E una donna domandò: Parlaci del Dolore.
Ed egli disse:
Il dolore è la rottura dell'involucro che racchiude la vostra comprensione.
Come il nocciolo del frutto deve rompersi, affinché il suo cuore possa stare al sole, così voi dovete conoscere il dolore.
Se voi in cuore sapeste continuamente meravigliarvi dei miracoli quotidiani della vostra vita, il dolore non vi sembrerebbe meno ammirevole della gioia;
E accettereste le stagioni del cuore, come avete sempre accettato il passar delle stagioni sui campi;
E vegliereste con serenità negli inverni del vostro dolore.
Gran parte del vostro dolore viene scelto da voi stessi.
E' l'amara pozione con la quale il medico dentro di voi guarisce il vostro io malato.
Perciò abbiate fede in lui e bevete il suo rimedio in silenzio e tranquillità:
Poiché la sua mano, sebbene dura e pesante, è guidata dalla tenera mano dell'Invisibile,
E la coppa che porge, malgrado scotti le labbra, è stata modellata con la creta che il Vasaio ha inumidito con le Sue sante lacrime.
KAHLIL GIBRAN - IL PROFETA - Feltrinelli
Questo Blog nasce con l'intento di pubblicare il pensiero, anche quello più intimo, di una piccola anima.
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venerdì 30 giugno 2006
venerdì 2 giugno 2006
Ciò che non muore
Riporto un altro brano di Tiziano Terzani - Un altro giro di giostra - Longanesi.
Poi, con la stessa intonazione, la stessa pronuncia, lo stesso ritmo usato da millenni, recitavamo alcuni dei mantra più belli e più famosi delle Upanishad. Uno che mi piaceva tanto cantare a squarciagola, attirandomi con le mie stecche gli sguardi severi delle <<sagrestane>> e i sorrisi divertiti del mio compagno di banco, Sundarajan, era il mantra della Brihadaranyaka Upanishad:
Asato ma sadgamaya, dall'irreale conducimi al Reale
Tamaso ma jyotirgamaya, dall'oscurità conducimi alla Luce
Mrityorma amritam gamaya, dalla morte conducimi all'Immortalità.
E pronunciando quella parola <<immortalità>>, fatta di una a privativa e di mrityo, la morte, sentivo la bellezza del sanscrito, che - mi rendevo conto - ci ha dato così la parola <<a-more>>: ciò che non muore.
-
<<DIO E' AMORE; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui>> (1 Gv 4, 16).
Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l'immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell'uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre per così dire una formula sintetica dell'esistenza cristiana: <<Noi abbiamo riconosciuto l'amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto>>.
Dall'introduzione all'enciclica DEUS CARITAS EST di Benedetto XVI.
L'amore umano che non muore è figura dell'amore di Dio. Impariamo dall'amore umano che vediamo a scorgere Dio che non vediamo.
Poi, con la stessa intonazione, la stessa pronuncia, lo stesso ritmo usato da millenni, recitavamo alcuni dei mantra più belli e più famosi delle Upanishad. Uno che mi piaceva tanto cantare a squarciagola, attirandomi con le mie stecche gli sguardi severi delle <<sagrestane>> e i sorrisi divertiti del mio compagno di banco, Sundarajan, era il mantra della Brihadaranyaka Upanishad:
Asato ma sadgamaya, dall'irreale conducimi al Reale
Tamaso ma jyotirgamaya, dall'oscurità conducimi alla Luce
Mrityorma amritam gamaya, dalla morte conducimi all'Immortalità.
E pronunciando quella parola <<immortalità>>, fatta di una a privativa e di mrityo, la morte, sentivo la bellezza del sanscrito, che - mi rendevo conto - ci ha dato così la parola <<a-more>>: ciò che non muore.
-
<<DIO E' AMORE; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui>> (1 Gv 4, 16).
Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l'immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell'uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre per così dire una formula sintetica dell'esistenza cristiana: <<Noi abbiamo riconosciuto l'amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto>>.
Dall'introduzione all'enciclica DEUS CARITAS EST di Benedetto XVI.
L'amore umano che non muore è figura dell'amore di Dio. Impariamo dall'amore umano che vediamo a scorgere Dio che non vediamo.
Colui che scaccia la tenebra
Guru è una bella parola, purtroppo avvilita dall'uso che se ne è fatto a sproposito in Occidente, dove ormai si parla dei guru della moda, della salute o del sesso. Gu in sanscrito significa <<tenebra>>, ru vuol dire <<cacciare, disperdere>>. Per cui il guru è colui che scaccia la tenebra, colui che porta la luce nel buio dell'ignoranza. L'arancione del suo vestito ricorda appunto il colore della fiamma che risplende nell'oscurità, la forza del fuoco che consuma la materia.
Tiziano Terzani - Un altro giro di giostra - Longanesi.
Tiziano Terzani - Un altro giro di giostra - Longanesi.
sabato 27 maggio 2006
Perché sei mio fratello
Quando mi sento vessato e provato da circostanze sfavorevoli ho un pensiero ricorrente. Mi domando come mai gli altri non si ricordano di me e non si fanno avanti con un sorriso, un gesto d'amicizia, ad alleviare la mia pena. Queste aspettative sono abbastanza comprensibili, ma non tengono conto di una cosa fondamentale: siamo tutti sulla stessa barca. Quello che desidero dagli altri verosimilmente anch'essi se lo aspettano da me. E ancora, quell'atteggiamento di "sufficienza" o "malmostosità" che innegabilmente sembra trapelare dal mio sguardo scoraggia i più a farsi avanti. In fin dei conti si raccoglie ciò che in passato si è seminato.
Il nostro volto ed i nostri occhi sono lo specchio di tutte le nostre vicende passate. Nella storia di ognuno ci possono essere traumi pregressi che ci rendono difficoltoso sorridere spontaneamente a chi incontriamo e così non facciamo che peggiorare la situazione perché induciamo l'altro a mantenere le distanze nel timore di qualche reazione aggressiva.
Il forte deve avere cura del debole senza aspettarsi nulla in cambio. Purtroppo il do ut des è troppo radicato nella natura umana per non tenerne conto, per non dare ascolto a quella voce che costantemente ci dice: <<ma chi te lo fa fare>>.
Sempre più spesso educhiamo i nostri figli a non farsi "pestare i piedi", a farsi rispettare, a reagire con decisione alle piccole prepotenze del vivere quotidiano. L'arroganza e la maleducazione sono il biglietto da visita che più facilmente esponiamo.
La vera forza non sta nella grandezza della reazione al torto subito. Non è alzando il tono della voce che le nostre argomentazioni acquistano quella ragione così evidentemente negata dai fatti.
Il mondo è dei furbi solo per poco. Chi più sgomita meno trova spazio e se lo trova generalmente lo usa male e lo spreca.
Impariamo a farci posto l'un l'altro, a voler stare un po' meno bene noi affinché lo siano un po' di più gli altri. Riempiamo con generosità quella mano che ci viene tesa implorando le briciole del nostro superfluo. Non abbiamo timore che il nostro gesto vada sprecato. Se rinunciamo a dare perdiamo buone occasioni per mantenere il nostro cuore aperto e disponibile. Amministriamo con saggezza i beni che ci sono stati affidati e che per ingiusta sorte sono toccati a noi con maggiore abbondanza.
Il nostro volto ed i nostri occhi sono lo specchio di tutte le nostre vicende passate. Nella storia di ognuno ci possono essere traumi pregressi che ci rendono difficoltoso sorridere spontaneamente a chi incontriamo e così non facciamo che peggiorare la situazione perché induciamo l'altro a mantenere le distanze nel timore di qualche reazione aggressiva.
Il forte deve avere cura del debole senza aspettarsi nulla in cambio. Purtroppo il do ut des è troppo radicato nella natura umana per non tenerne conto, per non dare ascolto a quella voce che costantemente ci dice: <<ma chi te lo fa fare>>.
Sempre più spesso educhiamo i nostri figli a non farsi "pestare i piedi", a farsi rispettare, a reagire con decisione alle piccole prepotenze del vivere quotidiano. L'arroganza e la maleducazione sono il biglietto da visita che più facilmente esponiamo.
La vera forza non sta nella grandezza della reazione al torto subito. Non è alzando il tono della voce che le nostre argomentazioni acquistano quella ragione così evidentemente negata dai fatti.
Il mondo è dei furbi solo per poco. Chi più sgomita meno trova spazio e se lo trova generalmente lo usa male e lo spreca.
Impariamo a farci posto l'un l'altro, a voler stare un po' meno bene noi affinché lo siano un po' di più gli altri. Riempiamo con generosità quella mano che ci viene tesa implorando le briciole del nostro superfluo. Non abbiamo timore che il nostro gesto vada sprecato. Se rinunciamo a dare perdiamo buone occasioni per mantenere il nostro cuore aperto e disponibile. Amministriamo con saggezza i beni che ci sono stati affidati e che per ingiusta sorte sono toccati a noi con maggiore abbondanza.
sabato 20 maggio 2006
Aggrappato alla seggiola
Eknath Easwaran, un mistico indiano morto nel 1999, che per quarant'anni ha insegnato prima letteratura inglese poi meditazione all'Università di Berkeley, raccontava come sua nonna, che era stata la sua guida spirituale, gli aveva dato una semplice, ma importante lezione. Quando, ancora bambino, era rimasto colpito dalla morte di un familiare, lei lo aveva fatto sedere su una grande sedia di legno e gli aveva detto di reggersi a quella con tutte le sue forze. Lui s'era aggrappato ai braccioli, ma lei era riuscita lo stesso a strapparlo via. Nel resistere lui aveva sentito male. La nonna gli aveva poi chiesto di sedersi di nuovo, ma questa volta senza fare alcuna resistenza. Lei lo aveva allora tolto dalla sedia gentilmente, prendendolo in braccio. <<Così avviene con la morte. Sta a te scegliere come vuoi andartene. Ricordatelo. >>
Tiziano Terzani - Un altro giro di giostra - Longanesi.
Avrei tante cose da scrivere come commento a queste parole, ma sento che farei un torto alla vostra intelligenza e quindi dico solo che imparare a morire in fondo non è che imparare a vivere.
Tiziano Terzani - Un altro giro di giostra - Longanesi.
Avrei tante cose da scrivere come commento a queste parole, ma sento che farei un torto alla vostra intelligenza e quindi dico solo che imparare a morire in fondo non è che imparare a vivere.
sabato 13 maggio 2006
Pane e sorriso
Alessandra, la figlia della mia fornaia, è una quasi trentenne molto solare ed affabile.
Questa mattina le ho detto quello che da qualche giorno vado pensando.
"Sembra proprio che invece del pane veniamo a comperare il suo sorriso".
Mi ha ringraziato per il complimento subito rincalzato da un altro proveniente dai clienti successivi.
"Non solo è sorridente, ma anche molto carina".
Non c'erano altri nel negozio, ma la cosa avrebbe senz'altro stupito perché dopo di me c'era un signore cieco a braccetto di sua moglie. E' stato lui a parlare. Lo conosco bene in quanto ha lavorato come centralinista presso gli Spedali Civili di Brescia ed ora si gode la pensione.
Quello che gli occhi non vedono, lo vede il cuore. Sicuramente avrà capito dai modi gentili di Alessandra che oltre ad essere una persona bella dentro lo è anche di fuori (ma in questo potrebbe averlo aiutato la moglie).
Il fidanzato di Alessandra è un uomo fortunato e sicuramente una brava persona. Le donne felici non possono avere accanto persone noiose e banali!
Questa mattina le ho detto quello che da qualche giorno vado pensando.
"Sembra proprio che invece del pane veniamo a comperare il suo sorriso".
Mi ha ringraziato per il complimento subito rincalzato da un altro proveniente dai clienti successivi.
"Non solo è sorridente, ma anche molto carina".
Non c'erano altri nel negozio, ma la cosa avrebbe senz'altro stupito perché dopo di me c'era un signore cieco a braccetto di sua moglie. E' stato lui a parlare. Lo conosco bene in quanto ha lavorato come centralinista presso gli Spedali Civili di Brescia ed ora si gode la pensione.
Quello che gli occhi non vedono, lo vede il cuore. Sicuramente avrà capito dai modi gentili di Alessandra che oltre ad essere una persona bella dentro lo è anche di fuori (ma in questo potrebbe averlo aiutato la moglie).
Il fidanzato di Alessandra è un uomo fortunato e sicuramente una brava persona. Le donne felici non possono avere accanto persone noiose e banali!
Inadeguatezza
Questa settimana ho gustato lo sceneggiato sulla vita di Giovanni Paolo II che hanno dato in TV diviso in due serate. Mi ha entusiasmato e commosso come il precedente che aveva tracciato gli anni del giovane Karol fino all'elezione a pontefice. Ho avvertito solo una nota di tristezza verso la fine, cosa che non avevo provato lo scorso anno quando il papa è morto giudicando la sua una vita piena e senza motivo di rimpianti.
Che dire di fronte a questi giganti della fede? Nulla. Possiamo solo ammirare il loro sconfinato amore e la perseveranza con cui hanno saputo dispensarlo. Mi è particolarmente piaciuto che ci siano state numerose scene con Madre Teresa di Calcutta di cui recentemente ho letto una biografia e che è per me constante ispirazione e modello di vita.
In contrapposizione a queste persone, veri santi viventi, non posso fare a meno di pensare quanto cammino mi resti ancora da fare. La vocazione alla santità è per tutti, ma seppur vero che per alcuni è un cammino spedito e gioioso, per altri è indubbiamente irto di difficoltà ed ostacoli.
Vedo il bene e lo approvo, ma continuo a seguire il male (Video bona proboque, sed deteriora sequor). Siamo continuamente toccati dalla Grazia che con amorevole pazienza ci sostiene e tende la mano, ma noi continuiamo ad inciampare e cadere e con passo malfermo deviamo dalla retta via.
E' questa la miseria umana che sento gravarmi maggiormente. L'incapacità di perseverare e correre con slancio verso la meta invece che barcollare e continuare a fermarmi.
Che dire di fronte a questi giganti della fede? Nulla. Possiamo solo ammirare il loro sconfinato amore e la perseveranza con cui hanno saputo dispensarlo. Mi è particolarmente piaciuto che ci siano state numerose scene con Madre Teresa di Calcutta di cui recentemente ho letto una biografia e che è per me constante ispirazione e modello di vita.
In contrapposizione a queste persone, veri santi viventi, non posso fare a meno di pensare quanto cammino mi resti ancora da fare. La vocazione alla santità è per tutti, ma seppur vero che per alcuni è un cammino spedito e gioioso, per altri è indubbiamente irto di difficoltà ed ostacoli.
Vedo il bene e lo approvo, ma continuo a seguire il male (Video bona proboque, sed deteriora sequor). Siamo continuamente toccati dalla Grazia che con amorevole pazienza ci sostiene e tende la mano, ma noi continuiamo ad inciampare e cadere e con passo malfermo deviamo dalla retta via.
E' questa la miseria umana che sento gravarmi maggiormente. L'incapacità di perseverare e correre con slancio verso la meta invece che barcollare e continuare a fermarmi.
La diluizione
Eppure sono felice. Sì, sento tornare la felicità che tanto mi è mancata in questi anni.
In passato per me essere felice derivava soprattutto dall'amore che davo e scambievolmente ricevevo da Santina.
Ora è diverso. Credo di avere bisogno di un sacco di cose che mi mancano e che non sono in vendita. Eppure sento ugualmente crescere dentro una felicità nuova che non provavo da tempo.
E' la gioia di continuare ad amare e vedere la tua vita come una cosa buona. E' la serenità di avvertire che il tempo ci rende capaci di affrontare le difficoltà e superarle.
Programmo i computer per lavoro e con passione. Mi piace constatare che con l'impegno e la perseveranza si può raddrizzare una vita che sembrava irrimediabilmente storta.
Si può essere felici anche in catene e privati di ogni libertà. La felicità deriva dal riuscire a vivere al meglio qualsiasi situazione ci si ritrovi ad affrontare, dalla certezza di non essersi persi.
Il distacco dalle cose e dalle persone, viste come egoistico possesso, ci toglie la paura di perderle. L'angoscia e la depressione non ci assalgono più se non cerchiamo la gioia nelle cose lontane e che mai arriveremo a vedere.
Imparare a far tesoro di quello che abbiamo ricevuto con abbondanza. Diluire la pienezza e l'intensità di tanti momenti passati per trarne quotidiano beneficio.
In passato per me essere felice derivava soprattutto dall'amore che davo e scambievolmente ricevevo da Santina.
Ora è diverso. Credo di avere bisogno di un sacco di cose che mi mancano e che non sono in vendita. Eppure sento ugualmente crescere dentro una felicità nuova che non provavo da tempo.
E' la gioia di continuare ad amare e vedere la tua vita come una cosa buona. E' la serenità di avvertire che il tempo ci rende capaci di affrontare le difficoltà e superarle.
Programmo i computer per lavoro e con passione. Mi piace constatare che con l'impegno e la perseveranza si può raddrizzare una vita che sembrava irrimediabilmente storta.
Si può essere felici anche in catene e privati di ogni libertà. La felicità deriva dal riuscire a vivere al meglio qualsiasi situazione ci si ritrovi ad affrontare, dalla certezza di non essersi persi.
Il distacco dalle cose e dalle persone, viste come egoistico possesso, ci toglie la paura di perderle. L'angoscia e la depressione non ci assalgono più se non cerchiamo la gioia nelle cose lontane e che mai arriveremo a vedere.
Imparare a far tesoro di quello che abbiamo ricevuto con abbondanza. Diluire la pienezza e l'intensità di tanti momenti passati per trarne quotidiano beneficio.
sabato 6 maggio 2006
La legge antica e la nuova
Avete udito che fu detto: "Occhio per occhio, dente per dente". Ma io vi dico di non resistere al malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l'altra. Se uno vuol litigare con te, per toglierti la tunica, cedigli anche il mantello. E se uno ti forza a fare un miglio, va' con lui per due. Da' a chi ti chiede, e non voltare le spalle a colui che desidera da te un prestito.
Matteo cap. 5, 38-42.
Con questa citazione tratta dal Nuovo Testamento ho voluto ricordare, come è stato fatto a me di recente in una trasmissione televisiva, quale dovrebbe essere l'atteggiamento del cristiano in rapporto alle altre religioni ed in special modo quelle fondamentaliste che sembrano negare un rapporto di reciprocità e finiscono con alimentare sentimenti di rabbia e falso orgoglio.
Matteo cap. 5, 38-42.
Con questa citazione tratta dal Nuovo Testamento ho voluto ricordare, come è stato fatto a me di recente in una trasmissione televisiva, quale dovrebbe essere l'atteggiamento del cristiano in rapporto alle altre religioni ed in special modo quelle fondamentaliste che sembrano negare un rapporto di reciprocità e finiscono con alimentare sentimenti di rabbia e falso orgoglio.
Biglietto da visita
Ho già scritto di aver apprezzato moltissimo il libro di Tiziano Terzani La fine è il mio inizio. Quello che non vi ho detto è che continuo ad acquistarlo per farne dono a chi mi capita. Questa mattina ho acquistato la sesta copia ed ha già una destinazione.
Alessandra ha dato di questa cosa una definizione che mi è piaciuta. Distribuire questo libro è per me come porgere il mio biglietto da visita. Una presentazione sui generis non c'è che dire...
E' il libro che avrei voluto scrivere , ammesso e non concesso di averne le capacità. Cosa allora di più bello che continuare a parlarne e quando possibile farne generoso omaggio?
Alessandra ha dato di questa cosa una definizione che mi è piaciuta. Distribuire questo libro è per me come porgere il mio biglietto da visita. Una presentazione sui generis non c'è che dire...
E' il libro che avrei voluto scrivere , ammesso e non concesso di averne le capacità. Cosa allora di più bello che continuare a parlarne e quando possibile farne generoso omaggio?
sabato 22 aprile 2006
L'uomo nuovo
Siamo appena tornati da Lourdes. Non ebbi modo di andarci quando mia moglie era malata ed ora senza motivi particolari, se non quello di dedicare un congruo momento al rinnomvamento dello spirito, abbiamo affrontato questo pellegrinaggio in pullman.
Andrea non era molto propenso a venire, ma credo di averlo quasi convinto quando alcune settimane fa gli dissi che questa era forse una delle ultime imposizioni. L'anno prossimo sarà maggiorenne e sarà libero di compiere scelte diverse.
Credo che anche per Alessandra questo viaggio sia stato un'esperienza particolare. Per alcuni giorni ci siamo sentiti una famiglia unica pur in mezzo a tantissime persone sconosciute.
Lo devo ammettere, mi sento ancora un tantino sfasato. Mi sembra quasi di patire una diversità di fuso orario che in realtà non c'è stata.
Affrontare una destinazione come Lourdes, a mio modo di vedere, richiede un minimo di predisposizione. Non è una vacanza qualsiasi. Ho raccolto la testimonianza di chi forse si è approcciato in maniera scettica, magari solo per accompagnare il coniuge ed alla fine ha concluso che la cosa lo ha fatto pensare. E' già molto.
Durante una colazione mi è capitato di ascoltare una signora, non del nostro gruppo, che diceva di essere venuta a Lourdes per adempiere un voto, ma che non era minimamente intenzionata a confessarsi. Forse l'ultima volta che lo aveva fatto era stata diversi anni fa quando si era sposata ed ammetteva candidamente che probabilmente aveva raccontato balle anche quella volta. Avrei avuto voglia d'intervenire e dirle di non sprecare quella occasione. Diceva di avere le figlie sulla riviera adriatica ed il marito a Creta e secondo me rischiava di trovarsi lei più fuori posto rispetto ai congiunti.
Ma voglio sperare che alla fine le cose non siano andate come temevo e si sia aperta ad una prospettiva diversa rispetto al mero disbrigo di una formalità legata ad un voto fatto.
Indubbiamente abbiamo pregato tanto, più di quello che siamo soliti fare. In questo siamo stati aiutati splendidamente dall'accompagnatore, ma soprattutto dalla guida spirituale che ci ha seguito per tutto il viaggio: un monsignore abbastanza in là negli anni con lo spirito di un giovinetto e di vasta cultura.
Se anche non siete uomini di fede non fuggite l'occasione di cercare qualcosa che va al di là di quello che solo i nostri occhi possono vedere. Ci sono diversi motivi per dare ascolto al nostro cuore.
Ora il rischio è quello di voler restare a tutti i costi sul Tabor in contemplazione estatica. Non possiamo e non dobbiamo. Torniamo alle cose di tutti i giorni con animo nuovo. L'amore che noi mettiamo in quello che facciamo si vedrà.
Andrea non era molto propenso a venire, ma credo di averlo quasi convinto quando alcune settimane fa gli dissi che questa era forse una delle ultime imposizioni. L'anno prossimo sarà maggiorenne e sarà libero di compiere scelte diverse.
Credo che anche per Alessandra questo viaggio sia stato un'esperienza particolare. Per alcuni giorni ci siamo sentiti una famiglia unica pur in mezzo a tantissime persone sconosciute.
Lo devo ammettere, mi sento ancora un tantino sfasato. Mi sembra quasi di patire una diversità di fuso orario che in realtà non c'è stata.
Affrontare una destinazione come Lourdes, a mio modo di vedere, richiede un minimo di predisposizione. Non è una vacanza qualsiasi. Ho raccolto la testimonianza di chi forse si è approcciato in maniera scettica, magari solo per accompagnare il coniuge ed alla fine ha concluso che la cosa lo ha fatto pensare. E' già molto.
Durante una colazione mi è capitato di ascoltare una signora, non del nostro gruppo, che diceva di essere venuta a Lourdes per adempiere un voto, ma che non era minimamente intenzionata a confessarsi. Forse l'ultima volta che lo aveva fatto era stata diversi anni fa quando si era sposata ed ammetteva candidamente che probabilmente aveva raccontato balle anche quella volta. Avrei avuto voglia d'intervenire e dirle di non sprecare quella occasione. Diceva di avere le figlie sulla riviera adriatica ed il marito a Creta e secondo me rischiava di trovarsi lei più fuori posto rispetto ai congiunti.
Ma voglio sperare che alla fine le cose non siano andate come temevo e si sia aperta ad una prospettiva diversa rispetto al mero disbrigo di una formalità legata ad un voto fatto.
Indubbiamente abbiamo pregato tanto, più di quello che siamo soliti fare. In questo siamo stati aiutati splendidamente dall'accompagnatore, ma soprattutto dalla guida spirituale che ci ha seguito per tutto il viaggio: un monsignore abbastanza in là negli anni con lo spirito di un giovinetto e di vasta cultura.
Se anche non siete uomini di fede non fuggite l'occasione di cercare qualcosa che va al di là di quello che solo i nostri occhi possono vedere. Ci sono diversi motivi per dare ascolto al nostro cuore.
Ora il rischio è quello di voler restare a tutti i costi sul Tabor in contemplazione estatica. Non possiamo e non dobbiamo. Torniamo alle cose di tutti i giorni con animo nuovo. L'amore che noi mettiamo in quello che facciamo si vedrà.
sabato 8 aprile 2006
Far parte dell'Organizzazione
A distanza di poco tempo ritorno a parlare del libro di Tiziano Terzani.
Lunedì scorso ne ho terminato la lettura e confermo pienamente il giudizio positivo che avevo anticipato nel mio precedente post.
Ci sono alcuni passaggi che vorrei sottolineare riportandoli di seguito. Pertanto chi fosse intenzionato a leggere queste memorie o lo sta facendo e non vuole vedersi rovinato il gusto della lettura originale non proceda oltre.
Riporto fedelmente da pagina 423 a pagina 424.
FOLCO: Ma secondo te c'è uno stato dell'anima, della mente, dell'essere a cui uno può arrivare...
TIZIANO: Fumato?!
F: No! C'è una meta oltre... oltre a dove sei ora? C'è un altro passo, c'è qualcos'altro che uno può ancora fare con se stesso?
T: Io credo che non c'è.
E se lo desiderassi negherei tutto quello su cui ho lavorato. Perché sarebbe un desiderio. Devo essere proprio onesto, per me è già tanto quello che ho trovato. Chi mi avrebbe mai detto che con una diagnosi di cancro senza tante speranze me la sarei risa fino alla frutta? E ora, non mi basta? Ma che voglio di più? Che voglio di più, che mi facciano il monumento in piazza?!
F: No, quello giusto no. Se ci fosse, sarebbe qualcosa di interiore.
Non lo so però. Se uno accetta la morte, hai ragione, cosa può volere di più? Cosa può esserci di più interiore dell'accettare la propria morte?
T: E ancora più completo è l'integrare il male con il bene, la morte con la vita. Perché se lo hai capito non soltanto con la testa, se davvero riesci a integrarli, allora hai sentito col cuore, con l'intuizione, la quintessenza dell'universo. Lo senti se hai capito che in fondo non c'è differenza, che gli asura sono come i deva, i demoni sono come gli dei, che apparentemente si combattono, ma che alla fine sono la stessa cosa.
F: Ci devono essere diversi livelli di comprensione di questa cosa, no?
T: Ne sono sicuro. E il tuo lama tibetano ne aveva certamente raggiunto uno più alto. Ma io, per me, non ho potuto prenderne uno più alto. E ti assicuro che ora non mi manca.
F: Non ti manca, no?
T: No, no. Sto bene, sono arrivato.
F: Cioè il mondo non ti chiama più? Eppure di tanto in tanto ti incazzi ancora, quando non rimetto la tua radio al suo posto preciso, quando il gattino miagola. Quello che cos'è?
T: Vecchie debolezze di Tiziano Terzani che pensa ancora che sia possibile un aggiustamento che renda migliori le cose di fuori. Ma se per un attimo sei obiettivo, ti rendi conto che non è possibile. Non è possibile, Folco. Guarda questi ultimi cento anni. Allora ti dici che devi usare la scoperta di non essere il corpo, di non essere la tua identità, i tuoi libri, ma di essere parte di un'altra cosa che è indifferente a tutto questo, e che forse, un giorno, questo potrà aiutare l'uomo a trovare una via.
FOLCO: Io mi domando se l'illuminazione non sia proprio l'arrivare a guardare il mondo così com'è e vederlo come perfetto.
T: Ah certo, certo, bravo. Sono assolutamente d'accordo.
F: Cioè, vedere che non c'è niente da cambiare. Che l'abbruttimento, le torture in Iraq e l'acqua che viene troppo calda dalla doccia, tutto è esattamente come deve essere.
T: Mi colpisce questa definizione. Forse è giusta, forse hai ragione. Anzi, mi colpisce questo tuo pensiero perché forse è così. Perché anche nella mia aspirazione a un uomo migliore, più spirituale, c'è desiderio. E c'è una cosa ancora più terribile, c'è divenire. Invece hai ragione tu, sì. Capire che è perfetto. E che non diviene.
E'.
Un pensiero su cui riflettere.
Lunedì scorso ne ho terminato la lettura e confermo pienamente il giudizio positivo che avevo anticipato nel mio precedente post.
Ci sono alcuni passaggi che vorrei sottolineare riportandoli di seguito. Pertanto chi fosse intenzionato a leggere queste memorie o lo sta facendo e non vuole vedersi rovinato il gusto della lettura originale non proceda oltre.
Riporto fedelmente da pagina 423 a pagina 424.
FOLCO: Ma secondo te c'è uno stato dell'anima, della mente, dell'essere a cui uno può arrivare...
TIZIANO: Fumato?!
F: No! C'è una meta oltre... oltre a dove sei ora? C'è un altro passo, c'è qualcos'altro che uno può ancora fare con se stesso?
T: Io credo che non c'è.
E se lo desiderassi negherei tutto quello su cui ho lavorato. Perché sarebbe un desiderio. Devo essere proprio onesto, per me è già tanto quello che ho trovato. Chi mi avrebbe mai detto che con una diagnosi di cancro senza tante speranze me la sarei risa fino alla frutta? E ora, non mi basta? Ma che voglio di più? Che voglio di più, che mi facciano il monumento in piazza?!
F: No, quello giusto no. Se ci fosse, sarebbe qualcosa di interiore.
Non lo so però. Se uno accetta la morte, hai ragione, cosa può volere di più? Cosa può esserci di più interiore dell'accettare la propria morte?
T: E ancora più completo è l'integrare il male con il bene, la morte con la vita. Perché se lo hai capito non soltanto con la testa, se davvero riesci a integrarli, allora hai sentito col cuore, con l'intuizione, la quintessenza dell'universo. Lo senti se hai capito che in fondo non c'è differenza, che gli asura sono come i deva, i demoni sono come gli dei, che apparentemente si combattono, ma che alla fine sono la stessa cosa.
F: Ci devono essere diversi livelli di comprensione di questa cosa, no?
T: Ne sono sicuro. E il tuo lama tibetano ne aveva certamente raggiunto uno più alto. Ma io, per me, non ho potuto prenderne uno più alto. E ti assicuro che ora non mi manca.
F: Non ti manca, no?
T: No, no. Sto bene, sono arrivato.
F: Cioè il mondo non ti chiama più? Eppure di tanto in tanto ti incazzi ancora, quando non rimetto la tua radio al suo posto preciso, quando il gattino miagola. Quello che cos'è?
T: Vecchie debolezze di Tiziano Terzani che pensa ancora che sia possibile un aggiustamento che renda migliori le cose di fuori. Ma se per un attimo sei obiettivo, ti rendi conto che non è possibile. Non è possibile, Folco. Guarda questi ultimi cento anni. Allora ti dici che devi usare la scoperta di non essere il corpo, di non essere la tua identità, i tuoi libri, ma di essere parte di un'altra cosa che è indifferente a tutto questo, e che forse, un giorno, questo potrà aiutare l'uomo a trovare una via.
FOLCO: Io mi domando se l'illuminazione non sia proprio l'arrivare a guardare il mondo così com'è e vederlo come perfetto.
T: Ah certo, certo, bravo. Sono assolutamente d'accordo.
F: Cioè, vedere che non c'è niente da cambiare. Che l'abbruttimento, le torture in Iraq e l'acqua che viene troppo calda dalla doccia, tutto è esattamente come deve essere.
T: Mi colpisce questa definizione. Forse è giusta, forse hai ragione. Anzi, mi colpisce questo tuo pensiero perché forse è così. Perché anche nella mia aspirazione a un uomo migliore, più spirituale, c'è desiderio. E c'è una cosa ancora più terribile, c'è divenire. Invece hai ragione tu, sì. Capire che è perfetto. E che non diviene.
E'.
Un pensiero su cui riflettere.
sabato 1 aprile 2006
La fine è il suo inizio
In questi giorni sto leggendo l'ultimo libro di Tiziano Terzani. Non conoscevo quest'uomo nonostante sia stato una persona di un certo rilievo nel panorama mondiale. L'invito alla lettura mi è venuto da una trasmissione televisiva in cui era ospite il figlio Folco che ha curato la stesura di quest'opera. Indubbiamente è un libro dal peso rilevante e non solo nel senso letterale del termine, data la qualità della carta con cui è stato realizzato. Non vorrei darne un giudizio affrettato e quindi sarebbe meglio attendere di ultimarne la lettura. Sicuramente, per quanto mi riguarda, piacevole e non banale, ricco di riflessioni e contenuti che si possono o meno condividere, ma che rappresentano la sincera testimonianza di una vita fortunata.
TIZIANO TERZANI - LA FINE E' IL MIO INIZIO - "Un padre racconta al figlio il grande viaggio della vita" - LONGANESI.
"Intanto tu sei venuto a tenermi per mano e questo ci dà l'occasione di parlare del viaggio di quel ragazzino, nato in un letto di via Pisana, un quartiere popolare di Firenze, che si ritrova nelle grandi storie del suo tempo - la guerra in Vietnam, la Cina, la caduta dell'impero sovietico - poi va sull'Himalaya, e adesso è qui, in una sua piccola Himalaya, ad aspettare questa ora secondo me piacevole.
Allora, questa è la fine, ma è anche l'inizio di una storia che è la mia vita e di cui mi piacerebbe ancora parlare con te per vedere insieme se, tutto sommato, c'é un senso."
Si può restare sconcertati dalla serenità con cui si affronta il dolore per una malattia terminale e la morte. Dal mio punto di vista però la cosa è comprensibilissima. Chi ha speso bene il proprio tempo non ha più paura. Sente di non avere legami con le cose possedute, le persone amate, e non teme di perdersi qualcosa delle cose che verranno, dei volti che nasceranno perché, in un certo senso, ha tutto presente.
Il mio pensiero va con facilità agli ultimi giorni di mia moglie perché anche in lei ho visto una sorprendente docilità nell'affrontare la morte. Intendiamoci bene, non è che lei, data la giovane età, non desiderasse più vivere. Al contrario, nonostante a me non sia sembrato, credo che ella abbia lottato con tutte le sue forze contro il cancro. Ma ormai era una guerra persa in partenza e nel momento in cui se n'é resa conto, ha accettato che la sua vita stesse per finire.
Mi rendo conto che potrei dire tante altre cose riguardo ai suoi ultimi giorni, ma mentre posso scrivere di un altro con lucidità e distacco, non riesco a fare altrettanto con chi è stato carne della mia carne e osso del mio osso. Sono sensazioni che difficilmente riesco a descrivere pienamente e su cui è giusto sorvolare perché in un modo o nell'altro tantissimi le conoscono ed io non posso avere la presunzione di gestire un dolore più grande di quello degli altri.
Se amate almeno un poco la lettura, comprate il libro di Tiziano Terzani. Come ha detto lui, i libri sono compagni di viaggio discreti. Stanno zitti quando devono e vi parlano quando lo volete.
TIZIANO TERZANI - LA FINE E' IL MIO INIZIO - "Un padre racconta al figlio il grande viaggio della vita" - LONGANESI.
"Intanto tu sei venuto a tenermi per mano e questo ci dà l'occasione di parlare del viaggio di quel ragazzino, nato in un letto di via Pisana, un quartiere popolare di Firenze, che si ritrova nelle grandi storie del suo tempo - la guerra in Vietnam, la Cina, la caduta dell'impero sovietico - poi va sull'Himalaya, e adesso è qui, in una sua piccola Himalaya, ad aspettare questa ora secondo me piacevole.
Allora, questa è la fine, ma è anche l'inizio di una storia che è la mia vita e di cui mi piacerebbe ancora parlare con te per vedere insieme se, tutto sommato, c'é un senso."
Si può restare sconcertati dalla serenità con cui si affronta il dolore per una malattia terminale e la morte. Dal mio punto di vista però la cosa è comprensibilissima. Chi ha speso bene il proprio tempo non ha più paura. Sente di non avere legami con le cose possedute, le persone amate, e non teme di perdersi qualcosa delle cose che verranno, dei volti che nasceranno perché, in un certo senso, ha tutto presente.
Il mio pensiero va con facilità agli ultimi giorni di mia moglie perché anche in lei ho visto una sorprendente docilità nell'affrontare la morte. Intendiamoci bene, non è che lei, data la giovane età, non desiderasse più vivere. Al contrario, nonostante a me non sia sembrato, credo che ella abbia lottato con tutte le sue forze contro il cancro. Ma ormai era una guerra persa in partenza e nel momento in cui se n'é resa conto, ha accettato che la sua vita stesse per finire.
Mi rendo conto che potrei dire tante altre cose riguardo ai suoi ultimi giorni, ma mentre posso scrivere di un altro con lucidità e distacco, non riesco a fare altrettanto con chi è stato carne della mia carne e osso del mio osso. Sono sensazioni che difficilmente riesco a descrivere pienamente e su cui è giusto sorvolare perché in un modo o nell'altro tantissimi le conoscono ed io non posso avere la presunzione di gestire un dolore più grande di quello degli altri.
Se amate almeno un poco la lettura, comprate il libro di Tiziano Terzani. Come ha detto lui, i libri sono compagni di viaggio discreti. Stanno zitti quando devono e vi parlano quando lo volete.
sabato 25 marzo 2006
Sistemare il mondo
(...) L'attività caritativa cristiana deve essere indipendente da partiti ed ideologie. Non è un mezzo per cambiare il mondo in modo ideologico e non sta al servizio di strategie mondane, ma è attualizzazione qui ed ora dell'amore di cui l'uomo ha sempre bisogno. (...) In verità, l'umanizzazione del mondo non può essere promossa rinunciando, per il momento, a comportarsi in modo umano. Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità, indipendentemente da strategie e programmi di partito. (...) E' Dio che governa il mondo, non noi. Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello che possiamo e finché Egli ce ne dà la forza. (...) La preghiera come mezzo per attingere sempre di nuovo forza da Cristo, diventa qui un'urgenza del tutto concreta. (...) La beata Teresa di Calcutta è un esempio molto evidente del fatto che il tempo dedicato a Dio nella preghiera non solo non nuoce all'efficacia e all'operosità dell'amore verso il prossimo, ma ne è in realtà l'inesauribile sorgente. (...) Vivere l'amore e in questo modo far entrare la luce di Dio nel mondo (...).
Tratto dall'enciclica "DEUS CARITAS EST" di Benedetto XVI.
Tratto dall'enciclica "DEUS CARITAS EST" di Benedetto XVI.
sabato 11 marzo 2006
Averne il diritto
La visita settimanale all'ipermercato è sovente spunto di riflessioni ed interrogativi.
Come già detto mi ci reco il sabato mattino proprio all'orario d'apertura. Quello che non sapete è che da un po' di volte in qua, approfittando dell'ora, parcheggio l'auto nel sotterraneo e la pongo vicino ai carrelli. Ma nel fare ciò la sistemo di proposito a cavallo di due piazzole in modo che poi mi resti spazio per caricare agevolmente le cose in macchina. Lo sapevo di non fare una cosa politicamente corretta e mi aspettavo di trovare da un momento all'altro sul parabrezza uno di quei noti biglietti che dice più o meno: Se parcheggi così, non ti lamentare di essere cornuto (per la verità ne girano anche altri più volgari).
Questa mattina ho avuto il mio. Stavo quasi per ripartire e vedo sul lato passeggero, sotto il tergicristallo, un foglietto. Scendo e lo tolgo. C'era scritto: Questa è la seconda volta che parcheggi in questo modo. Impara a parcheggiare. Grazie.
D'istinto mi verrebbe di scrivere una replica e lasciarla da qualche parte. Poi penso che magari la vedrebbero tutti tranne l'interessato. Avrò modo la prossima settimana di mettere una scritta sulla mia auto che dice: A quest'ora il posto non ti manca. Porta pazienza, grazie.
Il punto però è un altro. Ho il diritto di occupare due piazzole anche se in quell'orario di posto ne avanza parecchio? Probabilmente no perché anche ad altri farebbe piacere mettere l'auto a fianco della mia. E se avessi scelto un posto più defilato la cosa avrebbe infastidito meno oppure mi sono scontrato con la suscettibilità di chi vuole tutte le cose al posto giusto e quindi anche ogni auto in ogni piazzola?
Ieri in ufficio ho avuto quello che definirei un attacco di ordinaria follia. Se usate la posta elettronica capiterà spesso anche a voi di ricevere mail indesiderate: spam. Qualche tempo fa avevo ricevuto un messaggio pubblicitario da una ditta che realizza prodotti che possono fare al caso nostro. Non interessato alla newsletter peraltro non richiesta, ho eseguito la procedura per farmi rimuovere dall'elenco.
Complice lo stress dovuto al carico di lavoro, ma soprattutto alle numerose ore di sonno perso nell'ultimo periodo, all'ennesima mail ho replicato rimandando indietro un numero notevole di copie della mail stessa sia al mittente ma anche a vari altri indirizzi recuperati nella pagina dei contatti dell'azienda in questione.
Non è passato neanche un quarto d'ora che un collega mi chiama al telefono dicendomi che una persona di quella ditta vuole parlare proprio con me. Lascio detto di rispondere che non ho tempo.
Mi rendo conto della mascalzonata e codardia per non aver neanche voluto interloquire facendomi negare al telefono.
Avevo il diritto di reagire a quel modo rispedendo la missiva al mittente decuplicata per rappresaglia?
Mi rendo conto quanto sia facile perdere le staffe se le circostanze non sono favorevoli e ci si trova continuamente vessati per altri motivi.
A chi ti pesta i calli è giusto rispondere: per favore puoi scendere dal mio piede oppure è lecito scrollarselo di dosso con uno spintone? E questo cosa c'entra? Forse c'entra.
Sono sempre stato un sostenitore del porgere l'altra guancia, ma ultimamente non mi vedo per niente disponibile in questo senso.
L'aiuto non mi può venire dall'esterno. Sono io che devo guardarmi dentro e recuperare equilibrio e tolleranza. Rodersi il fegato e sbottare d'ira può essere uno sfogo comprensibile, ma si può fare di meglio.
Non so se ho il diritto di essere come sono. Certamente ho il dovere di essere migliore.
Come già detto mi ci reco il sabato mattino proprio all'orario d'apertura. Quello che non sapete è che da un po' di volte in qua, approfittando dell'ora, parcheggio l'auto nel sotterraneo e la pongo vicino ai carrelli. Ma nel fare ciò la sistemo di proposito a cavallo di due piazzole in modo che poi mi resti spazio per caricare agevolmente le cose in macchina. Lo sapevo di non fare una cosa politicamente corretta e mi aspettavo di trovare da un momento all'altro sul parabrezza uno di quei noti biglietti che dice più o meno: Se parcheggi così, non ti lamentare di essere cornuto (per la verità ne girano anche altri più volgari).
Questa mattina ho avuto il mio. Stavo quasi per ripartire e vedo sul lato passeggero, sotto il tergicristallo, un foglietto. Scendo e lo tolgo. C'era scritto: Questa è la seconda volta che parcheggi in questo modo. Impara a parcheggiare. Grazie.
D'istinto mi verrebbe di scrivere una replica e lasciarla da qualche parte. Poi penso che magari la vedrebbero tutti tranne l'interessato. Avrò modo la prossima settimana di mettere una scritta sulla mia auto che dice: A quest'ora il posto non ti manca. Porta pazienza, grazie.
Il punto però è un altro. Ho il diritto di occupare due piazzole anche se in quell'orario di posto ne avanza parecchio? Probabilmente no perché anche ad altri farebbe piacere mettere l'auto a fianco della mia. E se avessi scelto un posto più defilato la cosa avrebbe infastidito meno oppure mi sono scontrato con la suscettibilità di chi vuole tutte le cose al posto giusto e quindi anche ogni auto in ogni piazzola?
Ieri in ufficio ho avuto quello che definirei un attacco di ordinaria follia. Se usate la posta elettronica capiterà spesso anche a voi di ricevere mail indesiderate: spam. Qualche tempo fa avevo ricevuto un messaggio pubblicitario da una ditta che realizza prodotti che possono fare al caso nostro. Non interessato alla newsletter peraltro non richiesta, ho eseguito la procedura per farmi rimuovere dall'elenco.
Complice lo stress dovuto al carico di lavoro, ma soprattutto alle numerose ore di sonno perso nell'ultimo periodo, all'ennesima mail ho replicato rimandando indietro un numero notevole di copie della mail stessa sia al mittente ma anche a vari altri indirizzi recuperati nella pagina dei contatti dell'azienda in questione.
Non è passato neanche un quarto d'ora che un collega mi chiama al telefono dicendomi che una persona di quella ditta vuole parlare proprio con me. Lascio detto di rispondere che non ho tempo.
Mi rendo conto della mascalzonata e codardia per non aver neanche voluto interloquire facendomi negare al telefono.
Avevo il diritto di reagire a quel modo rispedendo la missiva al mittente decuplicata per rappresaglia?
Mi rendo conto quanto sia facile perdere le staffe se le circostanze non sono favorevoli e ci si trova continuamente vessati per altri motivi.
A chi ti pesta i calli è giusto rispondere: per favore puoi scendere dal mio piede oppure è lecito scrollarselo di dosso con uno spintone? E questo cosa c'entra? Forse c'entra.
Sono sempre stato un sostenitore del porgere l'altra guancia, ma ultimamente non mi vedo per niente disponibile in questo senso.
L'aiuto non mi può venire dall'esterno. Sono io che devo guardarmi dentro e recuperare equilibrio e tolleranza. Rodersi il fegato e sbottare d'ira può essere uno sfogo comprensibile, ma si può fare di meglio.
Non so se ho il diritto di essere come sono. Certamente ho il dovere di essere migliore.
sabato 25 febbraio 2006
Utopie
Poco più di un anno fa il sud-est asiatico fu travolto dallo tsunami. A quell'orrore per la catastrofe naturale fece seguito una grande azione mondiale di solidarietà verso le popolazioni colpite. Quasi tutti, chi più chi meno, abbiamo contribuito economicamente aderendo alle numerose iniziative per la ricostruzione ed in sostegno delle persone sopravvissute.
Lo stimolo mediatico è stato rilevante. Certamente la rapidità con cui si diffondono le immagini e le notizie di queste calamità è uno degli aspetti positivi della globalizzazione. Questo potente strumento che è la comunicazione televisiva nel fare informazione si assume anche la responsabilità di veicolare le coscienze verso azioni concrete di assistenza e di aiuto.
Non capisco perché ultimamente sempre più spesso debba emergere il peggio del peggio. La polemica e la contrapposizione animano intancabilmente i nostri salotti televisivi.
Possibile che riusciamo a dare il meglio di noi stessi solo quando ci troviamo con le spalle al muro?
Se il clima del pianeta, a seguito di continue devastazioni da parte dell'uomo, dovesse improvvisamente mutare verso qualcosa d'immensamente catastrofico, come abbiamo potuto vedere grazie alla fervida immaginazione di qualche registra cinematografico, sono sicuro che smetteremmo di agitarci per le solite questioni. Lasceremmo da parte le banalità e le stupidaggini e cercheremmo di dare il meglio per fronteggiare la situazione.
Come un ammalato grave che sa di vedere presto la fine dei suoi giorni, tutti quanti sovvertiremmo l'ordine delle nostre prirità. Lasceremmo emergere le cose che veramente contano e nel contempo tralasceremmo quelle che non hanno più futuro.
Perché ci dibattiamo inutilmente per l'effimero? Forse che una cosa ha valore solo nel contesto in cui ci troviamo a viverla? In regime di emergenza contano le piccole cose, quelle a cui normalmente non diamo valore quando tutto va bene.
Se stiamo per morire di malattia, diciamo che la salute è la cosa più importante.
Se stiamo per annegare, diciamo che l'aria è la cosa più importante.
Se stiamo per morire di sete, diciamo che l'acqua è la cosa più importante.
Se stiamo per morire di fame, diciamo che è il cibo la cosa più importante.
Se stiamo per morire di solitudine, diciamo che è l'amicizia la cosa più importante.
Preveniamo le catastrofi. Facciamo progetti per prepararci ad affrontarle. Meglio ancora assumiamo uno stile di vita che prevenga la rovina. Evitiamo il degrado e la devastazione. Combattiamo le ingiustizie e le disparità sociali.
Poche persone ricche diventano sempre più ricche. Non contiamo su di loro. C'é una vasta moltitudine di persone comuni che non sta troppo male e che si può occupare del debole e del misero. Priviamoci tutti un poco del nostro benessere ogni giorno, con continuità ed elargiamolo in favore delle popolazioni meno abbienti. Una giustizia sociale che parte dal basso probabilmente ha maggiori possibilità di successo.
Lo stimolo mediatico è stato rilevante. Certamente la rapidità con cui si diffondono le immagini e le notizie di queste calamità è uno degli aspetti positivi della globalizzazione. Questo potente strumento che è la comunicazione televisiva nel fare informazione si assume anche la responsabilità di veicolare le coscienze verso azioni concrete di assistenza e di aiuto.
Non capisco perché ultimamente sempre più spesso debba emergere il peggio del peggio. La polemica e la contrapposizione animano intancabilmente i nostri salotti televisivi.
Possibile che riusciamo a dare il meglio di noi stessi solo quando ci troviamo con le spalle al muro?
Se il clima del pianeta, a seguito di continue devastazioni da parte dell'uomo, dovesse improvvisamente mutare verso qualcosa d'immensamente catastrofico, come abbiamo potuto vedere grazie alla fervida immaginazione di qualche registra cinematografico, sono sicuro che smetteremmo di agitarci per le solite questioni. Lasceremmo da parte le banalità e le stupidaggini e cercheremmo di dare il meglio per fronteggiare la situazione.
Come un ammalato grave che sa di vedere presto la fine dei suoi giorni, tutti quanti sovvertiremmo l'ordine delle nostre prirità. Lasceremmo emergere le cose che veramente contano e nel contempo tralasceremmo quelle che non hanno più futuro.
Perché ci dibattiamo inutilmente per l'effimero? Forse che una cosa ha valore solo nel contesto in cui ci troviamo a viverla? In regime di emergenza contano le piccole cose, quelle a cui normalmente non diamo valore quando tutto va bene.
Se stiamo per morire di malattia, diciamo che la salute è la cosa più importante.
Se stiamo per annegare, diciamo che l'aria è la cosa più importante.
Se stiamo per morire di sete, diciamo che l'acqua è la cosa più importante.
Se stiamo per morire di fame, diciamo che è il cibo la cosa più importante.
Se stiamo per morire di solitudine, diciamo che è l'amicizia la cosa più importante.
Preveniamo le catastrofi. Facciamo progetti per prepararci ad affrontarle. Meglio ancora assumiamo uno stile di vita che prevenga la rovina. Evitiamo il degrado e la devastazione. Combattiamo le ingiustizie e le disparità sociali.
Poche persone ricche diventano sempre più ricche. Non contiamo su di loro. C'é una vasta moltitudine di persone comuni che non sta troppo male e che si può occupare del debole e del misero. Priviamoci tutti un poco del nostro benessere ogni giorno, con continuità ed elargiamolo in favore delle popolazioni meno abbienti. Una giustizia sociale che parte dal basso probabilmente ha maggiori possibilità di successo.
domenica 19 febbraio 2006
Giornalismo pettegolo
Le vicende di questi giorni suscitano in me un pensiero ricorrente. Il giornalismo, ma farei meglio a dire la mente di molti giornalisti, ha perso la bussola e vaga senza più rotta. In nome di una presunta libertà di stampa sta passando di tutto e di più e lo sta facendo in modo tale che dubito sia trama e disegno precostituito da parte di qualcuno che dall'alto manovra tutto quanto. Mi pare invece di assistere a delirante pettegolezzo alla ricerca del sensazionale ad ogni costo sviando completamente da quelli che sono realmente i mali ed i problemi del nostro tempo. I potenti stessi, quelli insomma che hanno l'ingrato compito di governare, sono constantemente in lotta per incanalare entro giusti argini i vari sconquassoni che poche menti armate di parola procurano ogni giorno insensatamente. Non serve dare eco alle azioni scellerate di pochi che pubblicano vignette o altri che le ristampano sulle proprie magliette. Tutto l'occidente sembra ormai pensarla come loro e forse vorrebbero farci credere che il male sta altrove trascinandoci nuovamente in devastanti guerre di religione. Sicuramente non è questo il loro scopo, ma cosa importa se questi sono gli effetti? Libertà di stampa e di parola esistono realmente se il coraggio della denuncia non è omertoso e deferente nei confronti di chi veramente sta saccheggiando il nostro pianeta e rendendo le masse sempre più esasperate a cui non resta altro da fare che aggrapparsi a quanto di più sacro ancora possiedono. Noi a pancia piena ormai non combattiamo più per nulla, ma se non ci destiamo da questo colpevole torpore, se non riaccendiamo il lume della ragione, se non cambiamo presto le nostre prospettive, ci ritroveremo a dover rimpiangere presto il lusso trafugato. Non sappiamo più combattere ed abbiamo perso la voglia di lottare per i valori ed ideali che ci hanno tramandato i nostri padri. Quello che possediamo ci verrà presto tolto con rapida aggressione dall'esterno e da dentro. Non illudiamoci. Chi è qui tra noi è sopito, ma in caso di generale rivolta sarà certamente pronto ad unirsi nella lotta. Vi scongiuro. Abbia termine questo giornalismo pettegolo, fazioso ed ipocrita perché altrimenti la povera gente, come un ladro, verrà presto a riprendersi le sue cose e quello che abbiamo accumulato avidamente in questi anni non servirà minimamente a lenire il dolore delle nostre ferite. Non abbiate la coda di paglia perché non parlo per i giusti, ma per tanti che non riconoscono l'errore e perseverano. Il mondo è come noi lo facciamo. Felice di sbagliarmi e di non essere l'ennesima Cassandra.
sabato 18 febbraio 2006
Sabato italiano
Ooooh no! La sveglia suona ed io non ho voglia di alzarmi. Ma oggi è sabato e posso disinserire l'allarme perché domenica non serve.
Mi lavo, preparo colazione per Alessandra, riassetto i letti. Poi usciamo e l'accompagno a scuola.
Da qualche settimana ho preso l'abitudine di recarmi al bar della pasticceria mentre attendo che si apra il centro commerciale a cui sono solito andare per la spesa settimanale.
Cappuccino decaffeinato e brioches alla marmellata. Questa mattina treccia con l'uvetta, tanto per non apparire ripetitivo ed abitudinario. In verità lo sono, poiché il barista già ricorda i miei gusti...
Mi concedo questo piccolo lusso di farmi preparare una colazione. Mi coccolo seduto in un angolo ed intanto osservo chi va e viene. Operai che comunque lavorano in giorno prefestivo, mamme che hanno accompagnato i figli a scuola, coppie che anche loro si concedono qualcosa di diverso dalle solite mattine.
Pochi minuti e sono di nuovo in macchina. Avrei voglia di dirne quattro a chi col pick-up mi ha strombazzato perché in auto mi muovo troppo pigramente. Forse ha fretta di aprire l'officina lì vicino. Perché così susciettibili di buon'ora? Mi verrebbe voglia di dirgli che non serve correre se tanto il lavoro non gira... Una cattiveria gratuita sicuramente peggiore del piccolo "sgarbo" ricevuto che m'impone di portare pazienza.
Un attimo e sono col carrello in mano all'ingresso del supermercato. Mancano pochi minuti all'apertura. Si accendono le luci dei tornelli ed un'anziano scatta prontamente, ma viene subito stoppato da una commessa. Non ha visto che la saracinesca non è stata alzata completamente?
Prima di dirigermi verso gli scaffali dei generi alimentari, do un'occhiata a quello dei libri. Mi capita tra le mani "Le parole che non ti ho detto" che ho avuto modo di apprezzare nella versione cinematografica. Sarei tentato di prenderlo per conoscere quello che nel film non è stato riportato. Poi desisto senza però essermi soffermato qualche minuto a leggere le ultime pagine, così tanto per vedere se termina allo stesso modo. Theresa scrive anche lei un messaggio in bottiglia e lo affida all'oceano. E' grata per aver avuto l'amore di Garret e da lui ha imparato che si può amare ancora profondamente. Sente il suo uomo ancora vicino, nel vento che la scompiglia e si consola pensando che anche lei un giorno potrà riuscire a dimenticarlo senza per questo che il suo amore abbia fine. Mi ci ritrovo in pieno. Amo le cose cosidette sdolcinate, ma questa volta non ho voglia d'indulgere alle lacrime e prima che il groppo che mi si sta formando in gola si consolidi, ripongo il libro e scappo via.
Oggi il carrello non è particolarmente pieno. Mi metto in coda ed attendo il mio turno. Le cassiere sono poche e la fila si sta allungando. Sento passare alcune commesse alle spalle che dicono: dovrebbero mettere l'altoparlante anche al bar. Infatti, dopo poco scorgo nel corridoio un trio di cassiere che se la prendono comoda. La mia cassiera invece è stata solerte. Eppoi la conosco. E' vicina di casa dei miei cognati e volentieri faccio la fila alla sua cassa.
E' una delle poche persone che mi abbia rivolto complimenti. Una mattina mi ha detto: Sei bravissimo. Altri nella tua situazione si sarebbero persi d'animo. Mi ha fatto piacere e forse un giorno glielo dirò. A volte ti aspetteresti apprezzamenti dai congiunti e non ti vengono. Poi inaspettatamente vieni gratificato da persone poco più che estranee.
Quando viene il mio turno ci salutiamo e subito mi dice: Allora hai saputo la notizia? Capisco che si riferisce alla gravidanza di mia cognata e faccio seguito affermando che avere figli è ancora la cosa migliore. Ma ci vuole coraggio dato il mondo in cui viviamo, obbietta lei. Sorridendo le dico: Facciamo figli migliori per un mondo migliore. Ride e con stupore mi ammira. Poi con un brivido penso a chi insensatamente ha pubblicato quelle vignette ed ancora più scelleratamente le ha ristampate sulla propria maglietta. Mentre ripongo le cose già battute le dico chiaramente che, potendo, di figli ne farei ancora. L'anziana signora in coda dopo di me sembra interessata alle mie affermazioni. Verso la fine della spesa la commessa nota la biancheria che ho acquistato per mia figlia come pure gli assorbenti. Mentre fa un positivo commento sulla prima sorvola discreta sui secondi. Gia una volta le ho confidato che questo è il genere di spesa che mi pesa di più. Non sono le bottiglie dell'acqua o del vino. Sono pochi capi d'intimo. Mi pesa perché mi ritrovo da solo a vivere queste tappe senza Santina qui con me a condividerle. Mentre mi presenta il conto dice che avrebbe avuto voglia di fare altro oggi. Cerco di consolarla dicendole che anch'io questa mattina non sarei uscito dal letto. Il sabato non posso, ma domani è domenica e allora mi concederò di starmene a letto di più. Non riesco a dirle che comunque assolvo i mie doveri di cristiano recandomi alla messa. Aggiungo: solo fino alle otto. Ci sarà tempo per dormire negli anni a venire e con un ciao mi congedo.
Sabato italiano ed intanto fuori piove...
sabato 11 febbraio 2006
Il colore dei tuoi occhi
Parafrasando Pavese verrà l'amore ed avrà il colore dei tuoi occhi. Avrà termine la stagione dell'arsura e del pianto. Le lacrime lasceranno il posto alla tenerezza ed al calore. Il gelo triste di tanti momenti fuggirà via e come ghiaccio al sole si scoglerà l'opprimente catena di questi giorni.
Siamo passati attraverso la grande tribolazione ed abbiamo reso le nostre vesti candide come la neve lavandole nel sangue dell'Agnello. Orsù dunque facciamo frutti degni di conversione poiché l'uomo è come la polvere e come cenere ritornerà. Memento es pulvis. Giovane, non sprecare il fiore dei tuoi anni. Tempus fugit. Chi non vive per servire non serve per vivere. C'é posto per tutti. Il Dio paziente ci aspetta. Dobbiamo sceglierlo e non ha senso farlo se non in modo libero ed incondizionato. A chi cerca la via Tu hai detto di essere Via, Verità e Vita. In questa valle di lacrime, com'é possibile avere Fede? Pensaci. Questo è l'unico modo possibile. Non pensare al dopo, al premio sempiterno. Questa non è una prova. Giocatela nel migliore dei modi. Vivi e non lasciarti vivere. Sii testimone dell'Amore. Non ribellarti a Lui. Fidati di Lui proprio perché hai la libertà di non farlo. Rifiutalo ed avrai fortuna ugualmente, successo, denaro, ma non avrai Lui.
Guardi avanti e tutto ti sembra confuso, annebbiato, buio. Volgi lo sguardo indietro e tante cose acquistano maggior senso, per altre un senso non sai ancora trovarlo.
E sia la luce. Tu non hai che le nostre mani. Fa che noi siamo le tue mani. Tu non hai che il nostro volto. Fai che noi siamo il tuo volto. Nel delirio d'onnipotenza non c'é salvezza. Per giungere a Te si deve passare per la porta stretta. I tuoi sovrastanti pensieri solo l'uomo umile li può intuire. Venga il tuo Regno ora e per sempre.
Verrà l'amore ed avrà il colore dei tuoi occhi ed io non avrò più paura perché Tu sei qui con me. Deus caritas est.
mercoledì 8 febbraio 2006
Il complemese
Il complemese - 17/11/2002
Il millenovecentottantuno fu un anno particolare. In quell’anno veniva ordinato sacerdote un nostro comparrocchiano. Partecipammo in gruppo alla celebrazione di consacrazione anche se per noi due fu più che altro occasione per stare insieme, sia pure in mezzo agli altri. La nostra testa era altrove e finimmo col chiacchierare un po’ più del dovuto. Ad un certo punto una suora, che evidentemente aveva sopportato fin troppo, non si trattenne dal farcelo notare e ci chiese maggior contegno.
Mentre tornavamo in auto, Santina disse che verso fine mese ci sarebbe stato un concerto di Ron proprio qui a Brescia. Se la cosa m’andava a genio potevamo andarci. Accolsi la proposta di buon grado. Non sono mai stato un patito per la musica né tanto meno per i concerti dal vivo, ma era un’ottima scusa per uscire insieme da soli. La nostra prima volta. Fino a quel momento c’eravamo sempre trovati in gruppo, con amici o coetanei. Era giunto il momento di ritagliarci uno spazio tutto per noi.
Quella mattina veniva a trovarci dalla California una zia di mio padre. Io e lui ci recammo di buon mattino all’aeroporto di Malpensa per accoglierla al suo arrivo. La zia si fermò poco da noi. Il pomeriggio stesso fu accompagnata dai miei su in montagna al paese d’origine. Io non volli andare. Preferii restarmene a casa a recuperare qualche ora di sonno.
E venne la sera. Avevo avuto da mio padre in prestito l’auto per uscire. Non era una bella giornata. Non lo era stata fin dal mattino, quando sotto la pioggia rientravamo da Milano. Mi fermai con la centoventisette davanti alla casa di Santina. Suonai il campanello. I suoi, visto il temporale in atto si dimostrarono un poco preoccupati, ma un concerto non si può far aspettare e saltammo in macchina di tutta fretta. Trovai posto nei pressi dello stadio. Parcheggiai e ci dirigemmo verso il teatro tenda allestito per l’evento musicale.
Senza nulla togliere al cantautore, certamente l’acquazzone di quel 28 giugno deve aver scoraggiato tutti i fan che non avevano già acquistato i biglietti in prevendita. Prendemmo posto su una panca laterale un poco a sinistra rispetto al palco. Credo di essere stato io per primo a chiederle se potevo tenerle la mano. Acconsentì. Ripeto che non ho mai avuto particolare inclinazione verso l’ascolto della musica e men che meno per quel genere. Comunque mi adattai. Era un po’ tutto una novità per me. Man mano che il tempo passava cominciai a provare dolore ai timpani per il fragore di quelle canzoni accompagnate a toni insostenibili per il mio udito. Continuarono a ronzarmi le orecchie per parecchie ore, come sarà capitato a tutti la prima volta in cui si è assistito ad un concerto ad alto volume.
Purtroppo, anche se a tratti mal sopportato, ad un certo punto il repertorio fini. Santina aveva gradito tantissimo ed aveva avuto modo di apprezzare il cantautore anche in precedenza, ma non dal vivo come in quella nostra prima serata insieme. Mentre spioveva ritornammo verso casa. Non ci eravamo detti granché. Avevo passato con lei i miei primi momenti di tenerezza, mano nella mano. Fermi in auto davanti a casa sua stavamo per salutarci ed io feci la fatidica domanda: "Posso darti un bacio?" Credo che se lo aspettasse. La sua risposta non fu per me scontata e quando acconsentì mi avvicinai a lei con trepidazione.
Non provai nessuna emozione particolare. Tutti si domandano com’è la prima volta. Fu quanto di più naturale mi potessi aspettare. Il giorno successivo volli sapere com’era andata. Noi uomini finiamo sempre col domandare com’è stato. Vogliamo sempre sapere se siamo stati all’altezza. Se abbiamo fatto faville.
Quanto ero ingenuo. Sapete cosa mi rispose? Mi disse che quello era un bacio da fratelli. In tutto il mio ardore la sera prima le avevo scoccato un sonoro bacio sulla guancia. Per me era naturale esordire così. Lei si era preparata a qualcosa di più ardito, ma la mia inesperienza deve comunque averla confortata.
Ora non ricordo quando ci siamo baciati sulla bocca, anche se mi parve di lì a non molto. Quel che è certo è che da quel giorno cominciammo ufficialmente a contare i giorni del nostro stare insieme. Ogni ventotto del mese era il nostro complemese. Più le ricorrenze passavano e più sentivo il nostro rapporto consolidarsi. Ma non fu tutto idillio. Fin da subito ci furono scosse di assestamento che permisero però di poggiare bene le fondamenta del nostro rapporto. (...)
Nota del 04/02/2006 - Lo scritto originale prosegue con la narrazione di un altro fatto. Ho riflettuto sull'opportunità o meno di pubblicarlo e dato che non posso conoscere il desiderio di Santina in merito a questo, mi baserò su quanto espresso da mia figlia per una circostanza analoga ed in cui mi ha chiesto esplicitamente di mantenere la discrezione.
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