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mercoledì 26 dicembre 2012

La difficoltà di essere se stessi

Siamo appena rientrati dal breve viaggio per andare a portare a Giulio il nostro estremo saluto. Era da più di vent'anni ormai che non salivo a Livemmo durante il periodo invernale. Il freddo, la neve, il ghiaccio sembrano disagi troppo grandi per poter colmare le distanze e riassaporare per un breve istante il calore degli affetti estivi. Ma oggi è stato diverso. Mi sono scrollato di dosso la pigrizia e, bucando le nuvole che riempivano come candida ovatta l'incavo delle valli paterne, sono andato lassù a prendermi due affettuosi buffetti.

Il primo l'ho avuto da Giuditta, la moglie del fornaio, a cui mi ero accostato per porgere le condoglianze. Non sapevo cosa altro dirle e così me ne stavo ammutolito di fronte a lei senza pronunciar parola. Quel dolce schiaffetto è stato un invito esplicito a scrollarmi di dosso quel torpore che spesso mi frena e m'impedisce di avere un contatto significativo che va al di là delle circostanze oppure delle formalità del momento. L'altro buffetto l'ho avuto in chiesa, sull'altra guancia, poco prima della celebrazione eucaristica, mentre assorto nei miei pensieri tenevo lo sguardo rivolto verso il basso. E' così non ho fatto in tempo a ricambiare il saluto, né ad essere sicuro che fosse proprio Roberto a sfilare dietro di me dopo quel breve contatto.

Sono giunti in tanti a testimoniare i loro sentimenti di amicizia ed affetto, dai paesi vicini, ma anche da quelli un po' più lontani. E così la via che porta al cimitero era gremita di persone come non l'ho vista mai. Così grande la folla che il piccolo camposanto tutta non la poteva contenere e quindi i più hanno assistito alla tumulazione standosene sulla strada antistante. E poi, visto che papà cominciava ad aver freddo ai piedi, velocemente abbiamo raggiunto l'auto lasciata parcheggiata all'imboccatura del paese e ci siamo messi in marcia per far ritorno a casa.

Lasciata la Valle Sabbia, poco dopo essere entrati in Val Trompia, il cielo si squarcia un po' e vediamo il sole che va a posarsi sull'ampia coltre nebbiosa e la indora addobbando per noi a festa lo spettacolare paesaggio montano. Sotto la neve il pane. E così ne avremo ancora in abbondanza dalle generose spighe che matureranno nei campi l'estate prossima. Non sentiremo più il profumo del pane provenire dal forno di Giulio ormai spento da diversi mesi. Ma ogni volta che torneremo a riassaporare la fragranza di quell'impasto, il suo saluto discreto ed il suo sorriso ci torneranno alla mente.


sabato 15 dicembre 2012

Tanti auguri

Tanti auguri a mio figlio Andrea, perché oggi è il suo compleanno.
Tanti auguri alla sua fidanzata Maria, perché oggi è il suo compleanno.
Tanti auguri alla mamma di Maria, perché oggi è il suo compleanno.

Tanti auguri a Maria Luisa, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri ad Alessandra, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Matteo, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Davide, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri ad Alfredo, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Carla, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Luigi, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Maria, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Filiberto, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Maurizio, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Gabriella, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Raffaele, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Margherita, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Federico, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Licia, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Sofia, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Riccardo, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Benedetta, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri ad Agnese, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Mario, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Rosanna, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Fausto, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri ad Antonio, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri ad Ilda, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri ad Annalisa, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Giacomo, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Gianni, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri ad Emanuela, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Luca, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Lorenzo, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Manuela, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Pietro, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Roberto, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Federica, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Sara, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri ad Arianna, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Roberto, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Ludovica, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Fabio, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Clara, , anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Marta, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Flavia, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Susanna, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri ad Anna, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Carmen, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Giuseppe, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri ad Emilio, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Clara, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Tranquillo, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Cristina, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Franco, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Daniela, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Junior, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri ad Antonio, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Giovanna, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri ad Elena, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Stefano, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Filippo, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Riccardo, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri ad Anna, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Federica, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Cristina, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Lino, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri ad Alberto, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Mara, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri ad Alessandro, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Lucia, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Giovanni, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Zoe, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Renzo, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri ad Adele, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri ad Ornella, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Sara, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri ad Enrico, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Battista, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Bruna, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Ermanno, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Mauro, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Fabio, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Giuseppe, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Gianna, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri ad Angelo, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Fabio, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Paolo, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri ad Alberto, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri ad Elsa, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Davide, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Maria, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Giuliana, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Giorgio, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Fernando, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Daniela, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri ad Armando, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Roberto, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Sandro, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Claudia, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a Maria, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Rosangela, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Gigi, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Bonomo, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Laura, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri a Stefano, anche se oggi non è il suo compleanno.
Tanti auguri ad Annalisa, anche se oggi non è il suo compleanno.

Tanti auguri a chi non è stato nominato, anche se oggi non è il suo compleanno.



sabato 1 dicembre 2012

Una vecchia lettera da Livemmo

LIVEMMO 5 Agosto 1981 ore 22 circa

Cara Santina,

visto che questo è il secondo giorno che non ci vediamo, sento proprio il bisogno di parlarti. Per telefono non mi trovo troppo comodo; ecco allora che mi servo di carta e penna. Eppoi avrai a tua disposizione le mie parole per un tempo maggiore, se è tua abitudine rileggere i miei scritti come faccio io con i tuoi. Non scrivo in stampatello perchè sono sdraiato sul letto e mi viene più scorrevole il corsivo. Faticherai in alcuni punti a capire l'esatta grafia, ma per il resto andrà tutto bene. Non ho particolari comunicazioni da farti. Potrei terminare qui dicendoti arrivederci a presto... ma preferisco continuare a parlare del più e del meno, convinto che anche tutta la vita è fatta di cose apparentemente insignificanti, ma che in realtà, intimamente connesse formano un qualcosa di organico tutt'altro che insignificante. AH! Lo sai che si suda anche qui? Sento tuonare. Forse pioverà durante la notte così il clima si farà più mite. Ieri mio fratello ha letto un articolo su una rivista. Ne è rimasto commosso e me lo ha fatto leggere. Forse ho dato a Matteo qualche delusione dicendo che per me era "roba" scontata, normale amministrazione. Comunque ho pensato bene di riportartene uno stralcio. Sono cose che tonificano pur con le dovute riserve da fare dato la tragica situazione di chi le ha dette. Eccotele:
<< Ho un tumore e so che prima o poi me ne dovrò andare. Non voglio soffermarmi sul mio male, voglio solo dire che nella vita non bisogna mai lamentarsi per la solitudine, per la mancanza di denaro, per un amore andato a male o per altre fesserie. Dico fesserie, perchè adesso tutto quello per cui ho sofferto e che credevo importante nella vita, in effetti conta poco. Le uniche cose importanti sono la salute, la fede, le persone care. Purtroppo solo adesso me ne rendo conto e ne sono amaramente pentito >>.
E' proprio vero che le cose veramente essenziali sono tanto poche, ma la loro mancanza pregiudica tutta un'esistenza. Pensavo: ho smesso di fumare, mi controllo nel bere. Ben volentieri mi sottopongo ad un pò di privazioni per non essere privato in futuro di qualcosa che mi è assai più caro. Nonostante tante cure la nostra vita resta tuttavia appesa ad un filo cui poco basti a spezzarlo. Meglio essere preparati per quel giorno. Seneca (probabilmente te ne ho già parlato) invitava a riflettere sulla brevità della vita e a preoccuparsi di spendere bene il proprio tempo che tanti spendono e spandono come fosse la cosa meno pregevole di questo mondo. Ti dico queste cose perchè trovo in te la persona adatta ad ascoltarle. Inoltre fa bene anche a me cibarmi ogni poco o ogni tanto di qualche frase, di qualche pensiero o fatto che possono rendermi l'animo più nobile poichè diversamente si degrada con estrema facilità. Se pur ti appaio difficilmente riprovevole in qualche atteggiamento, analizzandomi dal di dentro mi scopro mediocre alquanto. Ma sono contento perchè non credendomi per nulla un arrivato e tendendo piuttosto ad un continuo perfezionamento mi sento impegnato e non mi lascio andare alla noia di vivere.
Ieri mattina mi sono iscritto all'università!!!
Vuoi sapere il mio numero di matricola?
Te lo scrivo subito -> A65168 <-
Francamente non so cosa possa fartene ma a me serve per tirare in lungo il discorso per la voglia disperata di superare le due facciate, sperando che Matteo non chieda di spegnere la luce, dato che si è infilato testè sotto le coperte. Mi sono interrotto un momento per il fatto che si è abbattuto vicinissimo un fulmine forse sul campanile della chiesa che è di fronte alla finestra della nostra camera ad una cinquantina di metri. Per qualche secondo è andata via la luce poi è tornata. Se riaccadesse per un periodo più lungo sarei costretto a proseguire l'opera di scrivano a lume di candela. Romantica la cosa, ma scomodo dato che dovrei alzarmi dal letto. Piove. C'è afa. Ti sto facendo la cronaca degli attimi che sto vivendo. Non dirmi che ti sei già stufata di leggermi anche se la mia calligrafia è proprio inclemente. Vorrei tanto leggere qualcosa di tuo. Ma non ti invito a scrivermi perchè una tua lettera potrebbe giungermi più tardi del previsto, dato il clima di ferie che investe probabilmente anche le Poste.
Ho speso, per la telefonata di ieri sera L. 1900. O mi hanno imbrogliato, e sarebbe possibile, oppure sono stato attaccato veramente tanto. Mi dispiace, sinceramente, un pò per i soldi, ma solo per quelli perchè non ne ho da buttar via e mi vedo costretto a razionarli anche per le cose importanti. Comunque non è per questo che non ti telefono tutte le sere... Ma è solo un progetto. Può darsi che da domani riprenda contatti vocali telefonici sol'anche per dirti ciao, sapere che stai bene e testimoniarci così semplicemente il nostro affetto. Mi duole, ma forse è giunta l'ora di chiudere. Sono le 23,05. Non ho eccessivamente sonno. Domani comunque sarà un altro giorno. Alcuni dicono che ogni giorno vissuto è uno in meno che ci separa dalla morte. Io, ottimisticamente, sostengo che ogni giorno che passa è uno in più di VITA con tutti i risvolti coreografici positivi o meno, felici o poco.
A presto per dirmi tu tante belle cose, 'chè se no va veramente a finire che io esercito esclusivamente la parte dell'oratore e tu quella della paziente, cara, dolce, ma anche affettuosa ascoltatrice. Mentre anche a te piacerebbe tanto invertire le parti ogni tanto, visto che ogni poco non è possibile.
Saluti
Baci
Un tenero abbraccio
A presto insieme
Tuo Romano

P.S. Anch'io non rileggo, ma non per gli stessi tuoi motivi. Per mancanza di tempo.

domenica 25 novembre 2012

Passato il giorno

E' passato il giorno, ma non mi sembra giusto procedere oltre senza intrattenermi un poco con te in breve conversazione.

Lo sai che Maria Luisa mi dice spesso che le dispiace di non averti potuto conoscere più a fondo, quando ancora eri nel pieno delle tue forze? "Chissà se le sarei piaciuta?" mi domanda ogni volta che le racconto qualcosa di te oppure che ti prendo a modello per questa o quella cosa. Eh sì, ne sono convinto. Vi sareste volute bene come vien facile alle persone buone fatte della vostra stessa pasta.

Ed a proposito di pasta, oggi che eravamo a tavola tutti assieme per festeggiare la Cresima di Raffaele, di fronte ad un ottimo piatto di tagliatelle, nonna Maria ci ha ricordato di quando impastavi le tue e gliene portavi un po' affinché lei le potesse cucinare per i suoi e tuoi nipoti, Andrea ed Alessandra. Di cose ne avevi tante da fare, ma riuscivi sempre a trovare un po' di tempo per qualche buon piatto che dispensavi con generosità.

Come quando facevi gli gnocchi là su in montagna a Livemmo e poi, una volta cotti ed uniti al tuo impareggiabile ragù, mi spedivi giù per il paese a portarne un piatto fumante per la tua amica Lisa. Con generosità dispensavi, con gratitudine accettavi quanto gli altri donavano a te e mi dicevi: "A star si secca, ad andar si lecca". Proverbio che non ho mai udito altrove, se non sulle tue labbra.

Ma di certo tu non andavi incontro agli altri per un tornaconto immediato. Ti bastava portar loro un sorriso e ricevere in cambio il loro. "En piàt de bùna cera" era quanto ti bastava come gesto di ospitalità, se passavi a salutare qualcuno dei tuoi fratelli e lo sorprendevi ancora a tavola.

Non hai mai pensato che la vita fosse facile. Presto ti alzavi la mattina e tardi andavi a letto la sera. E non senza aver sistemato tutto quello che avevi in animo di fare. Ma come facevi mamma? Quante energie avevi, sia fisiche che mentali. Sapevi piangere nel dolore, ma non per questo ti scoraggiavi e guardavi sempre con fiducia al tuo domani. Il tuo scopo era tutto qua: fare il tuo dovere per il bene di tutti e per te prendevi quel tanto che ti bastava e solo dopo aver servito gli altri.

L'abbiamo scritto sulla tua lapide, ma è bene rammentarcelo ancora. Grazie per il dono della tua vita.


sabato 17 novembre 2012

Pomeriggio di novembre




Sono appena rientrato a casa dopo una breve uscita per andare dal mio barbiere a farmi sistemare i capelli. Di solito li lascio crescere anche di più, senza farmi troppo infastidire dai ricciolini che si formano sopra le orecchie. Questa volta però ho voluto anticipare un po' i tempi perché domani dovrò partecipare ad una messa con mio nipote che mi ha scelto come padrino per la cresima. Celebrerà i sacramenti settimana prossima, ma questa domenica c'è un incontro preliminare con seguito conviviale in oratorio.

In realtà nel pomeriggio me ne sarei andato ben più volentieri a fare due passi con Maria Luisa approfittando del tiepido sole di oggi. La mia capigliatura avrebbe anche potuto aspettare settimana prossima per un intervento di sfoltita. Ma ahimè la pigrizia ha prevalso e così sono uscito di casa rinunciando a quel poco di attività fisica che il mio corpo ormai cinquantenne reclama insistentemente ed io puntualmente disattendo. E non credo possa valere come esercizio fisico il cambio della lampadina del fanale anteriore dell'auto di mia moglie oppure le poche faccende domestiche di cui mi sono occupato stamane.

E' vero che a novembre le giornate sono già abbastanza corte, ma se l'ardore fosse stato sufficiente avremmo potuto fare una passeggiata al mio ritorno. Ed invece quando sono uscito dalla bottega del mio barbiere il cielo si era ormai già tutto ingrigito. Addirittura sembrava montare un po' di nebbia, ma l'inequivocabile odore di legna bruciata mi ha fatto pensare che in realtà si trattasse di fumo piuttosto che di condensa. E mentre torno lentamente a recuperare l'auto parcheggiata qualche via più in là, la mente mi fa tornare bambino quando abitavamo da queste parti e per venire a tagliarmi i capelli bastava muovere quattro passi fuori casa.

Percorrevo queste strade anche per recarmi alla scuola elementare. Il grande palazzo con le arcate a vela proprio sulla sommità del tetto è ancora lì che domina la via in cui ho lascito l'auto di Maria Luisa. Una recente ristrutturazione lo ha riportato al suo antico splendore come tante villette lì intorno che sono state riammodernate e così la città, pur restando sempre uguale a se stessa, in realtà vive una seconda giovinezza.

Quanti anni ormai sono passati da quelle rapide corse all'uscita di scuola per tornare in fretta a casa dove la mamma ci attendeva con la pappa pronta. Qualche volta però si sostava un attimo in più davanti alla vetrina di un negozio dove veniva esposta in questo periodo, fra le altre cose, anche la farina di castagne che a me in verità non è mai piaciuta granché. Le castagne vere, specialmente le caldarroste, quelle invece sì che riscuotevano il mio favore. Come pure le biglie colorate che sul finire dell'anno scolastico comparivano in mostra nello stesso negozio e che ora sfilo passandovi accanto velocemente in automobile e di esso mi resta soltanto uno sbiadito ricordo.

Il semaforo è ancora verde in fondo alla via. Con un colpetto deciso all'acceleratore riesco a passare anch'io prima che diventi giallo. Gli pneumatici da neve della C3 di Maria Luisa sembrano letteralmente incollati all'asfalto. Chissà se avremo tanta neve quest'anno ed io mi dovrò pentire di non averne ancora acquistato un paio per la mia auto. Già mi par di sentire le risate dei colleghi, casomai dovessi restar bloccato da qualche parte a causa del ghiaccio oppure, peggio ancora, se sarò andato a sbattere contro qualcosa.

Se avessi un camino, questo sarebbe il momento adatto per accendere il fuoco e trarne compagnia e consolazione. Ed invece eccomi qui alla scrivania di Alessandra e, approfittando della sua momentanea assenza, non ho altro di meglio da fare che mettermi ancora una volta davanti allo schermo di un PC e ricordare. Scrivi Romano, racconta qualcosa. Parlaci ancora di te e così un giorno, quando la tua memoria sarà un po' sfilacciata qualcuno potrà sottrarti un poco all'oblio rileggendoti queste parole.

venerdì 2 novembre 2012

La prova



Per aiutarvi propongo alcune riflessioni conclusive sul tema della prova.

1. La prova c'è e c'è per tutti, anche per i migliori. (...)
2. Dio è misterioso. Egli sa benissimo se l'uomo vale o non vale, lo sa prima di provarlo, eppure lo prova. (...)
3. L'atteggiamento a cui tendere nella prova è la sottomissione, l'accogliere e non il domandare. (...)
4. Nella prova corriamo anche il rischio della riflessione. L'uomo, per grazia di Dio, può rapidamente assumere l'atteggiamento della sottomissione, ma subito dopo sopravviene il momento della riflessione che è la prova più terribile. Il Libro di Giobbe si sarebbe potuto concludere alla fine del secondo capitolo, dimostrando che Giobbe aveva resistito perché il suo amore per Dio era vero, autentico. In realtà, bisogna attendere e la situazione concreta di Giobbe non è quella di chi se la cava con un sospiro, con una accettazione data una volta per tutte; piuttosto è la situazione concreta di un uomo che, avendo espresso l'accettazione, deve incarnarla nel quotidiano. Tutto questo dà adito allo sviluppo drammatico del Libro.

Talora noi sperimentiamo qualcosa di simile: di fronte ad una decisione difficile, a un gesto grave, li accogliamo presi dall'entusiasmo e dal coraggio che ci viene dato nei momenti duri della vita. Dopo un poco di riflessione, però, si fa strada un tumulto di pensieri e sperimentiamo la difficoltà di accettare ciò a cui abbiamo detto di sì. Questa è la prova vera e propria.

Il primo "sì" detto da Giobbe è proprio di chi istintivamente reagisce al meglio; la fatica è di perdurare per una vita in questo "sì" sotto l'incalzare dei sentimenti e della battaglia mentale.

La prima accettazione, dunque, che spesso è una grande grazia di Dio, non è ancora rivelativa completamente della gratuità della persona. Occorre che sia passata per il vaglio lungo della quotidianità.

La prova di Giobbe non è tanto l'essere privato di ogni bene e l'essere piagato, ma il dover resistere per giorni e giorni alle parole degli amici, alla cascata di ragionamenti che cercano di fargli perdere il senso di ciò che egli è veramente. Da questo punto la prova comincia a snodarsi dentro l'intelletto dell'uomo e la vera e diuturna tentazione nella quale anche noi entriamo e rischiamo di soccombere è quella di perderci nel terribile travaglio della mente, del cuore, della fantasia.

Carlo Maria
MARTINI

LA FORZA DELLA DEBOLEZZA
La risposta della fede nel tempo della prova
PIEMME


sabato 27 ottobre 2012

Lustri matrimoniali

Ho già speso un sacco di parole nel post di ricordo per il nostro 5° anniversario di matrimonio e quindi è giusto ora, come compensazione, pubblicarne uno molto più stringato e lasciare spazio a qualche immagine correlata.

Domani qui da noi in Parrocchia si festeggiano i "Lustri matrimoniali" e questa è la nostra prima volta. Data l'età sarebbero state ben più appropriate le nozze d'argento. Con la grazia di Dio, forse un giorno festeggeremo anche quelle. Ma non c'è fretta, ci arriveremo con calma.





lunedì 22 ottobre 2012

Il campanile

T.T. Lei è cresciuto in Italia, ha studiato in America ed ora si appresta a guidare la FIAT. Sulla scena internazionale le pare un peso l'essere italiano?

AGNELLI Il problema non è nell'essere italiani, anzi. E' nel non avere alle spalle un sistema credibile. Come italiani, tutti ci trovano simpatici, tutti ci vogliono bene, ma quando si tratta di fare quello che abbiamo promesso di fare deludiamo tutti, sia sul piano personale sia su quello politico. Gli indiani incantatori di serpenti? I veri incantatori siamo noi!

T.T. Magnifici incantatori. Viaggiando in Asia, mi capita spesso d'incontrare degli straordinari italiani, uomini d'affari, piccoli imprenditori, originari di qualche paesino di provincia, che da soli, senza nessun apparato di sostegno, senza farsi vedere nelle ambasciate, vanno a giro a inventar cose e traffici nuovi. Gente che salta senza paracadute, bravi, ma cani sciolti. L'Italia è una delle grandi potenze industriali del mondo, produciamo quanto o forse più dell'Inghilterra, eppure internazionalmente siamo più defilati, siamo meno presenti di tutti gli altri europei.

AGNELLI Certo, siamo anche una nazione molto giovane... Non abbiamo un senso di unità, le scuole non c'insegnano ad essere fieri di essere italiani. Quando ero negli Stati Uniti e giocavo a calcio per la mia scuola, prima di ogni partita ci facevano mettere la mano sul cuore, si ascoltava l'inno nazionale, si stava sull'attenti all'alzabandiera e tutti, con una mezza lacrimuccia negli occhi, eravamo fieri di essere americani. Io ho fatto le elementari al San Giuseppe di Torino, ma la semplice idea di mettersi la mano sul cuore e di ascoltare l'inno di Mameli prima di un qualsiasi incontro sportivo era inconcepibile.

T.T. Forse siamo più pronti di altri a essere i veri cittadini del mondo!

AGNELLI Forse sì. Perché le identità nazionali vanno progressivamente sfumandosi, anche se la gente riscopre sempre di più il proprio attaccamento territoriale. Il toscano sarà sempre più toscano e sempre meno italiano.

T.T. Torniamo tutti al campanile?

AGNELLI Sì, campanilisti, e davvero a livello micro. Probabilmente nel futuro ci saranno grandi agglomerati di Stati con macroregole di comportamento uguali per tutti, ma con un'enorme autonomia campanilistica nella loro applicazione: una sorta di federalismo di fatto, con leggi dettate al limite più da Bruxelles che dalle Nazioni Unite. Le regole stabiliranno i metodi, ma la gestione pratica avverrà là dove le cose succedono.

Nuova Delhi, gennaio 1996. Tiziano Terzani intervista Giovanni Alberto Agnelli.
Tiziano Terzani - In Asia - TEA


sabato 29 settembre 2012

Incorrisposto amore


Viaggiando sarà capitato anche a voi d'imbattervi in qualche esternazione amorosa scritta a caratteri cubitali sopra il pilone di un viadotto ferroviario, sul muretto che costeggia la strada che state percorrendo, dipinta su un telo e appesa al cavalcavia sotto cui state transitando. "Patatina perdonami", "Musino ritorniamo insieme", "Senza di te non so stare". Ecco alcuni dei tanti slogan che innamorati disperati, e probabilmente insonni, vanno apponendo nel vano tentativo di recuperare un rapporto che risulta ormai compromesso in maniera definitiva e sortirà solamente l'effetto d'imbrattare ed imbruttire ulteriormente edifici o costruzioni spesso già fatiscenti.

E pensarci prima? A mio modo di vedere il cammino a due è un percorso di scoperta continua e di reciproco dono di sé. Il "Ti amo" sbandierato con eccessiva disinvoltura può apparire falso se poi non porta chi lo pronuncia a compiere gesti quotidiani di affetto, tenerezza, condivisione, servizio, rinuncia, pazienza, perdono. E non ho la pretesa di aver elencato proprio tutte le azioni che possono contribuire ad arricchire un rapporto d'amore fra due persone.

Sto dicendo queste cose così come la mia sensibilità mi permette di esprimerle. Non ho la pretesa di dar lezioni a nessuno, sia perché in questo campo, ne sono convinto, nessuno mai può dire di aver imparato a sufficienza, sia perché con i miei studi non ho avuto modo di confrontarmi con chi ha steso su questo argomento ampie riflessioni che possano avere un carattere di validità più generale.

Sono convinto che il percorso di una vita insieme condotto da due persone possa inizialmente ricevere impulso da uno soltanto dei due. Non sempre ci si innamora contemporaneamente. Talvolta capita che sia uno solo ad essere interessato all'altro e da spingerlo a dichiararsi apertamente. Qualche volta succede che il germe di una vita nuova stava già nascendo in entrambi ed aveva bisogno del gesto coraggioso di uno dei due per manifestarsi e venire alla luce.

Ma come appena detto, altre volte capita che non ci sia una iniziale corrispondenza in chi è oggetto di una proposta d'amore, sconvolgente così come lo è la vita in tanti suoi momenti. In quest'altro caso ci si può approcciare in maniera possibilistica oppure rifiutando con decisione. Per parte mia, se vi è un minimo di presupposto, bisognerebbe sempre dischiudere il cuore a qualcosa di buono per noi, anche se in quel momento ci parrebbe piuttosto di dover rifiutare con risolutezza perché ciò è troppo lontano dai nostri pensieri oppure perché semplicemente non sta avvenendo secondo le nostre aspettative o consuetudini.

Quello che non dovrebbe succedere però è che al rifiuto segua uno stare insieme ad ogni costo, per il solo desiderio morboso di chi lo vuole. Quando si ama veramente si è disposti ad accettare di buon grado il ritiro dell'altro, se preferisce smettere di camminare con noi oppure non ha nemmeno voglia di cominciare a farlo. Ovviamente non così al primo colpo perché, se c'è del sentimento, il primo no potrebbe non bastare. Figuriamoci poi dopo molti anni di vita condotta insieme. In quel caso è doveroso lottare e qualche volta è giusto che l'amore di uno soltanto riesca dapprima a salvare e poi a recuperare un rapporto così importante come quello che ha portato alla nascita di nuove vite.

Quando invece le cose stanno ancora in embrione, l'azione di conservazione dev'essere più limitata ed in ogni caso sempre nel rispetto dell'altro. Certamente si dovrebbero contenere impulsi di spettacolarizzazione che difficilmente sortiscono l'esito sperato. Se apriamo veramente la porta del nostro cuore, un'altra persona è già lì ad attenderci e porgerci a piene mani quella felicità a cui noi aspiravamo. Il buon Dio non è stato così avaro: di persone adatte a noi, e noi per loro, ce ne sono un sacco, anche se poi, fra tutte quelle, ne sceglieremo una soltanto.


sabato 22 settembre 2012

Stereotipo

Lo spunto per questa breve riflessione è nato da un vivace scambio di battute avvenuto qualche giorno fa su Facebook con un'amica. Il tutto traeva origine dalla condivisione di un'immagine in cui vi era una scena domestica con madre sconsolata, con tanto di capelli in piedi, e figli seduti sul pavimento intenti a giocare, mentre la casa versava nel più completo disordine. Al ritorno del marito la risposta della moglie per giustificare tutto quel guazzabuglio era stata lapidaria. Non si era curata di fare le solite cose "irrilevanti" di tutti i giorni e quindi in cucina regnava il caos e la cena non era pronta.

Osservando con cura la scena, mi era parso di poter sottolineare che l'unica cosa fondamentale sarebbe stata soltanto quella di richiudere il frigorifero lasciato completamente spalancato. Per il resto, a mio giudizio, poteva anche essere "normale disordine" procurato dai figli in assetto da gioco e che poteva essere annullato in breve tempo.

L'intento dell'immagine doveva probabilmente essere quello di richiamare l'attenzione su tutto il lavoro sommerso che le casalinghe conducono e che non viene mai riconosciuto a sufficienza e quindi era stato mostrato esplicitamente cosa potrebbe trovare l'indolente maritino di ritorno dal lavoro, se la moglie avesse smesso per una volta di occuparsi delle solite cose.

Senza voler negare che possano ancora sussistere numerosi casi di schiavitù domestica, mi premerebbe ora evidenziare che oggi come oggi la situazione famigliare è profondamente cambiata e certi stereotipi non hanno più una gran ragion d'essere. Restando sul personale, durante il mio recente passato di vedovanza non ho disdegnato di rimboccarmi le maniche e fare in casa quanto farebbe una buona madre, sia pure con un provvidenziale aiuto da parte dei suoceri nel tenere i figli finché a tarda sera non ero rientrato dal lavoro. Quindi, senza richiedere un part-time, ho cercato di gestire al meglio l'economia domestica, occupandomi direttamente di tutte le faccende: cucinare, lavare, stirare e tenere pulita la casa. Ovviamente tutto questo senza il conforto di una persona affettuosa che poi la sera a letto desse ancora maggior senso a tutto il mio faticare.

E non è da meno neppure mio padre che dalla morte di mamma, ma in verità ancor prima, si occupa pure lui di badare in autonomia a se stesso e a tutto quello che ne consegue. Credo che avendo visto me stirare abbia pensato, se c'è riuscito mio figlio, posso tentare anch'io. In tutta onestà, non sono mai riuscito a stirarmi una camicia così bene come invece riesce a fare lui con le sue. Se penso che quando c'era mamma, impareggiabile donna tuttofare d'altri tempi, lui non era neppure capace di rifarsi il letto... Tra poco nonno Luigi compirà 85 anni ed ogni tanto si lamenta per un po' di mal di schiena. Ma se mettiamo in conto tutto il pesante lavoro fatto da giovane ed ora anche questo, come potrebbe essere diversamente?

Non credo però che possiamo essere bravi solo noi. Secondo me, se solo riuscissimo a varcare la soglia di casa di tante famiglie italiane, non ci stupiremmo di ritrovare l'identica scenetta ovvero marito con l'aspirapolvere in mano o quant'altro per condividere reciprocamente la fatica del vivere quotidiano.


domenica 9 settembre 2012

Primo lustro (ovvero la lunga camminata)

E così ci siamo arrivati. Cinque anni non devono essere un periodo del tutto irrilevante se anche in campo medico assumono questo intervallo di tempo come valore minimo per considerare raggiunto uno stato di guarigione dopo una grave malattia. Il paragone non mi pare del tutto fuori luogo visto che sovente si usa riferirsi all'amore come a un malanno, ma certamente non è questo il nostro caso perché altrimenti non starei qui a parlarne con quello spirito gioioso che vorrei trasparisse ben evidente.

Per oggi nessun ragionamento troppo cervellotico. Molto semplicemente mi piacerebbe stendere una breve relazione riguardo alla nostra giornata di ieri in cui, appunto, abbiamo festeggiato il nostro primo lustro di matrimonio. Mi sarebbe piaciuto dare l'avvio al post con una bella foto scattata ieri mentre eravamo in giro, ma questo non è stato possibile per il motivo che avrò modo di raccontarvi con ordine in seguito.

Ci sono tre bellissime città italiane che Maria Luisa ed io non abbiamo ancora avuto modo di visitare insieme. Oltre che nostro privato, sono certamente considerate patrimonio dell'umanità e, quindi, è da tempo che abbiamo messo in cantiere una visita a Firenze, Roma e Venezia. Per il nostro anniversario avevamo praticamente già deciso di recarci a Venezia e di non fare come tutte le altre volte, andando e tornando in giornata, ma soggiornare almeno una notte per rendere il piacere della visita ancora più prolungato ed intenso. Poi, pensando che quest'anno ci siamo concesse già molte vacanze ed avendo inoltre appreso dalla TV che nel periodo in cui avremmo voluto esserci, Venezia era già fin troppo frequentata a causa della 69^ mostra internazionale d'arte cinematografica, abbiamo deciso di differire la nostra visita ad un'altra data.

Alessandra, durante uno dei suoi ultimi acquisti in un centro commerciale, aveva ricevuto in omaggio due biglietti d'ingresso per Parco Sigurtà e ce ne aveva fatto gentile dono. Dato che mia moglie non aveva ancora avuto occasione di vedere questo vastissimo giardino ubicato a Valeggio sul Mincio, le ho proposto il seguente programma alternativo per commemorare la nostra ricorrenza. La mattina del sabato avremmo effettuato una breve visita a Sirmione con sosta pranzo e poi nel primo pomeriggio ci saremmo spostati nel basso Garda per un po' di relax nel verde. Maria Luisa non è di gusti difficili e mi ha assecondato subito con grande entusiasmo.

Nessuna partenza di buon'ora, com'è nelle nostre solite abitudini. Quando abbiamo salutato i ragazzi uscendo di casa, eran già passate le ore dieci da un pezzo. Abbiamo percorso per un buon tratto la stessa strada che faccio abitualmente assieme ad Andrea per andare al lavoro, ma poi, passata la galleria di Lonato, abbiam proseguito diritto fino allo svincolo per Sirmione, uscendo dalla tangenziale proprio là dove c'è l'imboccatura sterrata che porta alla cascina della mia infanzia, esattamente dirimpetto alla fattoria America. Chi vive da quelle parti sicuramente ritrova nelle mie parole dei riferimenti precisi.

Mentre stiamo attraversando Colombare e mi appresto a svoltare per addentrarci nella penisola gardesana, vengo raggiunto telefonicamente dal collega Loris che abita da quelle parti e con cui non ero riuscito a mettermi in contatto telefonico la sera precedente per ottenere da lui un consiglio riguardo ad un buon locale in cui pranzare. Con mia sorpresa l'amico non sembra così pronto a suggerirmi nessuna indicazione particolare, pur essendo familiare con quei luoghi e notoriamente un buongustaio. Riesce però a dirmi che ha sentito parlare molto bene da altri di un ristorante vicino alle vecchie terme. Non lo voglio tenere troppo al telefono e lo ringrazio velocemente per la dritta che mi ha fornito e che può consentirci una buona sistemazione.

Mentre riprendo la strada dopo la breve sosta a bordo carreggiata, per poter telefonare in tutta sicurezza, mi rendo conto che un sacco di automobili mi sono sfilate a fianco. La giornata è bella e, come prevedibile, un gran numero di turisti è venuto a fare un giro sulle terre di Catullo. Non che pensassi qualcosa di diverso. Soltanto credevo che il movimento maggiore l'avrei potuto incontrare nel pomeriggio, confidando che tanta gente a quell'ora dovrebbe essere ancora impegnata con le spese del sabato mattina oppure alle prese con le proprie faccende domestiche. Però non tenevo conto dei vacanzieri settembrini provenienti da altre regioni d'Italia o, a giudicare dalle targhe prima e dalla parlata poi, da altri stati dell'Europa.

Dopo aver raggiunto l'ampio parcheggio a pagamento, con rammarico ho dovuto constatare che un addetto stava tirando una catena di sbarramento ed apponeva il cartello che annuncia il tutto esaurito per le autovetture. Beh, se fossimo venuti in pullman, poteva andarci meglio. Non ci resta allora che invertire il senso di marcia e provare più indietro in altri parcheggi più piccoli incontrati lungo il percorso. Dopo due tentativi andati a vuoto, in uno dei quali abbiamo anche faticato a riguadagnare l'uscita per lo stretto spazio di manovra e la continua affluenza anche se ormai tutte le piazzole erano occupate, riusciamo finalmente a trovare posto in una zona di parcheggio libero. Ma siamo ben lontani dal centro di Sirmione e ci attende una lunga camminata per raggiungerlo.

Non siamo proprio dei polentoni e, visto che manca ancora un bel po' di tempo all'ora di pranzo, ci avviamo senza indugio ripercorrendo a piedi lo stesso tratto di strada che poco prima avevamo fatto comodamente seduti in auto. L'occasione mi sembra buona per sfoderare la mia compatta e scattarci le prime foto commemorative. Pigio il pulsante d'accensione e mi predispongo ad effettuare la prima inquadratura. L'obiettivo non si apre. Cosa succede, s'è guastata proprio oggi? La apro per controllare meglio e mi rendo subito conto che nella concitazione della partenza non avevo inserito la batteria e neppure la schedina flash. Pazienza! Dico a Maria Luisa che le belle immagini di quel giorno resteranno solo nella nostra memoria.

In una mezz'oretta o poco più arriviamo al ponte levatoio del castello. Mentre ci apprestiamo ad attraversarlo racconto a mia moglie che in quel luogo ebbi modo di sfogliare il mio primo giornalino di Topolino. Alcune signore amiche erano venute a trovare i miei genitori alla cascina Rocchetta e papà le aveva condotte in visita a Sirmione. In regalo avevo ricevuto quel mio primo giornalino di fumetti e così, mentre le signore facevano una visita all'interno delle mura, io e mio padre sostavamo proprio sotto l'arco d'ingresso, lì dove a lato ci sono quelle due panchine in pietra e da una fessura nel muro c'è pure modo di sbirciare l'acqua del fossato che cinge il castello.

Districandoci fra la folla e le poche automobili che hanno l'autorizzazione di accedere alla parte più interna della penisola, arriviamo al punto in cui la strada si biforca. Decido di prendere quella a sinistra ed evidentemente oggi è il mio giorno fortunato, perché dopo un po', in fondo alla via, riusciamo a leggere con chiarezza l'insegna del ristorante suggerito dal collega. L'aspetto è buono e con circospezione accediamo al locale. Il personale di servizio ci propone un tavolo fra quelli lì in sala oppure, se lo desideriamo, possiamo uscire all'esterno più avanti verso la riva del lago dove c'è un loro collega pronto ad accoglierci e sistemarci. Senza troppa esitazione, decidiamo di pranzare all'aperto. Anche il tavolo scelto risulta uno dei migliori, sia per l'ottima vista e sia per l'ombra che promette di durare a lungo nel pomeriggio.

Mando subito un sms di ringraziamento al collega per avermi permesso di non sfigurare con Maria Luisa e cominciamo a degustare le portate da noi ordinate e che indubbiamente confermano di essere state preparate con cura. L'extra che pagheremo per esserci seduti a pochi metri dall'acqua vale pienamente lo spettacolo esteriore ed interiore che stiamo godendo. Mia moglie ed io ci sorridiamo compiaciuti e ci stringiamo la mano in segno d'affetto e d'intesa.

Riusciamo ad alzarci da tavola che ormai son passate le due da un bel pezzo. Propongo una passeggiata fin verso le cosiddette grotte di Catullo per poi discendere verso la spiaggia e rientrare percorrendo l'ampio marciapiede a ridosso del lago e che guarda verso la sponda veronese. Non possiamo fare a meno di sentire qualche folata sulfurea che proprio in quel luogo fuoriesce dalle viscere della terra e viene incanalata e condotta altrove per cure termali che arrecano beneficio all'apparato respiratorio. Non ci sfugge neppure che questo lungo periodo di caldo e siccità ha fatto calare il livello del lago di circa un metro. Mentre passeggiamo all'ombra procedendo verso il castello, non posso fare a meno di raccontare a Maria Luisa di tutte le altre volte in cui ci sono venuto. La prima volta con Santina, ma poi con altre donne e non mi pare ancora vero che oggi Maria Luisa sia qui al mio fianco a riempire quel vuoto che quelle persone non han voluto colmare.

Nell'ultimo tratto c'imbattiamo in una serie di quadrettini in vetro malamente appesi al muricciolo di cinta che costeggia la nostra camminata. Uno è pure caduto e s'è rotto. Su ognuno di essi è riportato un sms e noi stiamo ripercorrendo all'indietro la storia che quei brevi scritti narrano e che, divenuti una forma d'arte, sono stati appesi per la visione del pubblico con tanto di locandina di presentazione. Mano nella mano continuiamo a procedere spediti, ma non troppo, in direzione della nostra auto. La visita al parco ci attende e dentro di me comincio a coltivare qualche timore di arrivare troppo tardi visto che ora, a stomaco pieno, mi sembra di metterci più tempo di quanto impiegato il mattino. Noto con piacere che le calzature da me indossate sono comode e non mi stanno per niente affaticando il piede pur con l'elevato numero di chilometri macinati. Solo un po' di preoccupazione per il ginocchio di Maria Luisa. Non vorrei che tornasse a farle male come lo scorso anno quando fummo costretti ad una corsa in ospedale.

L'ultimo tratto, prima di arrivare definitivamente all'auto, è molto assolato. Il caldo però non è così terribile e trovo che questo ritocco quasi fuori stagione alla nostra abbronzatura possa giovare al nostro aspetto che comunque diventerà più scialbo durante i lunghi mesi invernali. In auto c'è una bottiglietta d'acqua non del tutto vuota. Poi ci fermeremo a comperarne altra, ma adesso è questa che tampona momentaneamente la nostra sete.

Mi sto rendendo conto che questa volta mi sono lasciato prendere la mano e sto fissando nero su bianco fin troppi particolari. Ecco cosa vuol dire non aver portato al seguito la macchina fotografica funzionante. In verità Maria Luisa mi aveva proposto di comperarne una usa-e-getta, ma a me non andava di tornare a fare scatti con la tradizionale pellicola. Per frenare la sua insistenza e convincerla, arrivo addirittura a dirle che così almeno non dovrà continuamente pazientare in attesa che io abbia terminato questo o quello scatto. Ovviamente lei mi risponde che non è mai stato un peso. Questa santa donna, se non l'avessi sposata cinque anni fa, dovrei sicuramente farlo ora.

E così, tra una chiacchiera e l'altra, non senza qualche correzione di rotta per indicazioni viarie non troppo precise e puntuali, arriviamo in quel di Valeggio. I posti vicini per parcheggiare sono anche qui tutti occupati. Poco importa: oggi siamo allenati a camminare e vorrà dire che lasceremo l'auto più in là come ormai è abitudine fare. Il bello è che viene pure consigliato dai salutisti. Trovo una piazzola libera nella via a senso unico che porta verso la Rocca. Ricordo con piacere che avevo lasciato l'auto lì anche una precedente volta. Allora però ero riuscito a parcheggiarla meglio. Non riesco proprio a prendere bene le misure con quest'altra auto. Credevo di essere a ridosso del muretto ed invece, una volta sceso, constato che son fin troppo in fuori. Non ho voglia di rimediare e, confidando nella clemenza dei vigili urbani, ci dirigiamo verso l'ingresso di parco Sigurtà.

Dopo una piccola deviazione all'annesso bar per acquistare un paio di bottigliette di acqua minerale, di cui una è stata completamente prosciugata da me in pochi istanti, procediamo con lento incedere nel verde di quei prati. Maria Luisa esterna le sue sensazioni positive e la meraviglia da lei provata non è pari alla mia per il solo fatto che quella gradevole visione non rappresenta più una novità. Il parco è praticamente identico a come lo avevo visto negli anni addietro e comunque sempre bello. La calura estiva che ha portato all'essicazione di tante piante, in questo luogo non ha fatto sentire i suoi effetti nefasti perché il personale si è occupato con cura dell'irrigazione.

Non c'è l'affollamento delle altre volte e così riusciamo a godercelo in tutta tranquillità. Dico a Maria Luisa di togliersi i sandali e lei senza indugio segue il mio consiglio, che comunque aveva già in animo di fare e che aspettava soltanto un piccolo input per essere messo in pratica. Vorrei fare come lei, ma poi per la pigrizia di dovermi rimettere i calzini, lascio perdere e mi sento pago del sollievo che prova mia moglie a camminare a piede libero su quel bel tappeto erboso. Non riusciamo a vedere proprio tutto perché ormai siamo quasi prossimi all'orario di chiusura fissato per le 19. Vorremmo ristorarci un poco al bar prima di lasciare il parco. In alternativa propongo di pazientare ancora un po' e di scendere a Borghetto che merita senz'altro una visita e che non dista molto da dove abbiamo lasciato l'auto.

Avremmo voluto scendere a piedi, ma dato che un cartello stradale indicava una distanza di circa un chilometro e mezzo, concordiamo che per oggi di strada a piedi ne abbiamo già fatta fin troppa e quindi lo raggiungeremo in macchina. Un paio di tornanti e siamo subito giù ad occupare un altro parcheggio, questa volta a pagamento. La nostra fermata sarà di breve durata. Giusto un'occhiata in giro ed un aperitivo e poi si torna a casa. Per non essere presi in contropiede, decidiamo però d'infilare nel parcometro una moneta da mezzo euro in più per prolungare di mezz'ora la sosta prevista.

Percorriamo mollemente il breve tratto di strada che ci porta nel cuore di questo piccolo borgo, per lo più costituito da vecchi mulini che sfruttano l'acqua del Mincio per far girare le ruote. Alcune ormai arrugginite giaccioni immobili, ma altre seguitano a roteare vorticosamente e mi domando cosa mai potranno muovere all'interno di quelle piccole casette che mi paiono tutte riammodernate in foggia di piccoli ristoranti o gelaterie. Il luogo è sicuramente caratteristico ed è molto suggestiva anche la vista del diroccato ponte che fa da sfondo al piccolo abitato. Mentre ci attardiamo a guardare i vari scorci, veniamo a più riprese raggiunti da coppie di neo sposi che son qui giunti per le immancabili foto ricordo. Alla fine della serata arriveremo a contare ben quattro coppie.

Vedendo gli altri sposini non possiamo fare a meno di pensare a come ci sentivamo noi cinque anni fa e, complice anche il luogo, di quanta acqua sia passata sotto ai ponti. Di farina ne abbiamo macinata tanta, ma non è nulla se pensiamo a quella che ancora ci attende. L'età per noi non è più così tenera, ma in amore quella anagrafica non conta. Ci muoviamo con slancio in avanti dove ci attende il prossimo lustro con ancora un po' di quel miele che all'inizio del cammino ci auguravamo di conservare come tesoro prezioso.

domenica 2 settembre 2012

Lettera aperta a M5S e PD

Cari M5S e PD,

mi pare che stiate entrambi cadendo vittime di un raffinato gioco condotto abilmente da chi ha intenzioni serie per screditare entrambi di fronte agli occhi dell'elettorato che presumibilmente voterebbe per uno di voi alle prossime elezioni. Non cadete nel tranello e trovate il modo di attirare l'attenzione su di voi con serie proposte per il dopo Monti senza demonizzare l'avversario. C'è del buono nel M5S di Beppe Grillo, ma anche in quello del PD di Renzi. Il "vecchio" che ha dominato la scena negli ultimi anni non lo vuole più nessuno, ma ci sono forti strumenti di condizionamento e la prossima legislatura potrebbe non essere la boccata d'aria nuova e fresca che tanti italiani di buona volontà auspicherebbero.

lunedì 20 agosto 2012

Il mio nome

Questo scritto trae, per così dire, origine onirica. Stamane, poco prima del risveglio, a onor del vero non proprio mattiniero, stavo sognando questa cosa. Assieme a Maria Luisa mi trovavo in quella che aveva tutta l'aria di un'aula scolastica e nei banchi davanti a noi c'erano alcune persone conosciute ed altre no. Nonostante nella vita reale tocchi a mia moglie il compito di tener lezione, in quel momento ero io a parlare. Il mio discorso partiva dal nome delle persone e con breve argomentazione richiamavo l'attenzione dei presenti sulla comunanza caratteriale di chi si ritrovi nella vita ad essere chiamato allo stesso modo di altri. Proseguendo nel discorso invitavo poi il gruppo di auditori ad esprimersi per alzata di mano indicando quelli fra di loro a cui non piaceva il proprio nome di battesimo. Con mio stupore le mani alzate erano parecchio numerose.

Quando al risveglio ho accennato a mia moglie il proposito di raccontare queste cose sul mio blog, mi ha ricordato che la corrispondenza dei nomi all'essenza delle cose è stato uno degli argomenti della tesina per la maturità di mia figlia Alessandra. Non mi sono ancora preso la briga di leggerla e dovrò colmare al più presto questa lacuna. Magari profittando del fatto che Maria Luisa di certo ne ha una copia nella cartella dei documenti del PC portatile su cui sto scrivendo in questo momento oppure in una delle flash memory che si porta sempre al seguito e che contengono spesso elaborati o prove varie dei suoi studenti.

Il mio nome mi è sempre piaciuto. Fra le tante domande che da piccolo ponevo ai miei genitori c'era anche quella legata alla decisione  su come chiamarmi. Mio padre mi ha ripetuto in più occasioni che in viaggio di nozze si erano recati a Roma e quindi, a motivo di quello, se fosse nato un figlio maschio lo avrebbero chiamato Romano. Non escludo che nell'attribuzione del mio nome possano essere entrate in gioco anche motivazioni inconsce legate ad un ben preciso periodo storico in cui il mio genitore è vissuto. La motivazione esplicita da lui fornita mi basta e tutto sommato la ritengo la ragione principale e fondante della scelta.

Del cognome invece non sono stato altrettanto entusiasta, ma non ne potevo certo fare una colpa a mio padre o a mia madre per la scelta dato che lo ricevevo in dote obbligata. Non che Scuri sia un cognome in sé e per sé brutto, ma a me personalmente da bambino non suonava particolarmente congegnale. Poi col tempo vi ho fatto l'abitudine e trovo che l'accoppiata col nome ne favorisca una certa unicità che in qualche modo illustra uno degli aspetti della mia personalità. Ogni uomo è per definizione unico, ma sapere che al mondo non esiste un altro Romano Scuri sarebbe per me segno di ulteriore distinzione. In realtà non sono sicuro fino in fondo che non esistano altre persone mie omonime. Anni fa, durante uno scambio epistolare tramite mail, un tale mi chiedeva se avevo frequentato l'università a Torino perché gli sembrava di ricordare una persona con il mio identico nome e cognome. Non nego di aver appreso la notizia con un certo dispiacere proprio in ragione di quella singolarità di cui ho appena fatto menzione.

Tornando a riferire riguardo al gradimento del proprio appellativo, rammento che mio fratello Matteo non trovava, almeno in gioventù, altrettanto piacevole il suo bellissimo nome fino a lamentarsi esplicitamente con mia madre per la scelta fatta. Non gli piaceva a tal punto che talvolta aveva utilizzato il suo secondo nome Daniele invece del primo. Anche a Santina non piaceva troppo il nome che le era toccato in sorte per ricordare la prematura morte del nonno Santo deceduto, come lei, prematuramente. Credo però che a Santina dispiacesse maggiormente di non avere sul calendario un giorno preciso dell'anno in cui festeggiare il proprio onomastico e la festività di Ognissanti placava solo in parte il suo senso d'insoddisfazione che perpetuamente si rinnovava puntuale ogni anno.

Oltretutto la cosa era aggravata dal fatto che per me invece vi erano ben due ricorrenze: la prima il 28 di febbraio con San Romano abate e la seconda il 9 di agosto con San Romano martire, anche se ho visto sul calendario di Frate indovino e del Messaggero di sant'Antonio di quest'anno che viene riportato S. Teresa Benedetta della Croce invece del mio. Pazienza, di giorni in un anno ve ne sono soltanto 365 o, al massimo, 366 come per questo, ma di santi per nostra fortuna molti di più e quindi è giusto un certo turn-over per dare un po' di risalto ad ognuno. Nonostante abbia la possibilità di festeggiare l'onomastico per ben due volte, quello a cui tengo, tra virgolette, di più è quello che cade in agosto, forse perché il primo rischia di fare il paio con il compleanno e quindi ragionevolmente passa in second'ordine.

Ed ora, cari genitori, la riflessione finale. Non mi rivolgo tanto a chi lo è già, ma a chi trepida per una nuova nascita in arrivo. So bene di non essere neanche tanto originale perché ciò che sto per dire è stato ribadito ampiamente anche da altri. Tuttavia mi unisco anch'io al coro unanime di tutti quelli che invitano ad effettuare una scelta oculata del nome da dare ai propri figli. Non fatevi incantare troppo dal personaggio televisivo del momento e neppure da appellativi che richiedano di fare ogni volta lo spelling per essere pronunciati correttamente. Non trascurate poi di verificarne l'assonanza o la conformanza con il cognome; esistono in proposito buone regole da seguire e non starò qui a ripeterle dato che per questo potete sfruttare con profitto una ricerca on-line tramite Google.

sabato 28 luglio 2012

Fare un fioretto

Da piccolo, ben prima che cominciassi ad andare a scuola, quando ancora abitavamo nella casa di campagna vicinissimo all'azienda agricola Provenza oggi rinomata per i suoi vini, mia madre mi chiamava a sé e mi diceva: "Romano, fai un fioretto alla Madonna". E così m'invogliava positivamente a compierle questo o quel favore, distogliendomi per un attimo dai miei giochi. Dato che la cosa si ripeteva spesso, nella mia già fervida mente di bambino, immaginavo un grande prato tutto pieno di fiori che avevo contribuito a far spuntare con il mio zelo filiale.

Ieri mattina, mentre scendevo da Livemmo di buonora per andare al lavoro in quel di Padenghe sul Garda, forse ispirato da tutto quel verde dei boschi che stavo attraversando, m'è venuto spontaneo pensare a questo episodio della mia fanciullezza e di poterne scrivere su queste pagine.

Nell'educazione dei miei figli non credo proprio di essermi mai rivolto a loro nella stessa maniera di mia madre e forse ho fatto male. Certamente avrei potuto trovare una motivazione diversa e più allineata ai tempi attuali, se "fare un fioretto" è ormai passato di moda e magari non più pedagogicamente valido. Ma qui dovrei lasciare la parola all'esperto oppure chiedere a mia figlia che in tutti questi anni dovrebbe aver studiato qualcosa in proposito.

Forse però l'azione educativa di mia mamma è stata fin troppo efficace ed ora non riesco ad andare oltre, lasciando il giusto spazio anche agli altri. Non c'è in me pazienza sufficiente per attendere un atto di buona volontà, né l'umiltà di chiedere aiuto quando se ne ha bisogno e quindi me la sbrigo da me. Ovviamente sto parlando delle piccole cose, di quelle situazioni in cui farebbe comodo continuare ad occuparsi di quello che stiamo facendo in quel momento ed avvalersi della collaborazione di chi ci sta attorno per massimizzare l'efficienza ed, in ultima analisi, scrollare un po' gli altri dal torpore e dalla pigrizia individuale.

Ieri pomeriggio ho sentito telefonicamente il collega di Bologna che aveva bisogno di allestire il sistema di test per collaudare la nuova gestione targhe implementata nel programma per la gestione dei parcheggi che sviluppiamo per loro. Si scusava di non avermi potuto chiamare ancora la mattina, così com'eravamo d'accordo, e di averlo potuto fare soltanto in quel momento. Per qualche strana impostazione del suo PC, non riusciva ad installare un componente che gli avrebbe consentito di vedere il "Live video" della telecamera direttamente in Internet Explorer. La cosa era molto strana perché, mentre eravamo in collegamento telefonico, ho provato a fare la stessa cosa su un altro computer diverso dal mio e l'installazione è andata liscia al primo colpo. E pure ha dato esito positivo anche su altri tre PC dei miei colleghi di Padenghe, quando più tardi ho voluto fare un'altra verifica.

Ad un certo punto però la tenacia è stata premiata ed il sistema ha cominciato a funzionare anche a lui. Convengo che il senso di frustrazione che l'utente normale può provare quando armeggia davanti al suo PC possa essere molto grande se neppure noi programmatori, che in un certo senso siamo gli addetti ai lavori, riusciamo a trarci d'impiccio prontamente in ogni situazione. Comunque è bene quel che finisce bene e così il collega di Bologna poteva ora continuare in autonomia con gli altri aspetti della configurazione del sistema. Ho chiuso la telefonata dicendogli che sarei rimasto a sua disposizione fino alle 17, orario di chiusura della nostra ditta.

Alle 17:04 vedo sul display del telefono una nuova chiamata da Bologna. Visto che poi il collega se ne sarebbe andato in ferie, non mi son fatto scrupolo ad alzare la cornetta e sentire cosa voleva. Lui subito manda avanti le sue scuse perché è ben conscio dell'orario e non mi vuole trattenere oltre. Gli dico di non preoccuparsi e mi attardo con lui al telefono fin quasi alle 18 per aiutarlo a superare gli ultimi problemi di setup, fino a vedere il dato della targa letta correttamente ricevuto dal programma di gestione. Quando lui rientrerà dalle ferie io invece sarò ancora assente dal lavoro e così potrà procedere con il collaudo delle funzioni implementate senza rimanere bloccato nelle preliminari questioni di configurazione del sistema.

Questa mattina, mentre sbrigavo alcune faccende domestiche, mi sono sintonizzato via sms con Maria Luisa che è ancora su a Livemmo con sua madre e mio papà. Nonostante io le dica che fare l'assistente geriatrico non è sempre una vacanza, lei non smette mai di ringraziarmi per questa sorta di privilegio - così si esprime lei - che le concedo mentre invece a me tocca continuare a lavorare. Stamane addirittura, per sottolineare meglio il suo senso di gratitudine, soggiungeva che dovrà trovare il modo di ricambiarmi. Le ho risposto che sono già stato ricambiato in abbondanza ed in chiusura di sms le ho riportato questa frase.

Quando da giovane andavo a portare i pasti agli anziani per il Comune, ho conosciuto una nonnina profuga di Fiume. Giungendo da lei mi faceva un complimento e mi raccontava di suo marito che era ormai morto, ma che era sempre stato un uomo molto gentile. Ero così intenerito da quelle sue frasi perché non sempre capita di ascoltare dalle anziane parole di stima e tenero affetto per il marito defunto.

Forse non tutti gli sposi mandano le mogli al mare o in montagna con la suocera ed i figli per avere la "piazza libera" mentre loro se ne restano in città a continuare il lavoro. Per molti c'è sincero amore e desiderio che la dolce metà possa godere ciò che a loro, per contingente necessità, è temporaneamente negato.

mercoledì 25 luglio 2012

Correva l'anno 1984

Qualche settimana fa, l'amico Lorenzo, grande appassionato di fotografia, ha mandato a me e ad altri amici il link al suo sito per permetterci di visionare uno dei suoi ultimi album. Nella sua raccolta di fotografie scattate durante una recente visita alla città di Brescia vi è anche uno scorcio del duomo visto dal castello. L'inquadratura mi è sembrata praticamente identica a quella di una mia vecchia fotografia scattata poco meno di trent'anni fa con la reflex - una Pentax Super-A - che mi aveva regalato Santina in occasione del mio compleanno.

Qualche mese più tardi utilizzai quella fotografia, ed un'altra ancora in cui era ritratta la mia fidanzata con in braccio il nipote di sua zia, per l'esecuzione di un quadro ad olio. Ho raccontato queste cose a Lorenzo e si è un po' meravigliato del mio passato da pittore. Ci conosciamo ormai da quasi un ventennio ed un poco m'imbarazza il non averlo mai edotto circa la mia passione giovanile per la pittura.

Visto l'interesse dimostrato per la cosa, promisi che alla prima occasione sarei andato a casa di mio padre con la compatta ed avrei scattato una foto al quadro che è rimasto appeso in casa dei miei genitori per tutto questo tempo.

Paragonando ora la fotografia dell'amico con l'immagine del quadro che dipinsi nel lontano 1984, mi sembra che, visivamente parlando, ci sia maggiore gradevolezza nell'immagine recente piuttosto che nel mio dipinto ad olio. Eh sì che per realizzare quell' "opera" ci misi vari giorni colorandone una piccola porzione per volta cercando di porre la massima cura nel riprodurre con una certa fedeltà ciò che appariva nelle due fotografie e che la mia immaginazione aveva fuso insieme sulla tela.

Quando lo portai a far incorniciare, l'artigiano del quartiere mi disse che conosceva la signora che appariva ritratta nel quadro e mi disse anche il nome. Ma si sbagliava perché in realtà si riferiva alla sorella del mio medico di famiglia che ben conoscevo. Non potei però negare che, seppur sbagliando, vi fosse una certa somiglianza con la persona da lui indicata.

Il quadro è un tantino ingombrante e, forse per non lasciare un gran vuoto sulla parete della sala dei miei genitori, non l'ho voluto asportare e portare via con me quando ho messo su casa per sposarmi. Qualche anno fa, quando mamma ormai aveva cominciato a dare in escandescenze per i suoi problemi di alzheimer - così gravi a tal punto che non riusciva a riconoscere la propria immagine riflessa nello specchio e per questo vi scagliava contro qualsiasi oggetto a portata di mano - stranamente riusciva ancora a riconoscere nel quadro la sua nuora ed un giorno mi disse: "Ecco, quella è tua moglie".

Quando cominciai a svolgere l'attività di programmatore progressivamente persi l'attitudine per il disegno e più in generale la passione per la pittura. Non so se in realtà sia semplicemente stata una fase della mia vita che giunta a compimento ormai svaniva, così come un fiore che, dopo aver dato il meglio di sé, avvizzisce. Ho attribuito la colpa di ciò alla mia professione e fatto l'ipotesi che un giorno, magari da pensionato, quell'antica passione sarebbe anche potuta ritornare.

Chi può dirlo? Confidando in un po' di salute, se non avrò altro di meglio da fare, in futuro potrei tornare a giocare con i colori e, magari con soddisfazione, riscoprire una passione tutta nuova.


domenica 15 luglio 2012

Nel sentiero della vita

Alcuni flash sulla persona Angelo Turrini conosciuto nell'aprile 1985 quando entrando in canonica, mi si è presentato come "colui" che già aveva inviato un primo contributo per il restauro di Barbaine i cui lavori erano già iniziati.
Mi ha parlato in dialetto bresciano e sempre in dialetto conversava con tutti quelli che incontrava e che di inglese non sapevano nulla. "Il dialetto - diceva- l'ho imparato in casa quando mia mamma Marina parlava col papà Pietro, ed io, primo dei figli, l'ho imparato abbastanza bene". Di Livemmo e della "chiesa dei morti di Barbaine" aveva avuto notizia dai suoi cari e amati genitori. Era un figlio che parlava con grande orgoglio e grande stima di suo papà e di sua mamma i quali gli hanno sempre parlato del loro paese natio, Livemmo e della chiesa dei morti di Barbaine. Era lui che di frequente esordiva raccontando: "ogni sera mia mamma invitava noi figli a dire una preghiera per i morti di Barbaine".
Diventato adulto, incuriosito, volle vedere di persona il santuario e, vistolo in disperate situazioni, prese l'iniziativa divenendo il grande promotore e il fedele benefattore del completo restauro della chiesa stessa.
(...)
Quando giungeva a Livemmo, prima di entrare in canonica, andava nella chiesa parrocchiale, si inginocchiava nell'ultimo banco e lì sostava in preghiera per un po' di tempo. "Prima saluto il Padrone, e poi vengo da te in canonica".
Avrei molto da riportare a suo riguardo, ma permettetevi che vi riporti alcune frasi che tolgo dalle lettere che mi giungevano nel periodo natalizio. Emerge il suo grande affetto ai bambini, in particolare.

3 dicembre 1985

"E' Natale e un altro anno volge alla fine. Nulla è più vicino ai bambini se non GESù CRISTO, bambino; quindi Key ed io includiamo un assegno a loro favore e chiediamo di fare qualche cosa per i bambini di Livemmo, Belprato, di Lavino e Odeno. Non è molto, ma forse tu puoi comperare un dolcetto per ognuno di loro".

27 gennaio 1986

"Trovo giusto ringraziarti, don Franco, per l'aiuto e la gentilezza per l'attività che hai preparato per i ragazzi di Pertica Alta. So che li hai portati alla visita dei presepi. Da Desenzano ho ricevuto quattro belle cartoline firmate da dozzine e dozzine di bambini. Key ed io speriamo che si siano divertiti. La prossima volta chiedi loro di dire una "Ave Maria" e saremo più che ripagati. Grazie per il tuo aiuto".

5 dicembre 1986

"Le principali risorse per il futuro sono i nostri bambini e la gioventù d'oggi. Senza di loro non c'è il domani. Se non fosse stato per GESù BAMBINO, non avremmo avuto il Natale. Noi vorremmo avere una cosa sola riservata: "Natale e i Bambini sono quasi sinonimi", perciò accludo qualche dollaro per far un po' più felice il Natale ai bambini. Per favore, non dire da dove vengono questi soldi".

La chiesa restaurata di Barbaine, sita in Livemmo di Pertica Alta (BS) resta il più bel ricordo, il più gradito gesto di saggezza cristiana e umana al grande benefattore ANGELO TURRINI.
Alla carissima e gentile signora e figli del compianto Angelo la certezza che il "marito" e "padre" ha lasciato una lodevolissima testimonianza di amore e di solidarietà: un figlio di emigranti di Livemmo si è ricordato del paese natio, dei suoi genitori.
Tra i nomi dei "Morti di Barbaine" ora dobbiamo scrivere a caratteri grandi anche il nome di "ANGELO TURRINI".
Grazie tante, Angelo.

don Franco Bettinsoli






sabato 14 luglio 2012

Verso la meta

Ho voglia di raggiungere Maria Luisa su in montagna alla casa di mio padre, ma devo pazientare ancora un poco. Questa volta il viaggio non lo farò da solo perché con me viene anche Alessandra che, a quanto pare, ha voglia di un po' di frescura e relax dopo l'ennesima settimana impegnativa in cui si è prodigata senza risparmiare energie nell'animazione del Grest parrocchiale. Devo attendere ancora qualche momento affinché mia figlia torni dal centro commerciale dove si è recata ad acquistare un regalo per l'amica che compie gli anni.

Le ho chiesto se le faceva piacere che l'accompagnassi, ma mi ha risposto che preferiva andarci sola. Non ho insistito perché in effetti il mio unico intento sarebbe stato quello di fare più alla svelta e lasciare quanto prima la città in balia della calura estiva. Ma non importa. Del resto il mio post precedente non era un invito alla pazienza? Eppoi, quale occasione migliore per sedermi ancora una volta davanti allo schermo e lasciare che le dita imprimano qualche pensiero su questo candido foglio virtuale che sta davanti ai miei occhi?

Oggi a pranzo Ale si è lasciata scappare che invece di fare il giro delle capitali europee avrebbe preferito andare al mare. Non la biasimo. Sicuramente assieme alle amiche avrà modo di vedere tante belle cose, ma dopo un anno di studi così impegnativi probabilmente le ci voleva qualcosa di più rilassante. Male che si vuole non duole, dice sempre mio padre. E' questo l'onere del diventare grandi. Bisogna imparare ad organizzare la propria vita e non restare in attesa e che siano gli altri a farlo per noi. Così dicevo a mia figlia come chiosa finale per il suo sfogo ad alta voce.

Noi genitori vorremmo schivare qualsiasi fatica a quelli che non smettiamo mai di considerare i nostri bambini. Ma la cosa più giusta che possiamo fare è quella di lasciarli andare anche se questo significa che passeremo qualche momento d'ansia nell'attesa del loro ritorno. Sì, perché invece di pensare al meglio, alle grandi opportunità che aspettano di essere colte, se solo ci si mette in cammino, fatalmente ottenebriamo la mente caricandola di funesti pensieri su questa o quella disgrazia che, senza il nostro premuroso aiuto, potrebbe capitare a loro.

Un po' di fiducia in più aiuterebbe noi a vivere più sereni e a lasciare ad essi la giusta libertà per fare esperienze significative necessarie per la crescita. Qualche volta mi domando se sono riuscito a dar loro il buon esempio. Spero di averlo fatto, più che con le parole, con la mia stessa vita nelle scelte concrete di ogni giorno. Avendo poi piena consapevolezza che qualcun altro veglia dall'alto e non lascia mancare il suo amorevole sostegno sempre, ma specialmente nel momento del bisogno.

sabato 7 luglio 2012

Pazienza infinita

Siamo in piena estate e verrebbe voglia di andare a trovar refrigerio in qualche specchio d'acqua. Ma si fa largo la mia proverbiale pigrizia e quindi, sbrigato il minimo sindacale di faccende domestiche, me ne sono andato a letto per un breve pisolino pomeridiano. Mi sono assopito giusto un attimo perché il caffè vero preso dopo mangiato comincia a fare effetto e subito i pensieri hanno ricominciato a circolare vorticosi in testa.

Durante i mesi estivi mi capita spesso di tornare a ricordare le estati della mia gioventù. Il tema della montagna affrontato nel post precedente è per me quasi un richiamo naturale al tempo trascorso verso la fine degli anni settanta nei pressi di Passo Cereda. Il nostro curato aveva affittato una baita per i vari campi estivi parrocchiali e così ebbi modo di trascorrere in due riprese quasi un mese intero sulle cime del bellunese. Era l'anno in cui Paolo VI si era congedato e di lì a poco si faceva avanti "lo spazio di un sorriso" - Giovanni Paolo I - che dal non lontano Agordo traeva le sue origini.

L'attività di animatore parrocchiale richiedeva una dedizione a tempo pieno. Tuttavia riuscivo lo stesso a ritagliarmi qualche momento per portare avanti la lettura di un buon libro. Dino Buzzati ed il suo "Deserto dei Tartari" sono stati la mia felice compagnia fra un trasferimento e l'altro nelle numerose gite ed escursioni che ogni due o tre giorni mettevamo in cantiere. Non erano tanto le vicende alla Fortezza Bastiani a tener ben vivo il mio interesse. Piuttosto trovavo avvincenti le azioni militari in esterno nel tentativo di fronteggiare il nemico che per lo più non si vedeva.

E così, quella struggente metafora della vita in cui si finisce per attendere invano ciò che arriverà soltanto dopo molti anni allorquando noi ce ne saremo andati, pervadeva il mio animo di adolescente e contribuiva ad alimentare quell'inquietudine esistenziale che sarebbe diventata più acuta nei mesi successivi e che talvolta mi porto ancora dentro. In talune circostanze riaffiora infatti quella sensazione di disagio per gli anni che volano via senza che sia accaduto qualcosa di veramente importante e che abbia potuto giustificare il nostro essere stati qui.

Per fortuna che in quei momenti c'è Maria Luisa al mio fianco a riportarmi con i piedi per terra. Con dolci parole m'invita ad avere più stima e considerazione per le cose fatte. A vedere la cura per i figli come un alto compito che nel suo piccolo ha comunque risvolti sociali non indifferenti. Ne sono convinto: dobbiamo fare figli migliori per un mondo migliore perché esso è così come noi lo facciamo. Questo compito tocca ad ognuno e non ce lo dobbiamo aspettare dagli altri. Dovrei imparare ad avere maggiore pazienza, com'è giusto che sia perché le cose fatte bene sono quelle che richiedono tempo e non si possono fare in fretta.

Il risalto dato dai media in questi giorni alla dimostrazione dell'esistenza del bosone è stato notevole. La scoperta ha arrecato agli addetti ai lavori importanti conferme ed al contempo ha aperto la via a nuovi studi perché nel campo dell'infinitamente grande, così come dell'infinitamente piccolo, sembra non si possa mai scrivere una parola definitiva. Tanto da poter dire come S. Paolo che "Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto".

L'età dell'universo è stimata in circa 13,72 miliardi di anni e gli scienziati la ritengono precisa con uno scarto di soli 120 milioni di anni. L'età della terra risale a circa 4,5 miliardi di anni fa. I resti di Lucy, l'ominide rinvenuta in Etiopia, sono databili con buona approssimazione a circa 3,2 milioni di anni fa. Spesso la Bibbia è stata al centro di notevoli scontri d'opinione circa l'origine dell'universo. C'è voluto un sacco di tempo per capire che in questo testo sacro, che è un insieme di libri, non ci sono risposte sul come, ma sul perché. Credo fermamente che il mondo l'abbia creato Dio, ma il come ce lo spiega la scienza, man mano che i giorni passano. Intanto dovremmo imparare tutti dalla pazienza infinita di Dio che in Gesù ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere suoi figli nell'amore.

domenica 24 giugno 2012

La montagna

Non ero mai stato in Valle d'Aosta. Qualche settimana fa, durante il ponte del primo maggio, siamo andati a vederla. Maria Luisa l'aveva già visitata tante altre volte, anche in gita scolastica con i suoi studenti, quindi è stata di valido aiuto nel programmare le escursioni da fare, le cose da vedere. Nonostante il tempo non sempre all'altezza delle nostre aspettative e dei nostri desideri, la vacanza è risultata veramente rilassante e gradevole. E' probabile che ci torneremo ancora perché in tre sole giornate non abbiamo di certo esaurito tutte le possibili escursioni. Eppoi sono ancora numerose le fortificazioni ed i castelli che non abbiamo visitato, vuoi per mancanza di tempo, vuoi perché interdette all'accesso causa lavori di restauro in corso.

In un paesino poco fuori dal capoluogo regionale, dopo essere entrati in una enoteca come attività di ripiego per l'ennesima visita andata a vuoto, mentre tornavamo all'auto, abbiamo avuto modo d'incrociare, comodamente seduto su una panchina all'ombra, un brillante vecchietto che un po' sfacciatamente si è rivolto a noi chiedendoci da dove venivamo. Lì per lì siamo rimasti un tantino spiazzati dal suo modo di fare. Ma poi, non avendo nulla da temere, abbiamo acconsentito di buon grado ad un breve scambio di batture raccontando donde venissimo. Ma il simpatico nonnetto sembrava più interessato a narrare la sua storia che stare a sentire la nostra e così, dopo un breve accenno riguardo alle bellezze di quel luogo, senza che ci fosse stata da parte nostra alcuna richiesta in tal senso, cominciò il suo lungo racconto.

Quand'era più giovane, evidentemente molti anni fa, non c'era tutta questa grande passione per la montagna. L'alpinismo non era ancora una disciplina così affermata e diffusa. Intendiamoci bene, di gite in montagna se ne organizzavano anche allora, ma in quelle ascese non c'era nulla di metodico e ben pianificato. Erano più un passatempo estemporaneo, quasi una sagra di paese per stare in lieta compagnia. E non si era per nulla attrezzati. Si partiva per un'escursione senza avere l'abbigliamento adatto. Però, mentre l'anziano seguitava a raccontare, talvolta fermandosi un attimo per mettere bene a fuoco i ricordi, a me veniva da pensare che anche oggi può capitare di vedere qualche sprovveduto arrampicarsi senza neppure un paio di scarpe adatte. Tempo fa addirittura m'è capitato d'imbattermi in una signora che procedeva malsicura su per un erto sentiero con tanto di tacchi a spillo. Chissà dove aveva intenzione di andare così temeraria...

E dopo una momentanea divagazione stimolata da spontanee associazioni d'idee, torno nuovamente a prestare attenzione al discorso di quel simpatico vecchietto. Mi pare di scorgere una luce nuova nei suoi occhi: si capisce che il racconto lo appassiona ed è più l'attenzione di Maria Luisa che la mia a tener ben vivo il suo entusiasmo. Mi devo essere perso qualche pezzo, ma poi riesco a capire che un giorno d'estate hanno organizzato un'ascesa di massa, non so per quale festeggiamento o celebrazione. Partivano tutti un po' baldanzosi, senza troppi generi di conforto al seguito. Addirittura alcune dame ascendevano in abito lungo con tanto di ombrello parasole, così come vi potrebbe capitare di vederle in un quadro dell'impressionismo francese. Non mancava neppure qualche cagnetto tenuto debitamente al guinzaglio.

Ben presto però il gruppo cominciò a sfaldarsi. Alcuni di loro sembrava non avessero mai preso sul serio l'impresa. Partecipare o meno, per loro era la stessa cosa e quindi presto girarono i tacchi e ridiscesero a valle. Ve n'erano poi di quelli con il fiato corto che subito si stancano ed al primo spiazzo ne approfittano per fermarsi. Panchine allora non ve n'erano. Bastava un semplice masso per prolungare un po' la sosta. E non servivano gl'incitamenti di quelli che procedeva più avanti. Lasciavano diventar freddo il sudore e così mancava loro la voglia di proseguire. Al contempo c'era anche chi si era messo in cammino con uno slancio particolare, ma poi, esaurita ben presto la spinta iniziale, cominciava a procedere con affanno e sempre più ansimando decideva infine di arrestare di colpo la propria marcia. Ad uno di loro andò pure via la voce quasi completamente, tanto l'affanno respiratorio era stato intenso.

Quando ancora si procedeva nella folta vegetazione boschiva, poco mancò che uno si cavasse un occhio con il ramo ripiegato da chi procedeva dinanzi a lui. Non erano molti quelli che s'erano presi al seguito qualcosa da mangiare: un pezzo di formaggio, del salame, un po' di vino. Ma poi quest'ultimo, oltre a rallegrare lo spirito, finiva col tagliare le gambe e la comitiva inesorabilmente pativa un'ulteriore defezione. Non era una vera e propria gara alla volta della vetta, ma a chi avesse avuto modo di assistervi da lontano, sarebbe anche potuta apparire come la corsa per la conquista di un lembo di terra nel lontano West. Ad un certo punto quasi si è sfiorata la tragedia. Durante uno stretto passaggio fra due spuntoni di roccia, un ragazzo scivolò e nel tentativo di sorreggerlo, un signore attempato mise un piede in fallo e precipitò in basso.

Alcuni ritornarono di corsa a valle per chiedere soccorso, ma i più, quasi incuranti della necessità d'aiuto, proseguirono imperterriti, forse anche perché già molto avanti e per nulla desiderosi di tornare indietro. Ma le lunghe ore di cammino e la fatica cominciarono a farsi sentire anche per i più ardimentosi e vigorosi. Presto le scorte d'acqua finirono ed ormai si era troppo in alto per trovare ristoro in qualche rigagnolo naturale. Il sole, che aveva bruciato numerosi visi quel giorno, già calava all'orizzonte. Sulla cima ne arrivò uno solo, ma la gioia fu di breve durata. La mirabile visione di quei luoghi visti dall'alto non compensava il dispiacere di esserci giunto da solo. Vinto dalla fatica si accasciò lì sulla vetta e, trovando riparo fra alcuni massi, trascorse la notte nel siderale silenzio.

sabato 16 giugno 2012

La settimana prima degli esami


Oramai ci siamo. Settimana prossima toccherà anche a mia figlia Alessandra sostenere l'esame di maturità. E così, tutto il suo gran daffare per rifinire la tesina e completare gli studi della scuola superiore, è per me un'ottima occasione per volgere lo sguardo indietro di oltre trent'anni e ripercorrere con la memoria alcuni di quei momenti in cui anch'io mi trovavo nella sua stessa situazione.

Ci sono cose che ci accomunano, ma tantissime che ci differenziano e non solo a motivo del lungo tempo trascorso. Il calendario scolastico era diverso e l'esame di stato veniva collocato qualche giorno più avanti lasciandoci un maggiore stacco fra la fine della scuola e la prima prova scritta. Con tutto questo avvicendarsi di riforme a cui abbiamo assistito in questi decenni, ci sarebbe da meravigliarsi se qualche cambiamento esteriore non fosse così tangibile. Non voglio entrare nel merito e formulare un giudizio riguardo a ciò che è stato fatto: se era meglio prima oppure adesso, e quindi mi asterrò.

A differenza di mia figlia che dovrebbe essere momentaneamente libera da impegni affettivi particolari, io invece avevo conosciuto da poco Santina. Mi sembra abbastanza ovvio che la mia concentrazione fosse totalmente rivolta a lei più che allo studio e quindi la mia preparazione mancava di quel "mordente" che avrebbe dovuto avere per ben impressionare la commissione d'esame.

Il tema d'italiano da me scelto riguardava i mezzi di comunicazione sociale. Stesi un componimento formalmente corretto, senza infamia ma anche senza lode. Il giudizio dato dal presidente sul mio elaborato fu lapidario: "troppo ingenuo". Non ebbi la forza di obiettare nulla. Forse anche perché reputai che quell'insegnante di filosofia avesse colto nel segno. Come dargli torto? Non molti giorni prima c'era stata la tragedia di Vermicino a cui tutti avevamo assistito attoniti in quella interminabile diretta televisiva. Tutto il palinsesto della RAI veniva sovvertito per dare modo all'Italia intera di essere compartecipe ai tentativi, risultati poi vani, di salvare il piccolo Alfredino Rampi.

Il tema d'italiano poteva essere un'ottima occasione per parlare anche di queste cose, di come il mezzo televisivo poteva essere alla base di un condizionamento globale come di fatto sarebbe poi avvenuto con la TV commerciale a partire dal successivo decennio. Più avanti negli anni, quando reggevo ancora il mio primogenito Andrea in braccio, mi resi conto del grande cambiamento di mentalità che la televisione privata stava apportando al mio stesso modo di pensare. Completamente imbottita di ammiccante pubblicità, lentamente mi trascinava verso una sorta di apatia e svuotamento morale. L'unica etica propugnata subdolamente era quella del consumismo più sfrenato per inseguire una felicità effimera.

Da parecchi mesi ormai siamo passati alla TV digitale. Innegabilmente, oltre alla migliore qualità dell'immagine, sono per me aumentate le possibilità di fruizione di trasmissioni culturali e non solo di svago. E così, quando raramente torno a quardare qualcosa su reti private, mi rendo conto di essermi "disintossicato" e di non riuscire più a sopportare benevolmente tutte quelle interruzioni pubblicitarie.

La generazione dopo la mia, quella dei miei figli, ha fatto il salto prima di me. Sono anni che Andrea ed Alessandra non si siedono più con noi sul divano per vedere la TV. Ora ci sono internet ed i nuovi media che li portano lontano. La mia speranza è che siano riusciti o che riescano a sviluppare ben prima di me quel senso critico di approccio alle cose. A volte affacciarsi alla vita con una grande dose d'ingenuità aiuta a vivere meglio. Altre volte ne favorisce l'annullamento.