo primo sorriso, il tuo.

Ora, in questa nuova e settima vita, mi sento l'uomo fortunato di sempre che ha ricevuto tanto e sente il dovere di restituire un po' di quell'abbondanza. Mi stupisce, ma poi non più di tanto, quando mia moglie Maria Luisa mi dice che in fondo sono rimasto il sacerdote che non sono mai diventato. Non lo so se è così. Varcate le porte del terzo millennio forse si può essere servi di Dio anche in questo modo. Senza celebrare l'Eucaristia sull'altare, ma affrontando la quotidianità con occhi diversi. Con quelli del credente che ha la certezza che prima di essere amati dal frutto del nostro grembo, dalla persona che ci siamo scelti in sposa, lo siamo da parte di Chi ci ha prediletti fin dall'eternità e non ha grosse pretese per quello che possiamo offrirgli se non accettare, senza riserve, che Lui ci voglia bene, anche quando il modo o le circostanze possono farci pensare il contrario.

Ho davanti a me altre vite? Questo ovviamente non lo so, ma guardo avanti con attenzione: non vorrei che mi sfuggisse qualcosa o che mi perdessi il piacere di vivere fino in fondo le possibilità che mi sono date.

domenica 11 aprile 2010

La fede è cosa per vecchi?


Cari amici, ci risiamo. I giovani sono tornati nel mirino dei sondaggi e delle analisi. A distanza di pochi giorni, leggendo due notizie comparse sulla stampa nazionale, ho preso un pugno in pieno volto, capace di mandare al tappeto il migliore dei pugili in circolazione!
Due guantoni sul muso. Primo montante: quasi la metà dei giovani italiani sarebbe razzista e diffidente nei confronti degli stranieri. Solo il 40% si dichiara "aperto" alle novità e alle nuove etnie che ormai popolano il nostro Paese. È il ritratto offerto dall'indagine, "Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti", presentato alla Camera dei deputati.
Il secondo montante è venuto da una notizia forse ancora più spietata:  sempre più persone considerano estranea la fede cristiana, tanto che si può parlare di "prima generazione incredula". Sono i figli dei figli del Sessantotto che si trovano digiuni di qualsiasi esperienza e cognizione cristiana. La fede è un fatto del passato, che non li riguarda, un concetto da libri di storia.
Vorrei soffermarmi su questo secondo aspetto, che don Armando Matteo ha spiegato nel libro "la prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede" (Soveria Mannelli, Rubinetto, 108 pagine, 10 euro).
I giovani sono sordi e impermeabili alla grande offerta che pure è possibile trovare nelle parrocchie. Con una battuta si potrebbe dire che gli oratori diventano sempre più moderni, i sacerdoti passano dalla tonaca ai jeans, ma le chiese sono disertate dalle nuove generazioni. La fede riguarda una minoranza di giovani che, per quanto creativa, è trascurabile all'interno di una massa che ha testa e cuore altrove.
Il quadro è a tinte fosche. Ma c'è di peggio. Il 90% dei giovani si professa cattolico, sceglie l'insegnamento religioso nella scuola, ma in chiesa non mette quasi piede. La fede diventa in questo modo un fattore solo culturale, di appartenenza senza credenza. Secondo don Matteo (che non è Terence Hill, ma l'assistente della Federazione universitaria cattolica italiana), stiamo imparando a vivere senza Dio e senza chiesa.
Come al solito, le colpe sono distribuite: un po' vanno ai genitori, che per primi hanno rotto la cinghia di trasmissione della fede da generazione a generazione ; un po' vanno alla società di oggi, che soffre di narcisismo e voglia di eterna giovinezza, a ogni costo e con qualunque mezzo, mentre è debole nell'assumere le responsabilità personali e comunitarie.
Qualcosa di simile avviene anche nella chiesa, brava a organizzare i grandi eventi per i giovani, ma poco incisiva nelle sue quotidiane proposte pastorali e incapace di offrire testimonianze che facciano intravedere un accordo tra la fede e la vita. La fede, infatti, è avvertita come un peso, un "affare" che va bene finché si è bambini, ma poi... non c'entra più. Così calano i battesimi, le cresime, i matrimoni religiosi e le vocazioni.
Accettiamo la provocazione. Certamente la fede è esigente, ma vale la pena viverla da giovani! Occorre ampliare e personalizzare le occasioni di incontro. Forse ognuno di noi potrebbe portare le proprie esperienze di fede a don Matteo. Noi siamo pronti ad accoglierle e rilanciarle. Chissà che don Matteo - e noi con lui - non riesca a consolarsi e possa scrivere presto un altro libro dal titolo, "I nipoti del '68 spiegano la fede ai loro genitori".
Senza sottovalutare questa importante indagine sul rapporto tra i giovani d'oggi e la fede, possiamo dire che non è sempre così scomodo essere minoranza. Lo dice perfino il proverbio " Pochi ma buoni"! E poi ricordate la forza del pizzico di lievito dentro la farina? Quei "quattro gatti" che ci credono, diamoci da fare.

Diego Piovani
MISSIONARI SAVERIANI
N. 4 Aprile 2010

sabato 3 aprile 2010

Passaggio


Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? e chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita?
E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano.
Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.
Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?
Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?
Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno.
Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.

Matteo 6,25-34

sabato 13 marzo 2010

Le scarpe


Oh, che bello potersi ritagliare un momento di relax davanti al PC e picchiettare le dita sulla tastiera nel tentativo di fissare su carta virtuale il proprio pensiero...

Questa settimana Alessandra è andata in gita scolastica a Firenze. Indi per cui mi sono lasciato convincere da mia moglie Maria Luisa a puntare la sveglia un'ora più avanti, anche se, come ogni sabato, ci dovevamo recare di buon mattino in piscina. Quando non si devono spingere i figli giù dal letto per avviarci faticosamente ai doveri della giornata, si riesce a fare tutto molto più in fretta, recuperando così qualche momento prezioso di sonno.

Senza il giro largo che dobbiamo fare le altre mattine per lasciare la figlia nei pressi della scuola, ci abbiamo messo veramente un attimo per raggiungere l'impianto sportivo che siamo soliti frequentare. Chi ha imparato a conoscermi può facilmente immaginare che la mia predilezione vada ad un centro non proprio alla moda, lontano dal clamore di altri ben più blasonati e frequentati nella nostra città. Si capisce anche da questo che mi sto inesorabilmente addentrando nell'età avanzata, per non usare termini ancor più espliciti nel tentativo di non suscitare la disapprovazione della consorte che al mio fianco dice di sentirsi ringiovanire ogni giorno sempre di più. Ma non m'illudo; sfioro ormai i cinquanta e gli anni verdi di sicuro non tornano più.

Mi resta talvolta il rimpianto di non aver osato maggiormente per non sentirmi ora addosso un mal celato senso d'insoddisfazione per una vita che sfugge via rapida con la certezza di non aver contribuito granché a lasciare questo mondo migliore di come l'ho trovato.

Poi nel fare le polveri di casa mi soffermo con lo sguardo sul calendario che Maria Luisa ha regalato ad Alessandra e vi leggo: "Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un'idea troppo alta di voi stessi". Ed allora le parole di San Paolo ai Romani (certamente, almeno per il nome, anch'io ne sono destinatario) mi ammoniscono ed al contempo m'acquietano l'animo.

Scendiamo le scale della piscina e prima di accedere agli spogliatoi ci dobbiamo levare le scarpe. Le disponiamo distrattamente su uno dei ripiani dell'armadietto di metallo posto nell'atrio di accesso. Torneremo a riprenderle più tardi. Non ce ne sono molte altre paia in loro compagnia. A quest'ora evidentemente sono pochi quelli che hanno avuto voglia di venire a tuffarsi in acqua. M'immergo con entusiasmo anche se talvolta mi coglie un brivido di freddo, soprattutto se non ho evitato di fare una doccia preliminare troppo calda per abituare meglio la pelle ed il corpo ad una temperatura più bassa.

Entro lentamente, senza prodigarmi subito in vigorose bracciate. Le prime vasche le completo a rana, con uno stile tutto mio, molto lontano dall'ortodossia sportiva, ma molto adatto a me perché mi consente di mantenere costantemente la testa fuori dal pelo dell'acqua. Poi da un po' di volte in qua, forse anche per rilassare maggiormente la schiena, ho provato a girarmi su me stesso nel tentativo di nuotare sul dorso. Ormai so stare a galla da parecchi anni senza problemi, ma non mi ero mai avventurato in uno stile diverso dal mio solito. Per un'ora intera non smetto di sguazzare, senza fermarmi mai, ma soprattutto senza mai poggiar i piedi sul fondo della vasca.

Adesso che ho imparato a muovermi ben disteso di schiena, trovo che il godimento sia massimo. Non uscirei più dall'acqua. Vado avanti ed indietro fissando il soffitto della piscina che scorre velocemente davanti a me (almeno così mi piace immaginare). Non si va a fondo neanche a volerlo. Se l'entusiasmo e la foga per bracciate più energiche ci arrecano un po' d'affanno, in questa posizione è molto facile recuperare fiato. Ho provato a muovermi anche a stile libero. Riesco soltanto a fare qualche metro in totale apnea. Magari più avanti sarò capace di trovare ritmo e coordinazione e, in tal caso, non mancherò di ragguagliarvi.

L'ora a disposizione vola via fin troppo velocemente. Non mi sento ancora stanco. A bordo vasca si muove circospetta l'istruttrice che tiene il corso di nuoto ai ragazzini che entrano subito dopo di noi. Forse un modo delicato per farmi capire che è purtroppo ora di uscire. Maria Luisa è già salita da qualche minuto perché dice di essere lenta e non vuole farmi attendere troppo. Lascio svogliatamente l'acqua. Mi chiedo se nel liquido amniotico materno si prova la stessa sensazione di benessere. Probabilmente è anche meglio. La temperatura è ancora più alta: chissà quante rughette sui polpastrelli delle dita!

Nonostante me la sia presa con calma nel farmi la doccia e rivestirmi, esco dagli spogliatoi prima di mia moglie. Un sabato precedente, seduto sulla panchina antistante, mi sono soffermato un attimo ad osservare le calzature disposte sugli scaffali. Uno psicologo attento potrebbe dire molte cose di noi guardando le nostre scarpe e come le disponiamo. Mi pareva di fare una cosa indiscreta, quasi di rubare un momento d'intimità, restandomene lì a fissarle. C'è chi le dispone con cura, con le calze ben ripiegate dentro ad ognuna; chi vi lascia pure la borsina di plastica in cui erano avvolte per portarsele appresso. Ce ne sono di modeste ed un tantino rovinate, come le mie, o di eleganti ed alla moda, come quelle della signora di cui ho incrociato fugacemente lo sguardo qualche settimana fa. Era esattamente come me la immaginavo. Non più tanto giovane, ma con una certa cura ed attenzione di sé. Le scarpe me l'avevano già presentata. Quanta umanità riesce a trasparire dalle nostre calzature. Quelle ormai sformate e consumate sul tacco, ci dicono che ci stiamo trascinando a fatica sotto il peso dei nostri anni. Quelle lucide e ben tenute dicono che vogliamo farci valere e contare qualcosa di più nella società: insomma, che non possiamo passare inosservati.

Quante scarpe abbiamo messo ai piedi, ora che il progresso ed il benessere ce lo consentono! Talvolta le compriamo più per sfizio che per bisogno e non riusciamo neanche a consumarle tutte fino al punto da non avere rimorsi nel buttarle. Non così i nostri padri che hanno camminato su strade sconnesse con ai piedi soltanto zoccoli, scarpe di pezza o talvolta niente affatto. Tutto quello che abbiamo oggi lo dobbiamo ad essi ed ai loro sogni ormai realizzati per un domani migliore, meno ricco di asprezze e di sacrifici.

Forse l'affanno per le cose che mancavano è stato eccessivo così che ora siamo sommersi dall'inutile e dal sovrappiù. Ci stiamo dimenticando di ciò che è veramente importante e per cui vale la pena di mettersi in viaggio sulla strada che ci può portare alla felicità duratura. Ma non la si trova se non si cerca la Verità, che ci spinge ad amare ogni uomo come nostro fratello, anche colui che si toglie le scarpe per entrare in una moschea a pregare.

domenica 21 febbraio 2010

Che cos'è la vita?


Il criterio di autenticità della vita deve essere intrinseco alla vita stessa, non provenirle dall'esterno come qualcosa di estraneo e inevitabilmente autoritario, come una norma, un comando, un'ideologia di qualunque tipo che pretenda di giudicare che cosa sia autentico e che cosa non lo sia in casa nostra. Per questo è necessario indagare la vita per quello che essa è nella sua semplice e nuda realtà. Ma che cos'è la vita? E' anzitutto un fenomeno fisico e biologico che ci accomuna a ogni altro essere vivente, base dell'esperienza vitale nelle innumerevoli forme in cui essa si declina: bisogno di cibo, passione erotica, curiosità di conoscere, dolore fisico, quiete gioiosa per una sera d'inverno a casa in famiglia, voglia di evasione in una notte d'estate e mille altri istinti, paure, desideri, avventure.


Vito Mancuso
La vita autentica
Raffaello Cortina Editore

giovedì 18 febbraio 2010

Retrospettiva

Il 13 gennaio 2001 ci ha lasciati Santina Bettinzoli.

Santina ha lavorato per molti anni all'Ufficio delibere della U.O. Affari Istituzionali degli Spedali Civili di Brescia. Ricordandola non possiamo che pensare ai suoi forti valori di Donna Moglie e Madre e a quella sua particolare ironia e senso dell'umorismo con cui riusciva sempre ad "alleggerire" la quotidianità e le tensioni del lavoro.

Tuttavia Santina per i colleghi è stata soprattutto una Donna speciale. Nella malattia e nel dolore non solo ha saputo donare la sua straordinaria forza, ma è andata oltre, ha saputo arrivare al loro cuore e se oggi vogliamo dare voce alle emozioni, abbiamo una certezza: è stato facile volerle bene.

Tratto dal "Notiziario religioso" pubblicato dagli Spedali Civili di Brescia.

Quando ci siamo sposati, pioveva e a mia zia è venuto naturale fare a Santina il noto augurio: "Sposa bagnata, sposa fortunata". Sorridendo ella rispose: "Io sono fortunata per altre cose, non perchè piove".

Durante la malattia, piangendo le dissi: "Tu per me sei Madre, Padre, Moglie, Amica e Amante. Perdendo te io perdo tutto". Mi rispose: "A volte puntando su una sola persona si rischia di restare fregati".

In ospedale le confidai che avevano riscontrato metastasi cerebrali. Mi chiese quanto tempo le restava e subito dopo volle che provvedessi a fare per conto suo un regalo alle persone che le erano più vicine.

Quando venne dimessa, mi raccomandò di porgere ai medici e al personale infermieristico le sue scuse per il disturbo arrecato.

Un amico, venendo a far visita a Santina dopo il decesso, mi disse: "Ma perchè continui a ringraziare?". Gli risposi che era una lezione che stavo imparando da lei.

Sulla tua lapide ho fatto apporre una sola scritta: "GRAZIE".

Il 30 aprile 2001 avresti compiuto 39 anni. Ho ritrovato le lettere che ti scrissi quando eravamo fidanzati. Fra esse c'erano alcune "poesie" che ti ho dedicato in quegli anni. Una lettera mi ha particolarmente inquietato a causa del contenuto che non ricordavo assolutamente...

SANTINA FOTO GALLERY

Ho raccolto in questa pagina alcune tue fotografie disponendole in ordine cronologico. Sicuramente sei rimasta nel cuore e nella mente di chi ti ha amato con altre infinite immagini e sequenze diverse di cui queste istantanee sono solo un fugace riassunto. Nella didascalia che le accompagna mi lascio andare a qualche pensiero o ricordo correlato.


Questa prima fotografia ti ritrae molto piccola. Sicuramente fra i tuoi parenti evocherà maggiori ricordi che a me, per forza di cose, dato che non ti conoscevo ancora. Il tuo sorriso campeggia al centro della foto e ne diviene punto focale. L’hai sempre custodita con affetto sopra il tuo comodino e lì si trova ancora.


In quest’altra invece ti si vede "armeggiare" con ago e filo. Sei sempre stata una lodevole donna di casa e di certo questo è merito di chi ti ha educata fin da piccola. In te ho avuto la fortuna di ritrovare quelle virtù dal sapore antico che ormai raramente si trovano ancora nelle donne d’oggi perché i tempi sono troppo repentinamente cambiati.


E qui ti vediamo un poco più grandicella attorniata dai tuoi giocattoli preferiti. Facile scorgere le tue future premure materne in questo stretto, ma insieme delicato, abbraccio fra te e la tua bambola.


Qui facciamo un bel balzo. Per chi non riesce ad individuarti, tu sei quella seduta, la seconda da destra. Ho inserito questa foto ricordo delle superiori per un motivo ben preciso. Spesso alle colleghe incredule dicevi: "Quella persona io la conosco perché è stata a scuola con me!".


Questa è una delle ultime foto prima che ci conoscessimo. Una lacrima ed un sorriso: estrema sintesi di tutta una vita.


Questa fotografia non ti rende giustizia ma l’ho inserita perché in quel periodo ci eravamo appena conosciuti e cominciavamo a muovere i primi passi insieme. Durante il ballo per la festa dell’Oratorio, tutta eccitata e coinvolta, ad un certo punto mi dicesti: "Romano, pensi che andrò all’inferno?". Non mi ero ancora dichiarato, ma ormai cotto pensai fra me: "Se tu ci andassi, io ti seguirei".

Quel che mi attende dopo morte non lo so. Sicuramente mi piace pensare di te che sei là in alto, in quel posto che quaggiù chiamiamo Paradiso.



Questa foto ci fu scattata di soppiatto dal nostro curato che ora esercita il ministero come Vescovo in Brasile.

Spalla contro spalla, mano nella mano, guardavamo lontano oltre l’orizzonte. Avresti immaginato allora come sarebbero andate le cose?



Qui ci troviamo a Salerno in occasione del giuramento per il mio servizio di leva. Se non ricordo male è stato quello l’unico periodo in cui siamo stati lontani l’uno dall’altra. Poi abbiamo sempre goduto con abbondanza della quotidiana presenza reciproca.



Qui sopra noi sposi. In assoluto è stato il più bel giorno della mia vita. Anche il giorno del tuo funerale è stato per me ricco di grazie e di mistero. Bello pensare che all'estremo della nostra vita coniugale ci sono questi due momenti, come un materno abbraccio, come due colonne erette a baluardo.


Questa foto ti ritrae stretta ad Andrea. Quest’immagine ti è sempre stata cara perché ti mostrava in tutta la tua serenità a dispetto di altre fotografie riuscite meno bene.


Quest’immagine invece è molto cara a me perché immortala i miei affetti più cari. Ricordi quel giorno sul Maniva, quando ad Andrea volò via il cappello e si fermò sull’orlo del dirupo? Quel giorno nulla cadde in basso; no quel giorno no.



La fotografia seguente ti ritrae attorniata da alcune persone a te molto care. E’ anche la stessa da cui abbiamo tolto l’immagine per la tua lapide.



Questa chiude la serie, ma non i ricordi.

Averti conosciuto ha fatto di me un uomo migliore.

Per tutta la vita, grazie.

sabato 6 febbraio 2010

Aspettando la vita autentica


Quando si scrive si vorrebbe sempre essere originali ed invece si finisce talvolta per scadere nella ripetizione e nella noia. Forse perché con l'aumentare degli anni la memoria tende a farsi più labile e per pigrizia si evita di rileggere ciò che servirebbe a rinfrescarci le idee?

Devo aver già scritto in un mio vecchio post che mi piace seguire in TV la trasmissione "Che tempo che fa". Alcune settimane addietro è stato nuovamente ospitato in studio lo scrittore e teologo Vito Mancuso. Questa volta era solo, mentre in precedenza si era presentato assieme a Corrado Augias per parlare in tandem del loro libro che aveva per tema la fede vista da due punti diametralmente opposti: quello del cattolico credente e quello dell'ateo. Ognuno difendeva le proprie posizioni, ma trovava al contempo interessanti anche i ragionamenti della controparte.

In questo incontro più recente m'è sembrato di scorgere nel teologo Mancuso una nota di pessimismo o delusione. Sono arrivato a pensare che le precedenti argomentazioni di Augias possano in qualche modo aver influito negativamente ed aver spostato un poco il suo baricentro di pensiero. Però posso benissimo essermi sbagliato. In fondo la mia non è stata altro che un'impressione, probabilmente superficiale, scaturita dalla pacatezza d'animo dell'intervistato e che io ho scambiato per un atteggiamento di dubbio piuttosto che un'espressione di sobrietà che non ha bisogno di toni elevati per affermare le proprie ragioni.

Questa la "musica di contorno", ma entrando nel merito delle cose espresse, mi son trovato parecchio in sintonia con quanto Mancuso andava dicendo. Non sono rimasto magari così colpito dalle problematiche relative al dolore innocente, alla sofferenza di chi non ha colpe pur avendola subita in dote, ma piuttosto per l'idea di un Dio che continuamente genera con il suo impulso vitale originato nella notte dei tempi, ma che poi fa un passo indietro e lascia che il mondo, ricco di potenzialità, vada per la sua strada stando a guardarne l'evoluzione. Aggiungo io: è forse così che può essere giustificata questa sensazione di silenzio di Dio? E' il prezzo per la nostra libertà? Possiamo scegliere l'Assoluto oppure rifiutarlo, ma la sua accettazione non ha senso se non è frutto di una libera volontà, come scriveva l'olandese Kierkegaard.

Poi la conversazione si è spostata su un altro piano, meno filosofico, ma più attinente alla realtà quotidiana. M'è sembrato che si sia espresso il dubbio circa il fatto che la Chiesa riesca in qualche modo a stare al passo con i tempi e possa ancora fornire risposte concrete ed adeguate alle domande che le nuove generazioni si pongono, magari in maniera più disincantata rispetto al passato. M'è venuta in mente la Messa dell'Epifania presieduta dal Vescovo nel Duomo di Cremona. Bellissimi canti, bellissima voce del soprano solista, ma la netta percezione di cose ormai lontane che finiscono col lasciare il cuore arido e indifferente alla proposta del Vangelo.

Sembra quasi che ora la Chiesa non riesca più ad avere voce autorevole. E' vero che la Chiesa è formata da ogni uomo battezzato, ma con questo termine, com'è uso comune, intendo riferirmi a quella parte di essa che comprende il clero e le alte gerarchie. La parola autentica e definitiva è stata pronunciata in maniera perfetta duemila anni fa portando a compimento le Sacre Scritture. Talvolta, però, si ha l'impressione che non si faccia altro che spendere parole senza aggiungere nulla di nuovo. Anzi, sminuendo l'efficacia e la forza del Verbo originario.

Ma quelle cose non furono dette per spronare all'azione? Come ho fatto io, così fate anche voi... Non c'è amore più grande se non quello di colui che dà la vita per i propri amici. E' questa la radicalità del messaggio di Gesù, che è giunto fino ai giorni nostri, ma ora esso sembra andare per una strada diversa da quella che ognuno percorre nel proprio affanno quotidiano. Amare Dio prima di ogni cosa ed amare il prossimo come noi stessi dovrebbe essere più che sufficiente ad indirizzare al meglio la nostra vita.

Nella trasmissione televisiva di Fazio si è accennato anche all'ultima pubblicazione di Vito Mancuso: "La vita autentica". Con facilità potete indovinare che questo libro è diventato occasione di regalo da parte di mia moglie Maria Luisa per festeggiare il mio prossimo compleanno. Nel darmi il pacchetto, lei voleva che lo scartassi già ieri sera, ma ho resistito alla tentazione. Almeno fin dopo la scrittura di questo post a cui pensavo da qualche giorno. Ora mi lascerò andare al piacevole condizionamento del pensiero altrui.

domenica 10 gennaio 2010

Spazio per il lettore



In questi giorni ricorre il quarto anno dalla fondazione di questo blog. Il fanciullo cresce e chissà mai cosa diventerà da grande. Non credo di avere un pubblico di lettori molto vasto, almeno a giudicare dai contatori degli accessi ai vari siti in cui sono presenti l'originale e le copie di "Piccola Anima". Nonostante questo, ogni tanto mi capita di pubblicare qualche commento per ciò che scrivo.

Ed è appunto ad alcuni di questi commenti che vorrei oggi dare un risalto particolare andandoli a ripescare fra le pieghe del web.

Nel post "Rivelazione" una lettrice anonima ha scritto:

quasi per caso sono arrivata sul tuo blog e ho letto qua e la
per me è un momento di intenso dolore ma mi hai ricordato due pensieri in cui ho sempre creduto e che tutto sommato mi hanno permesso di andare avanti:
la speranza che le cose andranno meglio
e la consapevolezza che esistono cose peggiori (purtroppo) per cui avrebbe più senso disperarsi
grazie

Questo commento fu scritto nel lontano 24 agosto 2006, giorno di compleanno di mia cognata Piera.

Nel post "Un altro sogno lontano" parvalux60 scriveva:

...mi hai fatto commuovere...l amore quello vero esiste..e non muore mai...chi ci ha amato sulla Terra continuerò ad amarci...a farci sentire meno soli...


Nel post "Mio padre" girasole ha scritto:

In punta di piedi leggo e, da figlia, mi commuovo. Spero che il tuo papà leggerà questi dolcissimi pensieri, se ancora non li conosce. Credo sia il più bel dono che possiamo far loro: dirgli ciò che non abbiamo forse mai detto.Ciao


Nel post "Senza via d'uscita" peppe ha compreso in parte il mio stato d'animo:

L'allarmismo del titolo del post ti da per un morto vivente, che vegeta e aspetta l'ora per far ritorno lassù... La vita anche se può dimostrarsi scostante, a tratti, anche noiosa, ripetitiva, in qualche modo nasconde sempre qualcosa di nuovo, ad ogni età, la via senza uscita, può essere con uscita se lo si vuole, e già lanciare questo grido in un post è un modo per farlo, ti darà probabilmente la forza di cambiare in meglio e dare un piccolo scossone alla vita, già nell'anno nuovo, o almeno la speranza di poterlo fare al più presto... Comunque, se ti va mi piacerebbe rivederti nel mio blog, almeno troviamo un'uscita assieme... Ciao

ma non ha saputo cogliere altri aspetti che evidentemente sono stati apprezzati da una lettrice anonima sul blog originale:

venerdi 01 gennaio, 12:44 ho gia mangiato di pranzo! Seguo il concerto di capodanno della filarmonica di Viena. Un piacere, una gioia che aspetto ogni anno. Ma, come sono agitata, sto navigando ... ho letto gia le notizie di Italia, di Romania e ... ho cercato sul blog di Romano Scuri per vedere se ha scritto qualcosa. Si, ha scritto e, come sempre, mi piace leggerlo. Anche oggi scrive come se ... mi piacerebbe d'aver scritto io queste parole. Le ho copiato nel mio diario per ... perche mi piace. Le apprezzo? Lo apprezzo!

Ho dimenticatoooooooooooo !!!!!!! Non ho mai fatto un commento e non ho mai scritto su questo tipo di ... Ho dimenticato di ringraziarti! Grazie Romano! Per le tue parole dalla tua grande anima! Buon anno 2010!

E da ultimo, ma non per importanza, aggiungo una nota di apprezzamento in favore di mia moglie Maria Luisa che è sempre stata assidua ed appassionata lettrice di queste mie povere note fin dai primi momenti in cui la nostra storia ha avuto inizio. A lei va il mio grazie per avermi sostenuto ed apprezzato, talvolta con entusiasmo e commozione, come solo una sposa innamorata sa fare. GRAZIE.

mercoledì 30 dicembre 2009

Senza via d'uscita


Non faccio altro che mangiare e dormire. Quando non sono seduto a tavola passo a letto la maggior parte del mio tempo. Se per la prima di queste occupazioni attribuisco responsabilità le numerose feste del periodo, per la seconda credo che sia in parte diretta conseguenza dell'altra, ma probabilmente anche dell'attività di lavoro di tutto un anno, nonostante quest'estate ci siamo concessi una lunga vacanza lontani dalle solite occupazioni di ogni giorno.

Ebbene sì, lo devo ammettere: sto invecchiando e forse più rapidamente di quanto immagini e di quanto lo vorrebbero le persone amate che mi circondano. Diventare vecchi non è forse questo: fare più fatica nelle cose di tutti i giorni, più di quanto abbiamo tribolato anni addietro per gli stessi medesimi compiti del vivere quotidiano?

Eppoi basta specchiarsi un po' meglio. Finiamo con l'abituarci ai progressivi cambiamenti della nostra immagine. Non ce ne rendiamo bene conto, ma dai venticinque anni in poi il nostro corpo inesorabilmente comincia ad invecchiare. Capita così che per raderci meglio alcuni peli di barba sul collo ci mettiamo sotto una luce migliore, avviciniamo di più il viso allo specchio e finiamo per notare ciò che è la realtà dei fatti. Ci sono più rughe sulla nostra pelle. Mancano capelli sulle nostre tempie; quelli sopra le orecchie ci appaiono ora in tutto il loro candore. E meno male che ce ne sono ancora: meglio grigi che pelati.

Se poi muoviamo lo sguardo verso il basso troviamo altri segni di cambiamento. Il profilo del nostro ventre si è accentuato ulteriormente verso l'esterno: presto non vedremo più i piedi e non solo per problemi di vista. Dov'è la mia tartaruga? Forse sepolta sotto un cospicuo strato di adipe. Forse ha fatto come lo struzzo: s'è immersa nel sottosuolo e da lì non è mai più riemersa. Poi qualcuno, indelicatamente, ci fa sapere che una vera e propria tartaruga noi non l'abbiamo mai avuta.

Ci sono due velocità diverse nel nostro invecchiamento: una mentale e l'altra fisica. Non vanno mai di pari passo. Anzi, la prima sembra non procedere per nulla affatto. Continuiamo a sentirci sempre un po' bambini dentro, ma il nostro involucro si è deteriorato, nostro malgrado, come la copertina di un libro lasciato a stagionare sul ripiano della libreria. Un giorno questo tomo abbandonato richiama la nostra attenzione e torniamo a sfogliarlo per un attimo. Ritroviamo i pensieri che avevamo sottolineato a matita. Le idee espresse ci appaiono ancora attuali, ma quella carta è ormai ingiallita dal tempo. Se lo apriamo troppo rischiamo pure di romperlo a metà, come è successo al mio "Lessico famigliare" di Natalia Ginzburg.

Così il libro finisce per darci non una, ma ben due lezioni. La prima è quella del suo pensiero, l'altra è quella della sua struttura indebolita che richiede ora un'apertura più attenta e delicata di un tempo, di quando lo sfogliavamo in gioventù. Così è per il nostro corpo. Sappiamo che l'esercizio fisico lo tiene ben efficiente ed allora decidiamo di tornare a praticarlo dopo un lunghissimo periodo d'inattività. Con entusiasmo frequentiamo palestre e centri sportivi e ci diamo pure dentro con vigore per arrivare prima al nostro traguardo. Ed è così che il libro si rompe in due.

Sembriamo senza via d'uscita. Inseguiamo il mito dell'eterna giovinezza e, dove non saprà arrivare il nostro personal trainer, senz'altro sarà in grado d'intervenire il chirurgo estetico rassodando un po' qua, stirando un po' là; e, nell'illusione di piacere ancora e forse più di un tempo, finiamo con l'essere un po' tutti omologati e copie uguali a se stesse di un individuo che in realtà non esiste veramente. Stesso sorriso, stesse labbra turgide, stesse curve: meglio abbondanti che sobrie. E così in breve si passa dal naturale al volgare.

La bellezza, la nostra naturale bellezza, non è sempre uguale a se stessa: cambia nel tempo e si evolve. Dobbiamo però abituare i nostri occhi a cogliere quest'armonia d'insieme. Quelle che noi vediamo non sono rughe: sono le tracce di ogni sorriso che abbiamo dispensato. Quelle che noi vediamo sotto gli occhi non sono borse: sono le tracce delle notti insonni pensando con ansia a chi era lontano. Quelle macchie che noi vediamo sulla pelle non sono le cicatrici del sole, ma sono la testimonianza di quanto abbiamo lavorato sodo tracciando il solco per chi verrà dopo di noi.

martedì 22 dicembre 2009

L'amicizia


E' passato un mese esatto da quando mi sono lasciato raccontare un altro po' su queste pagine. Svogliatamente riprendo in mano la tastiera per stendere su questo bianco foglio virtuale una riflessione che mi ha tenuto compagnia negli ultimi giorni.

E' più grave bestemmiare Dio che uccidere una persona.

Quest'affermazione è stata oggetto di una breve discussione durante una cena con amici, dove, in verità, quasi tutti erano concordi nel ribadire il contrario.

Un neo-parroco ha pronunciato queste parole durante la sua omelia domenicale. Pur comprendendo bene le ragioni del prelato, sono comunque tornato in seguito sull'argomento ed ho condiviso infine il pensiero degli altri.

Non dobbiamo dimenticare che ognuno di noi è stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio, come si legge nell'Antico Testamento. Nel Nuovo Testamento si dice inoltre che siamo tempio dello Spirito Santo. Togliere la vita a qualcuno è come toglierla a Dio. E' un atto irreparabile, definitivo. Si può ottenere misericordia e perdono, ma quell'esistenza è perduta per sempre.

Bestemmiare Dio può essere frutto d'ignoranza, maleducazione, cattiva abitudine, ira, rabbia. L'amicizia così allontanata con il Signore della Vita, se noi lo vogliamo, può essere ripristinata senza che nulla sia perduto definitivamente.

Oggi è l'ultimo giorno di scuola per Alessandra. Qui a Brescia, come in tante altre città del nord, è nevicato in abbondanza durante la notte. Mentre mia figlia si stava ancora preparando, sono sceso in strada per liberare l'auto dalla neve. Sarebbe stato meglio restarsene tutti a letto, ma oggi c'è l'ultima interrogazione programmata e quindi non si può certo mancare.

Con ampie bracciate ho scrollato l'abbondante neve dalla carrozzeria dell'auto. Di solito tengo la macchina in garage, ma temendo di non riuscire a farla salire dallo scivolo a causa del ghiaccio, ieri sera l'ho lasciata fuori in strada.

Dopo aver scrostato per bene i finestrini, una volta che Alessandra è scesa, ero in procinto di partire. Vedo però la figlia della mia vicina di casa che con difficoltà sta rimuovendo la neve dalla sua auto. Scendo dalla mia e l'aiuto con il mio prodigioso raschietto a liberare i suoi vetri dall'ostinato ghiaccio. In un attimo è fatto.

Tornato in macchina proviamo a muoverci, ma la neve è abbondante e le ruote cominciano a slittare. La vicina vede e mi offre la sua scopa per togliere la neve dal davanti e rendermi l'immissione in carreggiata più agevole. Favore dato, favore ritornato.

Arriviamo nei pressi della scuola ancora in orario. Poca gente in giro. Si circola a fatica, ma si va. Mi son portato appresso la borsa con il necessario per una nuotata in piscina. Non sono un grande sportivo, ma il mal di schiena che è tornato a farsi sentire acuto in questi ultimi due mesi mi ha convinto a fare qualche esercizio in più nel duplice tentativo di perdere un po' di peso e rinforzare la muscolatura che una vita, fin troppo sedentaria, ha allontanato dalla condizione di normalità.

Raggiungo l'impianto sportivo senza intoppi. Mi vien quasi da ridere, tra me e me, pensando alla mia perseveranza. Forse non è aperto. Non ho neppure modo di appurarlo perché non so dove lasciare l'auto: non posso certo parcheggiarla in mezzo alla carreggiata perché ovviamente sarebbe d'intralcio, né tentare d'incagliarmi a lato dove i cumuli sono più alti. Averci pensato prima. Sfilo via mestamente, ora un po' meno sorridente: avrei sguazzato volentieri.

Procedo lentamente percorrendo questa sorta di giro turistico alla scoperta delle condizioni di viabilità della città. Faccio ritorno a casa senza problemi rallentato talvolta da un traffico non abbondante, ma prudente. Il posto di prima è già occupato, ma per mia fortuna trovo un'altra piazzola lasciata libera da un vicino che forse non poteva proprio fare a meno di andarsene al lavoro. Io invece no: sono in ferie.

Sento le voci di alcune persone intente a liberare l'accesso alla propria abitazione. Forse dovrei fare altrettanto. Poi mi ricordo del detto: "Uccidere le persone, pagare i debiti, spalare la neve: tutte cose inutili" ed allora desisto e salgo in casa a riscaldarmi. Peccato solo che Maria Luisa sia bloccata a Cremona... Trovo sul tavolo, nel vassoio dei dolciumi di Santa Lucia, un bacio Perugina. Lo scarto e dentro leggo: "Il mondo sarebbe nulla senza l'amicizia".

domenica 22 novembre 2009

Straniero in patria


Un paio di settimane fa, come già avevamo fatto lo scorso anno, assieme ad alcuni miei ex-colleghi di lavoro, sono partito per una mini-vacanza. Fino a pochi giorni prima della partenza la mia partecipazione era data per incerta, visto il precario stato di salute della mamma di Maria Luisa, dopo un fallito tentativo d'innesto di pace-maker. Superato positivamente il secondo intervento, mia moglie mi ha scritto con gioia in un sms: "Torino ti aspetta". Ed allora, ho pensato io, non facciamola aspettare.

Niente levatacce. Quando ci siamo realmente messi in viaggio, non mancava molto a mezzogiorno di venerdì 6 novembre. La giornata non era granché, in linea con la media del periodo che lo vuole grigio e piovoso. Però, secondo le previsioni meteorologiche che avevamo attentamente consultato prima di partire, il tempo doveva migliorare nel pomeriggio, come infatti è stato.

La Sacra di San Michele, ad una quarantina di chilometri dal capoluogo piemontese in direzione della Val di Susa, è stata la nostra prima destinazione. Nonostante fossimo provvisti di navigatore, abbiamo inizialmente faticato un po' ad imboccare la direzione giusta per salire in quota là dove è posto questo vecchio monastero. Giunti ormai nelle adiacenze siamo stati colti da meraviglia per la maestosità del luogo. Consultando una locandina turistica abbiamo appreso che questo posto ha anche un alto interesse geologico.

Sfoderato in tutta fretta l'armamentario fotografico, abbiamo proseguito a piedi l'ultimo tratto, dato che il transito era vietato agli automezzi privati. Io mi guardavo in giro e mi attardavo un poco a catturare i colori caldi dell'autunno.

Uno di noi, forse più informato, fa sapere agli altri che inizialmente avevano pensato di girare quassù il film "Il nome della rosa". La costruzione si slancia verso l'alto con uno spiccato movimento di ascesa e fa sentire noi, piccoli uomini sotto la media, ancora più bassi di statura.

Per nostra fortuna ci è concesso fare fotografie anche all'interno, sia pure senza flash. Non vogliamo perderci nulla, quindi ogni angolo, ogni geometria vengono catturati avidamente dai nostri obiettivi. C'è fra di noi una sorta di tacita gara a chi realizza lo scatto migliore, l'inquadratura più suggestiva. Ci contagiamo a vicenda e dove uno posa lo sguardo presto anche un altro lo raggiunge, temendo di perdersi qualcosa d'importante e di bello.

Con l'avvento della fotografia digitale non c'è più ritegno, né timore di sprecare inutilmente pellicola. Spesso mi capita di far sorridere i miei amici per la discutibile scelta delle mie inquadrature a cui loro non danno importanza. A me sta bene di fotografare anche le crepe sul pavimento, perché magari richiamano le trame di una ragnatela.

Quando decidiamo di tornare all'auto, il sole è ormai tramontato dietro ai monti e non c'è più luce sufficiente per i nostri obiettivi. Torniamo allora verso Torino per prendere posto in albergo. Subito dopo ci aspetta una cena ristoratrice. Per pranzo ci siamo accontentati di un panino ed ora abbiamo voglia di fare festa attorno ad un tavolo con più abbondanza e con del buon vino Barbera.

Quando usciamo dal locale ci sentiamo un po' tutti appesantiti. La serata è ancora giovane, quindi passeggiamo per il centro aiutando la nostra digestione.

Il giorno seguente andiamo al museo di Pietro Micca che si trova nelle immediate adiacenze del nostro albergo. La visita è guidata e comprende anche la discesa nel sottosuolo attraverso l'antica rete di gallerie. Chi ci accompagna deve aver avuto un passato da professore, visto che non si astiene da interrogazioni o quesiti con tanto di giudizio finale. Esordisco dicendo che la mia ignoranza spazia in tutti i campi e lascio a Lorenzo l'onore di dare alla guida maggiore soddisfazione dimostrando una buona preparazione storica.

Nel pomeriggio facciamo nostro il Museo Egizio, che avevo visto una sola volta ai tempi del Ginnasio. Ora, a distanza di così tanto tempo, mi sembra che i vari reperti siano valorizzati meglio grazie anche ad un più accorto uso delle luci nelle varie sale. Più tardi troviamo modo di divertirci visitando il Museo del Cinema all'interno della Mole Antonelliana. La sera del sabato trascorre pressoché identica a quella del venerdì. Cambia il locale dove ceniamo, ma la soddisfazione a tavola resta immutata. Nell'allegria generale, come la sera precedente, non manchiamo di mandare qualche sms ad un altro nostro amico che quest'anno non si è potuto unire a noi per svariati impegni.

Domenica mattina piove. Prima di fare colazione andiamo a messa. Ci dirigiamo pertanto verso la Consolata, visto che alla chiesa di S. Agata lì nei pressi non ci saranno celebrazioni fino a tardi. A metà strada fiancheggiamo la chiesa del Carmine. Un movimento di persone, insolito per quell'ora, mi fa pensare che stia per iniziare anche lì una messa. Un rapido consulto e, dato che piove, decidiamo di risparmiare strada fermandoci in quella chiesa. Mi rivolgo ad un ragazzo che sta entrando e lui mi conferma che verso le 8,30 ci sarà la celebrazione eucaristica.

Entriamo e ci sediamo in un banco abbastanza avanti verso l'altare. Mancano ancora alcuni minuti, ma ci sono già diverse persone in silenziosa attesa. Fabio, accanto a me, nota che per lo più sembrano stranieri. Ne convengo, ma non mi meraviglio più di tanto, anche se il pensiero va ai nostri giovani, ai miei figli che a quest'ora dormono ancora. Entra il celebrante. Dopo le prime parole di un canto in una lingua per me incomprensibile, riesco a realizzare che non stiamo partecipando ad una messa in italiano. In un attimo comprendo gli sguardi di meraviglia degli altri fedeli: probabilmente loro si conoscono tutti e si stanno domandando cosa ci facciamo in mezzo a loro.

Ormai è troppo tardi per uscire ed andare altrove. Non comprenderemo granché delle parole pronunciate, ma la messa dovrebbe valere ugualmente. Mi prende dentro un po' di commozione. Mi sento straniero in patria e credo di capire solo ora per la prima volta cosa possa significare questa condizione per quelli che sono costretti a viverla ogni giorno.

A fine messa mi volto verso la ragazza a cui avevo stretto la mano allo scambio della pace e le chiedo in che lingua è stata celebrata la funzione. Inizialmente pensavo fosse in russo, ma poi per l'inflessione di alcune parole mi ero orientato verso il polacco. La giovane, dopo un attimo di sconcerto che ho scorto nei suoi occhi, mi risponde: "In rumeno". Ora la meraviglia è mia. Per quasi un'ora sono stato indegno fratello di un'intera comunità di rumeni. Ai loro occhi sarò apparso l'occidentale fortunato stranamente bisognoso di Dio. Loro ai miei sono apparsi i figli privilegiati del Regno.

Prima di fare ritorno verso casa troviamo il tempo di visitare Palazzo Madama, dove contempliamo la straordinaria bellezza di tante opere del passato. E così, con un tuffo all'indietro nel tempo, si chiude circolarmente il nostro viaggio.

Per chi fosse interessato, con il collegamento riportato qui di seguito, si può prendere visione di alcune Immagini della nostra gita a Torino scelte, secondo mio gusto, fra i circa 700 scatti che resteranno a ricordo di quei giorni.

sabato 14 novembre 2009

La preghiera del contadino


O Signore, che benigno stai sopra agli attrezzi, ai raccolti, al bestiame poiché dei Santi imitar non so l'opera né il cilizio frenar le rie brame, fammi santo vangando il mio campo, o curando la stalla, il pollaio, o sterpando l'impervio rovo che all'agnelle, ai giovenchi da inciampo.

O Signore, quando m'alzo al mattino non ho tempo a far lunghe orazioni; alla stalla od al campo vicino vo a riprendere l'usate mansioni ma a Te penso Signor, se il frumento io raccolgo la vita rincalzo, se il bove caduto rialzo, se do il fieno alla mucca, al giumento, penso a Te che nel pan ti cangiasti e ti desti a noi cibo a mangiare e nel vino il Tuo Sangue donasti qual bevanda per noi salutare.

Come il bove condotto al macello mansueto alla Croce n'andasti, qual giumento paziente portasti di mie colpe il gravoso fardello. Del mio stato o Signore non mi lagno; il lavoro qual tuo dono ritengo, che nel pan col sudor guadagnato a nutrire i miei cari pervengo. Gloria al Padre, allo Spirito, a Gesù rendo grazie dell'util giornata, sia, Signor, la mia voce a te grata, , non ho tempo di fare di più.

Giovanni Scuri, Eureka, California 25/7/1972

domenica 18 ottobre 2009

Crisi solidale


Qualche giorno fa il capo mi ha confidato che, nonostante il momento di crisi, le cose non stanno andando poi tanto male per la nostra azienda. Anzi, continuando così, ci sono concrete possibilità che per fine dicembre riusciremo a raggiungere un fatturato superiore a quello dello scorso anno. In un periodo di contrazione generale della domanda, questi dati di previsione economica hanno infuso in noi un rinnovato ottimismo.

Ieri mattino ci siamo alzati un po' più tardi del solito. Alessandra aveva un'ora buca e quindi non c'era bisogno della levataccia di tutti i giorni per accompagnarla a scuola. Il suono della sveglia mi ha quindi colto un po' più condiscendente e disponibile ad uscire dal letto. Mentre mi dirigevo in bagno, ho scorto nella semi oscurità la sagoma di Andrea che stava per uscire di casa. Ho trovato strano che anche lui fosse già in piedi. Immediatamente mi ha rammentato che, assieme ad alcuni suoi coetanei, si sarebbero ritrovati dinnanzi al supermercato per la colletta alimentare in favore della Caritas parrocchiale.

Evidentemente la sfavorevole congiuntura economica sta toccando direttamente anche tante famiglie a noi vicine. Il parroco ha quindi deciso di sensibilizzare i giovani affinché dedichino un po' del loro tempo per una raccolta di generi non deperibili, in modo da rispondere concretamente alle tante richieste di aiuto che sempre più numerose stanno pervenendo all'ufficio caritativo di zona.

Questo sabato le compere per le necessità di casa toccavano a me. La scorsa settimana Maria Luisa aveva fatto una spesa un po' più abbondante del solito e quindi non ci sarebbero state tante cose da prendere. Mentre mi stavo lavando e ripensavo a quanto mi aveva appena ricordato mio figlio Andrea, sopraggiunge mia moglie che mi propone di fare una spesa doppia: io per la famiglia e lei in favore della colletta parrocchiale. Dopo un breve amorevole bisticcio su chi dovesse occuparsi di cosa, per tagliar la testa al toro, abbiamo convenuto di dividere esattamente per due il costo degli acquisti fatti in favore della solidarietà sociale.

Appena entrati nel supermercato - il nostro solito, non quello vicino a casa - la nostra attenzione viene attratta da numerosi prodotti accatastati ed offerti a costo zero. Dopo un attimo di titubanza da parte mia, anch'io sposo l'idea di mia moglie e comincio a depositare nel secondo carrello tutto quanto può fare al caso nostro. Ci sono pacchi grandi e confezioni multiple, che di solito non riscuotono la mia piena simpatia. in questo caso è diverso. Presi dalla frenesia dell'accaparramento riusciamo in breve tempo a riempire il carrello. Allora propongo a mia moglie di continuare lei la spesa di famiglia, mentre io sarei andato velocemente a pagare per poi riporre in auto la merce. Un poco perplessa, con l'aria di chi vede sottrarsi dalle mani un compito gradito, comunque acconsente.

Alle casse non c'è ressa ed in breve effettuo il pagamento. Visto l'esiguo ammontare della cifra totale sono colto da un poco di delusione. Quando ritorno da mia moglie dopo aver depositato la roba in macchina, le propongo di fare un ulteriore "rabbocco" e la spesa di famiglia passa inesorabilmente in secondo piano.

Ritornando verso casa, decidiamo di fare una piccola deviazione e fermarci davanti al supermercato dove ci sono i nostri ragazzi. Dato che prima mi ero un poco stirato i muscoli della schiena sollevando la confezione grande del latte, decido di lasciar fare a loro, aprendo semplicemente gli sportelli dell'auto ed offrendola al loro entusiastico saccheggio. Ovviamente abbiam messo più tempo noi a caricarla che loro a svuotarla.

In serata Alessandra, che pure ha avuto modo di prestare il suo contributo alla raccolta, ci fa sapere che sono stati riempiti più di settanta scatoloni. Ci racconta anche di chi è venuto a fare la spesa e poi ha devoluto in beneficienza l'intero contenuto del carrello.

Non sono cliente abituale del modesto supermercato di periferia sito vicino a casa. Credo però che sia frequentato per lo più da gente anziana. Mi piace pensare che la solidarietà si sia fatta largo più fra le persone di modesta condizione economica che fra quelle per cui il denaro non fa troppo difetto. Tutto sommato noi abbiamo dato un po' del nostro superfluo. Loro invece si sono privati, con reale sacrificio, di quanto viene misurato con attenzione per bastare alle necessità di ogni giorno.

sabato 3 ottobre 2009

In coda all'ufficio postale

Gratuitamente svolgo l'attività di amministratore nel condominio in cui abito. Nonostante abbia più volte rifiutato un compenso in denaro per questo lavoro, una mia vicina si sente in dovere di dimostrare la sua gratitudine portandomi in dono qualche cassetta di frutta in occasione delle festività natalizie e pasquali.

Per pigrizia finisco poi con l'ammassare le cassette vuote in terrazza invece di sbarazzarmene subito. Questa mattina però ero di buona lena e quindi mi sono deciso a fare un po' di pulizia liberandomi da quell'inutile ammasso. Per evitare di dover fare diversi viaggi ho provveduto con cura a smembrare le varie parti suddividendo il legno, la plastica ed il cartone in borsine differenti riducendone drasticamente il volume.

Visto poi che lunedì sarebbero stati prossimi alla scadenza due bollettini di conto corrente per il pagamento delle spese condominiali, mi sono messo in tasca anche quelli. Dopo la sosta ai cassonetti dell'immondizia mi sarei recato all'ufficio postale per effettuarne il pagamento, evitando così di doverci andare nella pausa pranzo di lavoro.

E' una bella giornata. Per terra ancora le tracce di alcune pozzanghere del temporale di ieri sera. L'aria non è per niente frizzante e prosegue l'insolito tepore più da fine estate che da inizio autunno.

Mi aspetto la solita ressa di ogni sabato mattino. Una volta l'ufficio vicino a casa era aperto anche nel pomeriggio e, vista la minor frequenza, preferivo recarmici in quell'orario per sbrigare le varie incombenze, non solo di amministratore occasionale.

Appena entrato nella sala vengo subito investito da uno sgradevole afflato di aria viziata. Quasi immediatamente ritorno sui miei passi e spalanco una delle porte d'accesso. Mi sembra strano che non sia venuto in mente a nessun altro prima di me. Dopo una rapida occhiata al tabellone luminoso ed al numero del mio biglietto di prenotazione, decido che è meglio attendere seduto anziché in piedi come ho fatto tante altre volte.

Sono da poco passate le undici. In quest'ufficio si viene anche per il ritiro delle inesitate. Lì non serve prelevare il biglietto dal distributore automatico: basta mettersi in coda ed aspettare il proprio turno. Senza soluzione di continuità la fila viene progressivamente alimentata da sempre nuovi avventori.

Per ingannare l'attesa, fra un'occhiata e l'altra al display, mi guardo intorno ed osservo le persone che arrivano. Alcuni si salutano, altri compilano distrattamente i moduli sugli appositi banchetti, altri adocchiano le locandine pubblicitarie per questo o quell'altro investimento. L'ammontare dei tassi d'interesse esposti mi fa pensare che forse sono manifesti datati. Ormai non danno più nulla neanche per i titoli di Stato: possibile che si possa lucrare ancora fino ad un improbabile 5%?

Un signore anziano appena entrato scherza un po' con un conoscente. Poi cambia il numero ad uno sportello e subito vi si precipita, seguito da un'altra signora che reclama con pacatezza il proprio diritto. Il vecchietto, chiarito che il numero in realtà non era preceduto dall'identica lettera di quello in suo possesso, se ne torna mestamente oltre le barriere poste a tutela della privacy. S'è spento il suo sorriso ed è ora l'amico a prendersi un po' gioco di lui.

L'età avanzata può scusare il momentaneo appannamento di questa persona. Però penso che anch'io stavo per commettere il suo identico errore un'altra volta e solo la prontezza di mia figlia mi ha frenato e tolto da ogni imbarazzo.

Nella fila di sedie dietro la mia ci sono due vecchie signore che fanno congetture su chi di loro verrà servita prima, dato che hanno lettere differenti e talvolta sembra che proceda più spedito un gruppo, talvolta l'altro. Ad uno degli sportelli vedo appoggiato goffamente un uomo di grossa corporatura. Con tanta gente in attesa si concede il lusso di qualche chiacchiera con l'impiegato. Credo che tutti stiano mentalmente pensando la stessa cosa: fai presto, non è questo il momento delle relazioni sociali e dei lunghi intrattenimenti.

Quando finisce e si volta per andarsene, mi rendo conto che quell'omone, dal probabile passato sportivo visto anche l'abbigliamento che indossa, è il genitore di un ex compagno di classe di mia figlia. Mi capita spesso d'incrociarlo qui in posta e, se non fosse per il fatto che tutte quelle volte ci sono anch'io, mi verrebbe da malignare che non ha nulla di meglio da fare il sabato.

Appena un posto a sedere si libera, non fa in tempo a raffreddarsi che subito viene tenuto in caldo da qualcun altro. Il portone d'acceso da me spalancato garantisce ora un maggior ricambio d'aria e l'umore generale ne ha un po' guadagnato.

Una signora di colore si avvicina per prendere posto a sedere accanto a me. Prima di accomodarsi fa spazio al figlioletto che la segue e sembra quasi volerlo spingere verso la sedia a me più vicina. Il bambino però si butta sulla prima poltroncina e quindi a lei non resta che questo contatto ravvicinato. Con la scusa del figlio mi da un poco le spalle e così non si sente troppo osservata.

Devo proprio avere uno sguardo indagatore. Mi piace indulgere sul volto di ognuno e provare ad immaginare l'umanità che vi sta dietro. Preso da questi pensieri, vedo presto comparire sul tabellone il numero che precede il mio. Decido di alzarmi in piedi e farmi più vicino al limite che ci separa dagli sportelli.

In un attimo è il mio turno. Mentre consegno i bollettini per il versamento, di fianco una donna dal chiarissimo accento straniero dice che è venuta a portare il numero della carta d'identità perché quanto aveva aperto in precedenza un rapporto di conto aveva lasciato soltanto il numero del permesso di soggiorno.

Ricevo i venti centesimi di resto per il pagamento effettuato in contanti. Mi coglie un attimo di perplessità per l'esiguità della cifra, ma poi, ripensando all'ammontare totale che avevo verificato con la calcolatrice prima di uscire di casa, convengo che non c'è errore e posso liberare in fretta il posto a beneficio di un'altra persona.

Torno fuori a rimirare il sole. Penso anche alle altre stelle, ma accostare l'ufficio postale all'inferno di Dante è sicuramente un tantino eccessivo e sopra le righe, anche se forse l'associazione d'idee nasce spontanea per l'assembramento forzato di tante persone nello stesso luogo.