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martedì, gennaio 27, 2015

Cuore di pietra

Bisogna avere un cuore di pietra. Solo così non ci coglie l'orrore per lo sterminio, per i campi, per il filo spinato. Solo così riusciamo a rimandare indietro le lacrime per l'ingiustizia patita dal giusto. Solo così possiamo ancora coltivare il seme del male.

venerdì, gennaio 09, 2015

Pregare coi bambini

Angiolino mio carino,
vieni sopra il mio cuscino;
fa' ch'io dorma in compagnia
di Gesù e di Maria.

Angelo Santo stammi  vicino,
dammi la mano perché son piccino;
se tu mi guidi con il tuo sorriso,
andremo insieme in Paradiso.

lunedì, gennaio 05, 2015

Destino

C'è nella notte come una tregua dal male. L'uomo traghetta la sua infelicità tra un giorno doloroso e un altro che lo sarà. Là, in fondo, prima della ragione, il destino solo questa intercessione concede, e gli uomini accendono fuochi come a imitare le stelle e ringraziarle.

Il destino è ben altra cosa dal caso. Il caso, la tyche, è qualcosa d'imponderabile, inaspettato. I greci, così sicuri che esistesse un'armonia nel mondo, dettata dai numeri, e un primato della ragione e del pensiero, dietro il caso ci persero la testa e il fegato, per venirne a capo. E fu sempre sconfitta. Il destino, la móira, non è casuale.

È lì, intrufolato nel nostro dna, ha tutte le sue premesse nel carattere (dáimon); se si compie è perché, sconosciuto o no, aveva già una ragione di compiersi.

Il destino è un fiume sotterraneo che scorre parallelo alla vita: ogni tanto emerge e allora ci sommerge e ci chiediamo «ma perché proprio a me?»: oh, sì, solo a te, perché quel fiume è il tuo, e c'era anche quando non lo vedevi.

- Cioè una combinazione ai dadi è un caso e, mettiamo, un incidente in moto è destino?
- Sì, anánche per i greci, cioè necessità, perché prima o poi si compie.
- Forse è per questo che ho così paura della notte, perché nasconde in sé tutti i destini. E il mio destino.

ROBERTO VECCHIONI
IL MERCANTE DI LUCE
EINAUDI


domenica, dicembre 28, 2014

L'unità di bocca

«Qual è l'unità di Bocca?» domandò a Tomàs, mentre lo aiutava a togliersi la cuffia.
«L'unità di Bocca? Una bocca!» rispose lui, stupito.
«E l'unità di Occhi?»
«Un occhio.»
Il Medico delle Acque disapprovò.
«Una bocca funziona da sola, ma un occhio da solo manca di profondità.»
«L'unità di Occhi è due occhi, allora.»
«E l'unità di Uomo?»
«Un uomo. Come la bocca, funziona da solo.»
«No. Da solo non crea nulla. L'unità di Uomo è la coppia», strillò Morena, scuotendosi dal torpore. «Sei stato proprio tu a suggerirmelo, Tomàs, mentre nuotavamo nella vasca.»
Noah sorrise compiaciuto.
«Chi si sposa solo con se stesso prima o poi divorzia.»
L'amore umano, aggiunse, non è la semplice somma di due Io. E' una creatura autonoma, il cui nome è Noi. Se la coppia costruisce progetti, non conoscerà le rughe del tempo perché il maschio e la femmina non saranno più due, ma una cosa unica.
«Ma come possiamo comprimere il desiderio di nuove emozioni?» domandò Tomàs, mentre uscivano dall'acqua e indossavano nuovi accappatoi ancora più leggeri.
«Il desiderio non si comprime. Si supera, in nome del progetto», rispose il Medico delle Acque.
«E' vero», aggiunse Morena con voce sognante. «L'amore dura finché si continua a sognare insieme. Anche in modo diverso, ma comune.»
Tomàs si accorse che l'odore di lei gli era rimasto addosso. Il suo progetto, al momento, era di non lasciarlo svanire troppo in fretta.

MASSIMO GRAMELLINI
L'ULTIMA RIGA DELLE FAVOLE
TEA


Il piacere delle piccole cose

Ho dovuto cedere ad Alessandra l'angolo comodo del divano dove mi piace rannicchiarmi e lasciarmi coccolare dai miei pensieri. Non importa, va ugualmente bene anche la sua scrivania lasciata libera. Il piacere di vivere più sovente deriva da uno stato mentale che da un luogo oppure da una posizione.

E' bello sentirsi riconciliati con Dio e con il mondo intero, nonostante i nostri limiti e le nostre asperità di carattere. Forse l'occasione può essere propizia per stilare una sorta di bilancio al termine di un altro faticoso anno. Se la difficoltà non è propriamente la nostra, ugualmente abbiamo patito ed ancora proviamo pena per la quotidiana fatica di altri che per un attimo incrociano la nostra esistenza.

Negli ultimi giorni sono rimasto un po' più silenzioso del mio solito. Non m'è venuta voglia di fuggire, di scappare lontano. Ho provato ad esserci, a stare con chi ne aveva bisogno. Non sono sicuro di essere riuscito a portare gioia dove c'era tristezza, allegria dove trovava spazio il pianto perché anch'io avevo bisogno di consolazione.

Ma se ho avuto il coraggio di lasciarmi andare ad un abbraccio più lungo del solito, ad una carezza più tenera di quanto la mia indole riesce solitamente a dare, allora quella stretta l'ho ricevuta anch'io perché è soltanto donando che si ha e davvero null'altro si ha se non ciò che si dona.

lunedì, dicembre 08, 2014

Homo faber

La vita è un patrimonio che riceviamo senza poterlo meritare; ma, una volta ricevuta, diventa compito che ci dobbiamo assumere responsabilmente. Siamo persone intelligenti, consapevoli di noi stesse; abbiamo perciò la libertà di scegliere la nostra strada tra le tante possibili. Naturalmente, dobbiamo tenere conto della realtà in cui ci muoviamo. Il mondo esisteva prima di noi e ha una forma precisa nella quale alcune cose sono possibili, altre no.

Non possiamo partire da zero e non possiamo andare indifferentemente in qualsiasi direzione; alcune possibilità ci sono date e altre negate; alcune scelte ci sono possibili e altre no. E tuttavia, questo non toglie che abbiamo la libertà di fare una cosa od ometterla, di andare in una direzione o in un’altra. Il primo passo decisivo, perciò, è scegliere di ‘vivere’ e di non ‘lasciarsi vivere’.

L’uomo ha bisogno di imprimere il suo ‘logo’ personale su qualche realizzazione sua; la persona che si lascia condurre dalla corrente non ha un logo personale, è solo la risultante delle forze che si muovono attorno a lei.

Per dare un senso alla vita bisogna inevitabilmente porsi la domanda: “Che cosa voglio fare della mia vita? Quali obiettivi intendo raggiungere?”. La risposta a questa domanda è preziosa perché mette ordine nei valori che dirigono le scelte; se so verso dove voglio andare, avrò un criterio prezioso per distinguere quello che è utile (perché contribuisce ad avvicinarmi alla meta) da quello che è nocivo (perché finisce per allontanarmi dalla meta); quello che è più importante da quello che è meno importante. Potrò anche riconoscere la rilevanza di scelte che, sul momento, possono sembrare non necessarie, ma che aprono delle strade nuove per il futuro.

C’è una seconda domanda importante, che specifica la prima: “Che cosa posso fare di bene per gli altri? Per la società degli uomini?”. Debbo ricordarmi, infatti, che la mia esistenza è essenzialmente sociale; si sviluppa in rapporto con gli altri; ha bisogno degli altri e solo insieme con gli altri può cercare di diventare un’esistenza pienamente ‘umana’. Se mi rifiutassi di assumermi la responsabilità degli altri finirei per diventare un parassita, che si nutre della ricchezza di vita della società (cibo, casa, sicurezza, conoscenza, cultura...) ma non intende contribuire a produrre questa ricchezza. Ora, la vita di un parassita può anche sembrare desiderabile perché è una vita che succhia linfa da tutti e non dona nulla a nessuno; ma in realtà è una vita triste, che non riesce a sperimentare e nemmeno a immaginare la gioia di creare, di far vivere, di trasmettere gioia. La gioia umana, infatti, non consiste nell’accumulare molto, ma nel produrre qualcosa di degno con ciò che si possiede.

Carissimi giovani, ho scritto questa lettera con il desiderio – il sogno – di aiutarvi ad amare la vita, ad assumerla personalmente con la vostra intelligenza e col vostro cuore. In tutti questi anni ho camminato in alcuni momenti con lena, in altri con fatica, in altri mi sono trovato dolorosamente fuori strada.

Mi piacerebbe che diventaste migliori di noi, migliori della mia generazione. Sappiate scegliere correttamente i vostri modelli di vita; chiedetevi quanto di verità, di sincerità, di amore, ci sia nei singoli modelli che i mass media ci propongono come persone ‘riuscite’. E scegliete voi il cammino della vostra vita. Camminate insieme: molte cose si vedono solo attraverso gli occhi degli altri; aiutatevi a vicenda, senza gelosia e invidia, a crescere, ad amare, a lavorare per il bene di tutti.

TRATTO DALLA LETTERA AI GIOVANI DI LUCIANO MONARI VESCOVO DI BRESCIA - 8 DICEMBRE 2014


sabato, novembre 29, 2014

La bicicletta

Quello che sto per dire credo che sia successo a tanti di noi, anche se magari il ricordo potrà perdersi nella notte dei tempi. Mi riferisco al fatto di aver desiderato una cosa così intensamente e così a lungo da aver reso l'attesa stessa piacevole come il dono che, a tempo debito, avremmo ricevuto.

A me è capitato di sognare da bambino di avere una bicicletta nuova. Diversamente da oggi, allora non si esaudivano i desideri dei figli appena espressi né tanto meno li si preveniva come noi genitori moderni facciamo con i nostri ragazzi, rinunciando così ad un momento estremamente educativo e che forse soltanto il prolungarsi della crisi riuscirà a riportare indietro.

Così poteva capitare che la nostra entusiastica voglia di pedalare espressa nel periodo natalizio trovasse soddisfazione soltanto a fine anno scolastico come premio per una buona promozione. Ma in tutti quei lunghi mesi d'attesa, noi tornavamo spesso a baloccarci con il pensiero di ciò che sarebbe arrivato un giorno e che sembrava alquanto lontano. Ed in questo sogno ricorrente cresceva l'attesa, la voglia, il desiderio a cui solo il mantenimento della promessa poteva dare compimento e soddisfazione piena.

Ho avuto ieri un breve scambio con un collega che asseriva di non aver ancora avuto modo di sentir voglia di Natale, come pronta risposta al mio desiderio di ferie e feste da passare in famiglia. Continuando il discorso aggiungevo che non tantissimi anni fa le pubblicità del panettone cominciavano a comparire già subito dopo l'inizio di novembre ed era ormai forte ed insistente lo sprone per indurre la gente ad acquistare regali.

Purtroppo non è infrequente arrivare alla vigilia di Natale e, non solo sentire di averne perso il senso come sottolineato in tantissimi film americani, ma addirittura di avere completa indifferenza per l'albero da addobbare, il presepe da allestire, i messaggi di auguri da spedire, le cene da imbandire.

Ce lo dice la liturgia, bisogna preparare la via a Colui che sta per arrivare. Aprire la porta a quel Bambinello che è venuto tra noi una volta soltanto, ma che nel ricordo perpetuo, viene a porre la sua tenda fra di noi sempre ogni volta che lo invochiamo e lo desideriamo. Come una bicicletta nuova, dovremmo pensare per tempo a questo grande dono d'amore che ci è stato fatto e che continuamente è per noi, se soltanto abbiamo la voglia di riceverlo.

Vogliamo provare una gioia più profonda ed una felicità più durevole quando saremo riuniti attorno ad una tavola insieme ai nostri amici e famigliari durante il periodo natalizio? Cominciamo fin da ora a desiderarlo intensamente. La serenità non viene dal rimpianto di chi ormai non c'è più o dalle cose che non abbiamo, ma dal bel ricordo dei giorni passati insieme apprezzando chi ancora c'è.


domenica, novembre 23, 2014

Purgatorio

Io mi ero già allontanato da quelle anime e seguivo i passi della mia guida, quando dietro a me, drizzando il dito, una di esse gridò: «Vedete che il raggio del sole da sinistra non sembra attraversare quello che segue, che sembra proiettare un'ombra come un vivo!»
Rivolsi lo sguardo al suono di queste parole e vidi quelle anime che meravigliate guardavano me, proprio me, e la luce del sole interrotta dal mio corpo.
Il maestro mi disse: «Perché il tuo animo si lascia distrarre al punto di rallentare il cammino? che t'importa di ciò che si mormora qui?
Seguimi e lascia che la gente parli: sta' come una torre salda, che non ondeggia mai la sua cima per quanto i venti soffino;
infatti, l'uomo in cui un pensiero ne fa nascere un altro allontana da sé la propria meta, perché la forza dell'uno indebolisce quella dell'altro».
Che potevo dire, se non «Ti seguo»? Lo dissi, alquanto cosparso del rossore che talvolta fa l'uomo degno di esser perdonato.
E intanto, su un ripiano roccioso che tagliava il monte trasversalmente, venivano verso di noi delle anime poco lontane, che cantavano il Salmo 'Miserere' a versetti alternati.
Quando videro che io, col mio corpo, non permettevo ai raggi del sole di passare, mutarono il loro canto in un «oh!» lungo e fioco;
e due loro, in qualità di messaggeri, corsero verso di noi e ci chiesero: «Informateci della vostra condizione».
E il mio maestro: «Voi potete tornare indietro e riferire a quelli che vi hanno mandati qui che il corpo di costui è in carne e ossa.
Se essi, come penso, si sono fermati per aver visto la sua ombra, vi ho detto abbastanza: lo accolgano cortesemente e ciò potrà tornare loro utile».
Io non ho mai visto stelle cadenti fendere il cielo all'inizio della notte, né lampi squarciare le nuvole d'agosto al calar del sole, tanto rapidamente quanto quelle anime tornarono in alto; e arrivate là, corsero verso di noi con le altre come una schiera sfrenata.
Virgilio disse: «Questa gente che si accalca intorno a noi è molta, ed essi vengono a pregarti: perciò continua a camminare e ascolta mentre procedi».
Essi venivano gridando: «O anima che vai per essere felice, con quel corpo col quale sei nato, rallenta un poco il passo.
Guarda se hai mai visto qualcuno di noi nel mondo, così che tu possa portare sue notizie sulla Terra: suvvia, perché continui a camminare? Suvvia, perché non ti fermi?
Noi tutti siamo stati uccisi violentemente e siamo stati peccatori fino all'ultima ora; in punto di morte una luce del cielo ci illuminò la mente, cosicché, pentendoci e perdonando, uscimmo fuori dalla vita in grazia di Dio, il quale ci strugge nel desiderio di vederlo».
E io: «Per quanto io guardi i vostri volti, non ne riconosco nessuno; ma se voi volete qualcosa che sia in mio potere, spiriti fortunati, ditelo e io lo farò, in nome di quella pace che io, seguendo i passi di questa guida, cerco nei regni dell'Oltretomba».
E uno iniziò: «Ciascuno si fida della tua promessa senza bisogno di giuramenti, purché l'impossibilità (nonpossa) non impedisca la tua volontà.
Perciò io, che parlo da solo davanti agli altri, ti prego, se mai andrai in quel paese (la Marca Anconetana) che sta tra la Romagna e il regno di Carlo d'Angiò, che tu preghi i miei congiunti a Fano, così che essi preghino per me e mi permettano di espiare le mie colpe.
Io ero originario di Fano, ma le profonde ferite da cui uscì il sangue nel quale risiedeva la mia anima, mi furono inferte nel territorio di Padova,
là dove credevo di essere al sicuro: artefice di questo fu Azzo VIII d'Este, che mi odiava assai più di quanto avesse ragione.
Ma se io fossi fuggito verso il borgo della Mira, quando fui raggiunto dai miei sicari ad Oriago, sarei ancora nel mondo dei vivi.
Invece corsi verso la palude, e le canne e il fango mi impacciarono al punto che caddi; e lì vidi il sangue che mi usciva dalle vene e formava un lago al suolo».
Poi un altro disse: «Orsù, ti auguro che si realizzi quel desiderio che si spinge su per l'alto monte; tu con buona pietà aiuta il mio!
Io fui uno di Montefeltro e mi chiamo Bonconte; né la mia vedova Giovanna né gli altri miei congiunti si curano di me, per cui io mi vergogno fra queste anime».
E io a lui: «Quale forza o caso fortuito ti trascinò fuori da Campaldino, così che il tuo corpo non fu mai ritrovato?»
Lui rispose: «Oh! Ai piedi del Casentino scorre un torrente chiamato Archiano, che nasce in Appennino presso l'Eremo di Camaldoli.
Nel punto dove si getta in Arno e perde il suo nome, arrivai io con la gola trafitta, fuggendo a piedi e insanguinando la pianura.
Qui persi la vista e la parola; morii pronunciando il nome di Maria e caddi, e rimase solo il mio corpo.
Ora ti dirò la verità e tu riferiscila ai vivi: l'angelo di Dio mi prese, e quello d'Inferno gridava: "O tu del cielo, perché mi togli ciò che mi spetta?
Tu porti via la parte eterna (l'anima) di costui per una lacrimetta che me la toglie; ma io riserverò ben altro trattamento al corpo!".
Tu sai bene come nell'atmosfera si raccolga quel vapore umido che ridiventa acqua, non appena sale dove è più freddo.
Quel diavolo unì la sua volontà malvagia, che cerca solo il male, con l'intelletto, e mosse il fumo e il vento grazie al potere che la natura gli ha concesso.
Poi, appena calò il sole, coprì di nebbia tutta la pianura da Pratomagno fino alle alte vette dell'Appennino; e rese il cielo soprastante gonfio di umidità, tanto che questa si trasformò in pioggia; essa cadde e ciò che la terra non riuscì ad assorbire riempì i fossati;
e quando confluì ai corsi d'acqua, si riversò verso l'Arno tanto velocemente che nulla poté arrestarla.
L'Archiano rapinoso trovò il mio corpo morto sulla foce e lo spinse nell'Arno, sciogliendo la croce che avevo fatto sul mio petto con le braccia quando fui giunto alla fine; mi fece rotolare per le rive e sul fondale, poi mi seppellì coi detriti che aveva trascinato».
«Orsù, quando sarai tornato sulla Terra e avrai riposato per il lungo cammino», proseguì un terzo spirito dopo il secondo, «ricordati di me, che sono Pia (de' Tolomei); nacqui a Siena e fui uccisa in Maremma; lo sa bene colui che, dopo avermi chiesto in sposa, mi aveva dato l'anello nuziale».


Tratto da http://divinacommedia.weebly.com/