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sabato, aprile 12, 2014

Storia di una professoressa

«Bentornate.» Suor Veremonda ci riceve sulla porta dell'aula con il suo sorriso aperto. Negli occhi chiarissimi leggo autenticità. E' davvero felice di rivedere me e le mie compagne. Una felicità fisica che le distende la pelle sugli zigomi e la fa sembrare giovanissima. Una delle cose che mi affascinano di suor Veremonda è proprio questa. Ogni emozione, bella o brutta che sia, le plasma il viso. Ci si imprime sopra a rilievo. Quasi avesse l'anima subito sotto la pelle.
VAURO SENESI
STORIA DI UNA PROFESSORESSA
PIEMME

domenica, marzo 23, 2014

QB

Mi domando quanto amore possa avere in cuore un padre - che si professa ateo - per accompagnare all'altare un figlio di 8 anni che riceve il Battesimo. Avrei voluto stringere la mano a questo genitore, ma per una volta non ho dato seguito alle mie manie di protagonismo. Mi sono accontentato di commuovermi in disparte, quasi alle lacrime, vedendo questo bambino chinare il capo e ricevere con l'acqua il dono della luce e della speranza che sono per tutti.

Faccio fatica a capire come un infante di pochi mesi possa essere macchiato di una colpa così grave da dover essere lavata via con un rito di passaggio. Mi rendo però conto di quanto straordinario possa essere questo gesto compiuto in un'età successiva, là dove non siano più i genitori ad effettuare primariamente una scelta di accompagnamento ed educazione alla fede.

Mi è capitato di presenziare a qualche celebrazione e di trovarmi a fianco di qualcuno che so non essere assiduo frequentatore dei Sacramenti. In tale frangente mi sono domandato se è soltanto l'affetto per le persone care che spinge a quella partecipazione oppure se c'è un interesse diverso e se nell' intimo si affacciano le stesse domande che ci facciamo tutti, ma a cui poi evidentemente diamo risposte differenti. Se non a parole, sicuramente con i gesti che compiamo ogni giorno nella nostra vita.

Mi sono domandato quanto basta. Quale misura di Dio è sufficiente per noi? Credo che ne prendiamo ciascuno la quantità di cui abbiamo bisogno. Chi una dimensione sovrabbondante; chi la giusta ragione; chi invece soltanto un assaggio ed infine altri neppure un morso. Sì, perché siamo liberi di accogliere la misura giusta per noi. E anche niente può essere la dimensione adeguata del nostro desiderio.

C'è un livello di spiritualità che possa farci ritenere più avanti degli altri nel cammino verso la santità? Non credo. Se la fede è un dono, non averla non può essere una colpa. Casomai carica chi la riceve di una maggiore responsabilità da tradurre in opere buone nell'agire di ogni giorno.


domenica, marzo 09, 2014

Sogni da bambino

- Non sono felice, amico mio, - è stata la sua frase d'esordio.
Quando qualcuno ti dice che non è felice, la risposta non è facile per nessuno a eccezione di un malato terminale.
- A chi lo dici.
Mal comune mezzo gaudio.
- Che cosa c'è che non va? - gli chiedo con dolcezza.
- C'è che non ho realizzato nessuno dei miei sogni da bambino. E la vita non ha senso se non realizzi i tuoi sogni da bambino.
Andy ha sempre avuto il dono della sintesi.
I sogni da bambino. L'unica cosa che conta davvero nella vita.
Quello che scrivi in seconda elementare nel tema "Cosa farò da grande". Lo so, l'ho sempre saputo, e tra l'altro ve l'ho già detto, ma solo adesso la verità di questo concetto mi esplode in faccia come un petardo di Capodanno. Se non realizzi i sogni da bambino sei un fallito. Il mio, come sapete, era fare il collaudatore di luna park. Dunque sono un fallito.

FAUSTO BRIZZI
CENTO GIORNI DI FELICITA'
EINAUDI


sabato, febbraio 15, 2014

Il mattone è finito



 Vent'anni fa non ci conoscevamo granché. Ci siamo lasciati guidare dal nostro intuito: mi hai tolto la terra sotto i piedi. Nevicava quando ci siamo sposati all'Ahwahnee. Gli anni sono trascorsi, sono arrivati i bambini, i momenti di felicità, quelli di difficoltà, ma mai di infelicità. L'amore e il rispetto reciproco sono rimasti intatti e sono cresciuti. Abbiamo fatto tanta strada insieme, ed eccoci qui - più vecchi, più saggi, con qualche ruga sul volto e nel cuore - dove abbiamo iniziato vent'anni fa. Abbiamo sperimentato molte delle gioie, dei dolori, dei misteri e dei prodigi della vita, ed eccoci ancora insieme. Sotto i miei piedi, la terra non è mai tornata.

Steve Jobs di Walter Isaacson
MONDADORI

Ce l'ho fatta. Dopo quasi due anni oggi sono finalmente riuscito ad ultimare la biografia del fondatore della Apple. Neppure la lettura di Anna Karenina mi aveva tenuto occupato così a lungo, anche se allora mi erano occorsi circa sei mesi per giungere al termine del poderoso libro. Intendiamoci, nel frattempo mi sono dedicato anche ad altre letture e solo in questo fine settimana ho voluto dare l'accelerazione finale per completarlo.

Ogni tanto mi capita di rigirarmi nel letto insonne per qualche caffè di troppo che impedisce di lasciarmi cadere nelle braccia di Morfeo. Ed allora, quando raggiungevo sufficiente consapevolezza riguardo al fatto che era inutile proseguire coricato nel mio prolungato stato di veglia, sfilavo il tomo dal comodino e mi portavo in altro ambiente più consono rispetto alla camera da letto e mi lasciavo andare alla lettura di qualche capitolo.

Ho iniziato a detestare Steve per quel brutto caratteraccio che si portava appresso ed ho finito oggi per rivalutarlo vedendo sotto una diversa angolatura l'insieme di tutto il suo operato che, in ultima analisi, risulta un grave monito nei miei confronti. In conclusione di biografia, l'autore del libro riporta un'ampia memoria di Jobs che diviene quasi un lascito per le generazioni future. Fra quelle righe si legge pure di Steve Ballmer e dell'impossibilità per Microsoft di recuperare posizione finché tale persona resterà al suo comando. Ora noi tutti sappiamo delle dimissioni date dal CEO nei mesi scorsi dopo la sua presa di coscienza riguardo all'essere un freno per l'azienda. Ma è stato per me curioso ed illuminante leggere questo passaggio nelle parole di Jobs che più avanti fa pure accenno ai talenti individuali per esprimere la vocazione della sua vita.

Mi sento particolarmente colpito da questa affermazione perché in vari momenti ho manifestato sincero rincrescimento per non aver fatto nulla di veramente significativo, magari dicendolo soltanto privatamente e non pubblicamente come ora. Tutti riceviamo dei talenti. A chi cinque, a chi due e a chi uno soltanto. Io mi sento come quest'ultimo servo del Vangelo che, per paura, lo ha tenuto nascosto sotterra e, per non aver osato abbastanza, sento ora tremendo il fluire dei giorni.

Ma c'è un altro insegnamento che dal testo sacro si può cogliere ed è quello che mi conforta maggiormente. Mai nessuno si deve sentire deluso e sfiduciato a tal punto da rinnegare se stesso perché c'è sempre tempo per convertirsi e cambiare. La misericordia divina è infinita e noi non possiamo porre un limite al desiderio di amore che Dio ha nei nostri confronti.

 

venerdì, gennaio 17, 2014

On/off

  Un pomeriggio di sole, mentre si sentiva poco bene, Jobs, seduto nel giardino dietro casa, si mise a riflettere sulla morte. Parlò delle sue esperienze in India, circa quattro decenni prima, del suo studio del buddismo e delle sue idee sulla reincarnazione e sulla trascendenza dello spirito. «Nell'esistenza di Dio credo al cinquanta per cento» disse. «Per la maggior parte della vita ho provato la sensazione che nella nostra esistenza ci debba essere qualcosa in più di quanto appare agli occhi».
  Ammise che, di fronte alla morte, forse stava sovrastimando tale possibilità per il desiderio di credere nell'aldilà. «Mi piace pensare che dopo la morte qualcosa sopravviva» disse. «E' strano pensare che uno accumuli tanta esperienza, magari anche un po' di saggezza, per poi andarsene completamente. Perciò io voglio davvero credere che qualcosa sopravviva, per esempio che la coscienza non venga meno.»
  Poi fece una lunga pausa di silenzio. «Ma d'altra parte, forse» aggiunse, «si tratta solo di un pulsante on/off. "Clic!" e te ne vai.»
  Fece un'altra pausa, e con un lieve sorriso: «Forse» disse «è per questo che non mi è mai piaciuto mettere pulsanti on/off sugli apparecchi Apple».

Steve Jobs di Walter Isaacson
MONDADORI

venerdì, gennaio 03, 2014

Superman

In questo periodo di feste prolungate si mangia un po' più del solito e così si rischia d'incrementare l'attività onirica indotta dall'appesantimento del nostro sistema digestivo. L'altra notte ho sognato di essere all'aperto, in montagna, assieme ad alcuni amici. Poi all'improvviso mi tuffavo nell'aria e cominciavo a planare intorno a loro immerso in mille circonvoluzioni con il medesimo senso di leggerezza ed assenza di peso che si prova quando si nuota in piscina oppure in mare aperto. Mi bastava orientare le dita delle mani in maniera differente per volgere il flusso dell'aria a mio favore e dirigermi là dove mi andava di andare.

Dopo alcuni andirivieni, passando a volo radente sopra le teste di quelli che con me erano lì convenuti, ho deciso di puntare più in alto e distaccarmi da loro. Mentre mi allontanavo, continuavo a seguire in basso i loro movimenti che si facevano man mano più lenti e, nel contempo, i loro corpi diventavano sempre più piccoli e come puntolini insignificanti scomparivano poi come ombre nel verde dei prati da cui dominavo sempre più maestoso dall'alto, come l'aquila che si muove solenne nella pace di un immenso cielo blu.

Non c'era limite alla mia progressiva ascesa ed ora come Superman bucavo gli strati sempre più rarefatti dell'atmosfera e da lassù in alto non distinguevo più bene le località, i paesi e le città, ma continuavo a percepire nettamente i confini dei mari, degli oceani e dei continenti, dove essi non erano ricoperti da candide coltri di nubi.

Come un razzo scagliato lontano, fuori dall'orbita terrestre, continuavo a vagare nello spazio siderale. Non sentivo freddo, né venir meno il respiro. Mi guardo indietro ed ormai il nostro pianeta, minuscolo, si confonde fra altri del nostro sistema solare. Ma forse adesso non riesco più a distinguerlo da altri innumerevoli della nostra galassia da cui mi sto progressivamente allontanando. Quassù domina il buio ed il vuoto assoluto. Distinguevo ancora altri ammassi di luce tutti attorno a me che diventano man mano sempre più rarefatti e tremuli.

Ho deciso allora di virare e di fare ritorno. Non ha senso spingersi oltre, verso il nulla oscuro. Meglio il confortante calore della luce e dei colori. E in questo movimento di riavvicinamento a casa, sembrava quasi di planare dolcemente verso l'azzurro ed il verde da cui mi ero allontanato qualche istante fa. Ma che strano. Non riuscivo ad individuare i medesimi contorni di prima. Dov'era lo stivale a me tanto familiare? Dove sono i confini ben noti delle nazioni che conosco?

Intravedevo nettamente i contorni di alcuni rilievi innevati, le sagome dei laghi che di tanto in tanto bucherellavano la superficie delle terre emerse circondate a loro volta da una massa enorme di acque. Scendendo più in basso si notavano pure città e paesi, ma mi apparivano più ordinate e moderne di quelle che sono abituato a vedere. Non vi erano alti palazzi, grattacieli che conficcano le loro punte nel cielo. Non c'erano strade, né tantomeno veicoli che le percorrevano. Lì attorno s'intravedevano ora ben distinte le sagome di persone che si muovevano a piedi o che facevano gruppo fra di loro, nel verde di un prato oppure all'ombra delle piante in variopinti giardini.

Dolcemente mi adagio al suolo e smetto di volare. Mi avvicino ad una donna che sorride al suo bimbo e le chiedo che posto sia mai questo. Costei afferra il suo piccolo per mano e, mentre lui mi fissa con sguardo interrogativo, la madre mi spiega che questo è il luogo dove vivono da sempre. Chiedo allora come facciano. Sì perché mi sembra che tutti se la stiano godendo allegramente e nessuno mi pare occupato a lavorare oppure a muoversi con affanno da un posto all'altro. Non vi annoiate a passare così inoperosi tutto il tempo? Come fate per sopravvivere?

Pazientemente mi spiega che da diversi secoli sono riusciti a costruire macchine che svolgono il lavoro per loro. Esse si occupano del cibo e di tenere pulito il pianeta. Le risorse non mancano e non è necessario faticare per ottenere quello di cui si ha bisogno. Se hai sete, ci sono fontane per bere, se hai fame, ci sono chiostri da cui puoi prelevare il cibo di cui hai necessità. Se vuoi vestire, ci sono appositi locali in cui puoi ritirare quello che ti serve.

Resto perplesso e non riesco a credere che si possa vivere senza tribolare tutto il giorno. La donna mi spiega che se vogliono fare qualcosa d'impegnativo, come salire un monte oppure correre da un posto all'altro, anche solo per tenersi in forma, possono farlo tranquillamente ed in totale sicurezza. Non c'è pericolo di farsi male, di cadere in un crepaccio, di sentire le vesciche ai piedi perché hanno a disposizione accorgimenti che alleviano qualsiasi dolore oppure segnalano per tempo ogni situazione potenzialmente pericolosa.

Domando allora se hanno vinto anche la morte. Lei mi guarda e sorride. Poi mi spiega che vivono a lungo, questo sì, ma nascono, crescono e invecchiano fino a quando si compie il numero dei loro giorni che sono uguali per tutti. Le malattie sono state debellate per sempre ed a ciascuno è concesso di campare fino a 188 anni. Quando qualcuno muore, nessuno piange, nessuno è triste perché, chi sta morendo, dalla vita ha avuto tutto e non desidera altro. Ormai pago, si congeda serenamente da tutti quelli che gli stanno attorno.

Mi sveglio dal sonno e con esso anche il mio sogno svanisce. Che strana visione è mai questa? Come Superman ritorno coi piedi per terra, indosso gli occhiali e mi confondo fra la gente, nelle incombenze di tutti i giorni.

sabato, dicembre 14, 2013

La bellezza

C'è un piccolo pensiero prigioniero dentro di me che bussa con insistenza per uscire. Prima però di lasciarlo libero debbo raccontarvi di poco fa, mentre ero all'esterno per pulire i balconi. Da lì posso vedere i piccioni oziosi che passano inutili giornate sui tetti delle palazzine vicine. Mentre risciacquavo lo straccio ho potuto scorgere la mossa di un grosso pennuto, evidentemente un maschio, che si faceva vicino ad altri due volatili più esili e roteando su se stesso si prodigava in quella che ho giudicato essere una spudorata corte. Quanta velleità, nonostante il rigore di queste giornate. Anche se, in verità, oggi un tiepido sole può essere la buona occasione per ridestare qualche pensiero primaverile.

Orbene, dopo alcune giravolte, la coppia di piccioncelle ha pensato bene di scansarsi e farsi più in là sull'ampio tetto. Ma il maschio non demorde e va loro appresso come una giostra disarcionata dal suo perno. Niente da fare: le due non si danno per vinte e si scansano ancora. In quel mentre ne arriva un'altra che, forse attirata dalle evoluzioni dell'ardito, piomba in rapito volo nel mezzo del terzetto e dà chiaro segnale di esser più ben disposta rispetto alle rivali. Le altre due si allontanano ancora un poco, ma poi, non più inseguite, si girano indietro e mi par quasi di cogliere in loro la delusione per non esser più al centro dell'attenzione.

La nuova arrivata forse è troppo intraprendente e quindi il gonfio maschio dopo un paio di giri fatti quasi in automatico, batte in ritirata e svolazza fin sul camino dove prontamente viene raggiunto da quell'altra che, non paga, sembra lo voglia stuzzicare ancora un pochino. Ecco però costui dispiegare ancora una volta le ali ed arretrare più là, sul secondo comignolo della casa. E così mi sembra di assistere ad alcuni fotogrammi di vita del genere umano piuttosto che a movenze d'uccelli in calore. Se ti fai avanti, attratto da qualcuno, subito l'oggetto delle tue mire batte in ritirata. Ma se qualcuno vede il tuo ardore e decide che forse sei una buona occasione da non lasciar cadere, chi aveva preso l'iniziativa resta un po' sconcertato e pensa subito a ristabilire le distanze.

Ma non di piccioni volevo parlare. Anche se, lo ammetto, il curioso siparietto estemporaneo dei pennuti mi ha divertito in maniera inaspettata. Sì, perché ultimamente non faccio altro che agitare la scopa per allontanarli dal tetto della mia casa dove in passato trovavano molto comodo sostare e così le loro fatte alimentavano rigogliosi giardini pensili intasando le grondaie della nostra palazzina. Sciò, andate più in là, sul tetto del palazzo di fronte che è completamente disabitato e quindi non date fastidio ad alcuno.

In settimana ho visto un altro film per me ricco di spunti interessanti anche se la critica si è divisa equamente fra sostenitori e detrattori. La pellicola s'intitola "Lezione ventuno" e parla di un professore universitario tutto dedito a smontare quelli che sono universalmente considerati capolavori in vari campi dell'arte. Bersaglio della sua arringa è in particolare la Nona sinfonia di Beethoven che, a quanto pare, non è stata ben accolta dai contemporanei del musicista a dispetto di una rivalutazione successiva.

La mia sensibilità e preparazione musicale non è sufficientemente completa per avvalorare la tesi narrata nel film, ma tutto sommato non ha importanza perché il punto su cui intendo focalizzare la mia attenzione è un altro. Il docente, completando quella che è appunto la sua ventunesima lezione, rivela alla sua studentessa che dopo la laurea è venuta a trovarlo nell'ambiente misero e disordinato in cui lui alloggia, che l'anziano e ormai completamente sordo Beethoven non è più  riuscito nella sinfonia - che noi ricordiamo soprattutto per l'inno alla gioia finale - ad infondere altrettanta bellezza come nelle altre sue opere passate.

E così questa riflessione colpisce anche me. Quella cioè che i vecchi non sono più fautori o degni di bellezza. Anche se la meriterebbero ancora una volta in dono durante questo lungo declino che li porta inesorabilmente alla morte.

Non ho intenzione di confutare queste affermazioni, anche se le sento molto mie con tutto quello che vado scrivendo nell'ultimo periodo. Però, e c'è un però, la bellezza non è esclusivo appannaggio e sinonimo di gioventù. Forse bisognerebbe disquisire un po' più approfonditamente sul concetto di bellezza e così si potrebbe arrivare a sostenere che quella pura non svanisce col tempo e dunque la si può ritrovare ancora fresca anche in una persona dalle membra ormai rattrappite oppure nel suo pensiero che cristallino sgorga da alte vette e rinfranca e ridà gioia a chi sa ascoltare.