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sabato 20 settembre 2008

Il sorriso di Maria


Guarda la spianata davanti al santuario e si commuove, papa Benedetto XVI. Ci sono le barelle con i malati, le carrozzelle blu, le dame dell'Unitalsi e dell'Oftal.

Si può misurare il dolore? Il papa non elude la domanda e ammette: "La sofferenza prolungata rompe gli equilibri meglio consolidati di una vita, scuote le più ferme certezze della fiducia e giunge, a volte, a far addirittura disperare del senso e del valore della vita".

Ha celebrato una Messa solo per loro Benedetto XVI, perché a Lourdes il dolore abita insieme alla Grazia che aiuta ad affrontarlo. Ratzinger lo dice senza alcun timore: "Ci sono combattimenti che l'uomo non può sostenere da solo". E' un ragionamento sulla teologia della sofferenza quello che svolge nell'ultima mattina del pellegrinaggio alla grotta di Massabielle. E a esso oppone il "sorriso di Maria". Cercarlo, dice, "non è questione di sentimentalismo devoto o antiquato", né è "pio infantilismo".

Entra in punta di piedi nel dolore di questa folla di malati: "Vorrei dire umilmente a coloro che soffrono e a coloro che lottano e sono tentati di voltare le spalle alla vita: volgetevi a Maria".

Alberto Bobbio - FAMIGLIA CRISTIANA N. 38 del 21 settembre 2008

sabato 13 settembre 2008

Prendi questo libro e mangialo


Il Signore mi disse: "Figlio d'uomo, mangia ciò che trovi; mangia questo rotolo, e va' e parla alla casa d'Israele. Io aprii la bocca, ed egli mi fece mangiare quel rotolo.

Mi disse: "Figlio d'uomo, nùtriti il ventre e riempiti le viscere di questo rotolo che ti do". Io lo mangiai, e in bocca mi fu dolce come del miele.

Egli mi disse: "Figlio d'uomo, va', recati alla casa d'Israele, e riferisci loro le mie parole; poiché tu sei mandato, non a un popolo dal parlare oscuro e dalla lingua incomprensibile, ma alla casa d'Israele; non a molti popoli dal parlare oscuro e dalla lingua incomprensibile, di cui tu non capisca le parole. Certo, se io ti mandassi a loro, essi ti darebbero ascolto; ma la casa d'Israele non ti vorrà ascoltare, perché non vogliono ascoltare me; poiché tutta la casa d'Israele ha la fronte dura ed il cuore ostinato.

Ecco io rendo dura la tua faccia, perché tu possa opporla alla faccia loro; rendo dura la tua fronte, perché tu possa opporla alla fronte loro; io rendo la tua fronte come un diamante, più dura della selce; non li temere, non ti sgomentare davanti a loro, perché sono una casa ribelle".

Poi mi disse: "Figlio d'uomo, ricevi nel tuo cuore tutte le parole che io ti dirò, e ascoltale con le tue orecchie. Va' dai figli del tuo popolo che sono in esilio, parla loro, e di' loro: 'Così parla Dio, il Signore', sia che ti ascoltino o non ti ascoltino".

Dal libro del profeta Ezechiele (3, 1-11)

Assemblea Diocesana dei Catechisti

lunedì 8 settembre 2008

Primo anniversario


Ebbene sì, oggi è il nostro primo anniversario di matrimonio!

Il grande ed inatteso tributo di auguri ricevuti da parenti ed amici ha rinnovato in noi la gioia di un anno fa. Lo stesso sole, l'immutato affetto di tante persone care hanno ricreato l'atmosfera e la magia di quei momenti.

Per tanti versi non è stato un anno facile. Le questioni logistiche che ci hanno portato a vivere fisicamente lontani in tanti momenti, vari problemi di salute nostra e dei nostri genitori hanno fatto si che l'anno passato non sia stato solo miele.

Ma lo sappiamo che la vita è anche questo. Il nostro amore ci ha sempre sostenuto nei momenti di salute come in quelli di malattia, nei momenti di felicità ed anche in quelli di dolore. Però non ci siamo mai sentiti soli e con la preghiera abbiamo sempre percepito che Dio continua a camminare al nostro fianco. E questo è motivo di gioia grande.

Con impegno ed un poco di sacrificio abbiamo raggiunto un primo traguardo, ricco di soddisfazioni.

Come nella foto siamo in vetta, ma la meta finale è ancora lontana ed il cammino prosegue...

domenica 7 settembre 2008

Le storielle di nonno Luigi



Nei giorni scorsi mio padre ha avuto problemi di sciatica ed è rimasto bloccato in casa. Non sapendo come meglio impiegare il tempo, si è messo a scrivere quel che la mente gli suggeriva.

Ecco alcuni dei suoi raccontini. Li riporto così come li ha scritti su un foglio di carta a quadretti, con semplicità e senza intervento alcuno da parte mia.

Mio padre dice spesso: "Per essere ignoranti è sufficiente poca scuola".

Contadino della valle sabbia

I contadini di montagna sono più mandriani che contadini
aveva un bel numero di mucche una ventina. Un giorno pensò
di venderne una per avere disponibilità di soldi. cosi la piu
bella la porta al mercato di nozza. eravamo negli anni 50
la lega alla filiera aspettando che arrivino i compratori lui
intanto andò a prendere un caffé. La mucca pensò vuoi
vedere che mi vuol proprio vendere che io stavo bene dove
ero. devo pensare come fare perche lui non mi venda.
la mucca si agitò e si sporcò tutta di cacca. Da bella
che era e diventata la piu brutta di tutte passarono i
compratori ma li non si fermavano vedendo una bestia cosi
sporca. si arriva alla fine del mercato ed il mandriano
riporta la mucca a casa da li passa un suo amico e gli
chiese ai venduto la muccha nò rispose. telavevodetto che
al mercato di nozza si vendono solo mucche brutte
mentre invece quelle Belle si vendono a Montichiari


La storia dell'uccellino vagante

Le piaceva la provincia di Brescia come dimora ma un Bel
giorno si accorse che il cibo scarseggiava e lui siccome era
informato che nella provincia di Bergamo cera tanto cibo
pensò di fare un volo fino là vola di qua vola di la.
alla fini arrivò si posa su una pianta e guarda ma del cibo non ne
vede vide pero un uomo che lo guarda e capi che voleva dirci
qualcosa l'uccellino fece un canto e l'uomo le disse vai ha sud
che la c'e tanto cibo l'ucellino parti e arriva in un posto per
lui molto bello e vide tanto cibo. farfalle, zanzare, cavallette,
grilli, mosche, taffani, lucciole, e senza perdere tempo si
avventò su tutto questo cibo ne mangia tanto da capire che ne
basta per giorni ritorna poi da quell'uomo che gli aveva indicato
di andare a sud lo ringrazia e le disse l'ucellino torno in
provincia di Brescia perche la ho lasciato la mia morosa


Disagio e povertà

Siamo ancora nei periodi di povertà anni 1940 nei paesi
solo una piccola bottega per alimentari, quel mercato che
si parlava arrivava il primo lunedi del mese, però per
arrivarci a piedi occorrevano due ore, distante 15 km
localita nozza il mese preferito era quello di settembre
per le spese in quanto tra le altre cose si poteva
acquistare anche uva e fichi la frutta più desiderata
dai bambini e giovani. Allora arriva quel lunedi e si parte
due fratellini assieme il papa aveva dato un po di soldi
e spiegato cosa si doveva comperare. un secchio in aluminio
con una capienza di almeno 12 litri perche quando si mungeva
la mucca che ti dava 8 litri di latte più la schiuma era il caso
che tracimasse, avendo comperato il secchio ci fu un bel
appoggio per comperare uva e fichi ne comperarono più di
sei chili più di mezzo secchio venne poi il momento del
ritorno. abbiam fatto le nostre spese e ci son rimasti ancora
dei soldi cosi papa sara contento. E partirono la tentazione
di mangiare uva e fichi fu tale che dopo fatta poca strada
si accorsero della poca rimanenza. Dobbiamo ritornare in
dietro ad acquistarne dell'altra e cosi fecero al ritorno il
papa fu contento di aver acquistato il secchio e la frutta
e dei soldi non sene parlò più

giovedì 7 agosto 2008

La malattia mortale



No, non è perché Lazzaro fu risuscitato dai morti che si può dire che questa malattia non è mortale; è perché c'è Lui che questa malattia non è mortale. Infatti, umanamente parlando, la morte è la fine di tutto e, umanamente parlando, c'è speranza soltanto finché c'è vita. Cristianamente intesa, invece, la morte non è affatto la fine di tutto; anch'essa è soltanto un piccolo avvenimento compreso nel tutto che è la vita eterna; e, nel senso cristiano, c'è infinitamente più speranza nella morte che non, parlando in un modo meramente umano, dove c'è non solo la vita, ma una vita in piena salute e forza.
Intesa cristianamente, dunque, neanche la morte è << la malattia mortale >>, e tanto meno ciò che si chiama sofferenza terrestre e temporale: povertà, malattia, miseria, tribolazione, avversità, tormenti, pene dell'anima, lutto, affanno. Anche se una pena fosse tanto grave e tormentosa da far dire a noi uomini o almeno a chi ne soffre: << questo è peggio della morte >>, tutto ciò che, in quanto non è malattia, può essere paragonato ad una malattia, non è, nel senso cristiano, la malattia mortale.

LA MALATTIA MORTALE E' LA DISPERAZIONE

A. Che la disperazione sia la malattia mortale
B. L'universalità di questa malattia (la disperazione)
C. Le forme di questa malattia (la disperazione)

LA DISPERAZIONE E' IL PECCATO

1. Le gradazioni nella consapevolezza del proprio io
2. La definizione socratica del peccato
3. Che il peccato non sia una negazione, ma una posizione

LA CONTINUAZIONE DEL PECCATO

A. Il peccato di disperarsi per il proprio peccato
B. Il peccato di disperare della remissione dei peccati
C. Il peccato di rinunziare al Cristianesimo << modo ponendo >> di dichiararlo falsità

S.A. KIERKEGAARD - La malattia mortale - Club del libro fratelli Melita

sabato 5 luglio 2008

L'autostrada dei Rosari


E' ormai da più di due anni che con frequenza settimanale percorro quel tratto di autostrada che collega Brescia e Cremona. Praticamente da quando conosco Maria Luisa. Con quel che costa il gasolio, ma non solo per questo, ho imparato a viaggiare con tutta calma, superando raramente i 120 km all'ora. La strada è tutta diritta e nonostante possa essere oltremodo monotona in realtà non lo è.

Ho conosciuto Maria Luisa durante un pellegrinaggio a Lourdes con i miei figli. Ma il nostro amore è sbocciato dopo. Quella è stata solo la nostra grande occasione d'incontro. Guidati dall'Alto abbiamo scelto una meta comune nello stesso identico tempo e questo viaggio della fede fatto insieme ci ha dato l'occasione per muovere poi i primi passi uno a fianco dell'altra.

Una cosa che a Lourdes ha colpito molto anche i miei ragazzi fu la lunga processione domenicale. Questo interminabile serpentone di persone venute proprio da ogni luogo della terra che si muovevano con compostezza recitando la preghiera del Rosario, ognuno nella propria lingua. In mezzo a migliaia d'individui estranei, lontani anche dal nostro gruppo, non ci sentivamo soli ed avevamo il cuore gonfio di gioia.

E' questo il miracolo più grande che si possa vivere andando a Lourdes. La guarigione dell'anima che arreca un beneficio più durevole rispetto a quella del corpo.

E' questa la sensazione di estasi provata al ritorno, come per i discepoli scesi dal Tabor.

La continua preghiera del Rosario di quei giorni m'ha tenuto compagnia anche nei successivi giorni del mese di maggio, almeno quando potevo scendere all'oratorio dove si celebrava la Messa. Preparavo in fretta la cena per i ragazzi e poi giù a pregare. Avrei rigovernato poi al mio ritorno.

Ed intanto iniziavano i primi contatti telefonici e le prime e-mails con Maria Luisa finché il mese successivo siamo usciti insieme a cena. Ci siamo scoperti attratti l'uno dall'altra ed abbiamo camminato così giorno per giorno verso il matrimonio celebrato appunto l' 8 settembre dello scorso anno. Una data non scelta a caso, ma proprio come ringraziamento alla Madonna che è stata il motivo del nostro primo incontro.

Ed è da quei primi viaggi per spostarmi fra Brescia e Cremona che ho preso l'abitudine di recitare la preghiera del Rosario mentre percorro l'autostrada. Non amo molto la radio che spesso accendo solo per i notiziari. La recita continuata delle Ave Maria dona serenità e distende la mente che richiama il ricordo di tanti altri momenti simili.

I Rosari del mese di maggio quando ero studente in Seminario. Ero agitato per le ultime interrogazioni di filosofia, ma quella preghiera serale fatta in corale compagnia passeggiando avanti e indietro ridonava serenità.

Ricordo i Rosari dei miei genitori. Subito dopo la morte di Santina, mi capitava di passare da loro e li trovavo in preghiera. E' forse l'aiuto più grande che ha saputo darmi mia madre in quei terribili anni. Più dell'aiuto materiale per le faccende di casa che ho sempre rifiutato per non gravare su lei che era sempre stata la serva di tutti.

Ed ora qualche volta, quando viaggiamo insieme, il Rosario lo recito anche con Maria Luisa.

E' bello parlare con la propria sposa in auto, ma pregare insieme permette di raggiungere un'intimità particolare e di porsi davanti a Dio partecipando di quel grande amore che ci viene da Lui.

venerdì 6 giugno 2008

La bambolina di Anna


In un villaggio di pescatori nel nord dell'Europa vive una bambina di nome Anna.
Suo padre, come quasi tutti gli uomini di quella comunità, è un pescatore. Buona parte dell'anno il padre di Anna lo passa lontano dalla famiglia, imbarcato sul peschereccio di proprietà dell'impresa per cui lavora.
La loro casa, che un tempo era appartenuta ai nonni materni, si trova un po' fuori dal centro abitato, su in collina, e domina l'intera baia. Quando c'è bel tempo, da lassù con lo sguardo si può scrutare l'orizzonte del mare fin molto lontano.
Da alcuni mesi Anna ha imparato a riconoscere la sagoma dell'imbarcazione di suo padre, quando ancora è distante molte miglia dalla costa. Durante la bella stagione, prima che si faccia ora di cena, Anna scende un poco il sentiero che porta alla sua casa e si va a sedere nel prato sottostante, proprio nel punto in cui la visuale è migliore. Lei non sa quando farà ritorno suo padre. Non c'è una data fissa. A volte succede parecchi giorni dopo la sua partenza. Altre volte invece gli uomini hanno maggior fortuna e tornano più presto del solito con le stive piene di grossi pesci.
Anna resta seduta nell'erba con l'ampia gonna aperta ad ombrello che le nasconde le gambe. Non è sola. Tiene stretta fra le mani una bambolina che il padre le ha regalato tornando dal suo ultimo viaggio. Ogni volta che il padre ritorna, per far sentire meno il peso della sua prolungata assenza, si ferma giù alla bottega del villaggio e compera qualche pezzo di stoffa per sua madre ed un dono per lei: quasi sempre una bambolina. Anna ormai ne possiede parecchie. Sono tutte ben disposte sulla mensola della sua camera da letto. Tutte tranne una: l'ultima, da cui non si stacca quasi mai. Quando il padre ritorna e ne porta una nuova, la ripone con cura sull'asse ormai piena e quest'ultima diventa la sua inseparabile compagna nei successivi giorni d'attesa.
Un giorno, mentre Anna se ne stava ancora seduta nel prato ad accarezzare la sua bambolina, sollevando di tanto in tanto lo sguardo in direzione del mare, Peter faceva ritorno da una passeggiata in montagna. Percorreva in discesa il sentiero che fiancheggia la casa di Anna. Quando Peter le fu abbastanza vicino decise di fare una sosta ed andò a sedersi accanto a lei cercando di non spaventarla. Anna sentì i suoi passi e si voltò.
Nonostante il villaggio fosse abbastanza piccolo, Anna conosceva Peter a malapena. Il ragazzino dimostrava di avere solo due o tre anni più di lei. Sembrava però molto sicuro di sé andandosene in giro tutto solo, come in verità facevano altri ragazzi del paese suoi coetanei.
Peter fu un poco sorpreso di vedere Anna tutta sola, anche se immaginava che non si fosse allontanata molto da casa. Garbatamente le chiese cosa stesse facendo e lei gentilmente gli rispose che aspettava il ritorno di suo padre. Quando la barca stava per fare ritorno al villaggio, lei riusciva a scorgerla da lontano e così sapeva che di lì a poche ore lo avrebbe riabbracciato. Anche Peter raccontò qualcosa di sé. Descrisse quello che poche ore prima aveva visto lassù in montagna. Poi Anna gli chiese se da grande avrebbe fatto anche lui il pescatore. Peter scosse il capo. Non avrebbe seguito le orme di suo padre. Avrebbe allevato vacche o forse sarebbe diventato un contadino come gli uomini dell'entroterra.
Anna gli sorrise e sentì irrefrenabile l'impulso di offrirgli in dono la sua bambolina. Peter un po' stupito ringraziò e la portò via con sé.

sabato 31 maggio 2008

L'azzurro


Il mio colore preferito è il verde, da sempre. Ma è l'azzurro che suscita in me maggiori emozioni.

E' il nome di una canzone di Celentano, scritta da Conte. Densa d'immagini estive, di desiderio di ristoro, di antiche nostalgie, di fuga dalle noie. ... Ora mi annoio più di allora, neanche un prete per chiacchierar...

Sequenze lontane, troppo avulse dai nostri desideri moderni. O forse no, perché l'uomo, ieri come oggi, ha ancora bisogno di pane, anche se questo non basta.

Quanto azzurro nelle parole del parroco dei miei vent'anni. Durante il servizio di leva sapeva farsi a me vicino come un padre, con una semplice lettera, ma con un'amicizia che poi da sempre mi accompagna in questa vita che ha assunto nel tempo tutte le sfumature dell'iride. I colori caldi per i momenti di gioia; i colori freddi per il tempo del dolore.

Quanto azzurro nel pellegrinaggio in pullman a Lourdes. Il mistero dell'incarnazione, l'Immacolata concezione vissuti come esperienza salvifica. Quanto azzurro nell'acqua che sgorga ai piedi della grotta e che ha davvero il potere di ridonare la salute, solo che tu lo creda.

Quanto azzurro in una giornata di fuga dal lavoro per raggiungere Maria Luisa su in montagna a Siusi.

Quanto azzurro nel giorno del nostro matrimonio. In cielo, come negli occhi di tanti che hanno partecipato alla gioia di quel momento.

Quanto azzurro nel pomeriggio passato a Zone a riveder le piramidi, ad ammirare il Sebino dall'alto, come nella foto di apertura.

Quanto azzurro dietro al grigio di ogni giorno che poi è solo una nuvola leggera che lascia lacrime d'acqua e se ne va.

martedì 27 maggio 2008

Modello Unico

Alcuni giorni fa ho ricevuto una lettera dall'Agenzia delle Entrate. Ancora prima di aprirla ho cominciato ad agitarmi chiedendomi cosa c'era di nuovo che non andava.

Infatti avevo già subito in passato un accertamento fiscale per qualcosa che non tornava nella mia dichiarazione dei redditi.

Quando Santina era viva se ne occupava lei grazie alle sue competenze acquisite in occasione del suo primo lavoro svolto presso lo studio di un commercialista. Poi ho provveduto in autonomia facendomi assistere dall'ottimo programma messo a disposizione dall'Agenzia delle Entrate. Sono sicuro che anche lei avrebbe apprezzato tantissimo questo strumento dato che la scadenza per la compilazione della dichiarazione dei redditi era motivo ogni volta di notevole ansia.

Nella prima notifica mi veniva richiesto di esibire copia di tutte le fatture e ricevute relative a spese sanitarie, di ristrutturazione e oblazioni. Per un errore nella comunicazione dei dati da parte dell'INPS i miei figli non risultavano essere a carico come da me dichiarato. Il limite previsto dalla legge per essere considerati "fiscalmente a carico" è fissato in Euro 2.840,51 mentre invece dai controlli incrociati per ognuno di loro risultava un reddito di circa 3.000 Euro. Di poco superiore, ma sufficiente a farmi perdere le detrazioni d'imposta per familiari a carico.

Sapevo benissimo che la porzione di pensione di reversibilità dei mie figli non superava i 1.500 Euro e quindi fu facile scoprire che c'era stato un errore di doppia comunicazione durante la trasmissione dati dall'INPS all'Agenzia delle Entrate. Presentando copia di tutta la documentazione che avevo conservato con cura sono riuscito a sistemare la cosa. Sorvoliamo sul fatto che mi sono dovuto presentare varie volte all'ufficio territoriale di competenza prima che fosse confermata la totale correttezza della mia dichiarazione originale.

Con l'ultima notifica di questi giorni credo invece che abbiano ragione loro. Nel maggio del 2005 mio figlio Andrea ha cominciato a lavorare ed io ingenuamente ritenni che per i primi 4 mesi egli fosse a mio carico, non avendo percepito per quel periodo un reddito superiore a quanto stabilito dalla legge. Nella lettera mi veniva anche richiesto di esibire la documentazione relativa alle erogazioni liberali in denaro a favore delle ONLUS e/o delle popolazioni colpite da calamità pubbliche o da altri eventi straordinari.

Sicuramente i 1.300 Euro portati in detrazione devono essere parsi eccessivi. Ma loro non sanno che ho adottato tre bambini a distanza a cui mando regolarmente ogni anno 300 Euro ciascuno. Inoltre in quel periodo ne ho elargiti altri 400 per sostenere la costruzione di un villaggio in una delle località devastate dallo tsunami di cui sicuramente tutti abbiamo ancora un vivo ricordo.

Quando si fa un'offerta non dovrebbe sapere la mano destra quello che fa la sinistra. Però penso che un po' di pubblicità non fa mai male. Magari l'impiegata dell'ufficio delle imposte potrà trovare qualche stimolo in più per fare altrettanto.

Anche Maria Luisa che già sosteneva un bimbo con un'adozione a distanza, dopo aver appreso delle mie tre ha deciso di incrementare a due il numero delle sue.

In uno dei primissimi post di questo blog inserivo questa dedica:

Appongo una dedica per i miei figli adottivi a distanza.

A

Mallampalli Pradeep Kumar,
Nandikolla Prasanna - India e
Sofia Rufael - Eritrea

con grande affetto.

Fate come me. Adottate anche voi almeno un bambino a distanza.


domenica 18 maggio 2008

L'istante

Era una mattina nata con il vento. Le onde alte si rompevano in fragorose scrollate, nella risacca color ghiaccio. Era un mare forte e giocoso, come un cavallo giovane. E i bambini lo affrontavano con urla e risa, si lasciavano sommergere dalle onde, le attraversavano con grida, ne uscivano trionfanti. Le schiene abbronzate apparivano e scomparivano nella spuma. Genitori, nonni, fratelli li controllavano perché non si allontanassero, nell'aria limpida risuonavano avvertimenti allegri o arrabbiati. Una bimba uscì piangendo dal mare, a un ordine più deciso e squillante della madre. Tre ragazzi eccitati presero la rincorsa per tuffarsi di colpo, e un'onda li rimandò indietro con uno schiaffone.Un uomo, all'ombra dello spalto bianco di arenaria, osservava con stupore e allegria.Non aveva figli. Aveva avuto una moglie, ma gli anni erano passati e, senza sapere perché, un giorno avevano cominciato a parlarne come di una cosa lasciata indietro, non più possibile.L'uomo non aveva una particolare predilezione per i bambini: aveva dei nipoti, qualcuno simpatico qualcuno odiosetto. Ma i giovani e audaci delfini di quella mattina gli piacevano.E strani pensieri gli nuotavano in testa, leggeri e gravi, proprio come il mare che fingeva una tregua e poi si animava in sequenze di tre, quattro onde più grandi. Una di queste arrivò ai suoi piedi, fino a bagnargli i sandali.

Era l'unico bagnate solitario, tra coppie, famigliole e tribù sotto fungaie di ombrelloni. Ma si sentiva bene, come fosse tornato giovane, e si godeva ogni immagine di quella giornata, fino al lontano orizzonte.Improvvisamente, sul tratto di spiaggia davanti a lui, apparve una donna. Era magra e abbronzata, il vento le scompigliava i capelli e camminava con passi svelti. Guardava il mare inquieta.L'uomo capì subito perché.La donna non vedeva più tra le onde la figlia. Non scorgeva la cuffietta, il colore del costume, il profilo lontano, qualcosa di unico e prezioso che avrebbe potuto calmarle l'affanno del cuore.Perciò chiamava un nome a voce alta, sempre più forte. Alcuni bagnanti si avvicinarono, e lei indicava lontano.Il frastuono del mare copriva le sue parole. Solo quel nome, ogni tanto, risuonava chiaro e doloroso, e gli faceva eco il lamento di un gabbiano.Finché la donna si fermò nel punto più luminoso della spiaggia, una chiazza abbagliante di granelli di quarzo, e sembrava non avesse più la forza di muoversi, né di gridare.In quel preciso istante, l'uomo vide qualcosa di inspiegabile.Il ghiaccio azzurro delle onde si sommò al candore della sabbia e al fuoco del sole, e ne nacque una zona di luce abbacinante, la muta esplosione di una stella. In questo bagliore la snella figura della donna sembrò torcersi e dividersi in due, due corpi gemelli che sbocciarono e si separarono.Una donna corse subito verso levante, incontro alla figlia che usciva dall'acqua. La abbracciò e pianse, tenendola in braccio.Nello stesso tempo, un'altra identica donna correva dalla parte opposta, verso un gruppo di persone radunate sul bagnasciuga, chine sopra qualcosa, mentre una vecchia si metteva le mani nei capelli.Un attimo prima il mondo era uno solo. Ora niente era diverso come quei due mondi, nati in quell'istante.L'uomo non riuscì a fare un passo, non capì se doveva andare da una parte e sorridere alla madre e alla figlia ritrovata, o correre dall'altra a guardare se era accaduto davvero qualcosa di terribile.Un'onda luminosa, alta azzurra, sorse dal mare, si innalzò come un cielo liquido sulla sua testa, l'uomo chiuse gli occhi.Quando si svegliò era già notte, e la spiaggia era deserta.Non sapeva quale dei due mondi esisteva ancora. E in quale dei due viveva. Ed ebbe paura.

STEFANO BENNI
LA GRAMMATICA DI DIO
Storie di solitudine e allegria
I Narratori / Feltrinelli

lunedì 21 aprile 2008

La croce

L'ultimo mercoledì di marzo, mentre scendevo a Cremona da Maria Luisa, ho cominciato ad avvertire pesantezza di stomaco ed un certo dolore alla colonna vertebrale. Poi in piena notte mi sono svegliato accusando dolore sul fianco destro, nella zona del fegato.

Non riuscivo a riprendere sonno per il fastidio insistente. Maria Luisa avrebbe voluto portarmi al pronto soccorso, ma io non ne vedevo l'urgenza. Girando per casa cercavo di trovare sollievo e nel contempo riflettevo su quanto avevo mangiato in precedenza per trovare una spiegazione al mio malessere.

Colpa di quella pasta con i funghi consumata nel precedente pranzo? Oppure quel gran pezzo di cioccolata trangugiato ingordamente? Dopo qualche ora l'infiammazione si è placata ed ho potuto riprendere un poco a dormire.

Le sere seguenti l'episodio si è ripetuto ancora, anche se con minore intensità. Ho quindi pensato che il mio stato non fosse dovuto a qualche alimento particolare. Per precauzione mi sono subito autosospeso il vino ed indirizzato verso una dieta più leggera del solito.

E' così. In quei giorni ho addirittura pensato che la fine dei miei giorni potesse essere vicina. In piena notte ho inviato al mio capo ed al collega di lavoro un sms con la password del mio PC. Naturalmente la cosa ha provocato in loro non poco stupore. Nei giorni seguenti, quando sono ritornato in ufficio dopo il fine settimana, mi hanno chiesto se avessi avuto intenzioni suicide oppure fatto una vincita straordinaria ed avessi per questo intenzione di trasferirmi ai tropici. La seconda ipotesi mi ha fatto un po' sorridere, mentre alla prima ho risposto con estrema meraviglia. Non ne vedevo assolutamente la ragione. E' curioso scoprire cosa possono pensare gli altri di te in talune circostanze.

La settimana seguente mi trovavo di nuovo a casa di Maria Luisa. Nessuna voglia di stare davanti alla tv. Lancio l'idea di uscire a far quattro passi per le vie del centro, così tanto per goderci una serata diversa. E' magnifico il Duomo di Cremona la sera. Le luci notturne esaltano le tonalità dei suoi marmi e su di esso incombe la maestosità del Torrazzo. Restiamo un poco a contemplare il tutto con i nostri nasi all'insù. Mi vien voglia di scattare un'istantanea col cellulare e di condividere con un mms la magia di quel momento inviandolo ad un collega.

Poi sono preso da un certo languore, per non dire fame, ed invito Maria Luisa ad entrare nella gelateria che si affaccia proprio sulla piazza. Lei non ha voglia di gelato ed opta per una cioccolata con panna. Io invece oso e mi prendo una favolosa coppa Duomo. Quattro cannoncini di pasta sfoglia agli angoli a foggia di torri, biscotti e cialde e tanto gelato alla crema guarnito di caramello e nocciole in abbondanza. E' fin troppo. Insisto con la consorte affinché ne assaggi un po' anche lei.

Non era ancora mezzanotte che già mi trovavo in preda a dolori tremendi nella zona del fegato. Questa volta sono io stesso che chiedo a Maria Luisa di accompagnarmi al pronto soccorso, non prima di aver ben soppesato la cosa e capito che ne ho proprio bisogno. Mi sarebbe dispiaciuto farle fare un'uscita in piena notte, magari per una cosa che di li a poco si sarebbe potuta risolvere con un ruttino.

Le disconnessioni dell'asfalto si ripercuotono dolorosamente sul mio ventre e mi convinco sempre più di aver bisogno d'aiuto. Entro nel pronto soccorso in pigiama e ciabatte avvolto in una copertina per ripararmi le spalle. Non devo aver dato l'impressione di essere tanto grave. Mi assegnano infatti un codice verde e mi dicono di attendere nell'atrio.

I dolori però aumentano spasmodicamente. Ho voglia di picchiare pugni sulle pareti per attirare l'attenzione, ma continuo a portare pazienza perché so che sono impegnati per un codice rosso. Mi fa molto male, insopportabile, ma non sono in pericolo di vita. Posso attendere. Poi finalmente mi mettono su un lettino, mi portano in una stanzetta e mi attaccano una flebo con Toradol e Buscopan. Attendo impaziente un po' di sollievo. Dopo un'ora circa vomito e libero lo stomaco. Le analisi fatte d'urgenza rivelano un'elevata glicemia, potassio sotto il limite e transaminasi alte. Il resto nella norma. L'ipotesi dei medici è che si tratti di calcoli biliari. Serve un'ecografia per evidenziarli. Quando il dolore cessa mi lasciano andare, ma dovrò ritornare al mattino per fare questo accertamento.

L'ecografista è brava ed un poco a fatica riesce ad individuare un solo calcolo di 17 mm in fondo all'infundibolo. La colecisti è infiammata e la bile densa. Si stupisce per il valore dei globuli bianchi. Di solito sono alti mentre invece nel mio caso sono in quantità normale. Comunque dovrò essere operato.

Mi prendo un paio di giorni di malattia e nel frattempo prenoto una visita chirurgica. Il medico guarda distrattamente i referti del pronto soccorso e conclude che l'operazione è d'obbligo. Non vorrei attendere molto perché le coliche si stanno facendo sempre più frequenti. Mi congeda dicendo che entro un mese al massimo sarà sicuramente tutto finito.

La sera a casa dopo cena comincio ad avvertire nuovamente dolore. Senza indugio mi prendo le mie prime venti gocce di Alginor che contiene lo stesso principio attivo del Buscopan. Con pazienza attendo un po' di sollievo, ma più tardi sono costretto a prenderne altre 15 gocce. Il male non accenna a diminuire e quindi decido di farmi accompagnare da mio figlio al pronto soccorso della clinica in cui avrebbero dovuto operarmi.

Dopo una visita sommaria decidono di ricoverarmi. Con attaccata la flebo riesco a dormire un po'.

E' martedì 8 aprile. Oggi sono esattamente sette mesi che Maria Luisa ed io siamo sposati. Contiamo ancora i giorni come fidanzatini. Ma quella giornata è in realtà il mio Calvario. Dopo un iniziale sollievo i dolori ritornano più acuti di prima. Le flebo con antidolorifici si susseguono senza soluzione di continuità, ma il beneficio che mi arrecano è quantomai breve e sempre meno efficace.

Verso sera non ne posso più. Sono in uno stato di prostrazione totale, disumano. Avrei voglia d'infilare la finestra e gettarmi di sotto solo per far cessare il male. Capisco Santina. Ormai terminale voleva gettarsi dall'ottavo piano dell'ospedale. La sua non era disperazione, ma solo tremendo dolore. La mia operazione è stata fissata per dopodomani. Dispero di poterci arrivare. Troppo lontano.

Finalmente il medico che era impegnato in sala operatoria viene a visitarmi. Propone la morfina. Ho qualche titubanza, ma la decisione è presa. Dieci milligrammi per via intramuscolare nella natica destra. Ora cerco di capire se posso avere allucinazioni. Non ho mai assunto droghe e non ho idea di quale effetto possa farmi. Speriamo non una reazione allergica. Alla mamma di Maria Luisa è capitato.

Dopo mezz'oretta circa mi sento già un po' meglio. Mi piego su un fianco e vomitando libero lo stomaco dai resti del pasto del giorno precedente che evidentemente non avevo digerito. La notte torno a dormire il sonno del giusto.

Dieci milligrammi di liquido sono stati il sollievo definitivo. Rifiuto qualsiasi altro antidolorifico, mentre continuo infusioni di antibiotici via flebo. La vigilia dell'operazione non è pesante. Mi sembra tutto in discesa. Posso arrivare a giovedì 10 aprile in tutta tranquillità.

In quest'ospedale sono specializzati per le colecistectomie. C'è un turn-over pazzesco. Faccio notare la cosa alle infermiere e come risposta mi dicono che loro i letti non li lasciano diventare freddi.

Il giorno dell'operazione mi trova tranquillo e rilassato. Non vedo l'ora di togliermi quel coso da dentro. Trovo modo di dire al chirurgo che avverto un dolore anche nella zona dell'appendice. Già che ci sono diano un'occhiata anche a quella. Quando mi risveglio mi dice che l'hanno guardata, ma era a posto. Purtroppo non hanno potuto fare laparoscopia ed hanno dovuto tagliare. Tastandomi l'avevo capito da solo e ribatto che non importa. Sfoggerò anch'io i miei bei punti come mia madre che più di vent'anni fa aveva dovuto subire lo stesso intervento. Nonostante le oltre tre ore di sala operatoria mi sento parecchio bene. Per l'anestesia nessun fastidio. Solo un po' di disagio per il sondino nasogastrico che mi irrita la gola nel deglutire.

Nel ritornare in corsia mi accoglie il sorriso raggiante di Maria Luisa. Mio figlio Andrea è dovuto scappare a prendere Alessandra che è ormai prossima all'uscita da scuola. Immagino tutta l'apprensione dei miei figli per lo stato di salute del loro unico genitore. Ma è andata bene. Mi sento bene, molto bene. Il chirurgo, straniero, di cui non sono riuscito ad imparare il nome, ha fatto un buon lavoro.

Ogni giorno che passa miglioro con decisione. Provo quasi paura al pensiero di quanto mi senta bene ora rispetto al tanto male patito in precedenza. Parenti ed amici allietano la mia degenza con le loro visite.

Sulla cartella di dimissione leggo la seguente diagnosi: "Colecistite calcolosa gangrenosa con versamento biliare libero".

Probabilmente dovevo essere operato d'urgenza ancora una settimana prima, ma va bene così.

Poi giovedì scorso, mentre sono di nuovo in clinica per togliere i punti, ricevo una telefonata da Maria Luisa. Un mese fa si era sottoposta ad un intervento per la rimozione di un polipo. E' arrivato il referto dell'esame istologico. Dovrà togliere l'utero.

A casa, davanti a lei, scoppio a piangere e capisco perché la mia ripresa è stata rapida.

venerdì 4 aprile 2008

L'eleganza del riccio

Quando siamo stati in viaggio di nozze a Parigi, durante uno dei tanti spostamenti in metrò, ci siamo seduti accanto ad una giovane signora tutta assorta nella lettura di un libro dal titolo L'élégance du hérisson. L'interesse dimostrato dalla lettrice era tale che anche noi avremmo voluto saperne qualcosa di più, ma la nostra povera conoscenza del francese c'impediva addirittura di comprendere completamente il significato del titolo.

Una delle sere seguenti abbiamo avuto il piacere di cenare assieme ad un amico conterraneo di Maria Luisa che da parecchi mesi era in trasferta di lavoro nella capitale francese svolgendo la sua attività di geologo presso una compagnia petrolifera. Durante la piacevolissima serata passata insieme in cui lui è stato nostro ospite a tavola e noi, molto più ricambiati, suoi ospiti in giro per un quartiere del centro, approfittando della sua maggiore perizia con la lingua locale, gli abbiamo chiesto il significato del titolo. Lui prontamente ce l'ha tradotto: L'eleganza del riccio.

Qualche settimana fa, mentre eravamo al solito supermercato, sfiliamo davanti allo scaffale dei libri e nonostante la diversa copertina non m'è sfuggita la recente traduzione in italiano di quella raffinata commedia francese. Maria Luisa d'impulso me l'ha voluto regalare e prontamente l'ha infilato nel carrello. Così, a scatola chiusa, senza sapere se meritava veramente. Ma io ero sicuro che valeva la pena acquistarlo anche solo perché legato in qualche modo alla nostra luna di miele.

Ora lo sto leggendo. Il tempo libero è poco e quindi sono arrivato solo a metà, ma letta la prima pagina di un nuovo capitolo non ho potuto fare a meno di riportarlo di seguito.

Ieri sera a cena la mamma ha annunciato che esattamente dieci anni fa ha cominciato la sua "anaalisi", come se fosse un buon motivo per fare scorrere fiumi di champagne. Siete tutti d'accordo che è una cosa me-ra-vi-glio-sa! Mi pare che solo la psicanalisi possa competere con il cristianesimo nella predilezione per le sofferenze prolungate. Quello che mia madre non dice è che da dieci anni prende degli antidepressivi. Ma evidentemente non mette in relazione le due cose. Credo che gli antidepressivi non servano ad alleviare le sua angosce, ma a sopportare l'analisi. Quando racconta le sue sedute, c'è da sbattere la testa al muro. Il tizio fa <<Hmmm>> a intervalli regolari ripetendo i finali delle frasi (<<E sono andata da Lenôtre con mia madre>>: <<Hmmm, sua madre?>>; <<Mi piace molto la cioccolata>>: <<Hmmm, la cioccolata?>>). Se è così, domani posso lanciarmi anch'io nella psicanalisi. Oppure le propina delle conferenze della <<Causa freudiana>> che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non sono dei rebus ma dovrebbero avere un qualche significato. Subire il fascino dell'intelligenza è davvero molto affascinante. Secondo me l'intelligenza non è un valore in sé. Di gente intelligente ce n'è a pacchi. Ci sono molti dementi, ma anche molti cervelli eccezionali. Sarà una banalità, ma l'intelligenza in sé non ha alcun valore e non è di nessun interesse. C'è gente molto capace che ha speso una vita sulla questione del sesso degli angeli, per esempio. E molte persone intelligenti hanno una specie di bug: credono che l'intelligenza sia un fine. Hanno un'unica idea in testa: essere intelligenti, e questa è una cosa stupidissima. E quando l'intelligenza crede di essere uno scopo, funziona in modo strano: non dimostra la sua esistenza con l'impegno e la semplicità dei suoi frutti, bensì con l'oscurità della sua espressione.

Muriel Barbery
L'eleganza del riccio
edizioni e/o

Confesso che qualche anno fa mi sono sottoposto a qualche seduta di psicanalisi. Già dopo il primo incontro ne sono uscito con un enorme senso d'irritazione. Alla terza non ce l'ho più fatta ed ho detto al terapeuta(?) che preferivo interrompere. Lui si è permesso di dirmi che la mia sofferenza meritava di essere trattata. Gli ho risposto: <<Sì, è vero, ma decido io come>>.

domenica 16 marzo 2008

Cinema di periferia

Questa cosa è successa diverse settimane fa, ma solo ora trovo il tempo per raccontarla.

Maria Luisa ed io stavamo ritornando dalle abituali spese del sabato mattino. Mentre eravamo in colonna al semaforo mi capita di dare un'occhiata alla locandina di un cinematografo d'oratorio.

Non è molto distante da casa nostra. Pochi passi di buona lena e potrebbe diventare un valido ed alternativo modo di spendere il sabato sera, lontani dalle caotiche ed affollate multisala tanto in voga al giorno d'oggi.

Sicuramente la scelta è meno variegata. Direi anzi obbligata a causa di un'unica proiezione e forse per questo una serata diversa, meno scontata. Niente passerelle di mamme avvenenti o stanco vagabondare di giovanotti che ammazzano la noia del proprio fine settimana prima nel buio di una sala e poi nel frastuono di una discoteca.

Ceniamo un po' più presto del solito e poi usciamo tutti quanti. I ragazzi si dirigono verso il nostro oratorio dove ritrovano gli amici di sempre. Noi proseguiamo a passo spedito per non fare tardi alla proiezione unica delle 21.

Per strada c'imbattiamo in gruppi di giovanotti e ragazze che indugiano intorno alle proprie automobili. Dev'essere dura la vita del sabato sera: sempre qualcosa da organizzare e da fare perché il lunedì arriva presto e non si può affrontare un'altra settimana se non si è goduto la vita fino in fondo, magari con un tantino d'eccessi.

Più avanti nel nostro tragitto troviamo un negozio di frutta e verdura ancora aperto. Questa cosa mi fa tornare al viaggio di nozze a Parigi, quando non era infrequente trovare esercizi aperti anche ad ora tarda. Non si capisce bene se per desiderio di proseguire negli affari oppure perché nelle solitudini di questa esistenza altro non resta da fare che ammazzarsi di lavoro.

Condivido questi pensieri con la mia sposa e passo dopo passo arriviamo alla nostra meta. Ho sempre timore di arrivare tardi e mi rendo conto di averla costretta ad un'andatura fin troppo spedita.

Entriamo. Penso che la proiezione potrebbe essere già iniziata. Oppure non si è presentato ancora nessuno, nonostante sia ormai ora. Nell'atrio c'è gente che sorride. Chissà mai perché penso che stiano ridendo di noi. Siamo forse gli unici che hanno avuto l'ardire di buttarsi in un cinema di periferia?

Compriamo due biglietti e poi entriamo in platea. Non vedo nessuno. Siamo proprio soli. Poi udiamo provenire dall'alto alcune voci. Sono tutti in balconata. Decidiamo di tornare sui nostri passi e saliamo anche noi.

Non torno in questo locale da più di vent'anni quando mi capitava di assistere a qualche cineforum impegnato.

Il pensiero va anche alle proiezioni per periodo di leva. Anche lì in qualche oratorio di periferia con coppiette davanti a me che con le loro tenerezze mi distraevano e mi facevano perdere la trama del film.

Il pubblico del piano superiore è in verità poco numeroso, come prevedibile. Alcuni gruppi di giovani e vivaci nuclei familiari.

Tutti presi dalle vicende de "La bussola d'oro" siamo sorpresi dall'interruzione per l'intervallo a metà proiezione. Nelle multisala si è persa l'abitudine a questa cosa. Il tempo è denaro, si sa.

Alla ripresa manca l'audio. Nascono cori spontanei, prima timidi, poi ben marcati e decisi che reclamano "voce!", proprio come ai vecchi tempi. Come recita una nota pubblicità, ci sono cose che non si possono comprare, ma noi le abbiamo ricevute tutte e a buon prezzo.

Mentre ritorniamo verso casa, felici per la gradevole proiezione, ma ancor di più per esserci riempiti di tenerezza come fidanzatini d'altri tempi, incrociamo alcuni ragazzi che chiaramente escono dal nostro oratorio. Quando vi arriviamo davanti fatico un poco a convincere Alessandra a seguirci a casa. Vorrebbe fare come il fratello più grande ed aspettare ancora un po' a sciogliere la compagnia.

Un sabato diverso, non c'è che dire. Non siamo pesci nell'acquario con tutta la vita programmata. Possiamo scegliere e con sorpresa scoprire che non sono le cose lontane a darci la felicità, ma inaspettatamente la possiamo trovare anche in un cinema di periferia.

mercoledì 6 febbraio 2008

La speranza


Gesù che di sé ha detto di essere venuto perché noi abbiamo la vita e l'abbiamo in pienezza, in abbondanza, ci ha anche spiegato che cosa significhi <<vita>>: <<Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo>>. La vita nel senso vero non la si ha in sé da soli e neppure solo da sé: essa è una relazione. E la vita nella sua totalità è relazione con Colui che è la sorgente della vita. Se siamo in relazione con Colui che non muore, che è la Vita stessa e lo stesso Amore, allora siamo nella vita. Allora <<viviamo>>.

L'uomo ha, nel succedersi dei giorni, molte speranze - più piccole o più grandi - diverse nei diversi periodi della sua vita. A volte può sembrare che una di queste speranze lo soddisfi totalmente e che non abbia bisogno di altre speranze. Nella gioventù può essere la speranza del grande e appagante amore; la speranza di una certa posizione nella professione, dell'uno o dell'altro successo determinante per il resto della vita. Quando, però, queste speranze si realizzano, appare con chiarezza che ciò non era, in realtà, il tutto. Si rende evidente che l'uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre. Si rende evidente che può bastargli solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere.

Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l'universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere. Dio è il fondamento della speranza - non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l'umanità nel suo insieme. Il suo regno non è un aldilà immaginario, posto in un futuro che non arriva mai; il suo regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiuge.

La preghiera come scuola della speranza

Pregare non significa uscire dalla storia e ritirarsi nell'angolo privato della propria felicità. Il giusto modo di pregare è un processo di purificazione interiore che ci fa capaci per Dio e, proprio così, anche capaci per gli uomini. Nella preghiera l'uomo deve imparare che cosa egli possa veramente chiedere a Dio. Deve imparare che non può chiedere le cose superficiali e comode che desidera al momento.

Così diventiamo capaci della grande speranza e così diventiamo ministri della speranza per gli altri: la speranza in senso cristiano è sempre anche speranza per gli altri. Ed è speranza attiva, nella quale lottiamo perché le cose non vadano verso <<la fine perversa>>. E' speranza attiva proprio anche nel senso che teniamo il mondo aperto a Dio.

Agire e soffrire come luoghi di apprendimento della speranza

Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l'uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare.

La misura dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana. Accettare l'altro che soffre significa, infatti, assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventa anche mia.

Soffrire con l'altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa dell'amore e per diventare una persona che ama veramente - questi sono elementi fondamentali di umanità, l'abbandono dei quali distruggerebbe l'uomo stesso.

Benedetto XVI
SPE SALVI
Libreria Editrice Vaticana

sabato 2 febbraio 2008

La vita eterna


Forse oggi molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo.

Continuare a vivere in eterno - senza fine - appare più una condanna che un dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine - questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine insopportabile.

L'eliminazione della morte o anche il suo rimando quasi illimitato metterebbe la terra e l'umanità in una condizione impossibile e non renderebbe neanche al singolo stesso un beneficio.

Ovviamente c'è una contraddizione nel nostro atteggiamento, che rimanda ad una contraddittorietà interiore della nostra stessa esistenza. Da una parte, non vogliamo morire; soprattutto chi ci ama non vuole che moriamo. Dall'altra, tuttavia, non desideriamo neppure di continuare ad esistere illimitatamente.

Allora, che cosa vogliamo veramente? Che cosa è, in realtà, la <<vita>>?

Possiamo soltanto cercare di uscire col nostro pensiero dalla temporalità della quale siamo prigionieri e in qualche modo presagire che l'eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento dell'immergersi nell'oceano dell'infinito amore, nel quale il tempo - il prima e il dopo - non esiste più. Posiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell'essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia.

Benedetto XVI
SPE SALVI
Libreria Editrice Vaticana

sabato 26 gennaio 2008

Dio mi ama

In questi giorni cercavo lo spunto per qualcosa da scrivere sul blog.

Questa mattina Maria Luisa ed io, come siamo soliti fare da un po' di tempo a questa parte prima di andare al supermercato, dopo aver accompagnato a scuola Alessandra, ci siamo recati al bar della nostra pasticceria per coccolarci con un cappuccino.

Mentre attendevamo che il barista ci servisse, mia moglie ha estratto da una tasca del suo cappotto un volantino colorato che le era stato dato da uno dei suoi studenti.

Questo foglietto riporta su un lato l'immagine che potete vedere qui a fianco e sull'altro il seguente testo.

E non fare il difficile!
Intanto,comunque la pensi,
Dio ti starà addosso
tutta la vita perchè
ti ama alla follia.
Vuoi continuare
a ignorarlo?
Peggio per te,
perderai l'occasione
di vivere
la tua vera vita,
quella vita pazzesca,
diversa, piena di emozioni
che Harry Potter e le Winx
neanche si immaginano.

SCEGLIGESù.com

Ogni domenica alle 17
al Pub Le Pecore
in via Fiori Chiari, 21 (Brera) a Milano

Non so se in realtà si tratti di una trovata pubblicitaria per qualche spettacolo poco edificante oppure una brillante provocazione per qualcosa di serio ed impegnato.

Quel che a me importa è sottolineare il contenuto positivo di questo messaggio. In un certo senso sto prendendo a prestito queste parole per esprimere il mio pensiero di questi ultimi anni.

Questo Padre buono e paziente, più che starci "addosso", guarda da lontano ed attende con ansia il nostro ritorno.

Se poi siamo fra quelli che non se ne sono mai andati, riscopriamo la gioia dell'amore ininterrotto ed esultiamo con Lui per ogni smarrito che ritorna alla vita.

Le vicende di questi giorni pongono l'enfasi sul declino del nostro paese sfilacciato da tanti problemi e governato da una classe dirigente in cui non ci riconosciamo più.

Abbiamo fame e sete di tante cose materiali, ma ci preoccupiamo poco di trovare il vero cibo che non va a male e l'acqua che ha il potere di dissetarci per sempre.

giovedì 27 dicembre 2007

La pepita d'oro

Domenica scorsa, dopo messa, Maria Luisa ed io siamo stati invitati a partecipare alle prove di canto per la celebrazione del Natale.

La sera stessa ci siamo quindi recati all'oratorio della nostra parrocchia e, assieme agli amici che avevano rallegrato il nostro matrimonio in settembre, abbiamo cercato di prendere confidenza con quelle nuove melodie.

Era parecchio tempo che non salivo nei locali posti al piano superiore dove un tempo anch'io m'ero dato da fare come catechista. Ho osservato con piacere gli ambienti ordinati e dato una fugace occhiata ai cartelloni appesi, frutto del lavoro di gruppo dei nostri ragazzi.

Terminate le prove, mentre guardavo distrattamente la libreria posta nel corridoio mi sono ricordato di un breve racconto che avevo scritto da giovane. La storiella era poi diventata un audiovisivo. Alla realizzazione delle diapositive avevano collaborato i ragazzi della mia classe di catechismo. Loro seguivano con pazienza le mie indicazioni per dar vita ai personaggi della storia ed io, munito di reflex, immortalavo le loro pose.

La storiella, a grandi linee, è questa.

Un giorno un uomo, mentre arava il suo campo, trova una grossa pepita d'oro. Lo stupore e la gioia per il ritrovamento erano state grandi. Quest'uomo si considerava generoso ed altruista e quindi non voleva tenere questo tesoro tutto per sé. Mise dunque la pepita al sicuro in banca in attesa di decidere come impiegarla. Intanto si era diffusa la notizia di questo eccezionale ritrovamento come pure le intenzioni di quell'uomo. Presto numerose persone vennero a cercare questo signore per chiedergli un poco di quell'oro per i loro bisogni. Però lui rispondeva garbatamente a tutti che non aveva intenzione di disperdere e frammentare quella risorsa per tante piccole necessità. Doveva infatti servire per un'unica grande opera buona, quando se ne sarebbe presentata l'occasione. Il tempo passava ed intanto la pepita continuava a restare inutilizzata in banca. Un giorno quell'uomo morì e dato che non aveva eredi si decise di mettere la grossa pietra d'oro nella sua cassa perché fosse sepolta con lui. Non era servita a niente.

Il finale può risultare amaro, allora come oggi. Nelle mie intenzioni voleva essere uno stimolo. Meglio una storia senza lieto fine ed una vita ben spesa piuttosto che il contrario.

Mentre meditavo di scrivere queste cose ho ricevuto una telefonata da mio figlio Andrea. Ieri è partito per la montagna con un gruppo di amici. Quando l'ho accompagnato in stazione ed ho visto alcuni membri della compagnia, avevo avuto la sensazione che con loro non si sarebbe trovato troppo a suo agio. M'erano parsi un po' troppo "fighettini", come quelli che abbondano nei frivoli film del periodo natalizio. Ho cominciato a cogliere il suo disagio dai vari sms che ogni tanto ci spediva. Quando uno si diverte, ha poco tempo per scrivere a casa, ma se le cose non vanno come uno si aspetta...

L'ho sentito sconsolato e già desideroso di ritornare a casa. Questi ragazzi più giovani di lui, studentelli imbottiti dei soldi dei genitori prodighi ed irresponsabili, si stanno dando al vizio più sfrenato illudendosi di trovare gioia in cose malsane. Alludendo alla droga, ha ammesso che fra di loro circola di tutto e di più.

Credo che ora sia già sul treno che lo riporta a casa. Sono contento ed orgoglioso della scelta che ha fatto, anche se questa resa gli apparirà come una piccola sconfitta.

martedì 27 novembre 2007

Il fiore più bello

Probabilmente sarebbe meglio tacere, mantenere il riserbo. Eppure ho voglia di scrivere due righe riguardo a te, mamma.

Nella notte fra sabato e domenica ci hanno chiamato dal ricovero dicendo che eri spirata. Siamo subito accorsi e ti abbiamo trovata nel letto leggermente piegata su un fianco che parevi continuare a dormire. Sorella morte che a lungo hai invocato in tanti momenti di dubbia lucidità è venuta e ti ha preso per mano. Siamo rimasti un poco sorpresi perché quando ti abbiamo visto al mattino, Maria Luisa ed io assolutamente non avremmo pensato che quelle sarebbero state le tue ultime ore. Ti lamentavi, come facevi spesso e come la malattia ti consentiva di esprimerti. Ti dissi che comprendevo tutta la tua pena, ma che non toccava a noi stabilire i tempi ed i modi della tua dipartita e che c'era una ragione del tuo permanere fra noi. Il tuo percorso di dolore era però giunto al termine e quindi sei stata liberata da tutte le tue sofferenze e condotta nell'abbraccio di Dio. Sì, ne sono sicuro. Seguendo il Vangelo, ti sei sempre prodigata per gli altri e col tuo esempio ci stimoli a fare altrettanto.

Ed è anche per questo che il tuo funerale di oggi non è stato per me un momento di dolore intenso. Ha prevalso l'orgoglio di averti avuto come madre generosa ed aperta alla carità. Abbiamo cercato di esserti vicino come meglio potevamo in questi mesi difficili. Tu hai aiutato noi a trovare il tempo per non dimenticarci di te, per venirti a portare il nostro affetto, per apprezzare il grande carico di umanità che ancora animava le tue membra malate.

Sei stata il fiore più bello.

Grazie per il dono della tua vita.

giovedì 8 novembre 2007

Non solo soldi

L'ho rifatto. E' la seconda volta che chiedo un permesso aziendale per scrivere sul blog in orario di lavoro.

Ieri sera sono stato nuovamente a cena con i miei compagni di classe. Questa volta c'era anche don Felice Bontempi rientrato in Italia per un lungo periodo di vacanza e quindi non potevo mancare. Qualche attento lettore si ricorderà di lui per averne parlato in un precedente post (http://piccola-anima.blogspot.com/2007/03/sui-passi-di-pollicino.html) in cui illustravo l'iniziativa che ha portato alcuni dei miei compagni a costituirsi in associazione e fondare una ONLUS. Il progetto, nato in collaborazione con don Felice, sta andando avanti e su http://www.suipassidipollicino.it potete leggere altre informazioni e vedere alcune immagini.

Quasi per caso, (anche se nulla accade per caso, come ho imparato bene in questi ultimi tempi) mi sono trovato a sedere proprio accanto a don Felice. Avrei voluto cedere il posto ad altri amici che lo conoscono meglio, ma lui ha insistito perché restassi dov'ero. Fra un boccone di pizza e l'altro ho quindi avuto la possibilità di ascoltare alcune delle iniziative in cui si è trovato coinvolto in Brasile dove svolge il suo lavoro di missionario da ormai più di trent'anni.

Nelle zone rurali del Brasile i bambini non venivano mandati a scuola. Don Felice era in possesso di un camioncino e quindi ha scelto una delle tante comunità e per un paio d'anni si è preso la briga di portare a studiare un gruppo di ragazzi. Al termine di questo periodo ha comunicato che non avrebbe più continuato in questa attività di scuolabus. In seguito alle proteste dei genitori il sindaco del paese è riuscito a convincere don Felice a prolungare il servizio per un altro anno. Poi l'amministrazione pubblica si è dotata di mezzi propri ed ha continuato questo servizio. Negli anni successivi anche altre comunità, che non volevano essere da meno, hanno chiesto ed ottenuto dalle loro amministrazioni comunali lo stesso servizio.

Un'altra fetta di pizza e poi la narrazione prosegue con un altro racconto. Avendo visto i contadini svolgere il lavoro muniti di semplici zappe, decise di scrivere a diverse persone influenti per ottenere i finanziamenti per acquistare un trattore. Fra queste persone rispose solo Giulio Andreotti che tramite l'ambasciatore disse che potevano andare dove volevano a comperare il trattore e lui avrebbe provveduto a pagarlo. E così è stato. Giulio Andreotti scrisse anche che sarebbe andato a trovare don Felice, ma poi in seguito fu costretto a rinunciare per subentrati impegni di governo. Il trattore avuto in dono e messo a disposizione dei contadini per arare meglio i loro terreni fece nascere il desiderio di acquistarne altri da parte delle amministrazioni comunali. In seguito quasi tutti i paesi vicini ne avevano un paio da dare in uso ai coltivatori a prezzi di favore.

Per essere maggiormente incisivo don Felice si era buttato anche in politica, ma poi con l'uccisione del suo segretario e l'arresto di altri collaboratori è stato costretto a rinunciare. Decise allora di finanziare gli studi di alcuni bambini dicendo che il loro obiettivo sarebbe stato quello di vincere le elezioni nel 2015. Tanti di questi ragazzi sono ormai diventati adulti, si sono laureati e già oggi hanno vinto le elezioni e stanno cambiano le cose dal di dentro.

Mentre la pizza sta per finire rivolge a tanti di noi l'invito di andarlo a trovare. Ci dice di pensare solo al costo del viaggio, ma una volta là saremo suoi ospiti graditissimi, come lo è stato Luciano, il carabiniere, uno dei soci fondatori della ONLUS.

Gli accenno alle mie adozioni a distanza e gli dico che è bello andare a vedere, ma forse si dovrebbe rinunciare e mandare i soldi del viaggio per aiutare ancora di più. Con mia sorpresa dissente e dice che non è tanto importante il denaro, ma conoscere ed operare un interscambio. Mi sento punto sul vivo. Appena arrivato all'incontro avevo consegnato a don Felice una busta con un po' di soldi, come viatico per la sua missione.

Sento che ha ragione. Faccio un'offerta, magari anche generosa, ma il mio cuore è distante. In questo mondo sedicente globale ed interconnesso non conosco proprio nulla di questi miei fratelli brasiliani. Ho la pretesa di dare a loro, quando loro invece potrebbero restituirmi molto di più in cose che non si consumano.

Sopra di noi i politici si dibattono inutilmente in demagogiche questioni relative all'espulsione di cittadini stranieri e così prendono fiato incapaci di far fronte ai veri problemi del nostro paese. Nulla si sa di quanto avviene fuori dai nostri confini. Don Felice mi ha raccontato anche di una quindicina di ospedali che sono stati costruiti in Brasile finanziati dai bresciani. Mi parla di tante altre iniziative che con il governo presieduto da Silvio Berlusconi si son viste mancare dall'oggi al domani i fondi necessari per essere portate avanti. Ora il governo Prodi vorrebbe rivedere questa cosa, ma la destra preme sostenendo che i soldi devono restare in Italia. Un ragionamento molto miope. Ed intanto la gente va per un'altra strada e non fa nulla. Chi da noi ha voglia di far studiare i bambini perché un domani siano la nostra nuova classe dirigente?

martedì 9 ottobre 2007

Ringraziamento finale

Al termine della celebrazione per il nostro matrimonio, Maria Luisa ha pronunciato queste parole di ringraziamento.

"Il Signore è il mio Pastore: non manco di nulla".
Con questa fede in Lui vogliamo esprimere il nostro povero, ma sincero grazie a chi ci ha sostenuto e ci sostiene nel nostro percorso di quotidiana scoperta di una vita che, nella gioia e nel dolore, è sempre un tesoro prezioso. E un grazie è per tutti quelli che hanno partecipato, in vario modo, a questa cerimonia. In particolare vogliamo ricordare:
  • Maria, la nostra Madre celeste, che ci ha fatto incontrare.
  • Andrea ed Alessandra, che sono per noi germe di speranza e grande fiore di autentica bontà.
  • I nostri genitori, presenti e non, che ci hanno dato un esempio silenzioso e credibile di come l’amore di Dio possa ogni giorno tradursi in amore umano e in tenerezza; e, con loro, i nostri fratelli, generosi e cari.
  • I familiari di Santina e Santina, per la loro testimonianza sorprendente di bontà ed altruismo.
  • I nostri testimoni, che ci hanno accompagnato in questa prima fase della nostra storia.
  • Flavia, amica cara e saggia.
  • I lettori e i Sacerdoti che hanno celebrato questo rito e ci hanno preparato al matrimonio, incoraggiandoci. I Parroci e le comunità di S. Agostino e S. Spirito, ed in particolare il gruppo dei cantori di S. Spirito, che ha allietato questa cerimonia, e Don Giuseppe, che ha suonato l’organo.
  • I colleghi miei e di Romano, cui siamo sinceramente affezionati, gli alunni che ho incontrato e incontro nel mio cammino, che ci comunicano ogni giorno l’entusiasmo e la voglia di vivere.
  • Tutti gli amici e le amiche di scuola, di Casalbuttano, del Gruppo Giovanile, e tutti i presenti, conosciuti in tante tappe della vita, che hanno contribuito con un sorriso, una lacrima, un gesto di bontà o una parola alla nostra gioia di oggi.

GRAZIE!

Scene da un matrimonio


Prima che la memoria perda consistenza voglio raccontare, così come mi suggerisce il cuore, alcuni degli eventi che hanno avuto come perno la celebrazione del nostro matrimonio.

Col desiderio di preservare l'intimità ed il raccoglimento, Maria Luisa ed io abbiamo fatto precisa scelta di limitare il numero degli invitati alla cerimonia. La mia generosa sposa però ha voluto convocare in tempi diversi i numerosi amici, conoscenti e parenti per condividere la gioia di questo momento. Ben conscia dell'alto numero di persone coinvolte, ha cominciato ad organizzare pranzi e cene fin da giugno. Ad alcuni di questi incontri conviviali ho partecipato anch'io. Ad altri la mia presenza è stata solamente spirituale.

L'ultimo di questi festeggiamenti, da noi impropriamente battezzato come addio al celibato, si è tenuto la sera del 6 settembre. Inizialmente ho avuto modo di sentirmi un poco in imbarazzo per non essermi vestito di tutto punto come tanti fra gli invitati. Aveva organizzato tutto Maria Luisa e mi ero fatto l'idea di una cosa più informale. Poi questa sensazione di disagio è sparita. In realtà è stato un vero e proprio assaggio del matrimonio e già quella sera abbiamo cominciato a sperimentare la grazia e la gioia dei giorni successivi. Per forza di cose non c'è stato modo di parlare diffusamente con tutti, ma con alcuni si è potuto toccare anche argomenti meno banali e di circostanza. In seguito ci sono giunte numerose attestazioni di gratitudine per la lietissima serata che ha offerto a molti l'occasione di rivedersi dopo tanto tempo.

Il giorno seguente, vigilia della celebrazione sacramentale, si è aperto per me con la confessione. In quest'incontro con Dio volevo presentare soprattutto la mia riconoscenza e gratitudine per quello che avrei vissuto l'indomani. Invece è stato occasione di qualche lacrima riconoscendo le debolezze di sempre.

Nel pomeriggio sono tornato a trovare il mio barbiere di un tempo. Ultimamente ero solito frequentare le parrucchiere del centro commerciale vicino a dove lavoro. Non c'era stato un motivo importante per questo cambiamento. Probabilmente la possibilità di recarmici durante la pausa pranzo ed il desiderio d'incontrare un volto femminile in quei terribili anni di vedovanza l'hanno avuta vinta su una consuetudine ed amicizia che dura fin dall'infanzia. Ma in agosto, quando sono andato al mare a Roseto con la famiglia, con grande sorpresa ho ritrovato nella nostra stessa pensione proprio il mio barbiere di sempre. Gli annunciai il nostro imminente matrimonio e nessuno dei due spese parole riguardo alle mie defezioni degli ultimi tempi. Fra me pensavo che sarei potuto tornare da lui per farmi sistemare i capelli per il lieto evento. E così è stato. Venerdì pomeriggio mi sono presentato sulla porta del suo negozio ed ho chiesto il solito taglio prenotandomi inoltre per il mattino seguente in modo che mi desse l'ultima sistemata.

La notte della vigilia è trascorsa tranquillamente. Maria Luisa ed io ci siamo sentiti solo telefonicamente sciogliendo le ultime tensioni, dovute ai preparativi, in pensieri di speranza ed augurio di reciproca felicità.

Ed è venuta l'alba dell'8 settembre dopo una notte, almeno per me, di buon riposo. Prima delle 8 mi son recato dal mio barbiere per farmi pettinare i capelli. Non era ancora l'ora, ma il negozio era già aperto. Ho insistito per prenderci un cappuccino al bar lì a fianco, ma contrariamente al mio volere l'ha offerto Ferruccio come compensazione per quel caffè che al mare non siamo mai riusciti a prendere insieme.

Tornato a casa ho sollecitato, probabilmente un po' troppo bruscamente, i ragazzi perché si sbrigassero a vestirsi e poi via in macchina alla volta di Cremona. La cerimonia era fissata per le 11. Brescia non è distante, ma lo sposo non deve farsi aspettare ed io mal celavo una certa impazienza. Raccolto per questioni logistiche anche un nipote, siamo giunti a casa di Maria Luisa con un certo anticipo rispetto all'orario convenuto. Com'è consuetudine, avevamo scelto di non vederci prima della cerimonia. Mentre cominciavo ad indossare l'abito, Alessandra che non sottostava a questa restrizione ed aveva visto la sposa, mi è venuta a dire che Maria Luisa stava benissimo ed era bellissima.

Dopo non molto, terminata la vestizione ed ottenuto il bouquet, con al seguito i figli e mio nipote, sono uscito per andare in chiesa ad attendere i parenti che man mano sarebbero arrivati. La scuola antistante era animata da alcuni studenti di Maria Luisa che sicuramente volevano vedere l'uscita della loro prof.

Alla chiesa c'erano poche persone. Sono entrato un attimo per posare alcuni libretti che avremmo poi utilizzato per la celebrazione del rito. In un angolo appartato scorgo una signora. Mi viene naturale salutarla anche se non la conosco. Le sorrido e lei ricambia il saluto. Esco e mi fermo davanti al portone d'ingresso. Dopo poco quella signora mi si avvicina e quasi sussurrando mi dice che la persona che sto per sposare è una bravissima persona e che lei la conosce bene. Le rispondo che ne sono sicuro, non ho dubbi. Eppure penso a questa conoscente come ad un angelo che voglia farmi coraggio, casomai ce ne fosse bisogno.

Poi man mano mi perdo negli sguardi gioiosi, negli abbracci delicati, nei baci affettuosi dei numerosi amici e parenti, miei e della sposa che via via s'infittiscono. Manca ancora qualche minuto alle 11 e la sposa già arriva in auto condotta dal fratello. Quando Maria Luisa mi sfila davanti nella sua utilitaria di recente acquisto, provo un sussulto e freno a stento la commozione che m'induce alle lacrime. Le vado incontro. Le porgo i fiori e la bacio sulle gote.

Entriamo in chiesa. Io accompagnato dalla mamma di Santina che ha risposto con generosità al mio invito; Maria Luisa a fianco del fratello Federico, perché papà Dario assiste dal cielo.

Il rito inizia e prosegue in pieno raccoglimento come nostro desiderio. L'organo accompagna discreto l'introduzione. Alcuni miei parrocchiani, che con nostra sorpresa hanno deciso di partecipare, allietano col canto ed il suono della chitarra i momenti centrali della messa. Davanti a tutta la comunità abbiamo detto il nostro sì che ci ha uniti per la vita.

All'uscita ci attende un bagno di folla gioiosa e festante, ma mai quanto noi due. Ce ne vuole prima di riuscire a congedare tutti ed avviarci con una cerchia ristretta di parenti ed amici per il pranzo di nozze.

Il pomeriggio passa velocemente in serenità, cercando di dedicare un momento d'attenzione ed un saluto ad ognuno.

Terminato il pranzo, lasciamo l'agriturismo e ci dirigiamo, Maria Luisa ed io soli, verso il cimitero per portare alcuni fiori alla tomba di famiglia e recitare una preghiera per il papà defunto. Poi di nuovo in macchina verso il ricovero dove alloggia mia madre. Le avevo promesso che, se ci sarebbe stato spazio, saremmo andati da lei col vestito di nozze. La malattia non le ha consentito di gioire pienamente per la nostra visita, ma noi abbiamo gradito l'applauso spontaneo e festante degli altri ospiti, che seduti a tavola, hanno tramutato la loro sorpresa in un corale evviva.

Per il viaggio di nozze a Parigi abbiamo aspettato ancora qualche giorno in modo da consentire ad Alessandra di ambientarsi un poco con le novità della scuola superiore. I ragazzi sono stati bravi e se la sono cavata egregiamente anche in nostra assenza.

Ed ora eccoci di nuovo qua. Non tutto il miele è finito ed il segreto è serbarne sempre ancora un poco.

domenica 30 settembre 2007

Noi sposi

Tutto è andato bene. Amici e parenti hanno contribuito a rendere meraviglioso il nostro matrimonio. Abbiamo provato una grande gioia nel sentire Dio a noi vicino nell'intimo del cuore, nel sorriso e nell' abbraccio di tutti i presenti.

L'album con le foto ricordo di noi sposi non è ancora pronto, ma di seguito ci mostriamo in un paio di istantanee.


sabato 25 agosto 2007

Uniti per la vita

Ormai ci siamo. Mancano solo due settimane e poi Maria Luisa ed io saremo uniti per la vita.

Con un poco d'affanno ci accingiamo a preparare le ultime cose e tu, mia dolce sposa, ti stai facendo maggiormente carico delle varie incombenze che ancora restano.

Il nostro percorso l'abbiamo fatto ed ora siamo pronti per una nuova partenza. Chissà cosa ci riserverà il domani. Sicuramente tante cose belle, altre meno, ma domandiamo a Dio la Grazia di accogliere sempre ogni cosa nel miglior modo possibile.

Tante persone ci sono vicine ed hanno fatto sentire forte il loro tributo d'affetto, di stima e d'incoraggiamento. A loro va il nostro grazie e l'augurio di tanta felicità per tutti quanti.

C'è un tempo per piangere ed un tempo per ridere, come dice Qoelet. Indubbiamente questo è il tempo della gioia , anche se scherzosamente qualcuno per la circostanza ci ha fatto le condoglianze.

Eppure forse non sono del tutto fuori luogo perché spesso capita che il matrimonio diventa poi la tomba dell'amore. Non sia così per noi.

GRAZIE.

domenica 22 luglio 2007

Solitudine


Sui biglietti di partecipazione per le nostre nozze Maria Luisa ed io abbiamo fatto stampare la seguente frase.

Desideriamo che la gioia del nostro matrimonio possa trasmettersi a tutti voi ed anche a chi non vive nella serenità ed ha problemi.
Per questo saremmo felici di sapere che avete devoluto in beneficenza quanto pensavate di destinarci come regalo.
Se volete, potete farci partecipi della vostra iniziativa.

Ieri pomeriggio ha telefonato mia suocera per un suggerimento circa la destinazione di questa oblazione. Per scelta non ho voluto darle nessuna indicazione precisa appoggiando invece le proposte che via via andava facendo in autonomia.

Proseguendo la piacevole chiacchierata mi parlava di un'anziana conoscente che l'aveva chiamata per avere un poco di latte a negozi ormai chiusi. Non è difficile pensare che quella in realtà fosse una scusa per fare due parole e sottrarsi così a quello stato di solitudine che tanti anziani patiscono in ogni periodo dell'anno, ma soprattutto nei mesi estivi.

Poi nel pomeriggio ho ricevuto la visita di una delle mie vicine che veniva a portarmi la sua quota per le spese condominiali. Era raggiante e felice per aver trovato nella buca delle lettere il cartoncino con l'annuncio delle nostre nozze. Questa stessa vicina, con una punta di orgoglio, mi aveva confidato lo scorso anno che di lì a pochi giorni avrebbe celebrato col marito il suo cinquantesimo anniversario di matrimonio. Oltre alle mie felicitazioni non avevo potuto nascondere un poco di rammarico per un traguardo che a me non sarebbe toccato. Quello probabilmente no, anche se non si può mai dire, ma un nuovo percorso di vita a due, contro ogni aspettativa, stava già germogliando.

La briosa vicina nel continuare il discorso sul matrimonio aggiungeva che l'amore dei figli è grande, ma è ancora dallo sposo che si riceve un complimento gratificante, una parola d'incoraggiamento in un momento di stanchezza. Lei lo dice sempre alle sue amiche anziane ed anche a quelle più giovani: "tenetevi strette il vostro marito".

Per parte mia aggiungevo che comunque, in ogni caso, anche quando le cose sembrano andar male, vale sempre la pena di investire sul proprio coniuge e sforzarsi di ritrovare motivi d'intesa anziché rivolgere lo sguardo altrove.

In questi mesi di vacanza capita spesso di vedere, al mare od in montagna, spose sole con al seguito i figli e magari anche i nonni. Ed i mariti dove sono? Rimasti in città ad occuparsi del lavoro? Bisognerebbe trovare il modo di trascorrere le ferie insieme anziché farne ottima scusa per momenti di reciproca evasione alla ricerca poi di chissà quale emozione che non ha pari con quella che possiamo provare per chi ha condiviso con noi la buona, ma anche la cattiva sorte, la salute, ma anche la malattia. E' un fisico più aitante che distoglie il nostro sguardo e fa nascere in noi un cuore diviso? E' lo sbandamento di mezza età che coglie noi uomini e ci fa pensare o meglio temere di aver perso il lato migliore della vita? E' un qualche desiderio di eterna giovinezza che spinge voi donne a stuzzicarci e sentirvi così ancora desiderabili e desiderate come in gioventù?

Poi un giorno ci sediamo e ci rendiamo conto che ci siamo affannati tanto a cercare quello che avevamo già lì accanto a noi.

domenica 24 giugno 2007

Fragoline di bosco

Non ho niente da dire. La sazietà ed il benessere uccidono l'artista ed il poeta. Chi sente il capo
schiacciato dalla malvagità dell'oppressore si dibatte nel tentativo di scrollarsi di dosso il peso che l'opprime. Non c'è rivoluzione senza tirannia, non c'è rivolta senza ingiustizia. Un mondo in pace sa di noia mortale. Ma non c'è pericolo: l'uomo non è fatto per la vita tranquilla equa e solidale.

Dopopranzo ho portato Maria Luisa in montagna. Volevamo fare un salto a trovare papà. Avevo in serbo per lei la visione di alcuni luoghi che ancora non conosce. Prima di arrivare al paese abbiamo fatto una deviazione verso il piccolo laghetto di Bongi. Chi non è delle nostre parti non può conoscere questa esigua riserva d'acqua per una delle tante centrali giù in fondo alla valle. Ci siamo arrivati con calma, senza fretta, assaporando il piacere del viaggio con la piacevole compagnia di noi stessi.

Abbiamo lasciato l'auto nel solito spazio dove la parcheggiavo anche gli anni passati quando ci venivo con Santina ed i figli piccoli. E' stato bello vedere dall'alto lo specchio d'acqua per ampio scorcio. Una volta la fitta vegetazione ne impediva la visione. Giù in basso, sulle sponde, ci siamo fatti il bagno nei sali d'argento. Chi non ha visto quel film non può capire ed un po' di mistero non guasta.

Mano nella mano ci siamo incamminati lungo la vecchia strada che conduce al fienile di papà. La frondosa volta del bosco era per noi riparo dalla calura pomeridiana ed insieme strizzava l'occhio al nostro incedere estatico ed intimo.

Lo sguardo in basso per mettere i piedi all'asciutto ed evitare di sporcarci le scarpe nei tratti ancora umidi per le recenti piogge. Fra il verde alcuni puntolini rossi calamitano la nostra attenzione. Fragoline di bosco, minuscole, ma dense di gusto per il nostro diletto. Piccoli cuoricini come viatico sul nostro cammino. Il benessere non dev'essere poi tanto diverso da questo.

Attraversando per piccolo tratto il bosco di proprietà raggiungiamo poi la piccola radura dove il fienile solitario è testimone austero delle stagioni che colorano la valle sul cui fondo noi ora ci troviamo. Leviamo lo sguardo in alto e scorgiamo le case periferiche del paese paterno. Tutto questo un giorno sarà nostro, ma lo è già. Non per possederlo. Bensì per amarlo ed averne cura, se non l'avremo ceduto a qualcun altro per poco denaro.

Qualche altro passo nel verde prato, un giro intorno all'edificio, quasi per controllare che tutto sia in ordine anche se ormai nessuno se ne cura più di tanto. Un bacio sotto le fresche frasche. Il rammarico di non aver portato al seguito una coperta da picnic, un saluto ai signori del fienile appresso ed è già ora di rientrare per passare da papà.

Poi per strada altre fragoline di bosco ammiccano e noi ci chiniamo a raccoglierle.

martedì 12 giugno 2007

Patente di Guida


Oggi Andrea ha superato l'esame per il rilascio della patente di guida. I miei migliori auguri perché ne faccia buon uso.

sabato 5 maggio 2007

Caleidoscopio

Qualche giorno fa Alessandra ha compiuto gli anni e Maria Luisa le ha regalato un caleidoscopio. A chi non piace guardarvi dentro ed ammirare le simmetriche composizioni colorate che magicamente compaiono ruotando lentamente il tubo in direzione della luce? In genere non ci si sofferma più di tanto, ma sempre con stupore e meraviglia si gira fra le mani questo cilindro che non contiene altro che specchi e frammenti colorati.

Sono appena tornato da una visita alla mamma. Ieri papà mi aveva detto che l'altra notte si era strappata la PEG e lunedì prossimo la porteranno all'ospedale. Confesso di aver fatto qualche pensiero triste sulla sua sorte perché so che da quel tubicino mamma si alimenta e nonostante questo negli ultimi mesi è continuamente calata di peso. La sua è una malattia degenerativa e le prospettive non sono delle migliori, ma da quando è al ricovero l'abbiamo vista abbastanza stabile. Ultimamente le portavamo anche un poco di gelato della nostra rinomata Cremeria Italia ed ha cominciato a mangiarlo con una certa golosità. Morbido, cremoso, fresco. Dev'essere stato un sollievo per la sua gola secca ed impastata. La cosa non è passata inosservata alle infermiere ed un giorno durante una visita siamo arrivati proprio mentre terminavano di somministraglielo. Personalmente sono molto contento di queste attenzioni spontanee nei confronti di mamma. E' il loro lavoro, sicuramente. Ma la differenza che passa tra le cose fatte per dovere e quelle per amore è grande. La dottoressa oggi mi ha detto che sta riprendendo a mangiare anche altre cose e questo ci rende contenti.

Quando nei mesi scorsi diedi il consenso per l'applicazione del sondino gastrico (PEG) ricevetti alcune critiche dai parenti perché secondo loro questo avrebbe contribuito a tenere in vita mamma in uno stato vegetativo prolungandole inutilmente la sofferenza. La durata dei nostri giorni non la conosciamo. Sono contento della scelta che abbiamo fatto. Quando stamane papà ha detto che secondo lui mamma è bene assistita, gli ho risposto che mai una volta ho dubitato di questo.

Mi rendo conto che la distanza da casa c'impedisce di vederla tutti i giorni e ci richiede qualche sforzo maggiore per visitarla con una certa frequenza. Mi rendo anche conto del disagio per i parenti anziani e non tutti in grado di viaggiare in automobile autonomamente, ma la comodità dev'essere per mamma e non nostra di andarla a trovare. Eppoi viaggiando con papà abbiamo occasione di passare del tempo con lui che ora si ritrova più solo.

Attraverso un tubicino abbiamo preso forma nel grembo di nostra madre. Attraverso un tubicino ci alimentiamo ancora oppure ci dissetiamo nella calura dell'estate. Attraverso un tubicino di specchi e colori vediamo che la vita è bella e merita di essere vissuta.