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sabato 10 gennaio 2009

Diamo una sedia al vescovo di Macapà


Qualche tempo fa la generosità dei benefattori di Cuore Amico ha permesso di aiutare il vescovo di Macapà, mons. Pedro Josè Conti a portare avanti la Pastorale Carceraria della Diocesi, nel penitenziario che raccoglie tutti i carcerati dello stato dell'Amapá: circa 1500 uomini e 300 donne. Gli sforzi e l'attivismo di mons. Pedro l'hanno poi portato a realizzare l'auditorium della missione, sempre grazie all'aiuto di molti benefattori.
E' un'opera di grande rilievo che dovrebbe diventare lo spazio di incontro della Comunità, ma che, allo stato attuale non è ancora pienamente utilizzabile perché necessita di essere arredata. Per questo don Pedro si rivolge ai suoi "amici di Cuore Amico" per l'acquisto delle sedie, senza le quali, ovviamente, la struttura non può funzionare come dovrebbe quale centro di evangelizzazione, ma anche di riferimento per le attività che richiedono la riunione di molte persone.
Sarebbe poi necessario attrezzare il tutto in blocchi di quattro sedie e tavolo relativo, in modo che i tavoli possano esser usati per scrivere, per esempio, o per qualche festa, dove si mangia e si beve qualcosa, come in tutte le parti del mondo.
Purtroppo anche in Brasile i prezzi sono in continua crescita, soprattutto in una regione remota come quella dove porta avanti la sua opera don Pedro, in cui le merci possono arrivare solo dopo un lungo viaggio via nave.

Servono mille sedie e duecentocinquanta tavolini:

  • costo di una robusta sedia di plastica 15 euro

  • costo di un tavolino per quattro sedie 30 euro.


"So che ricevete molte richieste e sicuramente molto più "serie" e urgenti della mia" ci scrive Dom Pedro, "ma la missione è fatta anche di ambienti e di... sedie. In luglio abbiamo realizzato una scuola di teologia per laici e hanno partecipato 255 persone. Se continuiamo così le sedie non possono mancarci!".
Diamo allora una sedia al Vescovo, costretto a stare seduto per terra, in quella lontana terra di missione e aiutiamolo a diffondere il messaggio del Vangelo anche all'Equatore.

Tratto dal periodico CUORE AMICO fondato da don Mario Pasini.

PS Non si dovrebbe dire -e pertanto questo non mi varrà come buona azione-, ma nel caso in cui questo possa stimolare qualcuno a fare altrettanto, rendo pubblico che poco prima della fine dell'anno ho fatto un versamento che si è rivelato sufficiente all'acquisto di almeno 20 sedie e 5 tavolini. Dell'amico don Piergiuseppe Conti ci si può fidare: lo conosco personalmente da quando avevo 14 anni.
Per l'eventuale oblazione vi potete appoggiare all'organizzazione CUORE AMICO di cui riporto link qui, ma anche a lato. E' la stessa con cui sostengo le mie adozioni a distanza. Lì potrete trovare i riferimenti bancari e postali per la vostra offerta che ricordo essere detraibile, nei limiti previsti dalla legge, dalla vostra dichiarazione dei redditi.

martedì 6 gennaio 2009

Nell'ombra


Questa cosa di fotografare le ombre l'ho presa da mia figlia Alessandra. In verità lei ha anche un'altra "mania": quella di fotografarsi i piedi. Inutile dire che ho emulato anche questa. Non so cosa ispiri lei; a me piace il carattere simbolico della cosa oltre al punto di vista insolito che tende a porre in risalto quello che sfugge ad un primo sguardo.

Fuori nevica poco ormai. Con un eccesso di prudenza ho invitato Maria Luisa a tornare a Cremona ancora questa mattina piuttosto che nel pomeriggio quando magari, con il rialzo della temperatura, poteva nevicare con più abbondanza. Che dire... chi è causa del suo mal pianga se stesso. Avremmo potuto trascorrere insieme altre ore di questa vacanza ormai agli sgoccioli. Domani si riparte dopo uno stop veramente lungo. Vedremo come andrà.

Con i piedi infreddoliti nonostante due paia di calze e le dita non troppo agili per l'identico motivo, ho sfrattato Alessandra dalla sua scrivania e mi sono messo davanti al computer con l'intenzione di stendere un altro post. Eppoi oggi è il terzo compleanno di "Piccola anima" e non posso lasciarmi sfuggire l'occasione per qualche commento in merito.

Non c'è che dire. Il tempo è passato velocemente e quest'avventura continua ancora. Qualcosa nel frattempo è cambiato. Ora non pubblicherei nulla senza aggiungere un'immagine oppure una fotografia fra quelle scattate da me personalmente. Perché un'immagine vale più di tante parole, anche se condivido quello che dice l'amico Lorenzo sul suo sito (www.castegnero.eu): che, cioè, una parola giusta detta al momento giusto vale più di tante immagini.

Col tempo ho fatto l'abitudine anche ad un'altra cosa: riportare un pensiero significativo tratto dalla lettura del momento, sia esso un libro oppure un articolo di rivista o giornale. E' una cosa molto comoda, lo ammetto (trascurando la poca pena di doverla ribattere). Qualcuno avrà già avuto modo di leggere quanto da me inserito. Non importa, una ripassatina non fa mai male. Forse in qualche lettore -in verità non credo di averne molti- nascerà il desiderio di accostare l'autore da cui tale spunto è stato tolto e questo mi pare una buona cosa, in ogni caso. In genere non aggiungo un mio commento personale perché trovo il pezzo di per se stesso completamente eloquente: finirei solo per sminuirne il significato e la forza del messaggio.

Di solito a fine anno si fanno i bilanci e si tirano le somme per quanto di buono o, più spesso, di meno buono che c'è stato. Il nuovo anno è già iniziato, ma posso dire ancora qualcosa riguardo a quello appena passato.

Nei mesi scorsi ho sperimentato personalmente cosa vuol dire stare sdraiati in un letto d'ospedale. Fino ad allora, per mia fortuna, non l'avevo ancora provato, ma a conti fatti m'è andata bene. Come ho già scritto su queste pagine, la ripresa fu rapida anche se poi mi sono trovato, ancora convalescente, ad assistere Maria Luisa per i suoi problemi di salute. Nonostante tutto è stato per me un piacere. Certo, avrei preferito poterne "approfittare" un pochino ancora della mia condizione di ammalato e godermi più a lungo il surplus di "coccole" per la circostanza. Diversi anni fa avevo desiderato di trascorrere in ospedale una o due settimane per un qualche lieve ammanco di salute, come un'appendicite o cosa simile, e potermi così tuffare nella lettura libero da impegni di lavoro e di famiglia. Niente di più stupido. Nonostante il ricovero mi abbia concesso di leggere parecchio ed inoltre permesso la visita di molti amici, mi sono convito che la lettura sul divano di casa è migliore e gli amici si apprezzano di più intorno ad una tavola piuttosto che a fianco del letto.

La buona ripresa mia e di Maria Luisa sottolineano questa grande verità: siamo tutti temporaneamente malati e provvisoriamente in salute. Secondo il mio punto di vista, non è tanto importante ammalarsi poco, anche se sarebbe meglio, ma ogni volta recuperare presto la salute. Questa, in sostanza, è anche la nostra preghiera.

Ridonaci Signore la salute del corpo e facci tornare presto agli "affanni" di ogni giorno.

lunedì 5 gennaio 2009

Per non dimenticare


Forse sto parlando troppo di cose che non vorreste sentire. Tuttavia devo farlo per dirvi come ha vissuto Elisabeth e come non ha mai rinunciato alla bontà e al coraggio. Vorrei che lo sapesse anche sua figlia.
Ora devo raccontarvi il motivo della sua morte. Spesso, dopo mesi di vita nel campo, alcune donne smettevano di avere le mestruazioni. Altre invece no. I medici non avevano provveduto a nessun tipo di misure per l'igiene delle prigioniere in quelle circostanze: niente stracci, niente assorbenti, niente sapone. Chi aveva le mestruazioni non poteva fare altro che lasciar scorrere il sangue lungo le gambe. Ai sorveglianti questa vista così sgradevole del sangue piaceva, perché forniva loro una scusa in più per gridare e picchiare. Una donna di nome Binta, la sorvegliante dell'appello serale, cominciò a inveire contro una ragazza sanguinante. S'infuriò con lei e la minacciò con il manganello. Poi prese a colpirla.
Elisabeth uscì dalla fila con uno scatto rapido, rapidissimo. Le strappò il manganello di mano e lo abbassò su di lei, dandole botte su botte. Arrivarono di corsa le guardie e due di loro immobilizzarono Elisabeth a terra con i fucili. La buttarono su un camion e la riportarono al bunker di punizione. Una delle guardie mi disse che il mattino dopo un picchetto di soldati prelevò Elisabeth dalla cella. Fuori dalle mura del campo c'era un boschetto di pioppi. I rami degli alberi formavano un viale lungo il quale Elisabeth arrancò sola, senza alcun aiuto. S'inginocchiò a terra e le spararono alla nuca.


MARY ANN SHAFFER

La Società Letteraria di Guernsey

SONZOGNO EDITORE

venerdì 2 gennaio 2009

Dormire


Mentre Alessandra era in montagna, Maria Luisa ed io ci siamo concessi una breve vacanza in Liguria.

Non eravamo certi riguardo alla destinazione del nostro viaggio e quindi, in attesa di schiarirci le idee, abbiamo sostato alcune ore a Cremona pranzando in compagnia di nonna Carla.

Poi m'è venuto in mente che Emanuela, alcuni anni fa, quando avevo progettato di far visita alle Cinque Terre con i ragazzi, mi aveva lasciato il recapito telefonico di un santuario nei pressi di Monterosso. Nel frattempo il numero di telefono è cambiato, come puntualmente ci avvisa il messaggio vocale del gestore telefonico.

Niente paura. Sono bastate una rapida occhiata allo stradario per rilevare il nome corretto, dato che quello segnato dall'amica appariva impreciso, ed una semplice ricerca in Google per reperire sito e recapito telefonico del santuario della Madonna di Soviore.

Prenotiamo una camera e ci mettiamo in viaggio decisi a non perdere neanche un minuto di quella bella giornata di sole.

Lasciata l'autostrada A1 e presa la direzione di La Spezia, poco dopo Parma, già il tempo cambia con tutto il nostro disappunto. Le nubi diffuse che coprono l'Appennino e le tracce di nevicate pregresse ci mostrano il lato freddo dell'inverno, com'è giusto che sia.

Procedendo senza affanno, seguendo le indicazioni stradali, arriviamo ancora in piena luce alla nostra meta. Siamo leggermente in quota: 465 metri sopra il livello del mare, che si può scorgere in basso in gradevole veduta.

Entriamo e ci registriamo. Fissiamo la stanza per due notti e poi saliamo a prendere possesso del nostro locale.

L'impatto iniziale non è per me dei migliori. L'alloggio, intendiamoci, è accettabile. Forse un tantino modesto. Il pavimento in cotto e le stanze basse fanno andare la memoria alla vecchia casa dei nonni paterni instillando tenui sensazioni di melanconia nel buio della sera che avanza. Spalanco le ante. Il vento ne richiude subito una. Ci sono due stanze con due coppie di letti singoli a disposizione. Il bagno comune ordinato e pulito, ma mancano salviette e lenzuola su ogni branda.

Non possiamo lamentarci troppo. Un cartello appeso internamente sulla porta d'ingresso ci aveva avvisati che avremmo potuto patire qualche disagio perché questo non è e non vuole essere un albergo. Torniamo da basso per una cioccolata calda, senza troppi fronzoli.

Esponiamo il nostro problema e quindi seguiamo la suora che ci consegna le lenzuola e le salviette. Evidentemente a lei tocca la gestione di questi ambienti e lascia trapelare un certo disagio perché la stanza avrebbe dovuto essere in ordine.

Non importa. Così abbiamo modo di accostare le due cuccette, stendere le lenzuola di traverso ed il letto matrimoniale in breve è allestito.

Per oggi non ci muoviamo. Restiamo in stanza attendendo l'ora di cena. Per ingannare l'attesa apro il libro di Enzo Bianchi che ho regalato poco prima di Natale a Maria Luisa ed inizio a leggere a voce alta il primo capitolo.

"Il pane di ieri": ecco il titolo del libro che ci fa entrare nel giusto spirito di questa vacanza. Eliminare il superfluo e tornare al sapore autentico delle cose.

Dopo non molto ci viene spontaneo pensare che in questo posto, privo di orpelli, si riceve molto di più di quanto si corrisponde per il soggiorno.

Partecipiamo alla messa prefestiva nella chiesa adiacente. C'è un gruppetto di giovani ragazzi ed un gruppo poco più numeroso di scouts. Ci stringiamo attorno all'altare. Un sacerdote di colore che parla un buon italiano, ma che tradisce un accento francese, celebra l'Eucarestia. Mentre tiene la sua omelia non posso impedirmi di pensare alla stranezza di quest'uomo di una razza adatta ad un clima decisamente più caldo che svolge parte del suo ministero in questo luogo così freddo, come l'ha reso la perturbazione che in questi giorni è filtrata dai Balcani.

Dopo una cena gradevole ed in linea con le aspettative, ritorniamo in stanza.

Non passa molto tempo e ci tuffiamo sotto le coperte. La camera è ancora un tantino fredda perché il calorifero era chiuso e l'abbiamo aperto noi da poche ore.

Questa volta è più il clima che la voglia a farci desistere dallo spogliarci d'abito. Propongo di fare l'amore alla polacca, stringendoci semplicemente la mano, come simpaticamente fanno i due attori di "Zelig" Petrektek e Kripstak.

Maria Luisa, molto divertita, ride ed anch'io mi sento inaspettatamente pago.

Poi, dopo aver aggiunto un'altra coperta, spegniamo la luce ed iniziamo a dormire.

venerdì 19 dicembre 2008

Sospesi a mezz'aria


Un dramma umano si può sempre esprimere con la metafora della pesantezza. Diciamo, ad esempio, che ci è caduto un fardello sulle spalle. Sopportiamo o non sopportiamo questo fardello, sprofondiamo sotto il suo peso, lottiamo con esso, perdiamo o vinciamo. Ma che cos'era successo in realtà a Sabina? Niente. Aveva lasciato un uomo perché voleva lasciarlo. Lui l'aveva forse perseguitata? Aveva cercato di vendicarsi? No. Il suo non era un dramma della pesantezza, ma della leggerezza. Sulle spalle di Sabina non era caduto un fardello, ma l'insostenibile leggerezza dell'essere.

MILAN KUNDERA

L'insostenibile leggerezza dell'essere

ADELPHI EDIZIONI

domenica 14 dicembre 2008

Alcune immagini della gita a Padova






















Gita a Padova


Un fine settimana di metà novembre sono stato con alcuni amici ed ex-colleghi di lavoro a Padova e dintorni.

Da alcuni anni sono soliti organizzare un week-end in giro per l'Italia per dare sfogo ad una passione comune per la fotografia.

Mi era stato proposto di unirmi a loro anche lo scorso anno, ma quale sposo novello non mi andava di lasciare sola Maria Luisa nel fine settimana ed avevo pertanto declinato l'invito.

Quest'anno invece, sollecitato anche da mia moglie che ben volentieri si sarebbe occupata dei ragazzi in mia assenza, mi sono unito al gruppo.

Per non sentirmi da meno mi sono fatto prestare da Andrea la sua fotocamera digitale. Purtroppo, come le vergini stolte rimaste senz'olio, già il giorno seguente esaurivo la carica della batteria e con grande rammarico non sono riuscito a fare tanti altri scatti come i miei amici. Se ci sarà una prossima volta non mi farò cogliere impreparato e cercherò di competere ad armi pari.

Ci siamo presi qualche ora di permesso dal lavoro e già venerdì pomeriggio eravamo sul posto. La prima visita è stata effettuata a Villa Pisani a Stra poco fuori Padova. Dopo aver visitato l'interno, in cui non ci era concesso fare fotografie, ci siamo ampiamente rifatti catturando con l'obiettivo ogni angolo all'esterno della villa. Non ho mai visto tanta foga per la fotografia e così anch'io mi sono lasciato contagiare.

Il giorno seguente, lungo il corso della Brenta, abbiamo visitato altre ville. La fortuna ci ha assistito e per tutto il fine settimana abbiamo avuto giornate bellissime.

Verso sera, mentre rientravamo in albergo, uno di noi si è accorto di aver perso il portafoglio. Ci domandavamo se per caso fosse stato oggetto di borseggio durante la visita dell'ultima villa, dove c'era una sagra per la promozione della cioccolata ed altri prodotti artigianali. L'amico era convinto che gli fosse caduto nel piazzale del parcheggio, poco prima di salire in macchina. Visto il suo desiderio di tornare sul luogo, volentieri l'ho riaccompagnato, lasciando gli altri stanchi in albergo.

La ragione avrebbe detto che non l'avremmo più ritrovato, ma ero convinto che, se veramente l'aveva perso in quel piazzale, là l'avremmo ritrovato. Sant'Antonio dalla barba bianca fammi trovare quel che mi manca. Con pazienza, causa il notevole traffico del sabato sera, siamo ritornati sul posto. Coi fari dell'auto ho subito individuato qualcosa di scuro nel punto in cui qualche ora prima avevamo parcheggiato. L'amico scende e riprende il portafoglio. Risale un po' scontento per i soldi che mancavano, pochi in verità, ma il bancomat c'era ed era quello che più gl'interessava. Non avevo avuto dubbi ed ho archiviato questa cosa come un altro segno.

La domenica, dopo aver santificato la festa, abbiamo visitato la bellissima cappella degli Scrovegni, dove un "fotografo" d'altri tempi ha saputo fissare sull'intonaco immagini d'una suggestione incomparabile.

Nel pomeriggio abbiamo lasciato la città del Santo in direzione di Monselice dove abbiamo fatto visita al castello medievale.

Il tempo è volato. Anche se gli amici sono stati per alcuni giorni la mia famiglia, avevo voglia di fare ritorno per abbracciare la mia sposa e rivedere i figli.

Le sensazioni belle e positive della gita a Padova, specialmente in queste giornate di pioggia e freddo, sono ancora dentro di noi, come abbiamo avuto modo di confidarci via mail.

Se volete ammirare alcuni scatti dei miei amici potete dare un'occhiata ai loro siti. Lì trovate anche le immagini delle escursioni precedenti ed altre ancora.

www.castegnero.eu
www.robertomarini.net
www.robertoserra.it

venerdì 7 novembre 2008

Eccomi...



Eccomi qui… Sono la presenza silenziosa che da qualche tempo serpeggia tra le pagine del blog di Romano: una presenza che non può più tacere, stasera, tanta è l’urgenza emotiva che le preme nel cuore: voglio approfittare dell’invito che da tempo il mio sposo mi rivolge: un invito ad associarmi a lui nelle sue riflessioni, a parlare..

Sono Maria Luisa: nome già comparso altre volte in “Piccola Anima”.
Sono una presenza, nella vita di Romano, da più di due anni ormai. Ma perché “ormai”? “Solo” da poco più di due anni, da quel viaggio a Lourdes per me assolutamente non programmato e provvidenziale.

Da poco più di due anni la svolta nella mia vita: da single ormai “esperta e senza speranze”, indipendente, sempre in movimento tra Cremona e l’Estero (mi piace molto viaggiare…), dedita al lavoro ed alla famiglia d’origine, mi son trasformata in moglie felice, in viaggio sulla Cremona-Brescia, con due figli da amare e conoscere, con un lavoro part-time e, soprattutto, con tanto, tanto affetto da ricevere e dare.

Sì, la mia vita non mi è stata tolta, ma mi è stata trasformata, anche se in modo diverso da quello cui alludono le parole della Liturgia: è stata colmata di amore, si è aperta alla speranza, qui, sulla terra, alla gioia del dono di sé e a quella del ricevere il dono degli altri. Non è stata opera mia: mi sento sempre meno capace di decidere, sempre più portata a lasciarmi guidare: a volte è la salute “che non tiene”, altre volte sono gli eventi, persino le condizioni atmosferiche che mi fanno comprendere il senso di Quelle parole: I miei pensieri non sono i vostri pensieri. Le mie vie non sono le vostre vie.

Sempre più comprendo il senso dell’affidarsi a Dio, nella preghiera e nei silenzi di una vita non sempre facile; e sempre più scopro che è questo che fa germogliare i fiori tra le rocce. Ed allora l’amore di e per Romano diventa inesprimibile e totalizzante dolcezza, il sorriso dei nostri ragazzi proietta la speranza già nell’oggi, il silenzioso procedere dei giorni di mia mamma e la dolcezza del suo sguardo mi dicono il persistere di tutta l’intensità del suo amore materno, la bontà dei genitori di Santina mi fa comprendere che il Regno di Dio è già qui, i racconti ed i consigli del nonno Luigi mi fanno sentire accettata e parte di una famiglia che vuol continuare a vivere… Non parlo degli amici, dei colleghi, degli altri parenti: ognuno ha un petalo variopinto ed originale in questa ghirlanda di nostri giorni nuovi.

E’ bastato dire “Eccomi!” in risposta ad una chiamata, e la vita ha assunto il ritmo di una nuova danza…

sabato 18 ottobre 2008

Il messaggio dell'imperatore


L’imperatore - così si racconta - ha inviato a te, a un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero al letto, sussurrandogli il messaggio all’orecchio; e gli premeva tanto che se l’è fatto ripetere all’orecchio. Con un cenno del capo ha confermato l’esattezza di quel che gli veniva detto. E dinanzi a tutti coloro che assistevano alla sua morte (tutte le pareti che lo impediscono vengono abbattute e sugli scaloni che si levano alti ed ampi son disposti in cerchio i grandi del regno) dinanzi a tutti loro ha congedato il messaggero. Questi s’è messo subito in moto; è un uomo robusto, instancabile; manovrando or con l’uno or con l’altro braccio si fa strada nella folla; se lo si ostacola, accenna al petto su cui è segnato il sole, e procede così più facilmente di chiunque altro. Ma la folla è così enorme; e le sue dimore non hanno fine. Se avesse via libera, all’aperto, come volerebbe! e presto ascolteresti i magnifici colpi della sua mano alla tua porta. Ma invece come si stanca inutilmente! ancora cerca di farsi strada nelle stanze del palazzo più interno; non riuscirà mai a superarle; e anche se gli riuscisse non si sarebbe a nulla; dovrebbe aprirsi un varco scendendo tutte le scale; e anche se gli riuscisse, non si sarebbe a nulla: c’è ancora da attraversare tutti i cortili; e dietro a loro il secondo palazzo e così via per millenni; e anche se riuscisse a precipitarsi fuori dell’ultima porta - ma questo mai e poi mai potrà avvenire - c’è tutta la città imperiale davanti a lui, il centro del mondo, ripieno di tutti i suoi rifiuti. Nessuno riesce a passare di lì e tanto meno col messaggio di un morto.
Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera


Franz Kafka, La metamorfosi e altri racconti, ( Mondadori)

Ho ascoltato questo breve racconto per la prima volta alcune settimane fa durante il discorso tenuto in occasione dell'assemblea diocesana dei catechisti dal nostro Vescovo di Brescia. Un oratore eccellente in grado di mantenere vivo l'interesse di tutti con una riflessione lunga più di un'ora.

Sulle prime questo racconto di Kafka, lo scrittore universalmente riconosciuto come uno dei maggiori del secolo scorso, m'era parso alquanto angosciante e pessimistico.

Poi la mia attenzione s'è spostata sulla parte finale dove ci siamo noi, che stiamo alla finestra e magari contempliamo il cielo. Non riusciamo a scorgere in lontananza il messaggero dell'imperatore, né mai potremo realmente farlo perché quand'anche fosse più vicino a noi, ci separano da lui i bassifondi della città.

Noi ne siamo fuori, come in un'isola felice e raggiungiamo col nostro pensiero questo messaggio intrappolato lontano, quasi a significare che l'importanza del messaggio è tale che se anche non ci arrivasse, saremo noi ad andargli incontro, così che il collegamento si stabilisca al di là di ogni barriera fisica ed umana.

Il contenuto di quel messaggio non lo conosciamo. Ad esso lo scrittore non fa minimamente accenno e quindi ci lascia liberi di arrovellarci con la fantasia.

C'è una Parola di Verità che da duemila anni giunge a noi da un Dio morente. Non abbiamo bisogno di sognarla. E' qui con noi e possiamo leggerla ogni giorno e farne luce per rischiarare il nostro cammino.

sabato 20 settembre 2008

Il sorriso di Maria


Guarda la spianata davanti al santuario e si commuove, papa Benedetto XVI. Ci sono le barelle con i malati, le carrozzelle blu, le dame dell'Unitalsi e dell'Oftal.

Si può misurare il dolore? Il papa non elude la domanda e ammette: "La sofferenza prolungata rompe gli equilibri meglio consolidati di una vita, scuote le più ferme certezze della fiducia e giunge, a volte, a far addirittura disperare del senso e del valore della vita".

Ha celebrato una Messa solo per loro Benedetto XVI, perché a Lourdes il dolore abita insieme alla Grazia che aiuta ad affrontarlo. Ratzinger lo dice senza alcun timore: "Ci sono combattimenti che l'uomo non può sostenere da solo". E' un ragionamento sulla teologia della sofferenza quello che svolge nell'ultima mattina del pellegrinaggio alla grotta di Massabielle. E a esso oppone il "sorriso di Maria". Cercarlo, dice, "non è questione di sentimentalismo devoto o antiquato", né è "pio infantilismo".

Entra in punta di piedi nel dolore di questa folla di malati: "Vorrei dire umilmente a coloro che soffrono e a coloro che lottano e sono tentati di voltare le spalle alla vita: volgetevi a Maria".

Alberto Bobbio - FAMIGLIA CRISTIANA N. 38 del 21 settembre 2008

sabato 13 settembre 2008

Prendi questo libro e mangialo


Il Signore mi disse: "Figlio d'uomo, mangia ciò che trovi; mangia questo rotolo, e va' e parla alla casa d'Israele. Io aprii la bocca, ed egli mi fece mangiare quel rotolo.

Mi disse: "Figlio d'uomo, nùtriti il ventre e riempiti le viscere di questo rotolo che ti do". Io lo mangiai, e in bocca mi fu dolce come del miele.

Egli mi disse: "Figlio d'uomo, va', recati alla casa d'Israele, e riferisci loro le mie parole; poiché tu sei mandato, non a un popolo dal parlare oscuro e dalla lingua incomprensibile, ma alla casa d'Israele; non a molti popoli dal parlare oscuro e dalla lingua incomprensibile, di cui tu non capisca le parole. Certo, se io ti mandassi a loro, essi ti darebbero ascolto; ma la casa d'Israele non ti vorrà ascoltare, perché non vogliono ascoltare me; poiché tutta la casa d'Israele ha la fronte dura ed il cuore ostinato.

Ecco io rendo dura la tua faccia, perché tu possa opporla alla faccia loro; rendo dura la tua fronte, perché tu possa opporla alla fronte loro; io rendo la tua fronte come un diamante, più dura della selce; non li temere, non ti sgomentare davanti a loro, perché sono una casa ribelle".

Poi mi disse: "Figlio d'uomo, ricevi nel tuo cuore tutte le parole che io ti dirò, e ascoltale con le tue orecchie. Va' dai figli del tuo popolo che sono in esilio, parla loro, e di' loro: 'Così parla Dio, il Signore', sia che ti ascoltino o non ti ascoltino".

Dal libro del profeta Ezechiele (3, 1-11)

Assemblea Diocesana dei Catechisti

lunedì 8 settembre 2008

Primo anniversario


Ebbene sì, oggi è il nostro primo anniversario di matrimonio!

Il grande ed inatteso tributo di auguri ricevuti da parenti ed amici ha rinnovato in noi la gioia di un anno fa. Lo stesso sole, l'immutato affetto di tante persone care hanno ricreato l'atmosfera e la magia di quei momenti.

Per tanti versi non è stato un anno facile. Le questioni logistiche che ci hanno portato a vivere fisicamente lontani in tanti momenti, vari problemi di salute nostra e dei nostri genitori hanno fatto si che l'anno passato non sia stato solo miele.

Ma lo sappiamo che la vita è anche questo. Il nostro amore ci ha sempre sostenuto nei momenti di salute come in quelli di malattia, nei momenti di felicità ed anche in quelli di dolore. Però non ci siamo mai sentiti soli e con la preghiera abbiamo sempre percepito che Dio continua a camminare al nostro fianco. E questo è motivo di gioia grande.

Con impegno ed un poco di sacrificio abbiamo raggiunto un primo traguardo, ricco di soddisfazioni.

Come nella foto siamo in vetta, ma la meta finale è ancora lontana ed il cammino prosegue...

domenica 7 settembre 2008

Le storielle di nonno Luigi



Nei giorni scorsi mio padre ha avuto problemi di sciatica ed è rimasto bloccato in casa. Non sapendo come meglio impiegare il tempo, si è messo a scrivere quel che la mente gli suggeriva.

Ecco alcuni dei suoi raccontini. Li riporto così come li ha scritti su un foglio di carta a quadretti, con semplicità e senza intervento alcuno da parte mia.

Mio padre dice spesso: "Per essere ignoranti è sufficiente poca scuola".

Contadino della valle sabbia

I contadini di montagna sono più mandriani che contadini
aveva un bel numero di mucche una ventina. Un giorno pensò
di venderne una per avere disponibilità di soldi. cosi la piu
bella la porta al mercato di nozza. eravamo negli anni 50
la lega alla filiera aspettando che arrivino i compratori lui
intanto andò a prendere un caffé. La mucca pensò vuoi
vedere che mi vuol proprio vendere che io stavo bene dove
ero. devo pensare come fare perche lui non mi venda.
la mucca si agitò e si sporcò tutta di cacca. Da bella
che era e diventata la piu brutta di tutte passarono i
compratori ma li non si fermavano vedendo una bestia cosi
sporca. si arriva alla fine del mercato ed il mandriano
riporta la mucca a casa da li passa un suo amico e gli
chiese ai venduto la muccha nò rispose. telavevodetto che
al mercato di nozza si vendono solo mucche brutte
mentre invece quelle Belle si vendono a Montichiari


La storia dell'uccellino vagante

Le piaceva la provincia di Brescia come dimora ma un Bel
giorno si accorse che il cibo scarseggiava e lui siccome era
informato che nella provincia di Bergamo cera tanto cibo
pensò di fare un volo fino là vola di qua vola di la.
alla fini arrivò si posa su una pianta e guarda ma del cibo non ne
vede vide pero un uomo che lo guarda e capi che voleva dirci
qualcosa l'uccellino fece un canto e l'uomo le disse vai ha sud
che la c'e tanto cibo l'ucellino parti e arriva in un posto per
lui molto bello e vide tanto cibo. farfalle, zanzare, cavallette,
grilli, mosche, taffani, lucciole, e senza perdere tempo si
avventò su tutto questo cibo ne mangia tanto da capire che ne
basta per giorni ritorna poi da quell'uomo che gli aveva indicato
di andare a sud lo ringrazia e le disse l'ucellino torno in
provincia di Brescia perche la ho lasciato la mia morosa


Disagio e povertà

Siamo ancora nei periodi di povertà anni 1940 nei paesi
solo una piccola bottega per alimentari, quel mercato che
si parlava arrivava il primo lunedi del mese, però per
arrivarci a piedi occorrevano due ore, distante 15 km
localita nozza il mese preferito era quello di settembre
per le spese in quanto tra le altre cose si poteva
acquistare anche uva e fichi la frutta più desiderata
dai bambini e giovani. Allora arriva quel lunedi e si parte
due fratellini assieme il papa aveva dato un po di soldi
e spiegato cosa si doveva comperare. un secchio in aluminio
con una capienza di almeno 12 litri perche quando si mungeva
la mucca che ti dava 8 litri di latte più la schiuma era il caso
che tracimasse, avendo comperato il secchio ci fu un bel
appoggio per comperare uva e fichi ne comperarono più di
sei chili più di mezzo secchio venne poi il momento del
ritorno. abbiam fatto le nostre spese e ci son rimasti ancora
dei soldi cosi papa sara contento. E partirono la tentazione
di mangiare uva e fichi fu tale che dopo fatta poca strada
si accorsero della poca rimanenza. Dobbiamo ritornare in
dietro ad acquistarne dell'altra e cosi fecero al ritorno il
papa fu contento di aver acquistato il secchio e la frutta
e dei soldi non sene parlò più

giovedì 7 agosto 2008

La malattia mortale



No, non è perché Lazzaro fu risuscitato dai morti che si può dire che questa malattia non è mortale; è perché c'è Lui che questa malattia non è mortale. Infatti, umanamente parlando, la morte è la fine di tutto e, umanamente parlando, c'è speranza soltanto finché c'è vita. Cristianamente intesa, invece, la morte non è affatto la fine di tutto; anch'essa è soltanto un piccolo avvenimento compreso nel tutto che è la vita eterna; e, nel senso cristiano, c'è infinitamente più speranza nella morte che non, parlando in un modo meramente umano, dove c'è non solo la vita, ma una vita in piena salute e forza.
Intesa cristianamente, dunque, neanche la morte è << la malattia mortale >>, e tanto meno ciò che si chiama sofferenza terrestre e temporale: povertà, malattia, miseria, tribolazione, avversità, tormenti, pene dell'anima, lutto, affanno. Anche se una pena fosse tanto grave e tormentosa da far dire a noi uomini o almeno a chi ne soffre: << questo è peggio della morte >>, tutto ciò che, in quanto non è malattia, può essere paragonato ad una malattia, non è, nel senso cristiano, la malattia mortale.

LA MALATTIA MORTALE E' LA DISPERAZIONE

A. Che la disperazione sia la malattia mortale
B. L'universalità di questa malattia (la disperazione)
C. Le forme di questa malattia (la disperazione)

LA DISPERAZIONE E' IL PECCATO

1. Le gradazioni nella consapevolezza del proprio io
2. La definizione socratica del peccato
3. Che il peccato non sia una negazione, ma una posizione

LA CONTINUAZIONE DEL PECCATO

A. Il peccato di disperarsi per il proprio peccato
B. Il peccato di disperare della remissione dei peccati
C. Il peccato di rinunziare al Cristianesimo << modo ponendo >> di dichiararlo falsità

S.A. KIERKEGAARD - La malattia mortale - Club del libro fratelli Melita

sabato 5 luglio 2008

L'autostrada dei Rosari


E' ormai da più di due anni che con frequenza settimanale percorro quel tratto di autostrada che collega Brescia e Cremona. Praticamente da quando conosco Maria Luisa. Con quel che costa il gasolio, ma non solo per questo, ho imparato a viaggiare con tutta calma, superando raramente i 120 km all'ora. La strada è tutta diritta e nonostante possa essere oltremodo monotona in realtà non lo è.

Ho conosciuto Maria Luisa durante un pellegrinaggio a Lourdes con i miei figli. Ma il nostro amore è sbocciato dopo. Quella è stata solo la nostra grande occasione d'incontro. Guidati dall'Alto abbiamo scelto una meta comune nello stesso identico tempo e questo viaggio della fede fatto insieme ci ha dato l'occasione per muovere poi i primi passi uno a fianco dell'altra.

Una cosa che a Lourdes ha colpito molto anche i miei ragazzi fu la lunga processione domenicale. Questo interminabile serpentone di persone venute proprio da ogni luogo della terra che si muovevano con compostezza recitando la preghiera del Rosario, ognuno nella propria lingua. In mezzo a migliaia d'individui estranei, lontani anche dal nostro gruppo, non ci sentivamo soli ed avevamo il cuore gonfio di gioia.

E' questo il miracolo più grande che si possa vivere andando a Lourdes. La guarigione dell'anima che arreca un beneficio più durevole rispetto a quella del corpo.

E' questa la sensazione di estasi provata al ritorno, come per i discepoli scesi dal Tabor.

La continua preghiera del Rosario di quei giorni m'ha tenuto compagnia anche nei successivi giorni del mese di maggio, almeno quando potevo scendere all'oratorio dove si celebrava la Messa. Preparavo in fretta la cena per i ragazzi e poi giù a pregare. Avrei rigovernato poi al mio ritorno.

Ed intanto iniziavano i primi contatti telefonici e le prime e-mails con Maria Luisa finché il mese successivo siamo usciti insieme a cena. Ci siamo scoperti attratti l'uno dall'altra ed abbiamo camminato così giorno per giorno verso il matrimonio celebrato appunto l' 8 settembre dello scorso anno. Una data non scelta a caso, ma proprio come ringraziamento alla Madonna che è stata il motivo del nostro primo incontro.

Ed è da quei primi viaggi per spostarmi fra Brescia e Cremona che ho preso l'abitudine di recitare la preghiera del Rosario mentre percorro l'autostrada. Non amo molto la radio che spesso accendo solo per i notiziari. La recita continuata delle Ave Maria dona serenità e distende la mente che richiama il ricordo di tanti altri momenti simili.

I Rosari del mese di maggio quando ero studente in Seminario. Ero agitato per le ultime interrogazioni di filosofia, ma quella preghiera serale fatta in corale compagnia passeggiando avanti e indietro ridonava serenità.

Ricordo i Rosari dei miei genitori. Subito dopo la morte di Santina, mi capitava di passare da loro e li trovavo in preghiera. E' forse l'aiuto più grande che ha saputo darmi mia madre in quei terribili anni. Più dell'aiuto materiale per le faccende di casa che ho sempre rifiutato per non gravare su lei che era sempre stata la serva di tutti.

Ed ora qualche volta, quando viaggiamo insieme, il Rosario lo recito anche con Maria Luisa.

E' bello parlare con la propria sposa in auto, ma pregare insieme permette di raggiungere un'intimità particolare e di porsi davanti a Dio partecipando di quel grande amore che ci viene da Lui.

venerdì 6 giugno 2008

La bambolina di Anna


In un villaggio di pescatori nel nord dell'Europa vive una bambina di nome Anna.
Suo padre, come quasi tutti gli uomini di quella comunità, è un pescatore. Buona parte dell'anno il padre di Anna lo passa lontano dalla famiglia, imbarcato sul peschereccio di proprietà dell'impresa per cui lavora.
La loro casa, che un tempo era appartenuta ai nonni materni, si trova un po' fuori dal centro abitato, su in collina, e domina l'intera baia. Quando c'è bel tempo, da lassù con lo sguardo si può scrutare l'orizzonte del mare fin molto lontano.
Da alcuni mesi Anna ha imparato a riconoscere la sagoma dell'imbarcazione di suo padre, quando ancora è distante molte miglia dalla costa. Durante la bella stagione, prima che si faccia ora di cena, Anna scende un poco il sentiero che porta alla sua casa e si va a sedere nel prato sottostante, proprio nel punto in cui la visuale è migliore. Lei non sa quando farà ritorno suo padre. Non c'è una data fissa. A volte succede parecchi giorni dopo la sua partenza. Altre volte invece gli uomini hanno maggior fortuna e tornano più presto del solito con le stive piene di grossi pesci.
Anna resta seduta nell'erba con l'ampia gonna aperta ad ombrello che le nasconde le gambe. Non è sola. Tiene stretta fra le mani una bambolina che il padre le ha regalato tornando dal suo ultimo viaggio. Ogni volta che il padre ritorna, per far sentire meno il peso della sua prolungata assenza, si ferma giù alla bottega del villaggio e compera qualche pezzo di stoffa per sua madre ed un dono per lei: quasi sempre una bambolina. Anna ormai ne possiede parecchie. Sono tutte ben disposte sulla mensola della sua camera da letto. Tutte tranne una: l'ultima, da cui non si stacca quasi mai. Quando il padre ritorna e ne porta una nuova, la ripone con cura sull'asse ormai piena e quest'ultima diventa la sua inseparabile compagna nei successivi giorni d'attesa.
Un giorno, mentre Anna se ne stava ancora seduta nel prato ad accarezzare la sua bambolina, sollevando di tanto in tanto lo sguardo in direzione del mare, Peter faceva ritorno da una passeggiata in montagna. Percorreva in discesa il sentiero che fiancheggia la casa di Anna. Quando Peter le fu abbastanza vicino decise di fare una sosta ed andò a sedersi accanto a lei cercando di non spaventarla. Anna sentì i suoi passi e si voltò.
Nonostante il villaggio fosse abbastanza piccolo, Anna conosceva Peter a malapena. Il ragazzino dimostrava di avere solo due o tre anni più di lei. Sembrava però molto sicuro di sé andandosene in giro tutto solo, come in verità facevano altri ragazzi del paese suoi coetanei.
Peter fu un poco sorpreso di vedere Anna tutta sola, anche se immaginava che non si fosse allontanata molto da casa. Garbatamente le chiese cosa stesse facendo e lei gentilmente gli rispose che aspettava il ritorno di suo padre. Quando la barca stava per fare ritorno al villaggio, lei riusciva a scorgerla da lontano e così sapeva che di lì a poche ore lo avrebbe riabbracciato. Anche Peter raccontò qualcosa di sé. Descrisse quello che poche ore prima aveva visto lassù in montagna. Poi Anna gli chiese se da grande avrebbe fatto anche lui il pescatore. Peter scosse il capo. Non avrebbe seguito le orme di suo padre. Avrebbe allevato vacche o forse sarebbe diventato un contadino come gli uomini dell'entroterra.
Anna gli sorrise e sentì irrefrenabile l'impulso di offrirgli in dono la sua bambolina. Peter un po' stupito ringraziò e la portò via con sé.

sabato 31 maggio 2008

L'azzurro


Il mio colore preferito è il verde, da sempre. Ma è l'azzurro che suscita in me maggiori emozioni.

E' il nome di una canzone di Celentano, scritta da Conte. Densa d'immagini estive, di desiderio di ristoro, di antiche nostalgie, di fuga dalle noie. ... Ora mi annoio più di allora, neanche un prete per chiacchierar...

Sequenze lontane, troppo avulse dai nostri desideri moderni. O forse no, perché l'uomo, ieri come oggi, ha ancora bisogno di pane, anche se questo non basta.

Quanto azzurro nelle parole del parroco dei miei vent'anni. Durante il servizio di leva sapeva farsi a me vicino come un padre, con una semplice lettera, ma con un'amicizia che poi da sempre mi accompagna in questa vita che ha assunto nel tempo tutte le sfumature dell'iride. I colori caldi per i momenti di gioia; i colori freddi per il tempo del dolore.

Quanto azzurro nel pellegrinaggio in pullman a Lourdes. Il mistero dell'incarnazione, l'Immacolata concezione vissuti come esperienza salvifica. Quanto azzurro nell'acqua che sgorga ai piedi della grotta e che ha davvero il potere di ridonare la salute, solo che tu lo creda.

Quanto azzurro in una giornata di fuga dal lavoro per raggiungere Maria Luisa su in montagna a Siusi.

Quanto azzurro nel giorno del nostro matrimonio. In cielo, come negli occhi di tanti che hanno partecipato alla gioia di quel momento.

Quanto azzurro nel pomeriggio passato a Zone a riveder le piramidi, ad ammirare il Sebino dall'alto, come nella foto di apertura.

Quanto azzurro dietro al grigio di ogni giorno che poi è solo una nuvola leggera che lascia lacrime d'acqua e se ne va.

martedì 27 maggio 2008

Modello Unico

Alcuni giorni fa ho ricevuto una lettera dall'Agenzia delle Entrate. Ancora prima di aprirla ho cominciato ad agitarmi chiedendomi cosa c'era di nuovo che non andava.

Infatti avevo già subito in passato un accertamento fiscale per qualcosa che non tornava nella mia dichiarazione dei redditi.

Quando Santina era viva se ne occupava lei grazie alle sue competenze acquisite in occasione del suo primo lavoro svolto presso lo studio di un commercialista. Poi ho provveduto in autonomia facendomi assistere dall'ottimo programma messo a disposizione dall'Agenzia delle Entrate. Sono sicuro che anche lei avrebbe apprezzato tantissimo questo strumento dato che la scadenza per la compilazione della dichiarazione dei redditi era motivo ogni volta di notevole ansia.

Nella prima notifica mi veniva richiesto di esibire copia di tutte le fatture e ricevute relative a spese sanitarie, di ristrutturazione e oblazioni. Per un errore nella comunicazione dei dati da parte dell'INPS i miei figli non risultavano essere a carico come da me dichiarato. Il limite previsto dalla legge per essere considerati "fiscalmente a carico" è fissato in Euro 2.840,51 mentre invece dai controlli incrociati per ognuno di loro risultava un reddito di circa 3.000 Euro. Di poco superiore, ma sufficiente a farmi perdere le detrazioni d'imposta per familiari a carico.

Sapevo benissimo che la porzione di pensione di reversibilità dei mie figli non superava i 1.500 Euro e quindi fu facile scoprire che c'era stato un errore di doppia comunicazione durante la trasmissione dati dall'INPS all'Agenzia delle Entrate. Presentando copia di tutta la documentazione che avevo conservato con cura sono riuscito a sistemare la cosa. Sorvoliamo sul fatto che mi sono dovuto presentare varie volte all'ufficio territoriale di competenza prima che fosse confermata la totale correttezza della mia dichiarazione originale.

Con l'ultima notifica di questi giorni credo invece che abbiano ragione loro. Nel maggio del 2005 mio figlio Andrea ha cominciato a lavorare ed io ingenuamente ritenni che per i primi 4 mesi egli fosse a mio carico, non avendo percepito per quel periodo un reddito superiore a quanto stabilito dalla legge. Nella lettera mi veniva anche richiesto di esibire la documentazione relativa alle erogazioni liberali in denaro a favore delle ONLUS e/o delle popolazioni colpite da calamità pubbliche o da altri eventi straordinari.

Sicuramente i 1.300 Euro portati in detrazione devono essere parsi eccessivi. Ma loro non sanno che ho adottato tre bambini a distanza a cui mando regolarmente ogni anno 300 Euro ciascuno. Inoltre in quel periodo ne ho elargiti altri 400 per sostenere la costruzione di un villaggio in una delle località devastate dallo tsunami di cui sicuramente tutti abbiamo ancora un vivo ricordo.

Quando si fa un'offerta non dovrebbe sapere la mano destra quello che fa la sinistra. Però penso che un po' di pubblicità non fa mai male. Magari l'impiegata dell'ufficio delle imposte potrà trovare qualche stimolo in più per fare altrettanto.

Anche Maria Luisa che già sosteneva un bimbo con un'adozione a distanza, dopo aver appreso delle mie tre ha deciso di incrementare a due il numero delle sue.

In uno dei primissimi post di questo blog inserivo questa dedica:

Appongo una dedica per i miei figli adottivi a distanza.

A

Mallampalli Pradeep Kumar,
Nandikolla Prasanna - India e
Sofia Rufael - Eritrea

con grande affetto.

Fate come me. Adottate anche voi almeno un bambino a distanza.


domenica 18 maggio 2008

L'istante

Era una mattina nata con il vento. Le onde alte si rompevano in fragorose scrollate, nella risacca color ghiaccio. Era un mare forte e giocoso, come un cavallo giovane. E i bambini lo affrontavano con urla e risa, si lasciavano sommergere dalle onde, le attraversavano con grida, ne uscivano trionfanti. Le schiene abbronzate apparivano e scomparivano nella spuma. Genitori, nonni, fratelli li controllavano perché non si allontanassero, nell'aria limpida risuonavano avvertimenti allegri o arrabbiati. Una bimba uscì piangendo dal mare, a un ordine più deciso e squillante della madre. Tre ragazzi eccitati presero la rincorsa per tuffarsi di colpo, e un'onda li rimandò indietro con uno schiaffone.Un uomo, all'ombra dello spalto bianco di arenaria, osservava con stupore e allegria.Non aveva figli. Aveva avuto una moglie, ma gli anni erano passati e, senza sapere perché, un giorno avevano cominciato a parlarne come di una cosa lasciata indietro, non più possibile.L'uomo non aveva una particolare predilezione per i bambini: aveva dei nipoti, qualcuno simpatico qualcuno odiosetto. Ma i giovani e audaci delfini di quella mattina gli piacevano.E strani pensieri gli nuotavano in testa, leggeri e gravi, proprio come il mare che fingeva una tregua e poi si animava in sequenze di tre, quattro onde più grandi. Una di queste arrivò ai suoi piedi, fino a bagnargli i sandali.

Era l'unico bagnate solitario, tra coppie, famigliole e tribù sotto fungaie di ombrelloni. Ma si sentiva bene, come fosse tornato giovane, e si godeva ogni immagine di quella giornata, fino al lontano orizzonte.Improvvisamente, sul tratto di spiaggia davanti a lui, apparve una donna. Era magra e abbronzata, il vento le scompigliava i capelli e camminava con passi svelti. Guardava il mare inquieta.L'uomo capì subito perché.La donna non vedeva più tra le onde la figlia. Non scorgeva la cuffietta, il colore del costume, il profilo lontano, qualcosa di unico e prezioso che avrebbe potuto calmarle l'affanno del cuore.Perciò chiamava un nome a voce alta, sempre più forte. Alcuni bagnanti si avvicinarono, e lei indicava lontano.Il frastuono del mare copriva le sue parole. Solo quel nome, ogni tanto, risuonava chiaro e doloroso, e gli faceva eco il lamento di un gabbiano.Finché la donna si fermò nel punto più luminoso della spiaggia, una chiazza abbagliante di granelli di quarzo, e sembrava non avesse più la forza di muoversi, né di gridare.In quel preciso istante, l'uomo vide qualcosa di inspiegabile.Il ghiaccio azzurro delle onde si sommò al candore della sabbia e al fuoco del sole, e ne nacque una zona di luce abbacinante, la muta esplosione di una stella. In questo bagliore la snella figura della donna sembrò torcersi e dividersi in due, due corpi gemelli che sbocciarono e si separarono.Una donna corse subito verso levante, incontro alla figlia che usciva dall'acqua. La abbracciò e pianse, tenendola in braccio.Nello stesso tempo, un'altra identica donna correva dalla parte opposta, verso un gruppo di persone radunate sul bagnasciuga, chine sopra qualcosa, mentre una vecchia si metteva le mani nei capelli.Un attimo prima il mondo era uno solo. Ora niente era diverso come quei due mondi, nati in quell'istante.L'uomo non riuscì a fare un passo, non capì se doveva andare da una parte e sorridere alla madre e alla figlia ritrovata, o correre dall'altra a guardare se era accaduto davvero qualcosa di terribile.Un'onda luminosa, alta azzurra, sorse dal mare, si innalzò come un cielo liquido sulla sua testa, l'uomo chiuse gli occhi.Quando si svegliò era già notte, e la spiaggia era deserta.Non sapeva quale dei due mondi esisteva ancora. E in quale dei due viveva. Ed ebbe paura.

STEFANO BENNI
LA GRAMMATICA DI DIO
Storie di solitudine e allegria
I Narratori / Feltrinelli

lunedì 21 aprile 2008

La croce

L'ultimo mercoledì di marzo, mentre scendevo a Cremona da Maria Luisa, ho cominciato ad avvertire pesantezza di stomaco ed un certo dolore alla colonna vertebrale. Poi in piena notte mi sono svegliato accusando dolore sul fianco destro, nella zona del fegato.

Non riuscivo a riprendere sonno per il fastidio insistente. Maria Luisa avrebbe voluto portarmi al pronto soccorso, ma io non ne vedevo l'urgenza. Girando per casa cercavo di trovare sollievo e nel contempo riflettevo su quanto avevo mangiato in precedenza per trovare una spiegazione al mio malessere.

Colpa di quella pasta con i funghi consumata nel precedente pranzo? Oppure quel gran pezzo di cioccolata trangugiato ingordamente? Dopo qualche ora l'infiammazione si è placata ed ho potuto riprendere un poco a dormire.

Le sere seguenti l'episodio si è ripetuto ancora, anche se con minore intensità. Ho quindi pensato che il mio stato non fosse dovuto a qualche alimento particolare. Per precauzione mi sono subito autosospeso il vino ed indirizzato verso una dieta più leggera del solito.

E' così. In quei giorni ho addirittura pensato che la fine dei miei giorni potesse essere vicina. In piena notte ho inviato al mio capo ed al collega di lavoro un sms con la password del mio PC. Naturalmente la cosa ha provocato in loro non poco stupore. Nei giorni seguenti, quando sono ritornato in ufficio dopo il fine settimana, mi hanno chiesto se avessi avuto intenzioni suicide oppure fatto una vincita straordinaria ed avessi per questo intenzione di trasferirmi ai tropici. La seconda ipotesi mi ha fatto un po' sorridere, mentre alla prima ho risposto con estrema meraviglia. Non ne vedevo assolutamente la ragione. E' curioso scoprire cosa possono pensare gli altri di te in talune circostanze.

La settimana seguente mi trovavo di nuovo a casa di Maria Luisa. Nessuna voglia di stare davanti alla tv. Lancio l'idea di uscire a far quattro passi per le vie del centro, così tanto per goderci una serata diversa. E' magnifico il Duomo di Cremona la sera. Le luci notturne esaltano le tonalità dei suoi marmi e su di esso incombe la maestosità del Torrazzo. Restiamo un poco a contemplare il tutto con i nostri nasi all'insù. Mi vien voglia di scattare un'istantanea col cellulare e di condividere con un mms la magia di quel momento inviandolo ad un collega.

Poi sono preso da un certo languore, per non dire fame, ed invito Maria Luisa ad entrare nella gelateria che si affaccia proprio sulla piazza. Lei non ha voglia di gelato ed opta per una cioccolata con panna. Io invece oso e mi prendo una favolosa coppa Duomo. Quattro cannoncini di pasta sfoglia agli angoli a foggia di torri, biscotti e cialde e tanto gelato alla crema guarnito di caramello e nocciole in abbondanza. E' fin troppo. Insisto con la consorte affinché ne assaggi un po' anche lei.

Non era ancora mezzanotte che già mi trovavo in preda a dolori tremendi nella zona del fegato. Questa volta sono io stesso che chiedo a Maria Luisa di accompagnarmi al pronto soccorso, non prima di aver ben soppesato la cosa e capito che ne ho proprio bisogno. Mi sarebbe dispiaciuto farle fare un'uscita in piena notte, magari per una cosa che di li a poco si sarebbe potuta risolvere con un ruttino.

Le disconnessioni dell'asfalto si ripercuotono dolorosamente sul mio ventre e mi convinco sempre più di aver bisogno d'aiuto. Entro nel pronto soccorso in pigiama e ciabatte avvolto in una copertina per ripararmi le spalle. Non devo aver dato l'impressione di essere tanto grave. Mi assegnano infatti un codice verde e mi dicono di attendere nell'atrio.

I dolori però aumentano spasmodicamente. Ho voglia di picchiare pugni sulle pareti per attirare l'attenzione, ma continuo a portare pazienza perché so che sono impegnati per un codice rosso. Mi fa molto male, insopportabile, ma non sono in pericolo di vita. Posso attendere. Poi finalmente mi mettono su un lettino, mi portano in una stanzetta e mi attaccano una flebo con Toradol e Buscopan. Attendo impaziente un po' di sollievo. Dopo un'ora circa vomito e libero lo stomaco. Le analisi fatte d'urgenza rivelano un'elevata glicemia, potassio sotto il limite e transaminasi alte. Il resto nella norma. L'ipotesi dei medici è che si tratti di calcoli biliari. Serve un'ecografia per evidenziarli. Quando il dolore cessa mi lasciano andare, ma dovrò ritornare al mattino per fare questo accertamento.

L'ecografista è brava ed un poco a fatica riesce ad individuare un solo calcolo di 17 mm in fondo all'infundibolo. La colecisti è infiammata e la bile densa. Si stupisce per il valore dei globuli bianchi. Di solito sono alti mentre invece nel mio caso sono in quantità normale. Comunque dovrò essere operato.

Mi prendo un paio di giorni di malattia e nel frattempo prenoto una visita chirurgica. Il medico guarda distrattamente i referti del pronto soccorso e conclude che l'operazione è d'obbligo. Non vorrei attendere molto perché le coliche si stanno facendo sempre più frequenti. Mi congeda dicendo che entro un mese al massimo sarà sicuramente tutto finito.

La sera a casa dopo cena comincio ad avvertire nuovamente dolore. Senza indugio mi prendo le mie prime venti gocce di Alginor che contiene lo stesso principio attivo del Buscopan. Con pazienza attendo un po' di sollievo, ma più tardi sono costretto a prenderne altre 15 gocce. Il male non accenna a diminuire e quindi decido di farmi accompagnare da mio figlio al pronto soccorso della clinica in cui avrebbero dovuto operarmi.

Dopo una visita sommaria decidono di ricoverarmi. Con attaccata la flebo riesco a dormire un po'.

E' martedì 8 aprile. Oggi sono esattamente sette mesi che Maria Luisa ed io siamo sposati. Contiamo ancora i giorni come fidanzatini. Ma quella giornata è in realtà il mio Calvario. Dopo un iniziale sollievo i dolori ritornano più acuti di prima. Le flebo con antidolorifici si susseguono senza soluzione di continuità, ma il beneficio che mi arrecano è quantomai breve e sempre meno efficace.

Verso sera non ne posso più. Sono in uno stato di prostrazione totale, disumano. Avrei voglia d'infilare la finestra e gettarmi di sotto solo per far cessare il male. Capisco Santina. Ormai terminale voleva gettarsi dall'ottavo piano dell'ospedale. La sua non era disperazione, ma solo tremendo dolore. La mia operazione è stata fissata per dopodomani. Dispero di poterci arrivare. Troppo lontano.

Finalmente il medico che era impegnato in sala operatoria viene a visitarmi. Propone la morfina. Ho qualche titubanza, ma la decisione è presa. Dieci milligrammi per via intramuscolare nella natica destra. Ora cerco di capire se posso avere allucinazioni. Non ho mai assunto droghe e non ho idea di quale effetto possa farmi. Speriamo non una reazione allergica. Alla mamma di Maria Luisa è capitato.

Dopo mezz'oretta circa mi sento già un po' meglio. Mi piego su un fianco e vomitando libero lo stomaco dai resti del pasto del giorno precedente che evidentemente non avevo digerito. La notte torno a dormire il sonno del giusto.

Dieci milligrammi di liquido sono stati il sollievo definitivo. Rifiuto qualsiasi altro antidolorifico, mentre continuo infusioni di antibiotici via flebo. La vigilia dell'operazione non è pesante. Mi sembra tutto in discesa. Posso arrivare a giovedì 10 aprile in tutta tranquillità.

In quest'ospedale sono specializzati per le colecistectomie. C'è un turn-over pazzesco. Faccio notare la cosa alle infermiere e come risposta mi dicono che loro i letti non li lasciano diventare freddi.

Il giorno dell'operazione mi trova tranquillo e rilassato. Non vedo l'ora di togliermi quel coso da dentro. Trovo modo di dire al chirurgo che avverto un dolore anche nella zona dell'appendice. Già che ci sono diano un'occhiata anche a quella. Quando mi risveglio mi dice che l'hanno guardata, ma era a posto. Purtroppo non hanno potuto fare laparoscopia ed hanno dovuto tagliare. Tastandomi l'avevo capito da solo e ribatto che non importa. Sfoggerò anch'io i miei bei punti come mia madre che più di vent'anni fa aveva dovuto subire lo stesso intervento. Nonostante le oltre tre ore di sala operatoria mi sento parecchio bene. Per l'anestesia nessun fastidio. Solo un po' di disagio per il sondino nasogastrico che mi irrita la gola nel deglutire.

Nel ritornare in corsia mi accoglie il sorriso raggiante di Maria Luisa. Mio figlio Andrea è dovuto scappare a prendere Alessandra che è ormai prossima all'uscita da scuola. Immagino tutta l'apprensione dei miei figli per lo stato di salute del loro unico genitore. Ma è andata bene. Mi sento bene, molto bene. Il chirurgo, straniero, di cui non sono riuscito ad imparare il nome, ha fatto un buon lavoro.

Ogni giorno che passa miglioro con decisione. Provo quasi paura al pensiero di quanto mi senta bene ora rispetto al tanto male patito in precedenza. Parenti ed amici allietano la mia degenza con le loro visite.

Sulla cartella di dimissione leggo la seguente diagnosi: "Colecistite calcolosa gangrenosa con versamento biliare libero".

Probabilmente dovevo essere operato d'urgenza ancora una settimana prima, ma va bene così.

Poi giovedì scorso, mentre sono di nuovo in clinica per togliere i punti, ricevo una telefonata da Maria Luisa. Un mese fa si era sottoposta ad un intervento per la rimozione di un polipo. E' arrivato il referto dell'esame istologico. Dovrà togliere l'utero.

A casa, davanti a lei, scoppio a piangere e capisco perché la mia ripresa è stata rapida.