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mercoledì 30 dicembre 2009

Senza via d'uscita


Non faccio altro che mangiare e dormire. Quando non sono seduto a tavola passo a letto la maggior parte del mio tempo. Se per la prima di queste occupazioni attribuisco responsabilità le numerose feste del periodo, per la seconda credo che sia in parte diretta conseguenza dell'altra, ma probabilmente anche dell'attività di lavoro di tutto un anno, nonostante quest'estate ci siamo concessi una lunga vacanza lontani dalle solite occupazioni di ogni giorno.

Ebbene sì, lo devo ammettere: sto invecchiando e forse più rapidamente di quanto immagini e di quanto lo vorrebbero le persone amate che mi circondano. Diventare vecchi non è forse questo: fare più fatica nelle cose di tutti i giorni, più di quanto abbiamo tribolato anni addietro per gli stessi medesimi compiti del vivere quotidiano?

Eppoi basta specchiarsi un po' meglio. Finiamo con l'abituarci ai progressivi cambiamenti della nostra immagine. Non ce ne rendiamo bene conto, ma dai venticinque anni in poi il nostro corpo inesorabilmente comincia ad invecchiare. Capita così che per raderci meglio alcuni peli di barba sul collo ci mettiamo sotto una luce migliore, avviciniamo di più il viso allo specchio e finiamo per notare ciò che è la realtà dei fatti. Ci sono più rughe sulla nostra pelle. Mancano capelli sulle nostre tempie; quelli sopra le orecchie ci appaiono ora in tutto il loro candore. E meno male che ce ne sono ancora: meglio grigi che pelati.

Se poi muoviamo lo sguardo verso il basso troviamo altri segni di cambiamento. Il profilo del nostro ventre si è accentuato ulteriormente verso l'esterno: presto non vedremo più i piedi e non solo per problemi di vista. Dov'è la mia tartaruga? Forse sepolta sotto un cospicuo strato di adipe. Forse ha fatto come lo struzzo: s'è immersa nel sottosuolo e da lì non è mai più riemersa. Poi qualcuno, indelicatamente, ci fa sapere che una vera e propria tartaruga noi non l'abbiamo mai avuta.

Ci sono due velocità diverse nel nostro invecchiamento: una mentale e l'altra fisica. Non vanno mai di pari passo. Anzi, la prima sembra non procedere per nulla affatto. Continuiamo a sentirci sempre un po' bambini dentro, ma il nostro involucro si è deteriorato, nostro malgrado, come la copertina di un libro lasciato a stagionare sul ripiano della libreria. Un giorno questo tomo abbandonato richiama la nostra attenzione e torniamo a sfogliarlo per un attimo. Ritroviamo i pensieri che avevamo sottolineato a matita. Le idee espresse ci appaiono ancora attuali, ma quella carta è ormai ingiallita dal tempo. Se lo apriamo troppo rischiamo pure di romperlo a metà, come è successo al mio "Lessico famigliare" di Natalia Ginzburg.

Così il libro finisce per darci non una, ma ben due lezioni. La prima è quella del suo pensiero, l'altra è quella della sua struttura indebolita che richiede ora un'apertura più attenta e delicata di un tempo, di quando lo sfogliavamo in gioventù. Così è per il nostro corpo. Sappiamo che l'esercizio fisico lo tiene ben efficiente ed allora decidiamo di tornare a praticarlo dopo un lunghissimo periodo d'inattività. Con entusiasmo frequentiamo palestre e centri sportivi e ci diamo pure dentro con vigore per arrivare prima al nostro traguardo. Ed è così che il libro si rompe in due.

Sembriamo senza via d'uscita. Inseguiamo il mito dell'eterna giovinezza e, dove non saprà arrivare il nostro personal trainer, senz'altro sarà in grado d'intervenire il chirurgo estetico rassodando un po' qua, stirando un po' là; e, nell'illusione di piacere ancora e forse più di un tempo, finiamo con l'essere un po' tutti omologati e copie uguali a se stesse di un individuo che in realtà non esiste veramente. Stesso sorriso, stesse labbra turgide, stesse curve: meglio abbondanti che sobrie. E così in breve si passa dal naturale al volgare.

La bellezza, la nostra naturale bellezza, non è sempre uguale a se stessa: cambia nel tempo e si evolve. Dobbiamo però abituare i nostri occhi a cogliere quest'armonia d'insieme. Quelle che noi vediamo non sono rughe: sono le tracce di ogni sorriso che abbiamo dispensato. Quelle che noi vediamo sotto gli occhi non sono borse: sono le tracce delle notti insonni pensando con ansia a chi era lontano. Quelle macchie che noi vediamo sulla pelle non sono le cicatrici del sole, ma sono la testimonianza di quanto abbiamo lavorato sodo tracciando il solco per chi verrà dopo di noi.

martedì 22 dicembre 2009

L'amicizia


E' passato un mese esatto da quando mi sono lasciato raccontare un altro po' su queste pagine. Svogliatamente riprendo in mano la tastiera per stendere su questo bianco foglio virtuale una riflessione che mi ha tenuto compagnia negli ultimi giorni.

E' più grave bestemmiare Dio che uccidere una persona.

Quest'affermazione è stata oggetto di una breve discussione durante una cena con amici, dove, in verità, quasi tutti erano concordi nel ribadire il contrario.

Un neo-parroco ha pronunciato queste parole durante la sua omelia domenicale. Pur comprendendo bene le ragioni del prelato, sono comunque tornato in seguito sull'argomento ed ho condiviso infine il pensiero degli altri.

Non dobbiamo dimenticare che ognuno di noi è stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio, come si legge nell'Antico Testamento. Nel Nuovo Testamento si dice inoltre che siamo tempio dello Spirito Santo. Togliere la vita a qualcuno è come toglierla a Dio. E' un atto irreparabile, definitivo. Si può ottenere misericordia e perdono, ma quell'esistenza è perduta per sempre.

Bestemmiare Dio può essere frutto d'ignoranza, maleducazione, cattiva abitudine, ira, rabbia. L'amicizia così allontanata con il Signore della Vita, se noi lo vogliamo, può essere ripristinata senza che nulla sia perduto definitivamente.

Oggi è l'ultimo giorno di scuola per Alessandra. Qui a Brescia, come in tante altre città del nord, è nevicato in abbondanza durante la notte. Mentre mia figlia si stava ancora preparando, sono sceso in strada per liberare l'auto dalla neve. Sarebbe stato meglio restarsene tutti a letto, ma oggi c'è l'ultima interrogazione programmata e quindi non si può certo mancare.

Con ampie bracciate ho scrollato l'abbondante neve dalla carrozzeria dell'auto. Di solito tengo la macchina in garage, ma temendo di non riuscire a farla salire dallo scivolo a causa del ghiaccio, ieri sera l'ho lasciata fuori in strada.

Dopo aver scrostato per bene i finestrini, una volta che Alessandra è scesa, ero in procinto di partire. Vedo però la figlia della mia vicina di casa che con difficoltà sta rimuovendo la neve dalla sua auto. Scendo dalla mia e l'aiuto con il mio prodigioso raschietto a liberare i suoi vetri dall'ostinato ghiaccio. In un attimo è fatto.

Tornato in macchina proviamo a muoverci, ma la neve è abbondante e le ruote cominciano a slittare. La vicina vede e mi offre la sua scopa per togliere la neve dal davanti e rendermi l'immissione in carreggiata più agevole. Favore dato, favore ritornato.

Arriviamo nei pressi della scuola ancora in orario. Poca gente in giro. Si circola a fatica, ma si va. Mi son portato appresso la borsa con il necessario per una nuotata in piscina. Non sono un grande sportivo, ma il mal di schiena che è tornato a farsi sentire acuto in questi ultimi due mesi mi ha convinto a fare qualche esercizio in più nel duplice tentativo di perdere un po' di peso e rinforzare la muscolatura che una vita, fin troppo sedentaria, ha allontanato dalla condizione di normalità.

Raggiungo l'impianto sportivo senza intoppi. Mi vien quasi da ridere, tra me e me, pensando alla mia perseveranza. Forse non è aperto. Non ho neppure modo di appurarlo perché non so dove lasciare l'auto: non posso certo parcheggiarla in mezzo alla carreggiata perché ovviamente sarebbe d'intralcio, né tentare d'incagliarmi a lato dove i cumuli sono più alti. Averci pensato prima. Sfilo via mestamente, ora un po' meno sorridente: avrei sguazzato volentieri.

Procedo lentamente percorrendo questa sorta di giro turistico alla scoperta delle condizioni di viabilità della città. Faccio ritorno a casa senza problemi rallentato talvolta da un traffico non abbondante, ma prudente. Il posto di prima è già occupato, ma per mia fortuna trovo un'altra piazzola lasciata libera da un vicino che forse non poteva proprio fare a meno di andarsene al lavoro. Io invece no: sono in ferie.

Sento le voci di alcune persone intente a liberare l'accesso alla propria abitazione. Forse dovrei fare altrettanto. Poi mi ricordo del detto: "Uccidere le persone, pagare i debiti, spalare la neve: tutte cose inutili" ed allora desisto e salgo in casa a riscaldarmi. Peccato solo che Maria Luisa sia bloccata a Cremona... Trovo sul tavolo, nel vassoio dei dolciumi di Santa Lucia, un bacio Perugina. Lo scarto e dentro leggo: "Il mondo sarebbe nulla senza l'amicizia".

domenica 22 novembre 2009

Straniero in patria


Un paio di settimane fa, come già avevamo fatto lo scorso anno, assieme ad alcuni miei ex-colleghi di lavoro, sono partito per una mini-vacanza. Fino a pochi giorni prima della partenza la mia partecipazione era data per incerta, visto il precario stato di salute della mamma di Maria Luisa, dopo un fallito tentativo d'innesto di pace-maker. Superato positivamente il secondo intervento, mia moglie mi ha scritto con gioia in un sms: "Torino ti aspetta". Ed allora, ho pensato io, non facciamola aspettare.

Niente levatacce. Quando ci siamo realmente messi in viaggio, non mancava molto a mezzogiorno di venerdì 6 novembre. La giornata non era granché, in linea con la media del periodo che lo vuole grigio e piovoso. Però, secondo le previsioni meteorologiche che avevamo attentamente consultato prima di partire, il tempo doveva migliorare nel pomeriggio, come infatti è stato.

La Sacra di San Michele, ad una quarantina di chilometri dal capoluogo piemontese in direzione della Val di Susa, è stata la nostra prima destinazione. Nonostante fossimo provvisti di navigatore, abbiamo inizialmente faticato un po' ad imboccare la direzione giusta per salire in quota là dove è posto questo vecchio monastero. Giunti ormai nelle adiacenze siamo stati colti da meraviglia per la maestosità del luogo. Consultando una locandina turistica abbiamo appreso che questo posto ha anche un alto interesse geologico.

Sfoderato in tutta fretta l'armamentario fotografico, abbiamo proseguito a piedi l'ultimo tratto, dato che il transito era vietato agli automezzi privati. Io mi guardavo in giro e mi attardavo un poco a catturare i colori caldi dell'autunno.

Uno di noi, forse più informato, fa sapere agli altri che inizialmente avevano pensato di girare quassù il film "Il nome della rosa". La costruzione si slancia verso l'alto con uno spiccato movimento di ascesa e fa sentire noi, piccoli uomini sotto la media, ancora più bassi di statura.

Per nostra fortuna ci è concesso fare fotografie anche all'interno, sia pure senza flash. Non vogliamo perderci nulla, quindi ogni angolo, ogni geometria vengono catturati avidamente dai nostri obiettivi. C'è fra di noi una sorta di tacita gara a chi realizza lo scatto migliore, l'inquadratura più suggestiva. Ci contagiamo a vicenda e dove uno posa lo sguardo presto anche un altro lo raggiunge, temendo di perdersi qualcosa d'importante e di bello.

Con l'avvento della fotografia digitale non c'è più ritegno, né timore di sprecare inutilmente pellicola. Spesso mi capita di far sorridere i miei amici per la discutibile scelta delle mie inquadrature a cui loro non danno importanza. A me sta bene di fotografare anche le crepe sul pavimento, perché magari richiamano le trame di una ragnatela.

Quando decidiamo di tornare all'auto, il sole è ormai tramontato dietro ai monti e non c'è più luce sufficiente per i nostri obiettivi. Torniamo allora verso Torino per prendere posto in albergo. Subito dopo ci aspetta una cena ristoratrice. Per pranzo ci siamo accontentati di un panino ed ora abbiamo voglia di fare festa attorno ad un tavolo con più abbondanza e con del buon vino Barbera.

Quando usciamo dal locale ci sentiamo un po' tutti appesantiti. La serata è ancora giovane, quindi passeggiamo per il centro aiutando la nostra digestione.

Il giorno seguente andiamo al museo di Pietro Micca che si trova nelle immediate adiacenze del nostro albergo. La visita è guidata e comprende anche la discesa nel sottosuolo attraverso l'antica rete di gallerie. Chi ci accompagna deve aver avuto un passato da professore, visto che non si astiene da interrogazioni o quesiti con tanto di giudizio finale. Esordisco dicendo che la mia ignoranza spazia in tutti i campi e lascio a Lorenzo l'onore di dare alla guida maggiore soddisfazione dimostrando una buona preparazione storica.

Nel pomeriggio facciamo nostro il Museo Egizio, che avevo visto una sola volta ai tempi del Ginnasio. Ora, a distanza di così tanto tempo, mi sembra che i vari reperti siano valorizzati meglio grazie anche ad un più accorto uso delle luci nelle varie sale. Più tardi troviamo modo di divertirci visitando il Museo del Cinema all'interno della Mole Antonelliana. La sera del sabato trascorre pressoché identica a quella del venerdì. Cambia il locale dove ceniamo, ma la soddisfazione a tavola resta immutata. Nell'allegria generale, come la sera precedente, non manchiamo di mandare qualche sms ad un altro nostro amico che quest'anno non si è potuto unire a noi per svariati impegni.

Domenica mattina piove. Prima di fare colazione andiamo a messa. Ci dirigiamo pertanto verso la Consolata, visto che alla chiesa di S. Agata lì nei pressi non ci saranno celebrazioni fino a tardi. A metà strada fiancheggiamo la chiesa del Carmine. Un movimento di persone, insolito per quell'ora, mi fa pensare che stia per iniziare anche lì una messa. Un rapido consulto e, dato che piove, decidiamo di risparmiare strada fermandoci in quella chiesa. Mi rivolgo ad un ragazzo che sta entrando e lui mi conferma che verso le 8,30 ci sarà la celebrazione eucaristica.

Entriamo e ci sediamo in un banco abbastanza avanti verso l'altare. Mancano ancora alcuni minuti, ma ci sono già diverse persone in silenziosa attesa. Fabio, accanto a me, nota che per lo più sembrano stranieri. Ne convengo, ma non mi meraviglio più di tanto, anche se il pensiero va ai nostri giovani, ai miei figli che a quest'ora dormono ancora. Entra il celebrante. Dopo le prime parole di un canto in una lingua per me incomprensibile, riesco a realizzare che non stiamo partecipando ad una messa in italiano. In un attimo comprendo gli sguardi di meraviglia degli altri fedeli: probabilmente loro si conoscono tutti e si stanno domandando cosa ci facciamo in mezzo a loro.

Ormai è troppo tardi per uscire ed andare altrove. Non comprenderemo granché delle parole pronunciate, ma la messa dovrebbe valere ugualmente. Mi prende dentro un po' di commozione. Mi sento straniero in patria e credo di capire solo ora per la prima volta cosa possa significare questa condizione per quelli che sono costretti a viverla ogni giorno.

A fine messa mi volto verso la ragazza a cui avevo stretto la mano allo scambio della pace e le chiedo in che lingua è stata celebrata la funzione. Inizialmente pensavo fosse in russo, ma poi per l'inflessione di alcune parole mi ero orientato verso il polacco. La giovane, dopo un attimo di sconcerto che ho scorto nei suoi occhi, mi risponde: "In rumeno". Ora la meraviglia è mia. Per quasi un'ora sono stato indegno fratello di un'intera comunità di rumeni. Ai loro occhi sarò apparso l'occidentale fortunato stranamente bisognoso di Dio. Loro ai miei sono apparsi i figli privilegiati del Regno.

Prima di fare ritorno verso casa troviamo il tempo di visitare Palazzo Madama, dove contempliamo la straordinaria bellezza di tante opere del passato. E così, con un tuffo all'indietro nel tempo, si chiude circolarmente il nostro viaggio.

Per chi fosse interessato, con il collegamento riportato qui di seguito, si può prendere visione di alcune Immagini della nostra gita a Torino scelte, secondo mio gusto, fra i circa 700 scatti che resteranno a ricordo di quei giorni.

sabato 14 novembre 2009

La preghiera del contadino


O Signore, che benigno stai sopra agli attrezzi, ai raccolti, al bestiame poiché dei Santi imitar non so l'opera né il cilizio frenar le rie brame, fammi santo vangando il mio campo, o curando la stalla, il pollaio, o sterpando l'impervio rovo che all'agnelle, ai giovenchi da inciampo.

O Signore, quando m'alzo al mattino non ho tempo a far lunghe orazioni; alla stalla od al campo vicino vo a riprendere l'usate mansioni ma a Te penso Signor, se il frumento io raccolgo la vita rincalzo, se il bove caduto rialzo, se do il fieno alla mucca, al giumento, penso a Te che nel pan ti cangiasti e ti desti a noi cibo a mangiare e nel vino il Tuo Sangue donasti qual bevanda per noi salutare.

Come il bove condotto al macello mansueto alla Croce n'andasti, qual giumento paziente portasti di mie colpe il gravoso fardello. Del mio stato o Signore non mi lagno; il lavoro qual tuo dono ritengo, che nel pan col sudor guadagnato a nutrire i miei cari pervengo. Gloria al Padre, allo Spirito, a Gesù rendo grazie dell'util giornata, sia, Signor, la mia voce a te grata, , non ho tempo di fare di più.

Giovanni Scuri, Eureka, California 25/7/1972

domenica 18 ottobre 2009

Crisi solidale


Qualche giorno fa il capo mi ha confidato che, nonostante il momento di crisi, le cose non stanno andando poi tanto male per la nostra azienda. Anzi, continuando così, ci sono concrete possibilità che per fine dicembre riusciremo a raggiungere un fatturato superiore a quello dello scorso anno. In un periodo di contrazione generale della domanda, questi dati di previsione economica hanno infuso in noi un rinnovato ottimismo.

Ieri mattino ci siamo alzati un po' più tardi del solito. Alessandra aveva un'ora buca e quindi non c'era bisogno della levataccia di tutti i giorni per accompagnarla a scuola. Il suono della sveglia mi ha quindi colto un po' più condiscendente e disponibile ad uscire dal letto. Mentre mi dirigevo in bagno, ho scorto nella semi oscurità la sagoma di Andrea che stava per uscire di casa. Ho trovato strano che anche lui fosse già in piedi. Immediatamente mi ha rammentato che, assieme ad alcuni suoi coetanei, si sarebbero ritrovati dinnanzi al supermercato per la colletta alimentare in favore della Caritas parrocchiale.

Evidentemente la sfavorevole congiuntura economica sta toccando direttamente anche tante famiglie a noi vicine. Il parroco ha quindi deciso di sensibilizzare i giovani affinché dedichino un po' del loro tempo per una raccolta di generi non deperibili, in modo da rispondere concretamente alle tante richieste di aiuto che sempre più numerose stanno pervenendo all'ufficio caritativo di zona.

Questo sabato le compere per le necessità di casa toccavano a me. La scorsa settimana Maria Luisa aveva fatto una spesa un po' più abbondante del solito e quindi non ci sarebbero state tante cose da prendere. Mentre mi stavo lavando e ripensavo a quanto mi aveva appena ricordato mio figlio Andrea, sopraggiunge mia moglie che mi propone di fare una spesa doppia: io per la famiglia e lei in favore della colletta parrocchiale. Dopo un breve amorevole bisticcio su chi dovesse occuparsi di cosa, per tagliar la testa al toro, abbiamo convenuto di dividere esattamente per due il costo degli acquisti fatti in favore della solidarietà sociale.

Appena entrati nel supermercato - il nostro solito, non quello vicino a casa - la nostra attenzione viene attratta da numerosi prodotti accatastati ed offerti a costo zero. Dopo un attimo di titubanza da parte mia, anch'io sposo l'idea di mia moglie e comincio a depositare nel secondo carrello tutto quanto può fare al caso nostro. Ci sono pacchi grandi e confezioni multiple, che di solito non riscuotono la mia piena simpatia. in questo caso è diverso. Presi dalla frenesia dell'accaparramento riusciamo in breve tempo a riempire il carrello. Allora propongo a mia moglie di continuare lei la spesa di famiglia, mentre io sarei andato velocemente a pagare per poi riporre in auto la merce. Un poco perplessa, con l'aria di chi vede sottrarsi dalle mani un compito gradito, comunque acconsente.

Alle casse non c'è ressa ed in breve effettuo il pagamento. Visto l'esiguo ammontare della cifra totale sono colto da un poco di delusione. Quando ritorno da mia moglie dopo aver depositato la roba in macchina, le propongo di fare un ulteriore "rabbocco" e la spesa di famiglia passa inesorabilmente in secondo piano.

Ritornando verso casa, decidiamo di fare una piccola deviazione e fermarci davanti al supermercato dove ci sono i nostri ragazzi. Dato che prima mi ero un poco stirato i muscoli della schiena sollevando la confezione grande del latte, decido di lasciar fare a loro, aprendo semplicemente gli sportelli dell'auto ed offrendola al loro entusiastico saccheggio. Ovviamente abbiam messo più tempo noi a caricarla che loro a svuotarla.

In serata Alessandra, che pure ha avuto modo di prestare il suo contributo alla raccolta, ci fa sapere che sono stati riempiti più di settanta scatoloni. Ci racconta anche di chi è venuto a fare la spesa e poi ha devoluto in beneficienza l'intero contenuto del carrello.

Non sono cliente abituale del modesto supermercato di periferia sito vicino a casa. Credo però che sia frequentato per lo più da gente anziana. Mi piace pensare che la solidarietà si sia fatta largo più fra le persone di modesta condizione economica che fra quelle per cui il denaro non fa troppo difetto. Tutto sommato noi abbiamo dato un po' del nostro superfluo. Loro invece si sono privati, con reale sacrificio, di quanto viene misurato con attenzione per bastare alle necessità di ogni giorno.

sabato 3 ottobre 2009

In coda all'ufficio postale

Gratuitamente svolgo l'attività di amministratore nel condominio in cui abito. Nonostante abbia più volte rifiutato un compenso in denaro per questo lavoro, una mia vicina si sente in dovere di dimostrare la sua gratitudine portandomi in dono qualche cassetta di frutta in occasione delle festività natalizie e pasquali.

Per pigrizia finisco poi con l'ammassare le cassette vuote in terrazza invece di sbarazzarmene subito. Questa mattina però ero di buona lena e quindi mi sono deciso a fare un po' di pulizia liberandomi da quell'inutile ammasso. Per evitare di dover fare diversi viaggi ho provveduto con cura a smembrare le varie parti suddividendo il legno, la plastica ed il cartone in borsine differenti riducendone drasticamente il volume.

Visto poi che lunedì sarebbero stati prossimi alla scadenza due bollettini di conto corrente per il pagamento delle spese condominiali, mi sono messo in tasca anche quelli. Dopo la sosta ai cassonetti dell'immondizia mi sarei recato all'ufficio postale per effettuarne il pagamento, evitando così di doverci andare nella pausa pranzo di lavoro.

E' una bella giornata. Per terra ancora le tracce di alcune pozzanghere del temporale di ieri sera. L'aria non è per niente frizzante e prosegue l'insolito tepore più da fine estate che da inizio autunno.

Mi aspetto la solita ressa di ogni sabato mattino. Una volta l'ufficio vicino a casa era aperto anche nel pomeriggio e, vista la minor frequenza, preferivo recarmici in quell'orario per sbrigare le varie incombenze, non solo di amministratore occasionale.

Appena entrato nella sala vengo subito investito da uno sgradevole afflato di aria viziata. Quasi immediatamente ritorno sui miei passi e spalanco una delle porte d'accesso. Mi sembra strano che non sia venuto in mente a nessun altro prima di me. Dopo una rapida occhiata al tabellone luminoso ed al numero del mio biglietto di prenotazione, decido che è meglio attendere seduto anziché in piedi come ho fatto tante altre volte.

Sono da poco passate le undici. In quest'ufficio si viene anche per il ritiro delle inesitate. Lì non serve prelevare il biglietto dal distributore automatico: basta mettersi in coda ed aspettare il proprio turno. Senza soluzione di continuità la fila viene progressivamente alimentata da sempre nuovi avventori.

Per ingannare l'attesa, fra un'occhiata e l'altra al display, mi guardo intorno ed osservo le persone che arrivano. Alcuni si salutano, altri compilano distrattamente i moduli sugli appositi banchetti, altri adocchiano le locandine pubblicitarie per questo o quell'altro investimento. L'ammontare dei tassi d'interesse esposti mi fa pensare che forse sono manifesti datati. Ormai non danno più nulla neanche per i titoli di Stato: possibile che si possa lucrare ancora fino ad un improbabile 5%?

Un signore anziano appena entrato scherza un po' con un conoscente. Poi cambia il numero ad uno sportello e subito vi si precipita, seguito da un'altra signora che reclama con pacatezza il proprio diritto. Il vecchietto, chiarito che il numero in realtà non era preceduto dall'identica lettera di quello in suo possesso, se ne torna mestamente oltre le barriere poste a tutela della privacy. S'è spento il suo sorriso ed è ora l'amico a prendersi un po' gioco di lui.

L'età avanzata può scusare il momentaneo appannamento di questa persona. Però penso che anch'io stavo per commettere il suo identico errore un'altra volta e solo la prontezza di mia figlia mi ha frenato e tolto da ogni imbarazzo.

Nella fila di sedie dietro la mia ci sono due vecchie signore che fanno congetture su chi di loro verrà servita prima, dato che hanno lettere differenti e talvolta sembra che proceda più spedito un gruppo, talvolta l'altro. Ad uno degli sportelli vedo appoggiato goffamente un uomo di grossa corporatura. Con tanta gente in attesa si concede il lusso di qualche chiacchiera con l'impiegato. Credo che tutti stiano mentalmente pensando la stessa cosa: fai presto, non è questo il momento delle relazioni sociali e dei lunghi intrattenimenti.

Quando finisce e si volta per andarsene, mi rendo conto che quell'omone, dal probabile passato sportivo visto anche l'abbigliamento che indossa, è il genitore di un ex compagno di classe di mia figlia. Mi capita spesso d'incrociarlo qui in posta e, se non fosse per il fatto che tutte quelle volte ci sono anch'io, mi verrebbe da malignare che non ha nulla di meglio da fare il sabato.

Appena un posto a sedere si libera, non fa in tempo a raffreddarsi che subito viene tenuto in caldo da qualcun altro. Il portone d'acceso da me spalancato garantisce ora un maggior ricambio d'aria e l'umore generale ne ha un po' guadagnato.

Una signora di colore si avvicina per prendere posto a sedere accanto a me. Prima di accomodarsi fa spazio al figlioletto che la segue e sembra quasi volerlo spingere verso la sedia a me più vicina. Il bambino però si butta sulla prima poltroncina e quindi a lei non resta che questo contatto ravvicinato. Con la scusa del figlio mi da un poco le spalle e così non si sente troppo osservata.

Devo proprio avere uno sguardo indagatore. Mi piace indulgere sul volto di ognuno e provare ad immaginare l'umanità che vi sta dietro. Preso da questi pensieri, vedo presto comparire sul tabellone il numero che precede il mio. Decido di alzarmi in piedi e farmi più vicino al limite che ci separa dagli sportelli.

In un attimo è il mio turno. Mentre consegno i bollettini per il versamento, di fianco una donna dal chiarissimo accento straniero dice che è venuta a portare il numero della carta d'identità perché quanto aveva aperto in precedenza un rapporto di conto aveva lasciato soltanto il numero del permesso di soggiorno.

Ricevo i venti centesimi di resto per il pagamento effettuato in contanti. Mi coglie un attimo di perplessità per l'esiguità della cifra, ma poi, ripensando all'ammontare totale che avevo verificato con la calcolatrice prima di uscire di casa, convengo che non c'è errore e posso liberare in fretta il posto a beneficio di un'altra persona.

Torno fuori a rimirare il sole. Penso anche alle altre stelle, ma accostare l'ufficio postale all'inferno di Dante è sicuramente un tantino eccessivo e sopra le righe, anche se forse l'associazione d'idee nasce spontanea per l'assembramento forzato di tante persone nello stesso luogo.

martedì 8 settembre 2009

La solita vita di sempre


R. Eccoci qui a festeggiare un altro anniversario di matrimonio.

La felicità della vigilia s'è un poco smorzata oggi alla notizia di due decessi fra i nostri conoscenti. Ci conforta il pensiero che, in questo giorno dedicato alla natività di Maria, le sofferenze di queste due persone abbiano avuto termine e che Ella le abbia prese per mano ed accompagnate al cospetto dell'Altissimo. La nostra cara Madre Celeste possa vegliare dall'alto e dispensare conforto a chi è rimasto solo.

La gioia coniugale è fatta di tanti momenti infilati in sequenza uno dietro all'altro. Anche se piccoli ed apparentemente insignificanti, essi, nel loro insieme, costituiscono qualcosa di grande, di cui forse ci possiamo rendere conto soltanto guardando indietro.

Non sono solo le cose straordinarie a darci la sensazione di una maggiore pienezza del vivere, ma lo è anche la solita vita di sempre. Quanto mai vera mi appare la frase (che devo aver già citato una volta e che è in bella mostra sull'uscio di casa dei miei genitori): "Non cercare la felicità nelle cose lontane".

M.L. Mi piace l'immagine della collana: tante perline colorate in successione, e nessuna uguale all'altra. Se le si guarda da vicino non sono prive d'imperfezioni, ma, viste da lontano, appaiono qualcosa di prezioso e danno luce a chi le indossa.

Durante quest'anno non ci sono stati giorni grigi ed indifferenti: ciascuno ha avuto qualcosa di bello, o di amaro, o di stimolante. Sono stati tutti doni di Dio. Come le persone che mi circondano. In quest'anno mi sento cresciuta, più ricca dentro, grazie soprattutto a quelli che mi hanno amato, lasciandomi la libertà di amarli a mia volta, così come sono capace.

Vorrei che la mia gioia fosse la vostra.

domenica 23 agosto 2009

Mio padre

Ed ora, caro papà, è maturo il tempo per scrivere qualche parola su di te. Ti confesso, ed in realtà l'ho già fatto, che desideravo parlarti, come in un faccia a faccia, da parecchio tempo, ma poi accantonavo l'idea per una sorta d'imbarazzo perché tu sei molto di più di quello che le mie povere parole possono dire e non volevo farti torto.

Ora che le ferie sono terminate e fra noi e te, fra la mia e la tua famiglia, è stata ripristinata una sorta di distanza, forse la cosa mi viene più facile perché è con un certo distacco che a volte si riescono a soppesare meglio le parole.

Già, la famiglia. Ora la tua, almeno stando all'anagrafe, si compone di te soltanto. Quando c'era mamma, un solo elemento in più, sembrava ben più numerosa. Vedi come la persona amata può riempire a tal punto la nostra esistenza?

Adesso che ti sei riabituato un poco a star solo, riesci a dire che non hai bisogno di nessun'altra donna accanto. Tempo fa ti dissi che la scelta era tua. Se qualcuno di caro avesse voluto condividere con te alcuni momenti di questo tuo tratto di vita, a me stava bene. Anzi, mentre mi sono sentito libero di decidere come condurre la mia vita affettiva, ho provato quasi imbarazzo nell'abbozzare qualche consiglio per te.

Ti sei preso cura di mamma, quando ormai in casa non bastava più a se stessa, con un amore così generoso e paziente da aver coperto, ne sono sicuro, ogni tua piccola manchevolezza passata. Ti ho ammirato, non come un padre che ammira un figlio, ma come un figlio s'inorgoglisce per il genitore trovando in lui ancora mille motivazioni di stima, nonostante la sua età avanzata possa far pensare che tutto è definito e non ci saranno più sorprese.

Lo sai che tra me e te i rapporti non sono sempre stati facili. Ricordo che anni addietro ho causato in te sofferenze che non avresti voluto perché esigevo da te qualcosa che credevo tu non riuscissi a darmi. Poi, quando Santina se n'è andata, i miei occhi si sono aperti ed ho visto che quello che cercavo era sempre stato lì accanto a noi, anche se non riuscivo a vederlo.

Tu non sai che Alessandra, in questo periodo, sta vivendo le stesse difficoltà di relazione. Sono un passo obbligato della sua crescita, lo capisco benissimo. Ma in queste piccole o grandi incomprensioni vedo le nostre di un tempo ormai lontano: mi sembrano proprio le stesse. Mi rendo conto che non c'è nulla di sbagliato o d'insanabile. Forse a volte c'è qualche momento di stanchezza oppure qualche disattenzione in più da parte mia che rendono il dialogo difficoltoso. Siamo qui per andare avanti ed ascoltarci e se qualcosa non è andata per il verso giusto, possiamo fare meglio.

Torniamo a noi, perché sono tante le cose che vorrei dirti e sicuramente me ne dimenticherò qualcuna.

Poco prima di Natale mi hai commosso ed ho faticato a nasconderti le mie lacrime. Avevi giocato al lotto e con quella piccola vincita hai pensato di fare a tutti noi un regalo: una confezione di profumo. Più che il dono in sè, che comunque ho apprezzato tantissimo, mi ha fatto piacere il gesto stesso. Ormai credevo che fossi solo io a dovermi occupare di te, con un gesto, con una gentilezza. invece tu mi hai sorpreso e mi hai fatto capire quanto amore puoi ancora darmi.

E' nell'ordine naturale delle cose vedere invecchiare i propri genitori e poi perderli. Con mamma è già stato così. In verità non ho sofferto molto per la sua morte perché mi sembra di averla ancora accanto. Mi sembra che lei viva ancora dentro di me. Mi sembra di sentire la sua voce e qualche volta ho come l'impressione che la mia bocca pronunci le sue e non le mie parole. Quanto l'abbiamo ammirata, questa tua moglie e nostra madre, per le cose dette, ma soprattutto per quelle fatte con instancabile operosità. Maria Luisa, quando ti sente parlare e raccontare di lei, mi dice spesso che le dispiace di non essere riuscita a conoscerla un po' di più e che sicuramente le sarebbe piaciuta.

Poi ci sono anche i momenti tristi, quando voi genitori non state bene e noi figli temiamo che sia vicino il tempo del congedo. Con la tua dipartita non avrò più nessuno dietro le mie spalle: gli affetti migliori saranno solo di fianco oppure davanti a me e mi sembrerà di essere scoperto e debole da un lato. Per fortuna questi timori svaniscono presto perché le tue energie, nonostante l'età, sono ancora buone e tu ci sorprendi quotidianamente per tutte quelle cose che riesci ancora a fare e che a noi, con oltre trent'anni in meno, costano invece un sacco di fatica.

Mi piace continuare a vederti così, anche se il futuro potrà riservarci qualcosa di diverso che sapremo accettare. Nelle sere d'inverno, davanti ad un piatto di polenta, continuerai a raccontarci della tua gioventù, dei tuoi anni di lavoro in Australia. Le tue memorie saranno la nostra consolazione in questa vita che a ben vedere riesce a darci più di quanto è in grado di toglierci.









mercoledì 19 agosto 2009

Mio nipote

Da diverse settimane accarezzo l'idea di scrivere qualcosa su mio padre. Questa mattina, mentre mi radevo, m'è invece venuta voglia di scrivere qualcosa su mio nipote Davide, il figlio di Piera.

Il mese scorso, nonostante il grosso scossone per la perdita della madre, è riuscito a completare gli studi superando gli esami della scuola superiore ad indirizzo alberghiero a cui era iscritto. Grazie all'appoggio di uno dei suoi professori, già lo scorso anno aveva prestato servizio come cameriere al Gran Hotel di Molveno durante tutto il periodo estivo. Visto il buon esito dell'esperienza precedente, i gestori dell'hotel hanno manifestato il desiderio di ripetere tale rapporto di lavoro anche quest'anno.

Qualche giorno fa, approfittando del nostro periodo di vacanza, siamo andati a trovare Davide. In questo periodo, causa il grande afflusso di turisti nella struttura presso cui opera, non ha molto tempo libero e quindi avremmo potuto vederci solo nel pomeriggio.

Coincidenza vuole che nello stesso paese si trovi in vacanza anche una cara amica di Maria Luisa e, per così dire, abbiamo preso due piccioni con una fava, visitando l'una il mattino e l'altro dopo pranzo.

Non ero mai stato a Molveno. La fotografia del luogo è veramente notevole. In uno spazio relativamente ristretto c'è la possibilità di accontentare sia gli amanti dell'acqua e dei bagni di sole che quelli della montagna e delle salite ardite.

Mentre ci recavamo a pranzo in un locale tipico consigliatoci dall'amica di mia moglie, Alessandra riceve un SMS di avviso da Davide che forse riesce a liberarsi un po' prima, intorno alle 14 e trenta. Mentre pranziamo ci coglie un po' d'ansia di far tardi all'appuntamento a causa della lentezza con cui siamo serviti. Infatti il ristorante, situato in un vecchio maso, non è troppo capiente e l'afflusso continuo di persone ha creato qualche disguido.

Terminato l'ottimo pranzo, siamo tornati a recuperare l'auto per andare all'hotel che si trova un po' fuori del paese. La collocazione mi sembra strategica per ammirare contemporaneamente il lago e le cime dolomitiche del gruppo del Brenta.

Quasi con sincronismo perfetto, nonostante il nostro temuto ritardo, arriviamo nel piazzale dell'albergo proprio mentre Davide ci comunica via telefono che è in stanza a cambiarsi.

Di lì a poco ne esce: maglietta a vivaci colori, pantaloncini e ciabatte infradito, come un perfetto vacanziero. Probabilmente vorrebbe allontanarsi subito dalla struttura per staccare veramente dal lavoro, ma io insisto per dare con lui un'occhiata intorno all'hotel e fare qualche foto di rito.

Poi con l'auto torniamo nuovamente in centro al paese per accedere all'ampia spiaggia che dà sul lago. Fa caldo, molto caldo. Mio padre, che ben volentieri si è unito a noi in questa escursione-visita, si rifugia sotto una pianta. Dopo poco Maria Luisa ed io lo seguiamo. Alessandra e Davide restano invece ancora un poco al sole raccontandosi i fatti loro. Mi sembra il momento adatto per una bevanda rinfrescante. Raccolgo le richieste e assieme a mia moglie mi dirigo verso il bar lì vicino.

Davide inizia a sorseggiare la sua bibita, ma subito dopo sente irrefrenabile l'impulso di tuffarsi in acqua. Ripone gli occhiali ed il cappello; si toglie la maglietta e poi con passo lesto si avvicina allo specchio d'acqua. Io non ho avuto il coraggio d'immergervi neanche i piedi, ma non credo che la temperatura sia troppo gradevole. Infatti Davide, dopo essersi bagnato fino alla cinta, ne esce quasi subito, dato che il sole è sparito coperto da una nuvola. Ma solo per un istante e subito riappare coi suoi cocenti raggi. Mio nipote ritorna allora in acqua con maggior decisione. Si tuffa e con ampie, vigorose bracciate si porta un po' al largo. Mi coglie un attimo d'apprensione per lui. E se un colpo di freddo lo bloccasse e lo facesse andare giù in queste profonde e gelide acque?

La paura dura un attimo. Lui è un buon nuotatore e con diverso stile raggiunge la riva e si stende al sole per asciugarsi. Questa volta mi avvicino di più anch'io e riesco a fargli qualche domanda e a farmi raccontare qualcosa del suo lavoro.

Davide è maggiorenne da pochi mesi, ma ha già la struttura dell'uomo fatto. E' vero che negli ultimi mesi non ci siamo visti poi tanto, ma mi sembra cambiato un sacco, o forse questa accelerazione gliel'ha data la vita, mettendolo bruscamente di fronte alle sue responsabilità.

Il tempo passa veloce e presto dobbiamo ritornare al Grand Hotel. Alle 17 deve riprendere servizio e vedo in lui il ragazzo, ormai uomo, che vuole fare bene il suo dovere, con precisione e puntualità.

Prima di salutarci sale in camera a cambiarsi. Scende quasi subito con la cravatta ancora da annodare. Lo spazio ancora per una foto veloce accanto a mia figlia Alessandra e subito si congeda da noi.

Bravo Davide! Mamma Piera dall'alto vede ed è fiera di te. Continua così. Anche tuo zio è orgoglioso di te.



lunedì 3 agosto 2009

Livemmo centro del mondo

In questi giorni ci troviamo a Livemmo di Pertica Alta, il paese d'origine di mio padre.

Dopo aver passato una settimana a Siusi, dove le bellezze del paesaggio hanno riempito di colori i nostri occhi, ma anche le lunghe camminate hanno stancato i nostri piedi, era necessario trascorrere alcuni momenti in tutta tranquillità ospiti nella casa di nonno Luigi.

L'occasione per vedere in modo diverso questo piccolo paese della Valle Sabbia mi è stata fornita dalla mamma di Maria Luisa, che siamo riusciti, dopo mille operazioni di convincimento, a trascinare con noi in questo soggiorno.

Carla ha una passione particolare per le piante dalle bacche arancioni così frequenti da queste parti e ben apprezzate dagli uccelli. Nonostante mio padre in passato sia stato un cacciatore, non ne conosco il nome. Però una delle fotografie allegate toglierà ogni dubbio riguardo a ciò di cui sto parlando.

Orbene, per esaudire la richiesta di Carla e fare alcuni scatti ad una di queste piante che si erge maestosa (ben più grande di quelle solitamente viste), proprio qui dietro casa nostra nel giardino di un vicino, sono uscito a mezza mattina con la mia digitale da battaglia.

La mia non è una passione vera e propria per la fotografia, anche se mi piace scattare fin dalla tenera età, quando con entusiasmo mi mettevo dietro all'obiettivo dell'Agfa di papà.

Appena fuori casa, però, sono stato colto dalla stessa frenesia che ci prende quando esco con i miei ex-colleghi di lavoro, tutti amici appassionati della fotografia. Ho cominciato a scattare convulsamente per catturare quanto vedevo intorno e tutto mi sembrava avere una luce nuova: tanti scorci ben noti che, come d'incanto, assumevano un fascino nuovo, quasi li vedessi per la prima volta solo ora.

Il paese è veramente piccolo ed in pochi minuti lo si attraversa da cima a fondo. Nonostante questo, sono numerosi i punti di attrazione, gli angoli pittoreschi, i contrasti fra i vecchi ed austeri edifici rurali ed i variopinti caseggiati ristrutturati. Soffermandomi però in vicoli od angoli che destavano la mia curiosità, non mi rendevo conto del rapido scorrere del tempo. Preso da scrupolo sono ritornato un attimo verso casa per avvisare mia moglie del fatto che mi ero immerso in questo reportage estemporaneo su Livemmo e sui suoi gradevoli scorci panoramici.

Questo paesino non ha vocazioni turistiche e quindi non è attrezzato per accogliere un grande afflusso di persone. La riprova l'abbiamo avuta in questa prima domenica di agosto, data in cui scrivo, dove il rally automobilistico che ha attraversato alcune vie d'accesso limitrofe ha attirato numerosi appassionati e sportivi creando non pochi problemi alla viabilità nelle anguste e tortuose strade di montagna.

L'idea di scrivere queste cose mi è venuta ieri sera mentre ascoltavamo in piazza alcuni brani musicali proposti dalla banda di Salò. Dopo un inizio incerto, in cui mi era parso di cogliere alcune imprecisioni nell'esecuzione, l'armonia d'insieme e le gradevoli melodie del repertorio adatto ad un pubblico di villeggianti non troppo esigenti, hanno saputo suscitare emozioni e gradimento corale.

Considerare Livemmo come il centro del mondo è sicuramente eccessivo e sopra le righe. Però ogni luogo in cui si possa stare, anche solo per qualche giorno, bene come a casa propria, per così dire, diventa il centro del nostro universo di affetti e del nostro vivere.

























venerdì 10 luglio 2009

La torre di Babele


Ancora qualche giorno e poi arriveranno anche per noi le tanto agognate ferie.

In questi giorni sto concludendo la localizzazione in diverse lingue di un programma per la gestione dei parcheggi. Quest'applicativo è frutto di un progetto nato alcuni anni fa e commercializzato oltre che in Italia anche in diverse altre parti del mondo. In queste ultime settimane è uscita la seconda versione che introduce diverse importanti innovazioni che non erano presenti nella prima edizione e che vengono così a soddisfare le richieste di clienti sempre più esigenti.

Quest'applicazione è sviluppata ovviamente in italiano, ma subito dopo, quando raggiunge lo stato di maturità ed è pronta per la distribuzione sul mercato, viene tradotta, non solo nelle lingue più comuni come l'inglese, il francese, lo spagnolo ed il tedesco, ma anche in tante altre come l'olandese, il polacco, il rumeno, il russo e perfino il cinese.

La traduzione dei testi, almeno per le lingue principali, è effettuata da un'azienda specializzata in questo tipo di servizio. Per gli altri paesi il lavoro di conversione nella lingua locale viene svolto in collaborazione con i vari distributori esteri.

Quando la traduzione è terminata, si procede all'assemblaggio dei testi per ottenere il programma finale. La cosa non può essere svolta in maniera completamente automatica e richiede qualche aggiustamento manuale per sistemare a dovere le varie schermate.

Grazie a questa attività finale di controllo riesco di tanto in tanto ad imparare qualche nuovo vocabolo nelle lingue di maggior diffusione. Non è però infrequente che mi imbatta in termini dal suono familiare anche nelle lingue meno comuni, addirittura anche in cirillico. Credo che in questo mi sia d'aiuto qualche reminiscenza di greco e latino del liceo.

In mezzo a tutta questa sorprendente diversità sembra comunque di scorgere una radice comune per tanti di questi linguaggi. Non voglio affermare che tutti gli idiomi abbiano avuto la genesi da un unico capostipite, come invece andava dicendo il padre della protagonista del film "Il mio grasso, grosso, matrimonio greco" che per ogni termine riusciva a trovare una derivazione dalla lingua ellenica.

Con la globalizzazione, col tempo, tante culture locali rischiano di sparire dalla faccia della terra. Non credo però che si arriverà mai ad avere un unico linguaggio uguale per tutti. Dove ha fallito l'Esperanto forse un domani riuscirà l'Inglese affiancandosi come seconda lingua.

Speriamo però che ci si intenda veramente. Per chi chiede "pane", la risposta non sia "bombe". Per chi invoca "libertà" la replica non sia "oppressione" e "sfruttamento".

Per dirla con una parafrasi tolta dal film "A beautiful mind", a proposito di "dinamiche dominati", perché la cosa funzioni anche in campo economico, bisogna imparare a perseguire ciò che è vantaggioso per l'individuo e contemporaneamente lo è anche per la collettività".

domenica 21 giugno 2009

Ciao Piera


Mentre alzavano la tua bara in alto per infilarla nell'ultimo loculo, tuo fratello Maurizio rompeva così il mesto silenzio salutandoti per l'ultima volta a voce alta, con le braccia alzate, trascinando noi tutti in un lungo, sentito, fragoroso applauso. Ciao, Piera.

Pochi giorni prima mi trovavo al lavoro quando l'impiegata mi passa una telefonata di Manuela, cara amica di sempre. La meraviglia si muta ben presto in preoccupazione. Non la sento mai quando sono in ufficio. Forse c'è qualcosa di urgente che desidera farmi sapere.

Mi chiede se non so ancora niente. Evidentemente no. Poi s'interrompe singhiozzando, con la stessa intensa commozione di quando anni fa fui io a chiamarla per comunicarle il decesso di Santina. In lacrime, a fatica, mi dice che hanno trovato Piera morta nel letto, ma non sa altro perché non è stata in grado di contattare nessuno dei parenti stretti.

La ringrazio per questa premura nel farmi sapere l'accaduto e ci congediamo. Non riesco a capacitarmi. Riaccendo il telefono cellulare e mi porto verso l'esterno dove c'è più campo. Ricevo immediatamente la notifica di un paio di chiamate da parte dei miei cognati. Chiamo subito Alfredo, il fratello di Piera, il quale mi conferma ciò che non avrei voluto sentire.

Sono molto agitato e scosso. Non posso continuare il lavoro. Ho bisogno di tornare subito a Brescia. Scendo in laboratorio ed avviso Andrea che prontamente mi segue. Neanche lui può continuare a fare le normali cose di lavoro di ogni lunedì.

Durante il viaggio di rientro trovo il modo di avvisare mio padre e mio fratello.

Senza correre arriviamo nei pressi della casa di Piera. Sul marciapiede antistante un paio di vigili e davanti all'ingresso del condominio un gruppo composto di amici. Salgo in silenzio. La porta di casa è spalancata. Trovo la mamma Maria in una stanza assistita dal medico di famiglia di Piera. Lo stato di prostrazione è totale.

Il dolore, mai sanato completamente, per la morte di Santina si aggiunge ora inaspettatamente a quello per la morte dell'altra figlia.

Ancora incredulo mi dirigo in camera dove trovo Piera distesa nel letto, coperta totalmente per pietoso rispetto. Non posso trattenermi e mi avvicino a lei scoprendole un poco il capo. E' disposta su un fianco, come se ancora dormisse. La stessa posizione di mia madre.

Quasi a trovar ragione, chiediamo lumi al medico il quale non sa dirci altro che potrebbero essere insorti problemi di cuore oppure un ictus. Quale amico di mia cognata l'aveva vista il venerdì precedente, ma nulla lasciava presagire questa fine improvvisa. L'autopsia ha chiarito poi che è stato un problema di cuore a stroncarle la vita.

Ed ora c'è la fatica di ogni giorno per andare avanti, soprattutto per il figlio e per i genitori.

Se è doloroso perdere una moglie, e questo lo conosco per averlo provato nella mia carne, nel profondo della mia anima, quanto sia devastante perdere due figlie nel giro di pochi anni, come è toccato ai miei suoceri, questo davvero non riesco a comprenderlo fino in fondo.

Questa morte improvvisa di Piera però mi ha sorpreso, ma non mi ha colto completamente impreparato. Quando l'avevo vista poco prima di Natale a casa dei suoi genitori, notandola un poco sciupata ed affaticata, avevo pensato che forse anche lei, come sua sorella, si sarebbe potuta ammalare e a questi nonni sarebbe toccato patire un'altra grave perdita.

Se può consolare, Piera ha spiccato il volo in un momento in cui si può essere fieri di lei in modo completo. Il bene da lei compiuto, anche quello più nascosto e silenzioso, com'è naturale, sta ora emergendo e le arreca onore.

Averla tumulata così in alto induce noi ad alzare lo sguardo verso il cielo. Il pensiero si fa preghiera e, sia pur nelle lacrime, alimenta la speranza di riabbracciare un giorno tutti quelli che ci hanno amato e che noi abbiamo provato a ricambiare con identico sentimento.

Mi sembra ora opportuno riportare in chiusura quello che mi scriveva Kuki Gallmann alcuni anni fa.

----- Original Message -----
From: "KUKI GALLMANN"
To: "Scuri Romano"
Sent: Monday, July 14, 2003 4:18 PM
Subject: Re: To share


Caro Romano,

ho appena ricevuto tutti gli accumulati emails; in Laikipia non ho modo di guardare gli emails regolarmente.

La vita e' un gioco che dobbiamo giocare nel modo migliore. Perdere chi si ama, drammi di vario tipo, gioie e trionfi, amarezze e delusioni sono parte del gioco e spetta a noi reagire positivamente e andare avanti fino alla fine, allegramente ma non superficialmente, fino a quando verra' anche il nostro momento, che e' inevitabile, e' solo questione di giorni settimane mesi o anni, che, al cospetto dell'infinito a cui apparteniamo non sono nulla.

La perdita di qualcuno che amiamo e' una scossa profonda, ma non possiamo far nulla per cambiare il passato; possiamo solo cambiare il modo in cui viviamo il presente, e cio' facendo il futuro, che d'altronde veramente non esiste, perche' quando lo raggiungiamo il futuro diviene presente; percio' cio' che conta e' il presente. E' l'unica vera realta'.

Il tempo ti portera' altri incontri e forse altre separazioni come a tutti noi; vediti come uno dei molti che hanno temporaneamente perduto la presenza fisica di coloro che amavano - ma non la presenza spirituale - niente si crea e niente si distrugge -; se leggi gli annunci funebri in qualsiasi quotidiano, pensa che ognuno di quelli che vanno avanti lascia madri, padri, mogli figli sorelle o amici. E' successo a te; e' successo a me; e' successo a tanti e sara' sempre cosi' perche i nostri corpi non sono che involucri perituri e la farfalla che conteniamo prima o poi, volera' via al momento giusto - anche se a quelli che restano il momento non sembra giusto, in realta' lo e' perche' il destino si e' compiuto in quel momento ed e' inevitabile -.

Qui in Africa quando qualcuno muore dicono "saa yake alipiga" la sua ora e' battuta. E accettano cio' che non si puo' cambiare.

Accettare, e andare avanti a testa alta, coi bei ricordi e l'amore che non muore, dedicandosi completamente o in parte a una causa che va al di la' del nostro interesse personale e' la chiave per guarire. Per me Emanuele e Paolo sono in ogni tramonto, in ogni elefante, in ogni folata di vento e un giorno anch'io saro' cosi' e tu pure cosi' come ora tua moglie.

Coraggio.


Kuki

giovedì 21 maggio 2009

L'altro diario


Non sto scrivendo su queste pagine da più di un mese. Nonostante la crisi economica, in questo periodo sono stato molto impegnato con il lavoro. Questo mi ha tolto la voglia di mettermi davanti ad un monitor nel mio tempo libero per raccontare ancora qualcosa di me. La vita del programmatore sa essere ricca di soddisfazioni, ma talvolta rischia di svuotarti la mente quanto, se non più, di altre professioni di concetto. Recentemente ho anche pensato di stendere qualche riflessione riguardo a quello che faccio per vivere, ma non sarà l'argomento di questa sera. Magari troverò il modo di farlo un'altra volta.

Adesso facciamo un passo indietro nel tempo di qualche mese. Era circa metà gennaio. Maria Luisa, dopo aver ricevuto l'invito, mi propone di partecipare ad una festa di compleanno. La moglie di suo cugino compie cinquant'anni e lui desidera che ci uniamo anche noi al festeggiamento della consorte. Ho conosciuto questa donna poco dopo il nostro fidanzamento. Le sue prime parole furono: "Ti aspettavamo da più di vent'anni", pronunciate con un entusiasmo ed un'affabilità tali da rendermela immediatamente simpatica.

Anticipo subito che questa festa di compleanno si è rivelata poi una serata veramente speciale, per non dire magica e di cui abbiamo serbato un continuo ricordo nei giorni successivi. Dato l'alto numero di amici e parenti invitati era stata affittata per l'occasione un sala da ballo, in altre parole, una discoteca. Tutto è iniziato in maniera molto soft scambiando saluti con quelli che man mano arrivavano. Un proiettore intanto mostrava in sequenza le fotografie di tutta una vita tolte dall'album di famiglia della festeggiata.

Poi è iniziata la musica, quella vera, coinvolgente, ma senza frastuono. Le melodie più care di un tempo ormai passato che sanno ancora sciogliere gli arti più impacciati. Ci siamo buttati nella mischia anche noi senza timore di apparire goffi o scoordinati perché tanto eravamo fra parenti ed amici e non avevamo timore alcuno di giudizio.

Più tardi, quando ormai tutti si erano scatenati a dovere, Giovanna ha preso in mano il microfono ed ha chiamato attorno a sé, sul piccolo rialzo del palco, riunendoli in vari gruppi, tutti i convenuti: i parenti del marito, i propri fratelli, i figli, i colleghi di lavoro, i volontari di questa o quell'altra attività, gli scapoli ed altri ancora fino a dare l'onore della presenza ad ognuno.

Prima del taglio della grossa torta, Giovanna si è messa comoda a sedere ed ha letto alcune righe tratte da un diario.

Quella lettura non è scivolata via nella mia indifferenza. Poco prima del compleanno di Alessandra ci trovavamo in libreria per acquistarle un canzoniere. Ultimamente si è presa la passione per la chitarra e mia moglie ha pensato che fosse una buona idea regalargliene uno. Non contenta di fare l'acquisto per mia figlia soltanto, ha pensato bene di regalare un libro anche a me. E' stato allora che mi è venuto in mente il libro citato da Giovanna. Non ne ricordavo però il titolo e quindi abbiamo telefonato ai cugini per farcelo dire.

Con nostra sorpresa in quel momento si stavano godendo una vacanza a Ginevra. A me sembrò di essere in contatto con il mondo intero e che la risposta a quanto stavamoo cercando arrivava con facilità da molto lontano.

Così ci siamo portati a casa il Diario di Etty Hillesum, edito dall'Adelphi. Non era per me così famoso come l'altro diario, quello di Anna Frank, ma dal piccolo assaggio che ne avevo avuto mi sembrava che meritasse certamente una lettura. Dopo aver sostato intonso per un po' sul mio comodino ora in questi giorni ne sto ultimando la lettura. Mi rendo conto di essermi dilungato un po' troppo nel racconto e non c'è ora molto spazio per qualche citazione che magari inserirò più avanti.

Termino solo dicendo che mi ha colpito molto la chiara coscienza di questa persona sul fatto che era ormai in atto lo sterminio del popolo ebreo a cui lei apparteneva e che, nonostante questo, conservava una grandissima fiducia nella vita e non perdeva occasione per sottolinearne la bellezza ed il senso.

Le sue parole in qualche modo la rendono ancora viva, le sue riflessioni le sopravvivono e la sottraggono dall'oblio.

sabato 18 aprile 2009

Banchieri usurai


Avrei voluto descrivere tutto il mio disappunto nel ricevere ieri l'estratto conto della banca, ma non so se ci riesco.

Allegato al resoconto mensile dei movimenti delle entrate e delle uscite c'era anche la comunicazione in regime di "trasparenza bancaria" con cui mi si informa che sono variate alcune delle condizioni che regolano il rapporto di conto corrente bancario.

Gli interessi creditori dal prossimo mese verranno ulteriormente ridotti ad un ridicolo 0,005% (Mi sono domandato quanti zeri dopo la virgola hanno ancora a disposizione per effettuare ulteriori ribassi prima di dover cambiare il sistema gestionale in uso).

Di seguito fanno poi sapere che l'interesse debitore in assenza di fido verrà anch'esso adeguato e dall'attuale 13,00% scenderà al 12,96%. Tutto questo come logica conseguenza per la diminuzione del tasso di sconto operato dalla banca centrale europea.

Ditemi voi se non è usura mantenere una così alta sproporzione fra gli interessi attivi e quelli passivi.

Non tutti i mali vengon per nuocere e la crisi di questi giorni probabilmente riporterà un maggior equilibrio nell'economia mondiale e un maggior senso etico negli affari. Forse anche solo perché pare che questo sia l'unico modo per fare in modo che le cose funzionino più a lungo.

O forse no. Forse non succederà nulla di tutto questo. Chi ha bruciato i soldi degli altri con investimenti truffa continuerà a barcamenarsi e passato il momento più duro tornerà a fare danni. Saranno altri a dover patire, come del resto hanno sempre fatto. Il mondo è dei furbi e si sa, è così che vanno le cose.

Sogno una vita diversa. Immagino un'esistenza in cui non sia negata l'intraprendenza individuale e la creatività di quanti vogliono mettere a frutto le proprie capacità. Vorrei che l'umanità tutta trovasse la via per raggiungere un vero benessere collettivo stabile e duraturo.

Ma forse questo è un sogno sbagliato. Forse non siamo destinati a vivere tutti con equità. Un'esistenza in cui ognuno si prodiga per far stare un po' meglio l'altro ed un po' meno bene se stesso, alla lunga potrebbe risultare noiosa. Come diversivo si potrebbe tornare così a sopraffare l'altro.

Forse il mondo è già perfetto così com'è fatto adesso, con le sue imperfezioni, con le sue grandi contraddizioni, con le sue ingiustizie, con le sue possibilità, con le sue aperture al tutto ed al niente.