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martedì 8 settembre 2009

La solita vita di sempre


R. Eccoci qui a festeggiare un altro anniversario di matrimonio.

La felicità della vigilia s'è un poco smorzata oggi alla notizia di due decessi fra i nostri conoscenti. Ci conforta il pensiero che, in questo giorno dedicato alla natività di Maria, le sofferenze di queste due persone abbiano avuto termine e che Ella le abbia prese per mano ed accompagnate al cospetto dell'Altissimo. La nostra cara Madre Celeste possa vegliare dall'alto e dispensare conforto a chi è rimasto solo.

La gioia coniugale è fatta di tanti momenti infilati in sequenza uno dietro all'altro. Anche se piccoli ed apparentemente insignificanti, essi, nel loro insieme, costituiscono qualcosa di grande, di cui forse ci possiamo rendere conto soltanto guardando indietro.

Non sono solo le cose straordinarie a darci la sensazione di una maggiore pienezza del vivere, ma lo è anche la solita vita di sempre. Quanto mai vera mi appare la frase (che devo aver già citato una volta e che è in bella mostra sull'uscio di casa dei miei genitori): "Non cercare la felicità nelle cose lontane".

M.L. Mi piace l'immagine della collana: tante perline colorate in successione, e nessuna uguale all'altra. Se le si guarda da vicino non sono prive d'imperfezioni, ma, viste da lontano, appaiono qualcosa di prezioso e danno luce a chi le indossa.

Durante quest'anno non ci sono stati giorni grigi ed indifferenti: ciascuno ha avuto qualcosa di bello, o di amaro, o di stimolante. Sono stati tutti doni di Dio. Come le persone che mi circondano. In quest'anno mi sento cresciuta, più ricca dentro, grazie soprattutto a quelli che mi hanno amato, lasciandomi la libertà di amarli a mia volta, così come sono capace.

Vorrei che la mia gioia fosse la vostra.

domenica 23 agosto 2009

Mio padre

Ed ora, caro papà, è maturo il tempo per scrivere qualche parola su di te. Ti confesso, ed in realtà l'ho già fatto, che desideravo parlarti, come in un faccia a faccia, da parecchio tempo, ma poi accantonavo l'idea per una sorta d'imbarazzo perché tu sei molto di più di quello che le mie povere parole possono dire e non volevo farti torto.

Ora che le ferie sono terminate e fra noi e te, fra la mia e la tua famiglia, è stata ripristinata una sorta di distanza, forse la cosa mi viene più facile perché è con un certo distacco che a volte si riescono a soppesare meglio le parole.

Già, la famiglia. Ora la tua, almeno stando all'anagrafe, si compone di te soltanto. Quando c'era mamma, un solo elemento in più, sembrava ben più numerosa. Vedi come la persona amata può riempire a tal punto la nostra esistenza?

Adesso che ti sei riabituato un poco a star solo, riesci a dire che non hai bisogno di nessun'altra donna accanto. Tempo fa ti dissi che la scelta era tua. Se qualcuno di caro avesse voluto condividere con te alcuni momenti di questo tuo tratto di vita, a me stava bene. Anzi, mentre mi sono sentito libero di decidere come condurre la mia vita affettiva, ho provato quasi imbarazzo nell'abbozzare qualche consiglio per te.

Ti sei preso cura di mamma, quando ormai in casa non bastava più a se stessa, con un amore così generoso e paziente da aver coperto, ne sono sicuro, ogni tua piccola manchevolezza passata. Ti ho ammirato, non come un padre che ammira un figlio, ma come un figlio s'inorgoglisce per il genitore trovando in lui ancora mille motivazioni di stima, nonostante la sua età avanzata possa far pensare che tutto è definito e non ci saranno più sorprese.

Lo sai che tra me e te i rapporti non sono sempre stati facili. Ricordo che anni addietro ho causato in te sofferenze che non avresti voluto perché esigevo da te qualcosa che credevo tu non riuscissi a darmi. Poi, quando Santina se n'è andata, i miei occhi si sono aperti ed ho visto che quello che cercavo era sempre stato lì accanto a noi, anche se non riuscivo a vederlo.

Tu non sai che Alessandra, in questo periodo, sta vivendo le stesse difficoltà di relazione. Sono un passo obbligato della sua crescita, lo capisco benissimo. Ma in queste piccole o grandi incomprensioni vedo le nostre di un tempo ormai lontano: mi sembrano proprio le stesse. Mi rendo conto che non c'è nulla di sbagliato o d'insanabile. Forse a volte c'è qualche momento di stanchezza oppure qualche disattenzione in più da parte mia che rendono il dialogo difficoltoso. Siamo qui per andare avanti ed ascoltarci e se qualcosa non è andata per il verso giusto, possiamo fare meglio.

Torniamo a noi, perché sono tante le cose che vorrei dirti e sicuramente me ne dimenticherò qualcuna.

Poco prima di Natale mi hai commosso ed ho faticato a nasconderti le mie lacrime. Avevi giocato al lotto e con quella piccola vincita hai pensato di fare a tutti noi un regalo: una confezione di profumo. Più che il dono in sè, che comunque ho apprezzato tantissimo, mi ha fatto piacere il gesto stesso. Ormai credevo che fossi solo io a dovermi occupare di te, con un gesto, con una gentilezza. invece tu mi hai sorpreso e mi hai fatto capire quanto amore puoi ancora darmi.

E' nell'ordine naturale delle cose vedere invecchiare i propri genitori e poi perderli. Con mamma è già stato così. In verità non ho sofferto molto per la sua morte perché mi sembra di averla ancora accanto. Mi sembra che lei viva ancora dentro di me. Mi sembra di sentire la sua voce e qualche volta ho come l'impressione che la mia bocca pronunci le sue e non le mie parole. Quanto l'abbiamo ammirata, questa tua moglie e nostra madre, per le cose dette, ma soprattutto per quelle fatte con instancabile operosità. Maria Luisa, quando ti sente parlare e raccontare di lei, mi dice spesso che le dispiace di non essere riuscita a conoscerla un po' di più e che sicuramente le sarebbe piaciuta.

Poi ci sono anche i momenti tristi, quando voi genitori non state bene e noi figli temiamo che sia vicino il tempo del congedo. Con la tua dipartita non avrò più nessuno dietro le mie spalle: gli affetti migliori saranno solo di fianco oppure davanti a me e mi sembrerà di essere scoperto e debole da un lato. Per fortuna questi timori svaniscono presto perché le tue energie, nonostante l'età, sono ancora buone e tu ci sorprendi quotidianamente per tutte quelle cose che riesci ancora a fare e che a noi, con oltre trent'anni in meno, costano invece un sacco di fatica.

Mi piace continuare a vederti così, anche se il futuro potrà riservarci qualcosa di diverso che sapremo accettare. Nelle sere d'inverno, davanti ad un piatto di polenta, continuerai a raccontarci della tua gioventù, dei tuoi anni di lavoro in Australia. Le tue memorie saranno la nostra consolazione in questa vita che a ben vedere riesce a darci più di quanto è in grado di toglierci.









mercoledì 19 agosto 2009

Mio nipote

Da diverse settimane accarezzo l'idea di scrivere qualcosa su mio padre. Questa mattina, mentre mi radevo, m'è invece venuta voglia di scrivere qualcosa su mio nipote Davide, il figlio di Piera.

Il mese scorso, nonostante il grosso scossone per la perdita della madre, è riuscito a completare gli studi superando gli esami della scuola superiore ad indirizzo alberghiero a cui era iscritto. Grazie all'appoggio di uno dei suoi professori, già lo scorso anno aveva prestato servizio come cameriere al Gran Hotel di Molveno durante tutto il periodo estivo. Visto il buon esito dell'esperienza precedente, i gestori dell'hotel hanno manifestato il desiderio di ripetere tale rapporto di lavoro anche quest'anno.

Qualche giorno fa, approfittando del nostro periodo di vacanza, siamo andati a trovare Davide. In questo periodo, causa il grande afflusso di turisti nella struttura presso cui opera, non ha molto tempo libero e quindi avremmo potuto vederci solo nel pomeriggio.

Coincidenza vuole che nello stesso paese si trovi in vacanza anche una cara amica di Maria Luisa e, per così dire, abbiamo preso due piccioni con una fava, visitando l'una il mattino e l'altro dopo pranzo.

Non ero mai stato a Molveno. La fotografia del luogo è veramente notevole. In uno spazio relativamente ristretto c'è la possibilità di accontentare sia gli amanti dell'acqua e dei bagni di sole che quelli della montagna e delle salite ardite.

Mentre ci recavamo a pranzo in un locale tipico consigliatoci dall'amica di mia moglie, Alessandra riceve un SMS di avviso da Davide che forse riesce a liberarsi un po' prima, intorno alle 14 e trenta. Mentre pranziamo ci coglie un po' d'ansia di far tardi all'appuntamento a causa della lentezza con cui siamo serviti. Infatti il ristorante, situato in un vecchio maso, non è troppo capiente e l'afflusso continuo di persone ha creato qualche disguido.

Terminato l'ottimo pranzo, siamo tornati a recuperare l'auto per andare all'hotel che si trova un po' fuori del paese. La collocazione mi sembra strategica per ammirare contemporaneamente il lago e le cime dolomitiche del gruppo del Brenta.

Quasi con sincronismo perfetto, nonostante il nostro temuto ritardo, arriviamo nel piazzale dell'albergo proprio mentre Davide ci comunica via telefono che è in stanza a cambiarsi.

Di lì a poco ne esce: maglietta a vivaci colori, pantaloncini e ciabatte infradito, come un perfetto vacanziero. Probabilmente vorrebbe allontanarsi subito dalla struttura per staccare veramente dal lavoro, ma io insisto per dare con lui un'occhiata intorno all'hotel e fare qualche foto di rito.

Poi con l'auto torniamo nuovamente in centro al paese per accedere all'ampia spiaggia che dà sul lago. Fa caldo, molto caldo. Mio padre, che ben volentieri si è unito a noi in questa escursione-visita, si rifugia sotto una pianta. Dopo poco Maria Luisa ed io lo seguiamo. Alessandra e Davide restano invece ancora un poco al sole raccontandosi i fatti loro. Mi sembra il momento adatto per una bevanda rinfrescante. Raccolgo le richieste e assieme a mia moglie mi dirigo verso il bar lì vicino.

Davide inizia a sorseggiare la sua bibita, ma subito dopo sente irrefrenabile l'impulso di tuffarsi in acqua. Ripone gli occhiali ed il cappello; si toglie la maglietta e poi con passo lesto si avvicina allo specchio d'acqua. Io non ho avuto il coraggio d'immergervi neanche i piedi, ma non credo che la temperatura sia troppo gradevole. Infatti Davide, dopo essersi bagnato fino alla cinta, ne esce quasi subito, dato che il sole è sparito coperto da una nuvola. Ma solo per un istante e subito riappare coi suoi cocenti raggi. Mio nipote ritorna allora in acqua con maggior decisione. Si tuffa e con ampie, vigorose bracciate si porta un po' al largo. Mi coglie un attimo d'apprensione per lui. E se un colpo di freddo lo bloccasse e lo facesse andare giù in queste profonde e gelide acque?

La paura dura un attimo. Lui è un buon nuotatore e con diverso stile raggiunge la riva e si stende al sole per asciugarsi. Questa volta mi avvicino di più anch'io e riesco a fargli qualche domanda e a farmi raccontare qualcosa del suo lavoro.

Davide è maggiorenne da pochi mesi, ma ha già la struttura dell'uomo fatto. E' vero che negli ultimi mesi non ci siamo visti poi tanto, ma mi sembra cambiato un sacco, o forse questa accelerazione gliel'ha data la vita, mettendolo bruscamente di fronte alle sue responsabilità.

Il tempo passa veloce e presto dobbiamo ritornare al Grand Hotel. Alle 17 deve riprendere servizio e vedo in lui il ragazzo, ormai uomo, che vuole fare bene il suo dovere, con precisione e puntualità.

Prima di salutarci sale in camera a cambiarsi. Scende quasi subito con la cravatta ancora da annodare. Lo spazio ancora per una foto veloce accanto a mia figlia Alessandra e subito si congeda da noi.

Bravo Davide! Mamma Piera dall'alto vede ed è fiera di te. Continua così. Anche tuo zio è orgoglioso di te.



lunedì 3 agosto 2009

Livemmo centro del mondo

In questi giorni ci troviamo a Livemmo di Pertica Alta, il paese d'origine di mio padre.

Dopo aver passato una settimana a Siusi, dove le bellezze del paesaggio hanno riempito di colori i nostri occhi, ma anche le lunghe camminate hanno stancato i nostri piedi, era necessario trascorrere alcuni momenti in tutta tranquillità ospiti nella casa di nonno Luigi.

L'occasione per vedere in modo diverso questo piccolo paese della Valle Sabbia mi è stata fornita dalla mamma di Maria Luisa, che siamo riusciti, dopo mille operazioni di convincimento, a trascinare con noi in questo soggiorno.

Carla ha una passione particolare per le piante dalle bacche arancioni così frequenti da queste parti e ben apprezzate dagli uccelli. Nonostante mio padre in passato sia stato un cacciatore, non ne conosco il nome. Però una delle fotografie allegate toglierà ogni dubbio riguardo a ciò di cui sto parlando.

Orbene, per esaudire la richiesta di Carla e fare alcuni scatti ad una di queste piante che si erge maestosa (ben più grande di quelle solitamente viste), proprio qui dietro casa nostra nel giardino di un vicino, sono uscito a mezza mattina con la mia digitale da battaglia.

La mia non è una passione vera e propria per la fotografia, anche se mi piace scattare fin dalla tenera età, quando con entusiasmo mi mettevo dietro all'obiettivo dell'Agfa di papà.

Appena fuori casa, però, sono stato colto dalla stessa frenesia che ci prende quando esco con i miei ex-colleghi di lavoro, tutti amici appassionati della fotografia. Ho cominciato a scattare convulsamente per catturare quanto vedevo intorno e tutto mi sembrava avere una luce nuova: tanti scorci ben noti che, come d'incanto, assumevano un fascino nuovo, quasi li vedessi per la prima volta solo ora.

Il paese è veramente piccolo ed in pochi minuti lo si attraversa da cima a fondo. Nonostante questo, sono numerosi i punti di attrazione, gli angoli pittoreschi, i contrasti fra i vecchi ed austeri edifici rurali ed i variopinti caseggiati ristrutturati. Soffermandomi però in vicoli od angoli che destavano la mia curiosità, non mi rendevo conto del rapido scorrere del tempo. Preso da scrupolo sono ritornato un attimo verso casa per avvisare mia moglie del fatto che mi ero immerso in questo reportage estemporaneo su Livemmo e sui suoi gradevoli scorci panoramici.

Questo paesino non ha vocazioni turistiche e quindi non è attrezzato per accogliere un grande afflusso di persone. La riprova l'abbiamo avuta in questa prima domenica di agosto, data in cui scrivo, dove il rally automobilistico che ha attraversato alcune vie d'accesso limitrofe ha attirato numerosi appassionati e sportivi creando non pochi problemi alla viabilità nelle anguste e tortuose strade di montagna.

L'idea di scrivere queste cose mi è venuta ieri sera mentre ascoltavamo in piazza alcuni brani musicali proposti dalla banda di Salò. Dopo un inizio incerto, in cui mi era parso di cogliere alcune imprecisioni nell'esecuzione, l'armonia d'insieme e le gradevoli melodie del repertorio adatto ad un pubblico di villeggianti non troppo esigenti, hanno saputo suscitare emozioni e gradimento corale.

Considerare Livemmo come il centro del mondo è sicuramente eccessivo e sopra le righe. Però ogni luogo in cui si possa stare, anche solo per qualche giorno, bene come a casa propria, per così dire, diventa il centro del nostro universo di affetti e del nostro vivere.

























venerdì 10 luglio 2009

La torre di Babele


Ancora qualche giorno e poi arriveranno anche per noi le tanto agognate ferie.

In questi giorni sto concludendo la localizzazione in diverse lingue di un programma per la gestione dei parcheggi. Quest'applicativo è frutto di un progetto nato alcuni anni fa e commercializzato oltre che in Italia anche in diverse altre parti del mondo. In queste ultime settimane è uscita la seconda versione che introduce diverse importanti innovazioni che non erano presenti nella prima edizione e che vengono così a soddisfare le richieste di clienti sempre più esigenti.

Quest'applicazione è sviluppata ovviamente in italiano, ma subito dopo, quando raggiunge lo stato di maturità ed è pronta per la distribuzione sul mercato, viene tradotta, non solo nelle lingue più comuni come l'inglese, il francese, lo spagnolo ed il tedesco, ma anche in tante altre come l'olandese, il polacco, il rumeno, il russo e perfino il cinese.

La traduzione dei testi, almeno per le lingue principali, è effettuata da un'azienda specializzata in questo tipo di servizio. Per gli altri paesi il lavoro di conversione nella lingua locale viene svolto in collaborazione con i vari distributori esteri.

Quando la traduzione è terminata, si procede all'assemblaggio dei testi per ottenere il programma finale. La cosa non può essere svolta in maniera completamente automatica e richiede qualche aggiustamento manuale per sistemare a dovere le varie schermate.

Grazie a questa attività finale di controllo riesco di tanto in tanto ad imparare qualche nuovo vocabolo nelle lingue di maggior diffusione. Non è però infrequente che mi imbatta in termini dal suono familiare anche nelle lingue meno comuni, addirittura anche in cirillico. Credo che in questo mi sia d'aiuto qualche reminiscenza di greco e latino del liceo.

In mezzo a tutta questa sorprendente diversità sembra comunque di scorgere una radice comune per tanti di questi linguaggi. Non voglio affermare che tutti gli idiomi abbiano avuto la genesi da un unico capostipite, come invece andava dicendo il padre della protagonista del film "Il mio grasso, grosso, matrimonio greco" che per ogni termine riusciva a trovare una derivazione dalla lingua ellenica.

Con la globalizzazione, col tempo, tante culture locali rischiano di sparire dalla faccia della terra. Non credo però che si arriverà mai ad avere un unico linguaggio uguale per tutti. Dove ha fallito l'Esperanto forse un domani riuscirà l'Inglese affiancandosi come seconda lingua.

Speriamo però che ci si intenda veramente. Per chi chiede "pane", la risposta non sia "bombe". Per chi invoca "libertà" la replica non sia "oppressione" e "sfruttamento".

Per dirla con una parafrasi tolta dal film "A beautiful mind", a proposito di "dinamiche dominati", perché la cosa funzioni anche in campo economico, bisogna imparare a perseguire ciò che è vantaggioso per l'individuo e contemporaneamente lo è anche per la collettività".

domenica 21 giugno 2009

Ciao Piera


Mentre alzavano la tua bara in alto per infilarla nell'ultimo loculo, tuo fratello Maurizio rompeva così il mesto silenzio salutandoti per l'ultima volta a voce alta, con le braccia alzate, trascinando noi tutti in un lungo, sentito, fragoroso applauso. Ciao, Piera.

Pochi giorni prima mi trovavo al lavoro quando l'impiegata mi passa una telefonata di Manuela, cara amica di sempre. La meraviglia si muta ben presto in preoccupazione. Non la sento mai quando sono in ufficio. Forse c'è qualcosa di urgente che desidera farmi sapere.

Mi chiede se non so ancora niente. Evidentemente no. Poi s'interrompe singhiozzando, con la stessa intensa commozione di quando anni fa fui io a chiamarla per comunicarle il decesso di Santina. In lacrime, a fatica, mi dice che hanno trovato Piera morta nel letto, ma non sa altro perché non è stata in grado di contattare nessuno dei parenti stretti.

La ringrazio per questa premura nel farmi sapere l'accaduto e ci congediamo. Non riesco a capacitarmi. Riaccendo il telefono cellulare e mi porto verso l'esterno dove c'è più campo. Ricevo immediatamente la notifica di un paio di chiamate da parte dei miei cognati. Chiamo subito Alfredo, il fratello di Piera, il quale mi conferma ciò che non avrei voluto sentire.

Sono molto agitato e scosso. Non posso continuare il lavoro. Ho bisogno di tornare subito a Brescia. Scendo in laboratorio ed avviso Andrea che prontamente mi segue. Neanche lui può continuare a fare le normali cose di lavoro di ogni lunedì.

Durante il viaggio di rientro trovo il modo di avvisare mio padre e mio fratello.

Senza correre arriviamo nei pressi della casa di Piera. Sul marciapiede antistante un paio di vigili e davanti all'ingresso del condominio un gruppo composto di amici. Salgo in silenzio. La porta di casa è spalancata. Trovo la mamma Maria in una stanza assistita dal medico di famiglia di Piera. Lo stato di prostrazione è totale.

Il dolore, mai sanato completamente, per la morte di Santina si aggiunge ora inaspettatamente a quello per la morte dell'altra figlia.

Ancora incredulo mi dirigo in camera dove trovo Piera distesa nel letto, coperta totalmente per pietoso rispetto. Non posso trattenermi e mi avvicino a lei scoprendole un poco il capo. E' disposta su un fianco, come se ancora dormisse. La stessa posizione di mia madre.

Quasi a trovar ragione, chiediamo lumi al medico il quale non sa dirci altro che potrebbero essere insorti problemi di cuore oppure un ictus. Quale amico di mia cognata l'aveva vista il venerdì precedente, ma nulla lasciava presagire questa fine improvvisa. L'autopsia ha chiarito poi che è stato un problema di cuore a stroncarle la vita.

Ed ora c'è la fatica di ogni giorno per andare avanti, soprattutto per il figlio e per i genitori.

Se è doloroso perdere una moglie, e questo lo conosco per averlo provato nella mia carne, nel profondo della mia anima, quanto sia devastante perdere due figlie nel giro di pochi anni, come è toccato ai miei suoceri, questo davvero non riesco a comprenderlo fino in fondo.

Questa morte improvvisa di Piera però mi ha sorpreso, ma non mi ha colto completamente impreparato. Quando l'avevo vista poco prima di Natale a casa dei suoi genitori, notandola un poco sciupata ed affaticata, avevo pensato che forse anche lei, come sua sorella, si sarebbe potuta ammalare e a questi nonni sarebbe toccato patire un'altra grave perdita.

Se può consolare, Piera ha spiccato il volo in un momento in cui si può essere fieri di lei in modo completo. Il bene da lei compiuto, anche quello più nascosto e silenzioso, com'è naturale, sta ora emergendo e le arreca onore.

Averla tumulata così in alto induce noi ad alzare lo sguardo verso il cielo. Il pensiero si fa preghiera e, sia pur nelle lacrime, alimenta la speranza di riabbracciare un giorno tutti quelli che ci hanno amato e che noi abbiamo provato a ricambiare con identico sentimento.

Mi sembra ora opportuno riportare in chiusura quello che mi scriveva Kuki Gallmann alcuni anni fa.

----- Original Message -----
From: "KUKI GALLMANN"
To: "Scuri Romano"
Sent: Monday, July 14, 2003 4:18 PM
Subject: Re: To share


Caro Romano,

ho appena ricevuto tutti gli accumulati emails; in Laikipia non ho modo di guardare gli emails regolarmente.

La vita e' un gioco che dobbiamo giocare nel modo migliore. Perdere chi si ama, drammi di vario tipo, gioie e trionfi, amarezze e delusioni sono parte del gioco e spetta a noi reagire positivamente e andare avanti fino alla fine, allegramente ma non superficialmente, fino a quando verra' anche il nostro momento, che e' inevitabile, e' solo questione di giorni settimane mesi o anni, che, al cospetto dell'infinito a cui apparteniamo non sono nulla.

La perdita di qualcuno che amiamo e' una scossa profonda, ma non possiamo far nulla per cambiare il passato; possiamo solo cambiare il modo in cui viviamo il presente, e cio' facendo il futuro, che d'altronde veramente non esiste, perche' quando lo raggiungiamo il futuro diviene presente; percio' cio' che conta e' il presente. E' l'unica vera realta'.

Il tempo ti portera' altri incontri e forse altre separazioni come a tutti noi; vediti come uno dei molti che hanno temporaneamente perduto la presenza fisica di coloro che amavano - ma non la presenza spirituale - niente si crea e niente si distrugge -; se leggi gli annunci funebri in qualsiasi quotidiano, pensa che ognuno di quelli che vanno avanti lascia madri, padri, mogli figli sorelle o amici. E' successo a te; e' successo a me; e' successo a tanti e sara' sempre cosi' perche i nostri corpi non sono che involucri perituri e la farfalla che conteniamo prima o poi, volera' via al momento giusto - anche se a quelli che restano il momento non sembra giusto, in realta' lo e' perche' il destino si e' compiuto in quel momento ed e' inevitabile -.

Qui in Africa quando qualcuno muore dicono "saa yake alipiga" la sua ora e' battuta. E accettano cio' che non si puo' cambiare.

Accettare, e andare avanti a testa alta, coi bei ricordi e l'amore che non muore, dedicandosi completamente o in parte a una causa che va al di la' del nostro interesse personale e' la chiave per guarire. Per me Emanuele e Paolo sono in ogni tramonto, in ogni elefante, in ogni folata di vento e un giorno anch'io saro' cosi' e tu pure cosi' come ora tua moglie.

Coraggio.


Kuki

giovedì 21 maggio 2009

L'altro diario


Non sto scrivendo su queste pagine da più di un mese. Nonostante la crisi economica, in questo periodo sono stato molto impegnato con il lavoro. Questo mi ha tolto la voglia di mettermi davanti ad un monitor nel mio tempo libero per raccontare ancora qualcosa di me. La vita del programmatore sa essere ricca di soddisfazioni, ma talvolta rischia di svuotarti la mente quanto, se non più, di altre professioni di concetto. Recentemente ho anche pensato di stendere qualche riflessione riguardo a quello che faccio per vivere, ma non sarà l'argomento di questa sera. Magari troverò il modo di farlo un'altra volta.

Adesso facciamo un passo indietro nel tempo di qualche mese. Era circa metà gennaio. Maria Luisa, dopo aver ricevuto l'invito, mi propone di partecipare ad una festa di compleanno. La moglie di suo cugino compie cinquant'anni e lui desidera che ci uniamo anche noi al festeggiamento della consorte. Ho conosciuto questa donna poco dopo il nostro fidanzamento. Le sue prime parole furono: "Ti aspettavamo da più di vent'anni", pronunciate con un entusiasmo ed un'affabilità tali da rendermela immediatamente simpatica.

Anticipo subito che questa festa di compleanno si è rivelata poi una serata veramente speciale, per non dire magica e di cui abbiamo serbato un continuo ricordo nei giorni successivi. Dato l'alto numero di amici e parenti invitati era stata affittata per l'occasione un sala da ballo, in altre parole, una discoteca. Tutto è iniziato in maniera molto soft scambiando saluti con quelli che man mano arrivavano. Un proiettore intanto mostrava in sequenza le fotografie di tutta una vita tolte dall'album di famiglia della festeggiata.

Poi è iniziata la musica, quella vera, coinvolgente, ma senza frastuono. Le melodie più care di un tempo ormai passato che sanno ancora sciogliere gli arti più impacciati. Ci siamo buttati nella mischia anche noi senza timore di apparire goffi o scoordinati perché tanto eravamo fra parenti ed amici e non avevamo timore alcuno di giudizio.

Più tardi, quando ormai tutti si erano scatenati a dovere, Giovanna ha preso in mano il microfono ed ha chiamato attorno a sé, sul piccolo rialzo del palco, riunendoli in vari gruppi, tutti i convenuti: i parenti del marito, i propri fratelli, i figli, i colleghi di lavoro, i volontari di questa o quell'altra attività, gli scapoli ed altri ancora fino a dare l'onore della presenza ad ognuno.

Prima del taglio della grossa torta, Giovanna si è messa comoda a sedere ed ha letto alcune righe tratte da un diario.

Quella lettura non è scivolata via nella mia indifferenza. Poco prima del compleanno di Alessandra ci trovavamo in libreria per acquistarle un canzoniere. Ultimamente si è presa la passione per la chitarra e mia moglie ha pensato che fosse una buona idea regalargliene uno. Non contenta di fare l'acquisto per mia figlia soltanto, ha pensato bene di regalare un libro anche a me. E' stato allora che mi è venuto in mente il libro citato da Giovanna. Non ne ricordavo però il titolo e quindi abbiamo telefonato ai cugini per farcelo dire.

Con nostra sorpresa in quel momento si stavano godendo una vacanza a Ginevra. A me sembrò di essere in contatto con il mondo intero e che la risposta a quanto stavamo cercando arrivava con facilità da molto lontano.

Così ci siamo portati a casa il Diario di Etty Hillesum, edito dall'Adelphi. Non era per me così famoso come l'altro diario, quello di Anna Frank, ma dal piccolo assaggio che ne avevo avuto mi sembrava che meritasse certamente una lettura. Dopo aver sostato intonso per un po' sul mio comodino ora in questi giorni ne sto ultimando la lettura. Mi rendo conto di essermi dilungato un po' troppo nel racconto e non c'è ora molto spazio per qualche citazione che magari inserirò più avanti.

Termino solo dicendo che mi ha colpito molto la chiara coscienza di questa persona sul fatto che era ormai in atto lo sterminio del popolo ebreo a cui lei apparteneva e che, nonostante questo, conservava una grandissima fiducia nella vita e non perdeva occasione per sottolinearne la bellezza ed il senso.

Le sue parole in qualche modo la rendono ancora viva, le sue riflessioni le sopravvivono e la sottraggono dall'oblio.

sabato 18 aprile 2009

Banchieri usurai


Avrei voluto descrivere tutto il mio disappunto nel ricevere ieri l'estratto conto della banca, ma non so se ci riesco.

Allegato al resoconto mensile dei movimenti delle entrate e delle uscite c'era anche la comunicazione in regime di "trasparenza bancaria" con cui mi si informa che sono variate alcune delle condizioni che regolano il rapporto di conto corrente bancario.

Gli interessi creditori dal prossimo mese verranno ulteriormente ridotti ad un ridicolo 0,005% (Mi sono domandato quanti zeri dopo la virgola hanno ancora a disposizione per effettuare ulteriori ribassi prima di dover cambiare il sistema gestionale in uso).

Di seguito fanno poi sapere che l'interesse debitore in assenza di fido verrà anch'esso adeguato e dall'attuale 13,00% scenderà al 12,96%. Tutto questo come logica conseguenza per la diminuzione del tasso di sconto operato dalla banca centrale europea.

Ditemi voi se non è usura mantenere una così alta sproporzione fra gli interessi attivi e quelli passivi.

Non tutti i mali vengon per nuocere e la crisi di questi giorni probabilmente riporterà un maggior equilibrio nell'economia mondiale e un maggior senso etico negli affari. Forse anche solo perché pare che questo sia l'unico modo per fare in modo che le cose funzionino più a lungo.

O forse no. Forse non succederà nulla di tutto questo. Chi ha bruciato i soldi degli altri con investimenti truffa continuerà a barcamenarsi e passato il momento più duro tornerà a fare danni. Saranno altri a dover patire, come del resto hanno sempre fatto. Il mondo è dei furbi e si sa, è così che vanno le cose.

Sogno una vita diversa. Immagino un'esistenza in cui non sia negata l'intraprendenza individuale e la creatività di quanti vogliono mettere a frutto le proprie capacità. Vorrei che l'umanità tutta trovasse la via per raggiungere un vero benessere collettivo stabile e duraturo.

Ma forse questo è un sogno sbagliato. Forse non siamo destinati a vivere tutti con equità. Un'esistenza in cui ognuno si prodiga per far stare un po' meglio l'altro ed un po' meno bene se stesso, alla lunga potrebbe risultare noiosa. Come diversivo si potrebbe tornare così a sopraffare l'altro.

Forse il mondo è già perfetto così com'è fatto adesso, con le sue imperfezioni, con le sue grandi contraddizioni, con le sue ingiustizie, con le sue possibilità, con le sue aperture al tutto ed al niente.

sabato 4 aprile 2009

Luce nelle tenebre


Mercoledì sera ero a cena con alcuni amici, gli stessi ex-colleghi di lavoro con cui ho trascorso lo splendido fine settimana a Padova e dintorni quest'autunno passato.

Ancora una volta abbiamo messo le gambe sotto al tavolo de "L'aquila rossa" a Padernello. Questo locale evoca in me ricordi di antiche taverne romane. Non che io abbia una precisa idea di come esse fossero, ma l'ambiente rustico che qui ritrovo rimanda il pensiero indietro nei secoli quando nelle case non c'era il lusso dei nostri giorni.

La cucina è di buon livello. Mangiamo in abbondanza quasi tutto quello che c'è, gustando il sapore genuino dei piatti tipici di queste terre. Com'è normale, non manca sulla tavola un buon bicchiere di vino rosso che rallegra lo spirito e scioglie la lingua.

E' il giovane Lorenzo, come lui ama definirsi, a tener banco con i suoi racconti di lavoro e della comune passione per la fotografia. Credo che lui provi un piacere particolare nel sedere a tavola da protagonista ed intrattenere brillantemente gli amici con aneddoti vari che fanno aprire la bocca più al riso che al cibo.

Al termine della cena ci soffermiamo ancora alcuni istanti lungo la via del paese che porta al Castello. L'altro collega Roberto, che abita a pochi chilometri in quel di Quinzano e che conosce bene le geometrie di questi luoghi, mi fa notare le particolari aperture in stile casa-bottega che sono insolite dalle nostre parti.

Il cielo lascia andare qualche gocciolina di pioggia. Apro il bagagliaio dell'auto e sfilo dal fondo un ombrellone da spiaggia che Santina aveva ricevuto in regalo cambiando l'olio presso un distributore di carburante. Non è mai stato aperto e l'occasione mi pare un tantino strana per farlo ora dopo così tanti anni. Ho anche un ombrello normale, ma così facendo speravo di dar riparo anche agli altri quattro amici. Resto un po' deluso nel vedere che la superficie di copertura non è poi così generosa come mi aspettavo. Poco male, non piove troppo forte.

Passeggiamo fino in fondo alla via, dove scorgiamo nel buio la sagoma dell'austero castello. Il disordinato cantiere, visto in precedenza, lascia ora il posto ad una regolare cinzione. Penso che qualche volta sarebbe bello tornare a vederlo col sole e non sempre di notte alla fioca luce di un lampione che rischiara un poco le tenebre.

Il muggito di qualche vacca che proviene da una delle stalle adiacenti sembra volerci spronare ad andare a letto. Quando ci salutiamo è passata da pochi minuti la mezzanotte. Non ritorno verso Brescia, ma scendo verso Cremona dove mi aspetta Maria Luisa.

Cerco di viaggiare lentamente nel buio della notte, ma l'auto sembra aver fretta di arrivare. Mentre sto giungendo nei pressi di uno dei tanti paesini di campagna che mi separano dalla città, m'imbatto in un grosso leprotto che proviene lesto da destra. Ha la precedenza e con una brusca frenata lo lascio passare. Per associazione d'idee mi viene in mente il titolo di un bel film visto in gioventù: "Corsa della lepre attraverso i campi".

In un attimo sono a destinazione. Non è troppo tardi e vedo ancora gente che si muove per le vie del centro. Cercando di non far troppo rumore salgo in casa. Mi piace muovermi al buio, ma Maria Luisa ha lasciato accesa la luce del mio comodino e così non devo sfoderare le mie doti di micio. Lei ha il sonno leggero e sentendomi arrivare si sveglia. Trovo ad accogliermi il suo assonnato sorriso che copro subito con un bacio.

Ora il letto accoglie anche me. Solo lo spazio di una breve preghiera. C'è tempo domani per raccontarci le nostre emozioni della giornata. Buonanotte, amore mio.

domenica 29 marzo 2009

Brasato con polenta


Sono ancora un po' assonnato in questa domenica pomeriggio di fine marzo. Non ho voglia di grandi discorsi impegnativi, che magari verranno ugualmente da sé. Lascio quindi scorrere liberamente le dita sulla tastiera del PC, mentre qualche pensiero prende lentamente forma nella mia mente.

Quelli delle previsioni meteo ci avevano preannunciato un fine settimana piovoso, come poi è stato. Per il pranzo domenicale avevo deciso di preparare un brasato con polenta. Lo faccio secondo una ricetta tutta mia in deroga all'ortodossia culinaria. Si dovrebbe lasciare la carne in infusione per parecchie ore. Non l'ho mai fatto. Al massimo, per accorciare i tempi, sono arrivato a fare iniezioni di vino con una siringa, dopo averlo letto su una rivista che riportava l'intervista di un cuoco milanese d'avanguardia.

La cucina è creatività e, quando si ha confidenza, si finisce per trasgredire fin troppo facilmente quelle che sono le regole consolidate sperando comunque che il risultato sia altrettanto buono.

Dopo aver fatto soffriggere in un po' di olio e burro abbondante cipolla, aglio, prezzemolo, sedano bianco e carote finemente tritati, ho messo nella capiente pentola due pezzi di carne a rosolare. Un pezzo più grande di cappello di prete ed una parte più piccola di manzo meno pregiato. Quando cominciava a prendere colore ho aggiunto un bicchiere e mezzo di buon barbera ed una piccola scatola di polpa di pomodoro. Ho regolato il tutto, come si usa dire sui ricettari, con un po' di dado granulare, un pizzico di cannella, noce moscata sale pepe e peperoncino ed abbondante acqua fino a sommergere completamente la carne. Così a naso, "senza guardare", come faceva la mamma di Daria Bignardi di cui abbiamo letto nel suo recente libro.

Per aumentare un poco la consistenza ho aggiunto tre piccole patate. Rimestavo di tanto in tanto con un cucchiaio di legno in modo che la carne prendesse bene la cottura da ogni lato. L'ho lasciata cuocere così a fuoco lento per oltre due ore e mezza nella serata di sabato, che solitamente passo guardando in tv la trasmissione "Che tempo che fa".

Questa mattina ho tolto la carne e con il frullatore ad immersione ho tritato le verdure in modo da rendere il tutto omogeneo, senza troppo zelo perché qualche pezzettino allo stato naturale a me non dispiace. Dopo averla affettata per il verso giusto, ho immerso nuovamente la carne in pentola affondandola accuratamente nel suo denso brodo di cottura.

Al termine della messa son tornato lesto verso casa ed ho preparato l'immancabile polenta d'accompagnamento. Mancava Andrea che era impegnato in ritiro con gli adolescenti della parrocchia. Nonno Luigi ha preso il suo posto a tavola e ci ha intrattenuto allegramente con i suoi discorsi. Non sono mancati i complimenti di rito che riporto soltanto per dovere di cronaca, casomai qualcuno avesse nutrito qualche dubbio circa il buon esito del mio impegno in cucina.

Il barbera stappato la sera prima ha allietato il nostro pasto. Ne ho versato un goccio anche ad Alessandra e le ho racconto di quando, poco più che diciottenne, mi trovavo al Gottolengo di Torino per un'esperienza di servizio ai malati. Al reparto San Vincenzo avevo conosciuto l'affabile Gaetano che, nonostante la sua diversa abilità, si dimostrava uomo di mondo. Il giorno che me ne andai tolse dal suo armadietto una bottiglia di barbera e la stappò in mio onore come segno di gratitudine e di amicizia.

Ho bevuto altri barbera nella mia vita, ma quel gusto un po' frizzantino non lo avevo mai più riassaporato finché ieri sera non ho stappato quella bottiglia prelevata poche ore prima dallo scaffale del nostro supermercato.

sabato 7 marzo 2009

Otto marzo


Oggi è stata una gradevole giornata pre-primaverile. Ho vinto la pigrizia che di solito mi prende nel fine settimana ed ho proposto a Maria Luisa di uscircene per una passeggiata nel tiepido sole del primo pomeriggio.

Ci siamo incamminati verso la zona collinare denominata Campiani. Mano nella mano abbiamo attraversato il quartiere e siamo passati davanti alla chiesa parrocchiale di Urago Mella. Le campane a morto ci preannunciavano un funerale. Ci siamo dati braccetto per un maggior contegno esteriore mentre camminavamo sul sagrato della chiesa. La cerimonia era ormai conclusa ed il breve corteo stava già muovendosi in direzione del cimitero, mentre poche persone anziane si attardavano ancora sul piazzale.

Indico alla moglie l'edificio più piccolo della pieve antica che sorge proprio a fianco della nuova chiesa. Il suono delle campane proviene dal campanile del vecchio edificio e la cosa desta in me un certo stupore perché pensavo fossero ormai in disuso.

Il nostro cammino prosegue, in verità non troppo spedito. Attraversiamo le vie del vecchio borgo su cui si affacciano tanti cascinali ristrutturati, presumibile dimora di benestanti, a giudicare dalle autovetture parcheggiate nei silenziosi cortili.

Lasciato l'asfalto, ascendiamo ora lungo una ciottolosa strada. Vien voglia di togliersi il maglione ed arrotolare le maniche della camicia. Maria Luisa sfoggia una candida maglietta con lo stemma del collegio Ghislieri di Pavia dove ha studiato. Mi viene in mente che, durante il cenone di fine anno, dall'amica Flavia avevamo fatto il proponimento di fare un salto a Pavia durante la prossima festa del primo maggio. Mando un SMS a Flavia per rammentarle la proposta.

Volgendoci indietro, attraverso i rami ancora spogli, riusciamo ormai a scorgere in distanza quasi tutta la città. Nel clima gradevole di questo pomeriggio ogni tanto ci facciamo raggiungere da qualche camminatore più lesto di noi, nonostante l'aspetto tradisca un'età più avanzata. Non abbiamo fretta. Ci lasciamo piacevolmente sorprendere da qualche farfallina che svolazza qua e là e dal frusciare delle lucertole lungo il sentiero. E' lo stesso che in gioventù avevo percorso con Santina ed altri pochi amici fino a Santa Maria del Giogo, sopra il lago d'Iseo. Il sentiero delle tre valli bresciane facilmente riconoscibile per le due strisce di colori sovrapposti: il bianco e l'azzurro, come quelli della squadra di calcio della nostra città.

Chiacchierando amabilmente, con qualche tenera effusione quando non incrociamo altri passeggiatori, arriviamo in cima e la vista dall'alto apre il nostro cuore alla gioia. Giunti nel punto in cui i vari sentieri s'incrociano decidiamo di fermarci. Lì nei pressi c'è uno spiazzo con un roccolo per cacciatori. Le gabbie son tutte vuote. Maria Luisa getta il maglione per terra e si stende al sole, con il viso protetto dall'ombra di un piccolo cespuglio.

Non sono vestito così sportivamente da potermi permettere la stessa mossa. Recupero un masso, non troppo grande da poter essere spostato con una sola mano. Nell'altra tengo il maglione che non ho voluto allacciare in vita per non stiracchiare le maniche. Mi accorgo che quella candida pietra di origine calcarea mi lascia i polpastrelli imbiancati ed allora vi poso sopra un fazzoletto. Poi mi siedo dando sollievo alle gambe e mi godo la vista in lontananza del monte Guglielmo scintillante per le recenti nevicate.

Ci vien voglia di condividere la gioia di quel momento con qualche amico ed allora apriamo il cellulare e chiamiamo Emanuela e Gianni. Anche loro stanno passeggiando nel parco vicino a casa, spinti fuori da questo bel sole di marzo.

Qualche attimo ancora ed è già ora di scendere. Il ciottolato rende la discesa un tantino scomoda. La suola non troppo spessa delle mie scarpe non ammortizza bene le asperità del percorso. Ma la piccola pena non dura a lungo ed in breve ritorniamo a pestare l'asfalto.

Facciamo una piccola sosta in un bar del quartiere, dove ci ristoriamo con un buon thé caldo.

Domani sarà l'8 marzo. Festa delle donne e di tutti gli uomini che le amano.

sabato 21 febbraio 2009

La via


Qualche sera fa Maria Luisa mi ha fatto leggere questa lettera. Insieme abbiamo convenuto che ci ritroviamo pienamente in tutte queste parole scritte con straordinaria semplicità e chiarezza di visione. Concordiamo e troviamo confortante il contenuto di tutte queste riflessioni che possono essere, a nostro giudizio, ampiamente condivise anche da chi non crede.

Cari genitori,
la prima vocazione di cui voglio parlarvi è la vostra, quella di essere marito e moglie, papà e mamma. Perciò la mia prima parola è proprio per invitarvi a prendervi cura del vostro volervi bene come marito e moglie: tra le tante cose urgenti, tra le tante sollecitazioni che vi assediano, mi sembra che sia necessario custodire qualche tempo, difendere qualche spazio, programmare qualche momento che sia come un rito per celebrare l'amore che vi unisce. L'amore che vi ha persuasi al matrimonio non si riduce all'emozione di una stagione un po' euforica, non è solo un'attrazione che il tempo consuma.
L'amore sponsale è la vostra vocazione: nel vostro volervi bene potete riconoscere la chiamata del Signore.
Il matrimonio non è solo la decisione di un uomo e di una donna: è la grazia che attrae due persone mature, consapevoli, contente, a dare un volto definitivo alla propria libertà.
Il volto di due persone che si amano rivela qualcosa del mistero di Dio. Vorrei pertanto invitarvi a custodire la bellezza del vostro amore e a perseverare nella vostra vocazione: ne deriva tutta una concezione della vita che incoraggia la fedeltà, consente di sostenere le prove e le delusioni, aiuta ad attraversare le eventuali crisi senza ritenerle irrimediabili.
Vi invito a pregare insieme, già questa sera, e poi domani e poi sempre: una preghiera semplice per ringraziare il Signore, per chiedere la sua benedizione per voi, i vostri figli, i vostri amici, la vostra comunità; per tutte quelle attese e quelle pene che forse non si riescono neppure a dire tra di voi.
Vi invito a trovare il tempo per parlare tra voi con semplicità, senza trasformare ogni punto di vista in un puntiglio, ogni divergenza in un litigio: un tempo per parlare, scambiare delle idee, riconoscere gli errori e chiedervi scusa, rallegrarvi del bene compiuto, un tempo per parlare passeggiando tranquillamente la domenica pomeriggio, senza fretta.
Vi invito ad avere fiducia nell'incidenza della vostra opera educativa: troppi genitori sono scoraggiati dall'impressione di una certa impermeabilità dei loro figli, che sono capaci di pretendere molto, ma risultano refrattari ad ogni interferenza nelle loro amicizie, nei loro orari, nel loro mondo. La vostra vocazione ad educare è benedetta da Dio: perciò trasformate le vostre apprensioni in preghiera, meditazione, confronto pacato.
Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto.
Educare è una grazia che il Signore vi fa: accoglietela con gratitudine e senso di responsabilità. Talora richiederà pazienza e amabile condiscendenza, talora fermezza e determinazione, talora, in una famiglia, capita anche di litigare e di andare a letto senza salutarsi: ma non perdetevi d'animo, non c'è niente di irrimediabile per chi si lascia condurre dallo Spirito di Dio: abbiate fiducia e non perdete la stima né di voi stessi né dei vostri figli.
Educare è diventare collaboratori di Dio perché ciascuno realizzi la sua vocazione.


Tratto da una lettera del Card. Carlo Maria Martini a tutti i genitori.

sabato 7 febbraio 2009

Morto che parla


Oggi è il mio ultimo giorno da quarantaseienne: domani avrò 47 anni.

Anche se questa mattina era forte la tentazione di raccogliere l'invito di Maria Luisa e restarmene a letto a riposare, sono uscito di casa assieme a lei per accompagnare a scuola Alessandra.

Naturalmente, visto che era ancora troppo presto per recarci al supermercato, ne abbiamo approfittato per far colazione in pasticceria. Il solito via vai lento ed assonnato del sabato mattina. Fra un mio sbadiglio e l'altro adocchio chi entra: qualche volto già visto e qualche sconosciuto. Sono come al solito colpito da una coppia: lei bionda e lui calvo. Di li a poco li raggiunge un'altra donna mora ed il terzetto fa colazione insieme. Entra anche un'altra persona che conosco e che gestisce un'agenzia di onoranze funebri. Questo giovane signore è preceduto dalla moglie, che non posso far a meno di notare per la discreta bellezza. Poi mentre distolgo lo sguardo distratto, lui mi vede e mi saluta gentile, come quando c'incrociamo a messa.

All'uscita, mentre già in macchina stiamo per andarcene, scorgo la signora bionda che si allontana sola: come la volta precedente. Sinceramente avrei voluto sapere qualcosa di più riguardo a quelle persone. Lui e lei che arrivano assieme, ma poi lui si ferma con quella arrivata più tardi, mentre la prima se ne va quasi con aria scocciata o almeno così a me sembra. Quasi senza rispetto, lontano da orecchi indiscreti, dico a mia moglie che forse una è per la notte e l'altra per il giorno. E poi dicono che gli uomini non sono pettegoli...

Immancabilmente bisticcio con Maria Luisa per chi debba pagare la spesa. Di solito si fa al contrario, cioè per non pagarla; invece noi amabilmente litighiamo per poterlo fare. Come per lavare i piatti. A me piace e quindi sgomito per avere il dominio del lavello. Cerco di farle capire che lei si occupa di altre cose, ma ne ho un bel donde. Dovreste assistere a questi siparietti di vita domestica. Magari lei sta stirando ed io cucinando. Immancabilmente mi chiede se ho bisogno di una mano. Una donna così, senza l'aiuto dall'alto, non sarei mai riuscito ad incontrarla.

Mentre sto finendo di pulire il bagno, colto da non so quale ispirazione, alzo gli occhi al cielo e vedo alcune macchie di bagnato sul soffitto. Accidenti! Lo sapevo. Con le nevicate dei giorni scorsi s'è mossa qualche tegola sul tetto ed ora, con le piogge abbondanti che continuano a tormentarci, qualche rivolo d'acqua filtra attraverso le intercapedini. Me lo sentivo. Credo di avere le premonizioni per queste cose. Appena finito di passare lo straccio per terra dovrò salire a dare un'occhiata. Mi vien male. Il nostro tetto è molto spiovente e non mi ci arrampico mai volentieri.

Saranno almeno dieci anni che non salgo a sistemare qualche tegola che il tempo o le precipitazioni nevose hanno fatto scivolare un poco in basso creando zone scoperte dove poi l'acqua s'infila. Grazie al cielo Maria Luisa non mi ostacola più di tanto, anche se chiaramente non è tranquilla, come non lo sono io del resto. Per muovermi in sicurezza sulle tegole, infilo un grosso paio di calzettoni che usavo anni fa durante il corso di yoga.

L'ascesa attraverso l'apertura del pianerottolo è leggermente difficoltosa perché la scala più lunga che posseggo mi costringe comunque a qualche allungamento. Penso che non ho più trent'anni, che il secondo matrimonio mi ha messo attorno alla vita altri chili di troppo, ma procedo con meraviglia ed agilità che non sono naturali per un fisico poco allenato e molto poco sportivo come il mio. In soffitta sistemo alcune assi di legno di traverso sull'apertura, per evitare di ricadere da basso, ma anche per avere un appoggio quando di li a poco aprirò l'abbaino. Per fortuna non c'è vento e così posso tenerlo aperto in verticale mentre fuoriesco all'aria aperta.

Dall'alto del mio tetto la prospettiva è insolita e non mi soffermo più di tanto a guardare attorno. Si sa che la vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare, come canta dolcemente Giovanotti. Adocchio le tegole smosse e come un gatto dal passo felpato mi sposto lungo le dorsali del tetto. Maria Luisa mi chiama affettuosamente "Micio". Oltre all'abitudine di girare per casa al buio di notte avrò pure qualche altra caratteristica per meritarmi questo appellativo...

Pochi minuti ed il lavoro è fatto, senza dover chiamare un professionista: chi fa da sé fa per tre. Ma non bisogna scherzare ed avventurarsi in imprese superiori alle proprie capacità o sottovalutare le condizioni esterne. Non sarei il primo che cade dal tetto. Una volta tornato da basso mia moglie mi confida di aver patito qualche momento di vera apprensione. Non le do torto, ma dovevo farlo perché nei prossimi giorni altra pioggia ci delizierà.

Quando Alessandra ritorna da scuola le mostro impaziente il profumo che le ho comprato mentre Maria Luisa attendeva in coda alla cassa del supermercato. Assieme a tante cose positive, purtroppo ho trasmesso a mia figlia anche questa frivolezza: la passione per una buona fragranza. Quindi, quando mi dice che la sua dotazione sta per finire, non mi faccio pregare troppo, anche se quella per i profumi è una passione abbastanza dispendiosa. Ma a scuola Alessandra è stata brava e se lo merita: il voto più basso che mi ha portato da firmare è stato un sette, che poi sulla pagella è risultato anche l'unico.

Nel primo pomeriggio faccio un salto all'ufficio postale. Devo pagare il bollo dell'auto, ma anche effettuare il versamento per le adozioni a distanza. In genere tendo a farlo appena iniziato l'anno, ma tra una cosa e l'altra, questa volta sono arrivato fino a febbraio.

Al mio rientro trovo Maria Luisa già a letto che dorme. Senza far troppo rumore mi ci infilo anch'io per una gradevole pennichella pomeridiana a cui sto facendo l'abitudine, pur se di notte dormo più che a sufficienza. Invecchiare è anche questo.

Poi all'imbrunire, quando finalmente decidiamo di uscire dal letto, non so resistere alla tentazione di raccontare tutto quanto con un nuovo post sul blog. Domani è un altro giorno e si vedrà.

domenica 1 febbraio 2009

Quanto dura l'amore


Anche oggi nevica un po', ma senza troppa convinzione. Che inverno lungo e umido. Abbiamo tutti una gran voglia di sole e temperature più miti. E' questione di giorni: in un attimo sarà nuovamente primavera e torneremo a rifiorire come la vita tutta.

Ieri sera ho ascoltato alla trasmissione televisiva "Che tempo che fa" la parte finale dell'intervista a Daria Bignardi. Era presente in studio come ospite in occasione dell'uscita del suo ultimo libro. L'autrice lo scorso anno ha perso improvvisamente la madre. Ne ha scritto sul proprio blog ed un commentatore anonimo l'ha invitata a raccontare quelle cose in un libro. Queste poche parole l'hanno colpita a tal punto che ha posto nel libro un ringraziamento al lettore ignoto.

Davanti a Fabio Fazio diceva che la morte della madre è stata per lei come perdere un braccio o una gamba. Questa frase non mi è scivolata via indifferente. Anch'io quando persi Santina mi sentii come mutilato, come se all'improvviso mi avessero tolto metà del mio corpo, come se di colpo avessi patito l'amputazione di un braccio e di una gamba. Il dolore, come l'amore, può suscitare in noi i medesimi sentimenti.

Domani nonna Celina avrebbe compiuto ottant'anni. Ho numerosi ricordi di quando ancora ero ragazzo e mamma parlava della sua vecchiaia. Chiedeva al buon Dio di concederle di vivere almeno fino ad ottant'anni. Poi con il passare del tempo questo limite s'innalzava un po' fino a toccare i novanta.

Papà invece si augurava di campare non molto di più di suo padre, che era vissuto fino a all'età di 67 anni: fu il mio primo nonno ad andarsene.

Quando i genitori invecchiano ed hanno problemi di salute, è naturale pensare che stia giungendo la fine dei loro giorni. Ma il filo non lo tagliamo noi, non sappiamo quale sia il momento e questo, tutto sommato, ci consente di vivere con serenità.

Fra i quattro nonni dei miei ragazzi, nonna Celina è stata la prima ad andarsene, un poco inaspettatamente. Santina pensava che il primo a lasciarci sarebbe stato suo padre a causa dei suoi problemi di salute. Grazie al cielo, nonostante tutto, nonno Berto, per la gioia dei suoi nipoti, è ancora qui tra noi. E spesso ci ritroviamo a pensare che sua figlia in qualche modo intercede per lui dall'alto.

Tra una settimana sarà il mio compleanno. Da un po' di tempo Maria Luisa chiede cosa mi può far piacere di ricevere in dono per questa circostanza. Non le basta sapere che il mio dono grande è lei. Ha tanto insistito per qualcosa di materiale e così ho acconsentito a farmi regalare un nuovo paio d'occhiali.

Con l'ultima visita oculistica effettuata in azienda diversi mesi fa, è emerso un lieve peggioramento della miopia. Avevo da poco subito un intervento chirurgico che poteva in qualche modo giustificare la nuova condizione visiva. Non volevo precipitarmi a cambiare le lenti per una cosa che di lì a qualche mese magari si sarebbe risolta da sola. Per dirla tutta, non volevo rendere obsoleti le due paia d'occhiali che possedevo. Fino a pochi anni fa me ne facevo bastare uno solo. Poi ultimamente, dopo il disagio patito a seguito dell'ennesima rottura, m'ero finalmente convinto a dotarmi di un altro paio.

Sabato mattina ci siamo recati insieme dall'ottico qui vicino. Ci conosciamo da anni e con lui mi sono sempre trovato bene. Eppoi chi mi conosce sa che sono abbastanza restio ai cambiamenti, anche se potrebbero arrecare qualche vantaggio economico.

Mentre c'illustra le varie novità del settore per meglio risolvere il mio piccolo problema, Maria Luisa riceve una telefonata dalla mamma e si discosta un poco per rispondere. Subito ne approfitto per far sapere all'ottico che me li vuole regalare mia moglie e quindi preferirei una cosa non troppo dispendiosa.

Prontamente mi rassicura e dice che non c'è molta differenza fra una soluzione tradizionale ed una più d'avanguardia. Subito però la conversazione si sposta su di noi e mi chiede a bassa voce se siamo sposati da molto tempo. Rispondo che siamo marito e moglie da circa un anno e mezzo. Con una certa sorpresa mi chiede se è una persona di fede. Rispondo affermativamente e faccio un accenno al nostro primo incontro avvenuto durante il pellegrinaggio a Lourdes.

Maria Luisa termina la telefonata e ritorna a sedersi vicino a noi. Renzo interrompe il discorso, quasi non voglia far sentire ciò di cui stavamo parlando in sua assenza. Non ci trovo nulla di male e dico a mia moglie che l'oculista conosceva bene anche Santina perché tanti anni fa avevano partecipato insieme al gruppo lavoratori che si riuniva lì in parrocchia.

Comodamente ci siamo dilungati in una piacevole conversazione che, partendo dall'esaltazione delle bellezze storiche bresciane, passava poi per l'enumerazione delle rinomate località culinarie cremonesi per approdare infine ad alcune nozioni di ottica che rappresentavano per me e Maria Luisa una novità assoluta, nonostante siamo inveterati portatori di lenti.

Avrò un paio d'occhiali nuovi, ma non sempre la vita si vede meglio attraverso le lenti.

sabato 10 gennaio 2009

Diamo una sedia al vescovo di Macapà


Qualche tempo fa la generosità dei benefattori di Cuore Amico ha permesso di aiutare il vescovo di Macapà, mons. Pedro Josè Conti a portare avanti la Pastorale Carceraria della Diocesi, nel penitenziario che raccoglie tutti i carcerati dello stato dell'Amapá: circa 1500 uomini e 300 donne. Gli sforzi e l'attivismo di mons. Pedro l'hanno poi portato a realizzare l'auditorium della missione, sempre grazie all'aiuto di molti benefattori.
E' un'opera di grande rilievo che dovrebbe diventare lo spazio di incontro della Comunità, ma che, allo stato attuale non è ancora pienamente utilizzabile perché necessita di essere arredata. Per questo don Pedro si rivolge ai suoi "amici di Cuore Amico" per l'acquisto delle sedie, senza le quali, ovviamente, la struttura non può funzionare come dovrebbe quale centro di evangelizzazione, ma anche di riferimento per le attività che richiedono la riunione di molte persone.
Sarebbe poi necessario attrezzare il tutto in blocchi di quattro sedie e tavolo relativo, in modo che i tavoli possano esser usati per scrivere, per esempio, o per qualche festa, dove si mangia e si beve qualcosa, come in tutte le parti del mondo.
Purtroppo anche in Brasile i prezzi sono in continua crescita, soprattutto in una regione remota come quella dove porta avanti la sua opera don Pedro, in cui le merci possono arrivare solo dopo un lungo viaggio via nave.

Servono mille sedie e duecentocinquanta tavolini:

  • costo di una robusta sedia di plastica 15 euro

  • costo di un tavolino per quattro sedie 30 euro.


"So che ricevete molte richieste e sicuramente molto più "serie" e urgenti della mia" ci scrive Dom Pedro, "ma la missione è fatta anche di ambienti e di... sedie. In luglio abbiamo realizzato una scuola di teologia per laici e hanno partecipato 255 persone. Se continuiamo così le sedie non possono mancarci!".
Diamo allora una sedia al Vescovo, costretto a stare seduto per terra, in quella lontana terra di missione e aiutiamolo a diffondere il messaggio del Vangelo anche all'Equatore.

Tratto dal periodico CUORE AMICO fondato da don Mario Pasini.

PS Non si dovrebbe dire -e pertanto questo non mi varrà come buona azione-, ma nel caso in cui questo possa stimolare qualcuno a fare altrettanto, rendo pubblico che poco prima della fine dell'anno ho fatto un versamento che si è rivelato sufficiente all'acquisto di almeno 20 sedie e 5 tavolini. Dell'amico don Piergiuseppe Conti ci si può fidare: lo conosco personalmente da quando avevo 14 anni.
Per l'eventuale oblazione vi potete appoggiare all'organizzazione CUORE AMICO di cui riporto link qui, ma anche a lato. E' la stessa con cui sostengo le mie adozioni a distanza. Lì potrete trovare i riferimenti bancari e postali per la vostra offerta che ricordo essere detraibile, nei limiti previsti dalla legge, dalla vostra dichiarazione dei redditi.