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domenica, novembre 23, 2014

Purgatorio

Io mi ero già allontanato da quelle anime e seguivo i passi della mia guida, quando dietro a me, drizzando il dito, una di esse gridò: «Vedete che il raggio del sole da sinistra non sembra attraversare quello che segue, che sembra proiettare un'ombra come un vivo!»
Rivolsi lo sguardo al suono di queste parole e vidi quelle anime che meravigliate guardavano me, proprio me, e la luce del sole interrotta dal mio corpo.
Il maestro mi disse: «Perché il tuo animo si lascia distrarre al punto di rallentare il cammino? che t'importa di ciò che si mormora qui?
Seguimi e lascia che la gente parli: sta' come una torre salda, che non ondeggia mai la sua cima per quanto i venti soffino;
infatti, l'uomo in cui un pensiero ne fa nascere un altro allontana da sé la propria meta, perché la forza dell'uno indebolisce quella dell'altro».
Che potevo dire, se non «Ti seguo»? Lo dissi, alquanto cosparso del rossore che talvolta fa l'uomo degno di esser perdonato.
E intanto, su un ripiano roccioso che tagliava il monte trasversalmente, venivano verso di noi delle anime poco lontane, che cantavano il Salmo 'Miserere' a versetti alternati.
Quando videro che io, col mio corpo, non permettevo ai raggi del sole di passare, mutarono il loro canto in un «oh!» lungo e fioco;
e due loro, in qualità di messaggeri, corsero verso di noi e ci chiesero: «Informateci della vostra condizione».
E il mio maestro: «Voi potete tornare indietro e riferire a quelli che vi hanno mandati qui che il corpo di costui è in carne e ossa.
Se essi, come penso, si sono fermati per aver visto la sua ombra, vi ho detto abbastanza: lo accolgano cortesemente e ciò potrà tornare loro utile».
Io non ho mai visto stelle cadenti fendere il cielo all'inizio della notte, né lampi squarciare le nuvole d'agosto al calar del sole, tanto rapidamente quanto quelle anime tornarono in alto; e arrivate là, corsero verso di noi con le altre come una schiera sfrenata.
Virgilio disse: «Questa gente che si accalca intorno a noi è molta, ed essi vengono a pregarti: perciò continua a camminare e ascolta mentre procedi».
Essi venivano gridando: «O anima che vai per essere felice, con quel corpo col quale sei nato, rallenta un poco il passo.
Guarda se hai mai visto qualcuno di noi nel mondo, così che tu possa portare sue notizie sulla Terra: suvvia, perché continui a camminare? Suvvia, perché non ti fermi?
Noi tutti siamo stati uccisi violentemente e siamo stati peccatori fino all'ultima ora; in punto di morte una luce del cielo ci illuminò la mente, cosicché, pentendoci e perdonando, uscimmo fuori dalla vita in grazia di Dio, il quale ci strugge nel desiderio di vederlo».
E io: «Per quanto io guardi i vostri volti, non ne riconosco nessuno; ma se voi volete qualcosa che sia in mio potere, spiriti fortunati, ditelo e io lo farò, in nome di quella pace che io, seguendo i passi di questa guida, cerco nei regni dell'Oltretomba».
E uno iniziò: «Ciascuno si fida della tua promessa senza bisogno di giuramenti, purché l'impossibilità (nonpossa) non impedisca la tua volontà.
Perciò io, che parlo da solo davanti agli altri, ti prego, se mai andrai in quel paese (la Marca Anconetana) che sta tra la Romagna e il regno di Carlo d'Angiò, che tu preghi i miei congiunti a Fano, così che essi preghino per me e mi permettano di espiare le mie colpe.
Io ero originario di Fano, ma le profonde ferite da cui uscì il sangue nel quale risiedeva la mia anima, mi furono inferte nel territorio di Padova,
là dove credevo di essere al sicuro: artefice di questo fu Azzo VIII d'Este, che mi odiava assai più di quanto avesse ragione.
Ma se io fossi fuggito verso il borgo della Mira, quando fui raggiunto dai miei sicari ad Oriago, sarei ancora nel mondo dei vivi.
Invece corsi verso la palude, e le canne e il fango mi impacciarono al punto che caddi; e lì vidi il sangue che mi usciva dalle vene e formava un lago al suolo».
Poi un altro disse: «Orsù, ti auguro che si realizzi quel desiderio che si spinge su per l'alto monte; tu con buona pietà aiuta il mio!
Io fui uno di Montefeltro e mi chiamo Bonconte; né la mia vedova Giovanna né gli altri miei congiunti si curano di me, per cui io mi vergogno fra queste anime».
E io a lui: «Quale forza o caso fortuito ti trascinò fuori da Campaldino, così che il tuo corpo non fu mai ritrovato?»
Lui rispose: «Oh! Ai piedi del Casentino scorre un torrente chiamato Archiano, che nasce in Appennino presso l'Eremo di Camaldoli.
Nel punto dove si getta in Arno e perde il suo nome, arrivai io con la gola trafitta, fuggendo a piedi e insanguinando la pianura.
Qui persi la vista e la parola; morii pronunciando il nome di Maria e caddi, e rimase solo il mio corpo.
Ora ti dirò la verità e tu riferiscila ai vivi: l'angelo di Dio mi prese, e quello d'Inferno gridava: "O tu del cielo, perché mi togli ciò che mi spetta?
Tu porti via la parte eterna (l'anima) di costui per una lacrimetta che me la toglie; ma io riserverò ben altro trattamento al corpo!".
Tu sai bene come nell'atmosfera si raccolga quel vapore umido che ridiventa acqua, non appena sale dove è più freddo.
Quel diavolo unì la sua volontà malvagia, che cerca solo il male, con l'intelletto, e mosse il fumo e il vento grazie al potere che la natura gli ha concesso.
Poi, appena calò il sole, coprì di nebbia tutta la pianura da Pratomagno fino alle alte vette dell'Appennino; e rese il cielo soprastante gonfio di umidità, tanto che questa si trasformò in pioggia; essa cadde e ciò che la terra non riuscì ad assorbire riempì i fossati;
e quando confluì ai corsi d'acqua, si riversò verso l'Arno tanto velocemente che nulla poté arrestarla.
L'Archiano rapinoso trovò il mio corpo morto sulla foce e lo spinse nell'Arno, sciogliendo la croce che avevo fatto sul mio petto con le braccia quando fui giunto alla fine; mi fece rotolare per le rive e sul fondale, poi mi seppellì coi detriti che aveva trascinato».
«Orsù, quando sarai tornato sulla Terra e avrai riposato per il lungo cammino», proseguì un terzo spirito dopo il secondo, «ricordati di me, che sono Pia (de' Tolomei); nacqui a Siena e fui uccisa in Maremma; lo sa bene colui che, dopo avermi chiesto in sposa, mi aveva dato l'anello nuziale».


Tratto da http://divinacommedia.weebly.com/

sabato, ottobre 18, 2014

Il piacere di scrivere

Mi ritaglio un attimo di tempo e mi siedo comodo in quest'angolo. Fuori c'è bel sole, ancora caldo, stranamente gradevole la temperatura in questi giorni, quasi un recupero dell'estate che non abbiamo avuto. Chissà quanto durerà? Eppure basterebbe navigare un po' e la risposta, approssimativa o meno, arriverebbe con facilità. Ma non ora. Adesso voglio restarmene qui ancora un po' e lasciarmi andare al piacere di scrivere.

E' capitato che mi sia messo a tamburellare sulla tastiera del PC con alto senso del dovere. Con l'intento di compiere un servizio agli altri e di rimuginare poi fra me e me pensando che forse lo sforzo non altro effetto aveva sortito che di servire a me stesso. Ora, con il proponimento di scrivere per me soltanto, magari potrò in qualche modo arrecare diletto ad altri.

Alzi la mano chi non ha fatto ieri un fugace pensiero alla cattiva sorte trattandosi di venerdì 17. Santina sosteneva che venerdì 17 era un giorno fortunato perché due occorrenze negative (17 e venerdì) si annullano a vicenda e quindi quel giorno non doveva portare più sfortuna di altri. Eppure, quando ieri sera ho ricevuto la telefonata di Maria Luisa che mi annunciava di essere ferma in autostrada causa guasto all'auto, non ho potuto fare a meno di pensare alla data.

Dopo qualche istante di panico in cui nella concitazione del momento faticavo nel reperire su internet il numero di un carro attrezzi, mi sono imposto di stare calmo avendo patito qualche anno fa la medesima sgradita esperienza. Trovato finalmente il numero dell'ACI (803 116 Segnatevelo!) mi rivestivo e partivo in direzione di Cremona per andare a prenderla.

Neanche a farlo apposta, appena entrato in tangenziale sud, finisco irrimediabilmente bloccato in una coda sorprendente a dir poco. Accidenti a me che non ho voluto imboccare l'autostrada al casello di Brescia ovest preferendo quello usuale di Brescia centro. Non solo eravamo fermi sulle tre corsie, ma ormai si stava saturando anche la corsia di emergenza che non dovrebbe essere occupata e per cui mi risulta ci sia pure il rischio di perdere 10 punti della patente.

In tanti avranno fatto il pensiero di uscire al primo svincolo. Santina anche in questa circostanza aveva una sua sentenza. Che sono tutti scemi quelli che si mettono per bene in coda, mentre i furbi ti sfilano a fianco? Ma dovevo mantenermi calmo perché non c'era granché da fare se non pazientare. Eppoi Maria Luisa mi stava tenendo aggiornata via cellulare ed il carro attrezzi non sarebbe arrivato per un'altra mezz'ora ancora.

Nei pressi dell'uscita per San Zeno decido di deviare il senso di marcia anch'io. Per il casello autostradale non manca molto, ma se giro la rotonda sottostante e torno indietro, riesco di sicuro a fare prima. Questo il mio pensiero. Ma mentre percorro la rotatoria, mi coglie il dubbio di cadere dalla padella nella brace. Ed allora proseguo di oltre trecentosessanta gradi e lascio la città in direzione di San Zeno preceduto da pochi altri accorti automobilisti.

Il mio intento è quello di imboccare l'autostrada al casello di Brescia sud. Sto seguendo un itinerario per me nuovo, ma non c'è bisogno di navigatore. Il senso dell'orientamento non mi manca e so per certo che fra non molto dovrei incrociare la cosiddetta "corda molle", la tangenziale che poi va a buttarsi nella Brebemi.

Intanto il carro attrezzi è arrivato e mia moglie ha già fatto i piani con l'autista. Usciranno e rientreranno a Pontevico per tornare a Cremona. Mi aspetteranno poco fuori dal casello autostradale, in uno spiazzo a me noto, per fare il trasbordo di borse, borsine e borsone che stava portando a Brescia. E così avviene. Faccio pure in tempo ad aprire il cofano del motore per tentare di capire se si tratti di un guaio grosso (rottura della cinghia, ma il chilometraggio non lo giustificherebbe) oppure di un guaio piccolo, come la rottura della pompa della benzina. E' probabile che si tratti di quest'ultimo, visti gli strattonamenti saltuari dei giorni scorsi.

Sbrigate le formalità burocratiche e pecuniarie, lasciamo che il carro attrezzi se ne vada con l'auto. Domani, compreso nel prezzo, la porterà presso l'officina per la riparazione. Noi saliamo in auto e rientriamo in autostrada alla volta di Brescia. Questa volta con velocità di marcia molto più blanda e distante dal limite imposto dal codice della strada. Ho Maria Luisa con me. Chi ha più fretta di andare dove?

Dopo qualche istante le accenno alla questione del venerdì 17. Lei mi dice che ne aveva parlato in mattinata a lezione con i suoi studenti invitandoli a non dare peso all'occorrenza. Uno o una di loro, non ricordo, aveva sentenziato che bisognava attendere almeno fino a sera per un giudizio complessivo riguardo alla fortuna o sfortuna di quel giorno.

Le cose non sono mai come paiono. Tutto sommato, tranne l'auto, non c'è stato nient'altro di rotto e forse il guaio meccanico non sarà neppure così rilevante. Voi cosa dite? Due negativi si annullano a vicenda?


sabato, settembre 20, 2014

Parliamo di crisi

In questi giorni non si fa altro che un gran parlare di crisi ed è quindi forte per me la tentazione di entrare maldestramente nel dibattito e dire anch'io la mia. Le opinioni che esprimo sono certamente personalissime e non hanno la pretesa né di costituire novità assoluta, né di dare un contributo risolutivo alla situazione di stagnazione in cui l'Italia sembra impantanata.

Qualche mese fa è stato restituito, sembra in maniera permanente, un piccolo incentivo alla spesa. Probabilmente ci si aspettava che questo contributo di 80 euro venisse totalmente speso e magari la gente tornasse a fare qualche acquisto in più rimettendo in moto l'economia, prima piano piano e poi sempre più in maniera vorticosa ed inarrestabile.

Ebbene? Niente di tutto questo. Non solo non è avvenuto (ancora?) quanto auspicato, ma in questi giorni ci siamo messi il cuore in pace con la bella notizia di un PIL ancora in negativo per quest'anno e con una crescita ridicola per il prossimo.

Io credo che la gente stia imparando la lezione. Negli anni passati eravamo arrivati a livelli di consumo insostenibili. Ingestibili per noi stessi, per le famiglie, per le comunità.

Quando le risorse non sono sufficienti, si evita lo spreco. O almeno si cerca di andare in quella direzione. Nella vita di tutti i giorni, chi è messo in ristrettezze certamente prima o poi guarda con occhio più attento al proprio portafoglio. E là in alto, cosa succede? Non sembra essere cambiato granché. Si continua a spendere e a vivere sopra le righe, come se la crisi non fosse mai arrivata.

La gente comune raziona l'acqua, per bere, per il cibo, per la cura della persona. Ed i nostri amministratori cosa fanno? Lasciano che le tubature marciscano e l'acquedotto come un colabrodo disperda per altre vie ciò di cui abbiamo bisogno quotidianamente per vivere.

E' vero che non fanno altro che chiudere rubinetti, ma evidentemente stanno prendendo di mira il tubo sbagliato e non serve certamente chiuderne uno piccolo quando quello grande è irrimediabilmente ed inutilmente aperto.

Non dobbiamo trovare il modo di tornare a spendere di più, ma semplicemente e per davvero, ritrovare il senno per una spesa consapevole delle nostre potenzialità e dei nostri limiti. Ma ci arriveremo. Oh, sì che ci arriveremo. Ci vorrà ancora un bel po' di tempo, ma poi la lezione la impareranno anche loro. Non hanno altra scelta.

martedì, agosto 12, 2014

Passeggiata verso la Madonnina

Qui in montagna c'è una passeggiata facile facile che porta verso la Madonnina. E' una piacevole camminata, praticamente tutta al piano, che attrae anche le persone di una certa età proprio a motivo del percorso pianeggiante e della meta non troppo distante. Se mi avanza un'oretta e non so proprio dove andare, sicuramente muovo il passo in quella direzione. Il paesaggio è sufficientemente vario da catturare la mia attenzione. Nonostante sia gradevole muovere il passo anche da soli, sicuramente preferisco avere la compagnia di mia moglie.

Negli anni passati, quando venivamo quassù a luglio ed ero ancora occupato con il lavoro, raggiungevo la famiglia soltanto a fine giornata e così nel dopocena era quasi una tappa obbligata una passeggiata fino alla Madonnina. La mia attività mi costringe tutto l'anno ad una vita sedentaria e pertanto non c'è nulla di più rilassante che poter camminare per qualche istante porgendo il braccio a Maria Luisa, mentre la mano accarezza e tiene in caldo lo stomaco come faceva qualche secolo fa il famoso condottiero d'Oltralpe.

La piacevolezza del nostro incedere derivava soprattutto dal potersi confidare reciprocamente le vicende della giornata. Anche se, lo ammetto, solitamente ascoltavo i resoconti della moglie piuttosto che obbedire alle sue sollecitazioni e raccontarle nel dettaglio di cosa mi ero occupato nelle ore precedenti. Nonostante lei trovi la mia attività estremamente complicata, si interessa spesso a ciò che faccio, a quali progetti stia portando avanti in quel preciso momento. Talvolta ho addirittura cercato di spiegarle qualche algoritmo usando naturalmente tutta la fantasia di cui disponevo non potendo certo usare esplicitamente una terminologia troppo attinente la programmazione.

E così, nel dolce snodo di questa strada tutta a curve, Maria Luisa mi raccontava la sua giornata passata nella cura amorevole della madre e di mio padre e non smetteva di ringraziarmi per questa possibilità di vacanza che le concedevo. Io invece mi sentivo debitore nei suoi confronti e scherzosamente le dicevo che in realtà stava piuttosto facendo l'assistente geriatrico.

Fiancheggiati alcuni fienili, di cui ora è mia moglie a ricordarsi meglio di me il nome, giungevamo a quella piccola nicchia nella roccia che ospita una statuetta della Madonna. Mio padre mi ha raccontato che molti decenni fa, quando fu tracciata questa nuova strada di collegamento con il fondo valle, venne alla luce questa insenatura e la gente decise, con qualche piccolo intervento in cemento, di trasformarla in una piccola grotta di Lourdes.

Mentre le ultime luci della giornata lentamente si spegnevano al nostro fianco, i nostri occhi si rivolgevano verso la figura della Madre Celeste e nella serenità più completa le nostre labbra anticipavano sommessamente la preghiera della sera.


giovedì, agosto 07, 2014

Il boscaiolo

Durante l'estate mi piace trascorrere qualche giornata in montagna. Amo il sole, le spiagge, il mare, ma è soltanto il verde ed il profilo aguzzo dei rilievi che riescono a riempire di contentezza il cuore e rendere sazio lo sguardo. Sempre che ci sia sereno perché, se piove insistentemente, le giornate sono così tristi e noiose che quasi è preferibile tornarsene al lavoro. E quest'anno le bizze del tempo sono state rimarchevoli a dir poco.

Passeggiando poco fuori dal paese non è difficile imbattersi in alcune persone locali che meticolosamente provvedono alla cura delle loro cose. C'è chi falcia il prato, chi lo rastrella, chi accudisce le galline o altro pollame e chi invece accatasta legna in continuazione come se l'inverno più freddo dovesse ancora arrivare ed i molti ceppi avanzati nella precedente stagione non fossero sufficiente monito per un risparmio delle fatiche.

E così il boscaiolo, colui che sta in vetta alle classifiche per consumo quotidiano di calorie, spacca uno dopo l'altro tronchi d'albero e ne fa prismi regolari che andrà poi ad accatastare contro il muro del suo cascinale oppure a chiudere le aperture del sottotetto. Buon uomo, che tutto l'anno brandisci la scure e sferzi di colpi fatali la corteccia del legno maturo, perché ti dai pena e continui a faticare anche nel tempo delle ferie?

Tutti gli altri mesi mi affanno per l'altrui guadagno e per portare a casa la meritata pagnotta. Sol ora ho tempo di farlo per il mio diletto e non v'è dispiacere alcuno perché fatico per me stesso. E come lui anche tanti di noi.


domenica, luglio 27, 2014

Luglio col bene che ti voglio

Eccomi qua ancora una volta a pasticciare il bianco di queste pagine, più per dovere che per la voglia di scrivere. E voi che leggete con intento insincero al solo scopo di dare referenza alle vostre azioni, ai vostri guadagni illeciti, per una volta soltanto date ascolto alla mia preghiera. Prendetevi una pausa. Non affannatevi ad apporre commenti inutili che miseramente verranno cestinati. Così in cambio potrò lasciarmi andare ancora una volta e far uscire da me qualcosa di veramente intimo, senza timore che la mia casella di posta s'intasi di spam che fa riferimento a questo o quello del mio povero pensiero.

Ma non m'illudo e sto a guardare dalla finestra con speranza rinnovata. Tutta la vita è una lotta e non sempre il caso concede il favore al più ardimentoso. Qualche volta anche il leone deve ritirarsi scornato e leccarsi le ferite perché uno zoccolo di zebra ha avuto la meglio su di lui.

Luglio, ormai te ne vai e con noi non sei stato prodigo e benigno assai. Hai concesso il riposo ancorché il tempo delle ferie fosse ancora lontano e così ora non le agogniamo tanto. Le mille incombenze hai reso leggere con i tuoi orizzonti aperti, le tue serate calde, le tue passeggiate dando il braccio alla consorte.

Non è mai sto così bello pensare soltanto a se stessi, quasi un peccato da commettere di nascosto. Ho visto passare volti stranieri che cercavano un po' di quiete in terra forestiera ed amica. Ho visto forme sinuose incrociare e calpestare al contrario le nostre orme. Ho visto promesse di future professioni camminare allegre e sorridenti. Altre ancora ormai stanche ritrovare il sorriso dopo una vita d'impegno mietendo successi, ma il più delle volte amare sconfitte.

Ora queste pigre onde smussano ancora un po' questi ciottoli, senza fretta, senza affanno. Una mano raccoglierà quella pietra bianca e la stringerà nel suo palmo per trattenerla un po'. Un'altra ancora scaglierà quell'altra nel tentativo di farla rimbalzare sul pelo dell'acqua. Un gabbiano spaventato s'alza in volo e vira maestoso e sovrano fra i navigli per poi perdersi lontano.

Metallico il lago nelle serate punteggiate di luci. Vorrei approdare fin alle sponde dell'opposta riva, ma i nostri piedi affondano e soltanto stesi a pancia all'aria possiamo ritrovare quella piacevole sensazione che ci pervadeva nelle nostre prime settimane di vita. Sgambettiamo felici, agitiamo le braccia con maggiore libertà perché qui i confini sono meno angusti e possiamo muoverci con maggiore agio che all'interno della nicchia materna.

Ma non c'è il battito di chi ci ha porto la vita, di chi ha convogliato per noi nutrimento e che, con fiduciosa attesa, guardava in avanti al giorno della nostra nascita.

Chi attese per noi l'arrivo, chi desiderò la nostra uscita oltre a quei due che accesero la scintilla vitale? Se non sei tu, o Dio, chi mai avrà premura per ogni nostro afflato, per ogni nostro pensiero che solitario a te ritorna e grato gioisce per queste tue premure preparate con sapiente equilibrio fin dalle ere più remote?


domenica, giugno 22, 2014

Il modo di essere

Uno sciame di dubbi come cavallette affamate pareva essere calato su di lui. Le cavallette lo mordevano ovunque. Giovanni si agitava per tentare di difendersi da quei morsi. "Senti, Ester, dobbiamo pensarci bene. Se il bambino sta così male..." Si agitava e cercava di dirottare anche su di me lo sciame di cavallette. Ma non sarebbe riuscito ad incrinare la felicità che provavo all'idea che un bambino ci stesse aspettando. "Potrebbe rovinarci la vita" era arrivato a dirmi.

"E alla sua? Alla sua, di vita, non pensi? Noi siamo adulti, lui ha solo pochi mesi, ha infinitamente più diritto di noi ad avere almeno una possibilità" gli avevo risposto quasi gridando, perché la mia voce arrivasse a fendere il rumore assordante dello sciame che lo circondava.

"Ma credi davvero che saremo capaci di sostenere una prova così..." Giovanni non trovava le parole. "...Così dura?"

"Giovanni, se avessimo avuto un figlio nostro... sì, un figlio naturale, come lo chiamano... mica avremmo potuto sceglierlo. E ora dovremmo dire 'questo sì, questo no, questo potrebbe andare, quest'altro invece è difettoso'? Come se stessimo decidendo di comprare al supermercato... che so... un frullatore? I figli non si scelgono. I figli si accolgono. Si accolgono e basta."

Con quelle parole avevo bruscamente messo a tacere lo sciame dei suoi dubbi. Anche se a volte temo che qualcuna di quelle cavallette gli sia rimasta annidata dentro e continui a ronzargli nell'anima. Oggi però la commozione che mi è parso di cogliere nello sguardo di Giovanni mi fa ben sperare.

Omodisplasia ossea. Rifletto su quella denominazione tecnica, fredda e terribile. "E' la malattia di Simone" mi dico "ma Simone non è la sua malattia. Simone è altro, molto altro."

Sì. Se c'è una cosa che Ugo il Pesce e Roberto lo Scoglio mi hanno insegnato, è che non esiste la patologia. Esiste il modo di essere di ciascuno.

VAURO SENESI
STORIA DI UNA PROFESSORESSA
PIEMME