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domenica 24 giugno 2012

La montagna

Non ero mai stato in Valle d'Aosta. Qualche settimana fa, durante il ponte del primo maggio, siamo andati a vederla. Maria Luisa l'aveva già visitata tante altre volte, anche in gita scolastica con i suoi studenti, quindi è stata di valido aiuto nel programmare le escursioni da fare, le cose da vedere. Nonostante il tempo non sempre all'altezza delle nostre aspettative e dei nostri desideri, la vacanza è risultata veramente rilassante e gradevole. E' probabile che ci torneremo ancora perché in tre sole giornate non abbiamo di certo esaurito tutte le possibili escursioni. Eppoi sono ancora numerose le fortificazioni ed i castelli che non abbiamo visitato, vuoi per mancanza di tempo, vuoi perché interdette all'accesso causa lavori di restauro in corso.

In un paesino poco fuori dal capoluogo regionale, dopo essere entrati in una enoteca come attività di ripiego per l'ennesima visita andata a vuoto, mentre tornavamo all'auto, abbiamo avuto modo d'incrociare, comodamente seduto su una panchina all'ombra, un brillante vecchietto che un po' sfacciatamente si è rivolto a noi chiedendoci da dove venivamo. Lì per lì siamo rimasti un tantino spiazzati dal suo modo di fare. Ma poi, non avendo nulla da temere, abbiamo acconsentito di buon grado ad un breve scambio di batture raccontando donde venissimo. Ma il simpatico nonnetto sembrava più interessato a narrare la sua storia che stare a sentire la nostra e così, dopo un breve accenno riguardo alle bellezze di quel luogo, senza che ci fosse stata da parte nostra alcuna richiesta in tal senso, cominciò il suo lungo racconto.

Quand'era più giovane, evidentemente molti anni fa, non c'era tutta questa grande passione per la montagna. L'alpinismo non era ancora una disciplina così affermata e diffusa. Intendiamoci bene, di gite in montagna se ne organizzavano anche allora, ma in quelle ascese non c'era nulla di metodico e ben pianificato. Erano più un passatempo estemporaneo, quasi una sagra di paese per stare in lieta compagnia. E non si era per nulla attrezzati. Si partiva per un'escursione senza avere l'abbigliamento adatto. Però, mentre l'anziano seguitava a raccontare, talvolta fermandosi un attimo per mettere bene a fuoco i ricordi, a me veniva da pensare che anche oggi può capitare di vedere qualche sprovveduto arrampicarsi senza neppure un paio di scarpe adatte. Tempo fa addirittura m'è capitato d'imbattermi in una signora che procedeva malsicura su per un erto sentiero con tanto di tacchi a spillo. Chissà dove aveva intenzione di andare così temeraria...

E dopo una momentanea divagazione stimolata da spontanee associazioni d'idee, torno nuovamente a prestare attenzione al discorso di quel simpatico vecchietto. Mi pare di scorgere una luce nuova nei suoi occhi: si capisce che il racconto lo appassiona ed è più l'attenzione di Maria Luisa che la mia a tener ben vivo il suo entusiasmo. Mi devo essere perso qualche pezzo, ma poi riesco a capire che un giorno d'estate hanno organizzato un'ascesa di massa, non so per quale festeggiamento o celebrazione. Partivano tutti un po' baldanzosi, senza troppi generi di conforto al seguito. Addirittura alcune dame ascendevano in abito lungo con tanto di ombrello parasole, così come vi potrebbe capitare di vederle in un quadro dell'impressionismo francese. Non mancava neppure qualche cagnetto tenuto debitamente al guinzaglio.

Ben presto però il gruppo cominciò a sfaldarsi. Alcuni di loro sembrava non avessero mai preso sul serio l'impresa. Partecipare o meno, per loro era la stessa cosa e quindi presto girarono i tacchi e ridiscesero a valle. Ve n'erano poi di quelli con il fiato corto che subito si stancano ed al primo spiazzo ne approfittano per fermarsi. Panchine allora non ve n'erano. Bastava un semplice masso per prolungare un po' la sosta. E non servivano gl'incitamenti di quelli che procedeva più avanti. Lasciavano diventar freddo il sudore e così mancava loro la voglia di proseguire. Al contempo c'era anche chi si era messo in cammino con uno slancio particolare, ma poi, esaurita ben presto la spinta iniziale, cominciava a procedere con affanno e sempre più ansimando decideva infine di arrestare di colpo la propria marcia. Ad uno di loro andò pure via la voce quasi completamente, tanto l'affanno respiratorio era stato intenso.

Quando ancora si procedeva nella folta vegetazione boschiva, poco mancò che uno si cavasse un occhio con il ramo ripiegato da chi procedeva dinanzi a lui. Non erano molti quelli che s'erano presi al seguito qualcosa da mangiare: un pezzo di formaggio, del salame, un po' di vino. Ma poi quest'ultimo, oltre a rallegrare lo spirito, finiva col tagliare le gambe e la comitiva inesorabilmente pativa un'ulteriore defezione. Non era una vera e propria gara alla volta della vetta, ma a chi avesse avuto modo di assistervi da lontano, sarebbe anche potuta apparire come la corsa per la conquista di un lembo di terra nel lontano West. Ad un certo punto quasi si è sfiorata la tragedia. Durante uno stretto passaggio fra due spuntoni di roccia, un ragazzo scivolò e nel tentativo di sorreggerlo, un signore attempato mise un piede in fallo e precipitò in basso.

Alcuni ritornarono di corsa a valle per chiedere soccorso, ma i più, quasi incuranti della necessità d'aiuto, proseguirono imperterriti, forse anche perché già molto avanti e per nulla desiderosi di tornare indietro. Ma le lunghe ore di cammino e la fatica cominciarono a farsi sentire anche per i più ardimentosi e vigorosi. Presto le scorte d'acqua finirono ed ormai si era troppo in alto per trovare ristoro in qualche rigagnolo naturale. Il sole, che aveva bruciato numerosi visi quel giorno, già calava all'orizzonte. Sulla cima ne arrivò uno solo, ma la gioia fu di breve durata. La mirabile visione di quei luoghi visti dall'alto non compensava il dispiacere di esserci giunto da solo. Vinto dalla fatica si accasciò lì sulla vetta e, trovando riparo fra alcuni massi, trascorse la notte nel siderale silenzio.

sabato 16 giugno 2012

La settimana prima degli esami


Oramai ci siamo. Settimana prossima toccherà anche a mia figlia Alessandra sostenere l'esame di maturità. E così, tutto il suo gran daffare per rifinire la tesina e completare gli studi della scuola superiore, è per me un'ottima occasione per volgere lo sguardo indietro di oltre trent'anni e ripercorrere con la memoria alcuni di quei momenti in cui anch'io mi trovavo nella sua stessa situazione.

Ci sono cose che ci accomunano, ma tantissime che ci differenziano e non solo a motivo del lungo tempo trascorso. Il calendario scolastico era diverso e l'esame di stato veniva collocato qualche giorno più avanti lasciandoci un maggiore stacco fra la fine della scuola e la prima prova scritta. Con tutto questo avvicendarsi di riforme a cui abbiamo assistito in questi decenni, ci sarebbe da meravigliarsi se qualche cambiamento esteriore non fosse così tangibile. Non voglio entrare nel merito e formulare un giudizio riguardo a ciò che è stato fatto: se era meglio prima oppure adesso, e quindi mi asterrò.

A differenza di mia figlia che dovrebbe essere momentaneamente libera da impegni affettivi particolari, io invece avevo conosciuto da poco Santina. Mi sembra abbastanza ovvio che la mia concentrazione fosse totalmente rivolta a lei più che allo studio e quindi la mia preparazione mancava di quel "mordente" che avrebbe dovuto avere per ben impressionare la commissione d'esame.

Il tema d'italiano da me scelto riguardava i mezzi di comunicazione sociale. Stesi un componimento formalmente corretto, senza infamia ma anche senza lode. Il giudizio dato dal presidente sul mio elaborato fu lapidario: "troppo ingenuo". Non ebbi la forza di obiettare nulla. Forse anche perché reputai che quell'insegnante di filosofia avesse colto nel segno. Come dargli torto? Non molti giorni prima c'era stata la tragedia di Vermicino a cui tutti avevamo assistito attoniti in quella interminabile diretta televisiva. Tutto il palinsesto della RAI veniva sovvertito per dare modo all'Italia intera di essere compartecipe ai tentativi, risultati poi vani, di salvare il piccolo Alfredino Rampi.

Il tema d'italiano poteva essere un'ottima occasione per parlare anche di queste cose, di come il mezzo televisivo poteva essere alla base di un condizionamento globale come di fatto sarebbe poi avvenuto con la TV commerciale a partire dal successivo decennio. Più avanti negli anni, quando reggevo ancora il mio primogenito Andrea in braccio, mi resi conto del grande cambiamento di mentalità che la televisione privata stava apportando al mio stesso modo di pensare. Completamente imbottita di ammiccante pubblicità, lentamente mi trascinava verso una sorta di apatia e svuotamento morale. L'unica etica propugnata subdolamente era quella del consumismo più sfrenato per inseguire una felicità effimera.

Da parecchi mesi ormai siamo passati alla TV digitale. Innegabilmente, oltre alla migliore qualità dell'immagine, sono per me aumentate le possibilità di fruizione di trasmissioni culturali e non solo di svago. E così, quando raramente torno a quardare qualcosa su reti private, mi rendo conto di essermi "disintossicato" e di non riuscire più a sopportare benevolmente tutte quelle interruzioni pubblicitarie.

La generazione dopo la mia, quella dei miei figli, ha fatto il salto prima di me. Sono anni che Andrea ed Alessandra non si siedono più con noi sul divano per vedere la TV. Ora ci sono internet ed i nuovi media che li portano lontano. La mia speranza è che siano riusciti o che riescano a sviluppare ben prima di me quel senso critico di approccio alle cose. A volte affacciarsi alla vita con una grande dose d'ingenuità aiuta a vivere meglio. Altre volte ne favorisce l'annullamento.

venerdì 15 giugno 2012

Mediocrità italiana

E come la nostra nazionale di calcio che si accontenta di pareggiare, anche noi non siamo più una nazione di navigatori, santi ed eroi. Mediocre è la classe politica che ci governa, ma la base non è da meno, cresciuta in tutti questi anni alla scuola del disimpegno e dell'indifferenza.

Dovrà passare almeno un'altra generazione per vedere le cose cambiare in meglio. Oh, sì! Poi le cose cambieranno in meglio.


domenica 10 giugno 2012

Teoria del mondo imperfetto


Venerdì, poco prima di cena, sono passato un attimo a trovare mio padre. Dovevo portargli il modulo F24 per il pagamento dell'IMU da far avere a mio fratello, ma anche restituirgli l'ombrello che aveva "smarrito" nella mia auto qualche settimana fa, quando siamo scesi a Cremona per la festa della mamma. Il giorno successivo mi aveva chiesto che fine avesse fatto il suo ombrello, dato che non se lo ritrovava più per casa. Ho insistito perché guardasse meglio fra le sue cose, visto che mi pareva di ricordare che l'avesse preso con sé quando era sceso dall'auto. Però, siccome poteva anche essere rimasto nella mia macchina, avrei controllato meglio. Ma dell'ombrello nessuna traccia ed allora mio padre, per nulla sprovvisto di altri parapioggia, deve averlo dato per perso.

L'altra sera, mentre facevo manovra in retromarcia per mettere l'auto in garage, noto una cintura posteriore un po' fuori posto. Precisino come sono, fatico un po' ad accettare che le cose siano disposte come non dovrebbero e quindi apro la portiera posteriore per srotolare la cinghia. Così facendo mi scappa l'occhio e dietro il poggiatesta di uno dei sedili posteriori scorgo un manico d'ombrello. Di primo acchito credo che sia il mio. Ma poi, pensando che non poteva essere così ben visibile dal vano bagagli, allungo la mano e con grande sorpresa estraggo il redivivo parapioggia di papà.

Me n'ero andato in giro per tutto quel tempo senza accorgermene. Se c'è qualcuno che sta perdendo i colpi, di certo non è mio padre che, a onor del vero, a motivo della sua età avanzata, ne avrebbe tutte le ragioni. E così, quando sono andato da lui per portargli il suddetto modulo di versamento per Matteo, gli ho riportato anche il suo ombrello. Tutto intento a grattugiare un po' di formaggio per la sua minestra della sera, non ha inizialmente dato troppo peso al rinvenimento, ma poi con un sorriso eloquente mi ha fatto capire che non riteneva di essere ancora rimbambito del tutto.

E così ho avuto modo di scorgergli in bocca un altro dente rotto. Quest'autunno scorso gli si era spezzato un incisivo, ma lui non se ne dava troppa pena. Io invece ho insistito perché prendesse appuntamento con il dentista ed andasse a tappare quella finestrella aperta sulla sua bocca. Ho addirittura cercato di usare le parole di mia madre per convincerlo. Se ci fosse mamma, gli dissi, ti avrebbe detto di andare subito a farlo aggiustare perché così non le saresti piaciuto. Mio padre non aveva fretta e mi disse che verso la fine dell'inverno, a febbraio oppure a marzo, ci sarebbe andato. Ed è stato di parola.

Dopo 85 anni, i denti che s'è portato in bocca per tutto questo tempo, hanno tutte le ragioni di sfaldarsi, ma io fatico a vederlo in questo stato, nonostante non mi scomponga minimamente per magagne maggiori che possono colpire altre persone vicine. Questa volta il dente rotto è un po' di lato. Quando aveva sistemato l'incisivo l'aveva fatto notare alla dentista, ma lei aveva affermato che quel dente non sarebbe durato a lungo ed infatti così è stato.

Vorrei che la bocca di papà fosse a posto come sempre, ma in questo ha ragione lui: bisogna imparare ad accettare il proprio inesorabile disfacimento. Tutto sommato sono stato più tollerante nei miei confronti quando, non ancora ventenne, ho dovuto rinunciare al mio primo molare e dopo alcuni anni anche al secondo. C'è stata una leggera migrazione dei denti adiacenti così col tempo le fessurazioni nascoste si sono quasi completamente occluse.

Come al solito ho divagato molto su alcuni aspetti collaterali parlando poco di altre precarietà esteriori. Come ad esempio di alcune cerniere rotte del mobilio di casa che attendono ormai da anni di venir rimpiazzate. Basterebbe fare un salto in un magazzino di bricolage per acquistare quanto serve a rimettere in sesto alcuni antelli che non si chiudono più alla perfezione, ma che ogni giorno con pazienza ci ricordano il loro stato. Dovrei cambiare anche il tubo della doccia e  potrebbe essere quella l'occasione buona per un rimpiazzo generale. E così passano i giorni, i mesi, gli anni.

Nel frattempo, mentre me ne vado al lavoro con l'auto a cui è stato riparato il motore dopo la rottura prematura della cinghia della distribuzione - sicuramente a causa dei postumi per l'allagamento del garage - penso che le cose perfette non durano tanto a lungo. Lo sono per un attimo, quando sono nuove e le abbiamo appena acquistate, ma poi si danneggiano e nonostante questo riusciamo a trarne beneficio per un lungo tempo.

Come la torre di Pisa che fa dell'imperfezione la sua essenza naturale e ci pare più bella di tante altre opere che non si sono guastate strada facendo. Ed è così che nasce spontanea dentro di me la teoria del mondo imperfetto. La vera perfezione è questa.

domenica 27 maggio 2012

Profumo

Come tutti gli orientali, Israele faceva gran uso di profumi: la Bibbia ne nomina almeno una trentina. I patriarchi ne offrirono a Giuseppe; Salomone ed Ezechia ne monopolizzarono il mercato. Il profumo era necessario all'esistenza quanto il bere e il mangiare. Il suo significato è duplice: nella vita sociale manifesta la gioia o esprime l'intimità degli esseri; nella liturgia simboleggia l'offerta e la lode.

Profumo e vita sociale. Profumarsi significa estrinsecare la propria gioia di vivere. Significa inoltre agghindarsi di un ulteriore elemento di bellezza: lo fanno gli invitati al momento del banchetto e gli amanti al momento dell'unione fisica. Profumare la testa dell'ospite, significa esprimergli la gioia che si prova nel riceverlo e trascurare questo gesto è una scorrettezza. Nel lutto, invece, si sopprimono questi segni di gioia. Tuttavia, i discepoli di Cristo, quando digiunano, devono continuare a profumarsi, per non esibire la propria penitenza e non offuscare con la tristezza l'autentica gioia cristiana.
    Il profumo può avere a volte una funzione ancora più intima: quella di trasporre la presenza fisica di un essere in un modo più sottile e penetrante. E' vibrazione silenziosa con la quale un essere esala la propria essenza e lascia percepire il mormorio della sua vita recondita. Perciò Ester e Giuditta, per penetrare più facilmente fino al cuore di quelli che vogliono sedurre, si ungevano di olio e di mirra. L'odore di frumento che emanano gli abiti di Giacobbe rivela la benedizione di Dio effusa su di lui; la sposa del Cantico assimila la presenza del diletto al "nardo", a un "sacchetto di mirra" o a degli "unguenti", mentre lo sposo la chiama "mia mirra, mio balsamo".

Profumo e liturgia. Il culto degli antichi faceva largo uso di profumi, come simbolo di offerta; Israele ha ripreso quest'usanza. La liturgia del tempio conosce un "altare dei profumi", degli incensieri, dei vasetti per incenso; un sacrificio di profumo viene compiuto ogni mattina e ogni sera in gioiosa adorazione. Il profumo dell'incenso che sale in volute di fumo sta ad indicare così la lode rivolta alla divinità; far bruciare dell'incenso equivale ad adorare, placare Dio.
    Ora, non vi può essere che un solo culto: quello del vero Dio. L'incenso e il suo profumo finiscono quindi per designare il culto perfetto, il sacrificio incruento, che tutte le nazioni renderanno a Dio nei tempi escatologici. Questo culto perfetto è stato realizzato da Cristo: egli si è offerto "a Dio in sacrificio di gradevole odore", cioè la sua vita si è consumata in offerta d'amore gradita a Dio.
Il cristiano, a sua volta, unto di Cristo al battesimo mediante il segno del crisma, miscela di profumi pregiati, deve effondere "il buon odore di Cristo", impregnando anche la più piccola delle sue azioni di questo spirito di offerta.
G. BECQUET

XAVIER LEON-DUFOUR
DIZIONARIO DI TEOLOGIA BIBLICA
MARIETTI


Nel 1233 a Bologna all’apertura della tomba di san Domenico i presenti furono avvolti da un intenso e soavissimo profumo, nonostante che il corpo di Domenico fosse ridotto alle sole ossa. Quel profumo, diverso per natura e intensità da ogni altro profumo, rimase a lungo nella fossa, sulle mani e sugli oggetti venuti a contatto con le reliquie del santo e si avvertì ripetutamente per oltre un anno nella Chiesa.

sabato 26 maggio 2012

Il coro




Giovedì ultimo scorso ho avuto il piacere di assistere al concerto del Coro Gospel B.B. Ensamble che si è tenuto qui nella nostra Parrocchia in occasione delle celebrazioni per la festa patronale.

In verità la partecipazione di pubblico non è stata per niente oceanica, nonostante l'esibizione fosse completamente gratuita ed aperta a tutti. Anche se ritengo che l'azione di promozione dell'evento non sia stata sufficientemente solerte ed efficace, sono spontaneamente portato a pensare che una sorta di apatia e generale pigrizia abbia dissuaso i più a venire in chiesa per prendere parte a questo spettacolo.

Mentre mi avvicinavo al presbiterio, così da udire meglio, ho notato l'inattesa presenza di mia cugina e di sua madre. Scambiando con loro un breve saluto, ho appreso che conoscevano una delle coriste che era in procinto di esibirsi, assieme a tutti gli altri, senza accompagnamento musicale.

La gradevole melodia delle loro voci che spesso veniva scandita dal battito ritmato delle mani, si accompagnava con un'accattivante gestualità che tendeva a coinvolgere il pubblico e a farlo divertire sempre di più. Solamente io, visto lo scarso senso del ritmo, me ne restavo ben fermo, dando poi libero sfogo e partecipando con un fragoroso applauso tra una canzone e l'altra.

E così, nel volgere di circa un'oretta, l'esibizione è giunta a conclusione, non senza che abbiano cantato ancora un paio di motivi più noti, concessi come bis per placare l'insistenza degli spettatori.

Tornando infine a salutare i miei parenti, a cui nel frattempo si era aggiunto anche un altro cugino che non vedevo da tempo, ho chiesto apertamente a loro quale fosse fra le donne la corista che conoscevano. Quando poi ho riportato il fatto in famiglia non hanno mancato di farmi notare quanto fossi stato curioso ed indiscreto. Molto semplicemente volevo verificare se ero riuscito ad intuire quale fosse l'amica fra tutte quelle persone a me totalmente sconosciute. E quando me la indicarono fui contento che ella fosse nella ristretta cerchia di quelle da me scelte.

Subito mia zia volle aggiungere che quella persona era stata la fidanzata di suo figlio Sergio morto da oltre trent'anni. Continuando il discorso mi diceva pure che erano sempre rimasti in contatto con questa donna. Con discrezione m'indicò anche il marito di lei seduto poco lontano fra i banchi. Mi disse anche che una dei due figli era fra il gruppo delle soprano.

E così, col pensiero di questa cosa bella come gli affetti che continuano, nonostante la perdita di chi ne ha motivato il sorgere, me ne tornai verso casa.

Agli inizi degli anni ottanta, quattro giovani sono di ritorno da un viaggio in Ungheria, Romania o di chi sa quale altro paese dell'est europeo in cui erano stati. Non una vacanza, ma un viaggio di solidarietà per portare generi di conforto ad alcuni amici che avevano conosciuto in una precedente occasione. Ricordo che mia madre sottolineava con una certa tristezza lo stato di povertà patito da questi giovani loro conoscenti.

Mio cugino e altri tre suoi amici, forse già in territorio jugoslavo, per una fatalità oppure un'oscura trama del destino, finirono sotto un Tir e morirono tutti quanti sul colpo. Facile immaginare lo strazio generale partecipando ai funerali di queste quattro giovani vite stroncate nel fiore degli anni.

venerdì 18 maggio 2012

sabato 12 maggio 2012

Trovare la chiave


In genere non amo scrivere su queste pagine argomenti che toccano la politica. Però ci sono momenti in cui non ci si può esimere dal dare il proprio contributo, piccolo o grande che sia. Non credo di avere una preparazione particolare sul modo di gestire la cosa pubblica, se non quella che mi deriva dal mio credo che mi spinge a vedere tutto in ottica di servizio per il bene proprio e quello degli altri.

Mi sono soffermato un attimo a riflettere sull'affermazione fatta dal Governo in questi giorni. Quella, cioè, che si stia cercando in qualche modo di evitare quanto è capitato in Grecia. Più di millesettecento persone, in questo paese a noi vicino, si sono tolte la vita nell'ultimo anno a motivo della crisi. Come non sentire su noi stessi il peso gravoso di queste scelte definitive?

Recentemente ho letto anche che sia in dirittura d'arrivo un decreto per consentire di compensare automaticamente debiti e crediti delle imprese verso lo Stato. Evidentemente questa notizia non è servita a dissuadere i suicidi dell'ultima ora. Si può pensare che non ne siano venuti a conoscenza in tempo oppure che non l'abbiano ritenuta una svolta significativa per la loro situazione così da riaccendere in essi la speranza.

Bisogna trovare presto la chiave per uscire da questo grande pasticcio in cui ci siamo volontariamente messi tutti, nonostante alcuni di noi abbiano dato un contributo maggiore alla definizione dello stato attuale delle cose. Se un battito d'ali di una farfalla nella foresta amazzonica può essere concausa di un uragano che si scatena all'altra faccia del pianeta, allora anche le nostre piccole scelte, o non scelte, nell'agire concreto di ogni giorno, possono in qualche modo influenzare il nostro avvenire e dargli speranza oppure contribuire ad alimentare la disperazione.

Ed allora, in questo frangente più che mai, non è fuori luogo la solidarietà di colui che, potendo beneficiare di una temporanea maggiore tranquillità, si fa concretamente vicino a chi si trovi momentaneamente in difficoltà, ovunque risieda, vicino a casa oppure in un lontano paese.

sabato 21 aprile 2012

Il piccolo seme



Siamo rimasti qui a Cremona ancora per un po' perché una nostra carissima amica è morta e stiamo aspettando di poterle fare visita in camera mortuaria.

Ho conosciuto questa persona grazie alla profonda amicizia di mia moglie che l'ha avuta come compagna di viaggio in numerosi soggiorni all'estero ed in Italia durante il periodo estivo. Alla fine delle vacanze, poco prima dell'inizio della scuola oppure anche più avanti, era solita organizzare una cena a tema per festeggiare in amicizia e prolungare così virtualmente i bellissimi momenti passati insieme in questo o quel luogo.

E' stato facile volerle bene e ricambiare in qualche modo quel sorriso e quell'affabilità che riusciva a dispensare con generosità. Ecco perché, quando ieri ho riacceso il cellulare, mentre uscivo dal lavoro, leggendo l'SMS di Maria Luisa che mi dava il triste annuncio, ho provato un dispiacere profondo e mi sono commosso fino alle lacrime.

La sua scomparsa non ci coglie del tutto impreparati perché era ammalata da tempo e ci avevano detto che non c'erano speranze. Solo non sapevamo il momento in cui ci saremmo dovuti separare da lei. Da ciò che diceva a mia moglie quando andava a trovarla, capivo che era pienamente consapevole del suo stato di salute e, nell'ultimo periodo, non faceva mistero di avere ancora pochissimi giorni di vita. Anche se a distanza, questo resta per me un grandissimo esempio - se mai non ne avessi già ricevuti abbastanza - di una morte affrontata con estrema dignità, senza disperazione.

Non siamo mai preparati a perdere le persone care. Tocca a noi continuare a portarle nel cuore e seguitare a far vivere tutto quel bene che abbiamo conosciuto assieme a loro. E così, mentre attendiamo che l'ora sia propizia per poter andare da lei, trovo il modo di fissare alcuni pensieri che stavano mettendo radice in questi giorni.

In settimana mi trovavo al ristorante con alcuni colleghi per l'usuale pranzo di lavoro. Per un lieve disguido avvenuto in cucina, le nostre portate tardavano ad arrivare. E' bastato un cenno al personale di servizio per porvi rimedio. Dato che ci sarebbe voluto ancora del tempo per effettuare la cottura dell'hamburger da me scelto, per farsi perdonare il protrarsi dell'attesa, il nostro amico cameriere mi ha repentinamente servito una porzione ridotta di prosciutto di Praga ai ferri con senape.

Al momento dell'ordinazione, pensando che l'abbinamento fosse con la nota salsa, l'avevo scartato. Ora, guardando nel piatto non ne vedevo traccia. Poi, osservando con maggiore attenzione, lungo il bordo della fetta leggermente incrostata, noto delle piccolissime palline rotonde, minuscole come i semi di papavero, ma in verità ancora più piccole. Ne assaggio alcune e, anche per me che non le avevo mai viste, non vi sono dubbi: sono semini di senape. L'indicazione nel menu non era errata.

Con meraviglia mi è tornato alla mente quel passo del Vangelo in cui si dice che il Regno dei Cieli è simile ad un granellino di senape che è il più piccolo fra tutti gli altri semi, ma poi quando cresce diventa una grande pianta. Certamente non così enorme come quel grosso platano che abbiamo visto lo scorso anno nel parco Ducale di Parma, ma sufficiente per ospitare gli uccelli che vengono a fare il nido sui suoi rami.

E così, mentre mi prendo una piccola pausa con lo scrivere per rifare il letto in cui abbiamo dormito questa notte, spalanco le finestre e guardo giù dal balcone fissando distrattamente per un attimo il vociare frenetico delle persone che proviene dalla strada. Poi alzo lo sguardo in alto verso l'azzurro del cielo e respiro desiderio e voglia di armonia in questo mondo così bistrattato in cui basterebbe veramente poco per farlo diventare il nostro Regno dei Cieli.


domenica 15 aprile 2012

Aperti a qualsiasi ipotesi

Mi sto accingendo a scrivere altre due righe sul blog ed improvvisamente, dopo aver controllato la posta on-line, vengo distratto da una frase attribuita ad un membro del governo: serve un' "ideona" per contrastare la crisi. Evidentemente la "bella pensata" d'imbottirci di nuove tasse, sia pure per evitare la caduta nel baratro, non dev'essere stata una grande soluzione, se ora ci si ritrova a doversi inventare qualcosa di nuovo nella speranza di far ripartire i consumi.

Non vorrei tediare più di tanto, ma a me la soluzione sembra abbastanza semplice. Se l'aumento delle tasse per far fronte all'inesorabile incremento della spesa non sortisce gli effetti sperati, non è forse giusto fare marcia indietro? No, meglio proseguire ancora un po' e vedere come va a finire. Di questo passo sono sicuro che un obiettivo lo raggiungiamo di certo: impariamo tutti a vivere con più sobrietà, lasciando perdere ciò che non ci serve veramente. Il che non sarebbe un male.

Mi sembra quasi un atto di selezione naturale. Se non riusciamo noi a darci un'organizzazione giusta ed efficiente, ci pensa "il sistema globale" a ricondurci in pista su binari più corretti. Però ci vuole tempo e noi nel frattempo abbiamo bisogno d'imparare dai nostri errori. Scoccia però che quanto è chiaro ad ogni cittadino nella conduzione della propria vita familiare, non lo sia altrettanto per chi deve governare la comunità più ampia nella vita  sociale. Ed allora armiamoci di pazienza ed aspettiamo che le cose facciano il loro corso. Sopra le nuvole splende sempre il sole e dopo la pioggia torna immancabile il sereno. Ma se i danni li causiamo noi abbattendo gli argini, non lamentiamoci poi di doverci leccare le ferite perché siamo stati travolti dalle acque.

E dopo questa divagazione, che ha più il sapore di uno sfogo estemporaneo che di una lucida presa di coscienza su ciò che serve fare veramente, vediamo se riesco a ritornare proficuamente a quella che doveva essera la mia riflessione originaria.

Vorrei partire da una frase attribuita ad Indro Montanelli che un giorno ebbe a dire: "La fede è un dono. A me Dio non l'ha dato. Un giorno gliene chiederò conto". Pensandoci bene, è abbastanza paradossale questa affermazione che sembra implicitamente ammettere ciò che di primo acchito vorrebbe negare. Che cos'è infatti la fede se non credere in Dio e cercare da Lui delle risposte?

Tempo fa, mentre stavo sviluppando qualche riflessione personale, sono arrivato quasi a pensare che, con qualche buona argomentazione, avrei potuto persuadere a credere. Pensandoci ora la cosa mi fa sorridere non poco perché se così fosse, qualcuno di gran lunga più bravo di me già sarebbe riuscito nell'intento. Addirittura non riesce a convincere tutti neppure Dio in persona, che in un momento particolare della storia si è fatto presente ed ha camminato in carne ed ossa inseme a noi.

A chi nutre seri dubbi sulla divinità di Gesù Cristo, posso soltanto obiettare che se non fosse veramente Dio, come uomo non avrebbe potuto essere così coerente in tutto quanto da lui affermato. Avete voi provato mai ad essere buoni e giusti per sempre? Forse ci riuscite per un'ora, un giorno intero. Ma il dì appresso siete da punto a capo ed avete bisogno di ripartire nuovamente.

Ma allora, se la perfezione non fa per noi, è giusto inseguirla con così grande fatica oppure dovremmo abbandonare ogni tentativo di elevarci in alto e dare continuo sfogo alle nostre passioni ed agli impulsi più umani? Non credere potrebbe autorizzarmi ad inseguire senza sosta tutto ciò che mi va di fare, senza necessariamente rispettare la libertà degli altri. Magari poi col tempo arriviamo a maturare la convinzione che, se vogliamo durare a lungo, non possiamo proprio arraffare tutto ciò che vogliamo sempre incuranti di quelli a cui pestiamo i piedi. Questo perché è così che ci siamo organizzati e non si usa dire che la mia libertà finisce dove comincia quella dell'altro?

Ma se siamo furbi abbastanza, forse un modo lo troviamo. Per arraffare più degli altri, per godere più degli altri, per star bene più degli altri. E perché poi non si dovrebbe fare? Per timore di un castigo eterno in cui non crediamo e che neppure ci spaventa più? Non è forse questa la pena più grande? Quella cioè di buttare via la nostra vita e non goderla a pieno fino in fondo perché, lo dicono tutti, tanto si vive una volta sola.

Siamo così, senza costrizione alcuna, lasciati liberi di aprirci a qualsiasi ipotesi. A quella che ci vuole come sofisticato sottoprodotto del caso governato dalle imperscrutabili leggi della natura. Oppure anche ad una lucida follia che trascende l'attimo presente ed aprendosi al mistero fa della sconfitta la sua vittoria.


sabato 24 marzo 2012

Volere volare

Questa settimana mia figlia Alessandra è andata in gita scolastica a Budapest. Prendeva per la prima volta l'aereo e così, il giorno della partenza, sono stato parecchio agitato. Solo dopo aver ricevuto il suo primo SMS dall'Ungheria ho sentito che la tensione si allentava. La sua partenza è stata per me una buona occasione per riflettere su come i figli crescono in fretta e noi, tutto sommato, fatichiamo a recidere quel cordone ombelicale che ci lega stretti a loro.

Due sere fa, forse anche per colpa della stanchezza, mentre rincasavo in auto dal lavoro, mi sono lasciato prendere dallo sconforto ed ho dato spazio a qualche lacrima. No, non me ne vergogno, anche se avrei fatto meglio a tenere questo momento tutto per me. Sapevo che era una cosa passeggera e di lì a poco mi sarei sicuramente sentito meglio. Ed infatti così è stato: non ero ancora giunto a casa che già l'umore volgeva al meglio, grazie anche ad un provvidenziale SMS di Ale che mi offriva un ennesimo sintetico ragguaglio circa le vicende della sua giornata.

Questa mattina sono andato a prenderla all'aeroporto di Orio al Serio, vicino a Bergamo. Mi aveva dato indicazioni abbastanza precise circa la sua compagnia di volo e l'orario della partenza. Non è stato difficile trovare in internet l'ora di arrivo. Chi mi conosce sa che non amo arrivare in ritardo e che preferisco portarmi avanti onde evitare possibili disguidi per eventuali imprevisti che potrebbero capitarmi lungo il tragitto. Giusto all'ora in cui lei avrebbe preso il volo per il viaggio di ritorno, mi sono messo tranquillamente in auto verso la stazione aeromobile che avevo finora visto solo transitando in autostrada. Ieri sera avevo pure dato una fugace occhiata sulle mappe di Google per farmi un'idea riguardo alle vie d'accesso.

Nonostante questo e nonostante le indicazioni stradali fossero abbastanza chiare, una volta giunto a destinazione, sono riuscito a sbagliare l'ingresso del parcheggio riservato alle soste brevi. Nessuna paura, non avevo i minuti contati e così senza agitazione son ritornato sui miei passi. Ma non era finita lì. Imboccata questa volta la corsia giusta del parcheggio, non sono riuscito a far emettere alla colonnina il biglietto per entrarvi. Pensando che fosse guasta oppure che fosse adibita all'accesso con qualche altro tipo di carta, ho fatto retromarcia per un piccolo tratto e, dopo aver visto che un'auto straniera si era infilata nella corsia accanto alla mia, con maggior decisione mi ci sono diretto anch'io. Stessa storia. Nonostante premessi uno dei tre pulsanti in riga proprio sotto al display, la colonnina non ne voleva sapere di sputare il biglietto. Poi mi scappa l'occhio un po' più in basso e vedo un altro pulsante con tanto di manina che ritira un ticket. Si può essere così imbranati? E pensare che per lavoro mi occupo proprio di queste cose: sistemi per parcheggi e controllo degli accessi. Mi consola il fatto che questi dispositivi non sono prodotti dalla nostra ditta.

Gironzolo un po' per le corsie e finalmente, molto distante dal terminal di arrivo, trovo un posto dove lasciare l'auto. Mi spiace solo per le ragazze che dopo dovranno farsela tutta a piedi con i bagagli. Oltre a mia figlia ci sono due sue compagne da riaccompagnare a casa. E' giusto. All'andata era stato il padre di una di loro a portarle in aeroporto ed ora mi fa veramente piacere poter essere d'aiuto io.

Entro nella sala degli arrivi che manca ancora una buona mezz'ora all'atterraggio. Non importa. Quale occasione migliore per prendere familiarità con l'ambiente e guardarmi un po' attorno? Stanno uscendo alcuni passeggeri che giungono da qualche località del nord Europa. Lo arguisco dall'abbigliamento pesante e dagli sci ben avvolti nel cellophane. Ma fa così caldo che le loro calzature di pelo mi sembrano fuori luogo, come i colbacchi di Totò e Peppino nel film in cui approdano a Milano.

Mollemente mi dirigo verso il terminal delle partenze, percorrendo questo lungo e ampio corridoio disposto parallelamente rispetto alla pista di atterraggio. Nel mio lento fluire a zig zag vengo a più riprese affiancato da altre persone in transito che mi colpiscono per il loro vestire strano. Soprattutto le donne dell'Est. Indossano abiti così vistosi che non si può proprio fare a meno di notarle. Mentre tengo informata mia moglie inviandole di tanto in tanto un SMS, non posso mancare di scherzare con lei su questo. E' come un porto di mare: si vede gente di ogni tipo, ma è quella in procinto di partire che attira maggiormente la mia attenzione.

In un attimo, tutte quelle valigie in fila al check-in mi fan venir voglia di partire. Vorrei quasi comperare un biglietto e spiccare il volo verso una destinazione a caso. Ma sono proprio io a pensare queste cose? Dov'è finita tutta la mia paura di volare? Più avanti m'intenerisco all'abbraccio di una giovane signora che si ricongiunge con il suo uomo e si attarda per un po' stringendolo fra le sue braccia e baciandolo discretamente sulla bocca. Ma ancora di più guardo con tenerezza quella signora con passeggino che, sbarcata da poco, va incontro al padre del piccolo. Il bimbo dice qualcosa all'uomo e mi sembra un po' meravigliato di rivedere un padre rimasto distante a lungo. Il mondo è piccolo e bastano poche ore d'aereo per riavvicinare un affetto rimasto lontano.

Ancora qualche distrazione ed è subito il tempo di vedere la dicitura "atterrato" accanto al volo proveniente da Budapest. Provo a chiamare Alessandra, ma ha ancora il cellulare spento. Poco dopo è lei a chiamarmi dicendomi che devono aspettare l'arrivo della valigia grossa che lei e le sue amiche hanno condiviso per stipare tutto il loro corredo. La tranquillizzo dicendole che non ho fretta. Mentre ho gia visto uscire dal varco alcuni dei suoi compagni di classe, finalmente individuo anche lei. Ha un bel viso sereno e soddisfatto e si lascia schioccare un bel bacio sulla guancia.

sabato 17 marzo 2012

Le ossa dei morti sorreggono la chiesa

 Domenica scorsa siamo partiti alla volta di Chiesuola di Pontevico per partecipare al ritiro quaresimale organizzato per le famiglie delle quattro parrocchie che compongono la nostra Unità pastorale. Per la partenza si era stabilito di ritrovarci nella parrocchia situata più a nord della nostra, ma Maria Luisa ed io abbiamo deciso di metterci in viaggio autonomamente con qualche minuto d'anticipo per procedere ad una velocità più blanda, come sono solito fare in autostrada. La percorro tutte le settimane per scendere a Cremona da mia moglie e quindi conosco bene i miei tempi di percorrenza ed anche l'orario in cui è giusto muoversi, se si vuole giungere puntuali.

La sera prima avevo dato un'occhiata su Google maps per avere informazioni sull'esatta ubicazione del posto. Immaginavo che non fosse troppo distante dall'uscita del casello autostradale che tante volte avevo attraversato per recarmi in visita a mamma, quando si trovava ospite nella casa di riposo di Seniga. Ed infatti il paesino è proprio lì dove mi sarei aspettato di trovarlo. Immediatamente si profilava ai nostri occhi come un tranquillo borgo di campagna. Tranquillamente ci dirigiamo in direzione della chiesa e parcheggiamo l'auto in una delle prime piazzole vuote che adocchiamo. Nonostante il nostro procedere lento, siamo giunti a destinazione con qualche minuto d'anticipo. Poco male; a me non dispiace per niente aspettare e così comincio a guardarmi intorno lasciando Maria Luisa ancora comodamente seduta in auto.

Mentre mi muovo verso il sagrato delle chiesa parrocchiale, scorgo nella loro macchina una coppia di signori anziani, ma con mio stupore è la donna ad essere seduta al posto di guida. Ritenendo che siano persone del posto, trovo strano che stiano in attesa lì fuori e non siano invece dentro per la Messa, di cui nel frattempo ho avuto modo di sentire che la celebrazione è in corso udendo i suoni che dal di dentro promanano verso l'esterno.

Girato l'angolo della chiesa, scorgo l'adiacente oratorio facilmente individuabile anche per la chiara scritta che campeggia a caratteri cubitali sulle sue pareti. Torno allora verso Maria Luisa e l'invito a scendere: gli altri del gruppo saranno qui a momenti. Mentre gironzoliamo per la piazzetta, baciati in fronte da questo timido sole che instilla in noi una sempre una maggior voglia di primavera, ecco che scende dall'auto il signore anziano che avevo notato poco prima e giunto presso di noi ci chiede se veniamo da Brescia per il ritiro quaresimale. Annuisco nascondendo lo stupore per la loro partecipazione.

Di lì a poco arrivano anche tutti gli altri ed allora entriamo nel locale che era stato messo a nostra disposizione. Apprendo che don Mauro aveva svolto in precedenza il suo ministero da queste parti ed è questo il motivo che lo ha condotto a scegliere questi luoghi come meta del nostro stare insieme oggi. Dopo una breve preghiera iniziale, don Mauro svolge il suo pensiero di riflessione in prospettiva pasquale. Per illustrare meglio l'argomento che ruota attorno all'ultima cena di Gesù, ha stampato per noi una riproduzione del cenacolo vinciano e fa anche accenno ad alcune differenze salienti rispetto ad opere analoghe di altri pittori. Il perno del suo discorso ruota però attorno al tema del tradimento: quello di Pietro e quello di Giuda. Entrambi hanno abbandonato Gesù, ma mentre il primo capisce e si pente, l'altro affonda nella disperazione. Cade così in basso da non credere più che l'amore del Padre, dimenticando tutte le nostre colpe, possa ancora avere il potere di salvarlo.

Al termine della riflessione comunitaria veniamo invitati a trascorrere un'oretta di silenzio in meditazione individuale. Possiamo disperderci dove vogliamo, lì attorno. Inizialmente decido di entrare in chiesa, anche per darvi un'occhiata, ma dopo qualche istante ne fuoriesco perché è troppo freddina e mi sembra un peccato non godere del clima più gradevole che c'è all'esterno. Mentre seguo la traccia scritta che il don ci ha lasciato, gironzolo in tondo per le varie piattaforme sportive dell'oratorio. Visto che ne ho la possibilità, mi spingo anche a calpestare il bordo del campo da calcio e così la mente rimanda il pensiero agli anni trascorsi in Seminario, quando nell'approssimarsi della stagione estiva pregustavo il termine della scuola ed il ritorno in famiglia.

Dopo il pranzo al sacco e qualche momento di relax passato insieme a chiacchierare e prendere il sole all'aperto, nel primo pomeriggio ci siamo diretti a piedi verso una non lontana chiesina di campagna. La strada da noi percorsa, dopo aver costeggiato l'adiacente zona industriale, attraverso un sottopassaggio ci porta al di là dell'autostrada. E così ho modo di visitare quella chiesetta che tante volte vedo passando in auto e che attira spesso la mia attenzione.

Appena entrati, don Mauro ci fa notare che quella chiesetta dedicata a S. Anna sorge su una collinetta. Questo perché in quel luogo venivano bruciati i corpi dei morti di peste, la stessa di cui parla il Manzoni nei Promessi Sposi. In seguito le ossa dei morti sono state ricoperte con un cumulo di terra ed in quel luogo è stata eretta questa chiesina. Per gli abitanti del posto è ancora oggi oggetto di devozione vivissima. Durante la preghiera dei fedeli mi viene spontaneo proferire che, come quelle ossa sorreggono fisicamente la chiesa di S. Anna, così anche noi, in senso spirituale, possiamo sorreggere la Chiesa universale.

sabato 25 febbraio 2012

Which side to stay

"When the Son of Man comes in his glory, and all the angels with him, he will sit upon his glorious throne, and all the nations will be assembled before him. And he will separate them one from another, as a shepherd separates the sheep from the goats. He will place the sheep on his right and the goats on his left. Then the king will say to those on his right, 'Come, you who are blessed by my Father. Inherit the kingdom prepared for you from the foundation of the world. For I was hungry and you gave me food, I was thirsty and you gave me drink, a stranger and you welcomed me, naked and you clothed me, ill and you cared for me, in prison and you visited me.' Then the righteous will answer him and say, 'Lord, when did we see you hungry and feed you, or thirsty and give you drink? When did we see you a stranger and welcome you, or naked and clothe you? When did we see you ill or in prison, and visit you?' And the king will say to them in reply, 'Amen, I say to you, whatever you did for one of these least brothers of mine, you did for me.' Then he will say to those on his left, 'Depart from me, you accursed, into the eternal fire prepared for the devil and his angels. For I was hungry and you gave me no food, I was thirsty and you gave me no drink, a stranger and you gave me no welcome, naked and you gave me no clothing, ill and in prison, and you did not care for me.' Then they will answer and say, 'Lord, when did we see you hungry or thirsty or a stranger or naked or ill or in prison, and not minister to your needs?' He will answer them, 'Amen, I say to you, what you did not do for one of these least ones, you did not do for me.' And these will go off to eternal punishment, but the righteous to eternal life."

sabato 18 febbraio 2012

Un ventesimo di millennio

Ho utilizzato questa frase diversi anni fa in occasione del compleanno del mio collega. Ultimamente l'ho rispolverata per il mio, visto che cinquant'anni, dieci lustri, mezzo secolo, sono quantificazioni scontate e forse fin troppo banali. L'amico Lorenzo mi ha detto che "un ventesimo di millennio" fa molto giurassico e secondo me calza a pennello per sottolineare l'importanza del traguardo raggiunto. Non sono forse tappe degne di nota cinquant'anni di carriera, cinquant'anni di matrimonio? In un certo qual modo credo che lo siano anche i nostri primi cinquant'anni. Anche se, a ben vedere, risulterebbe molto più rimarchevole poter festeggiare il compimento dei secondi cinquant'anni.

Nell'approssimarsi di questa scadenza, riflettevo su cosa fare per ricordare un po' più significativamente questa circostanza. Sicuramente non avrei fatto come la cugina di Maria Luisa e di cui ho parlato qui . Però mi stuzzicava l'idea di organizzare qualcosa di diverso dal solito. Dato che non mi trovo a mio agio con le feste a sorpresa, avevo intimato a Maria Luisa di non farsi nemmeno sfiorare dall'idea di organizzarne una per me. Però non c'è stato bisogno d'insistere troppo, sia perché lei è una buona moglie e mi ascolta e sia perché il nipote le aveva detto di lasciar perdere, perché è veramente faticoso organizzare una festa di compleanno in quel modo. Lui ne sapeva qualcosa avendo preso parte attiva in occasione del compleanno di mio cognato.

Ed allora, cosa meglio di un semplicissimo pranzo insieme in un ristorante della città? Detto, fatto! Dopo aver stilato una lista sommaria delle persone che mi sarebbe piaciuto avere intorno quel giorno, ho effettuato con sufficiente anticipo l'invito, intimando a tutti di non portare regali. Ma credete che mi abbiano ascoltato? Io ce l'avevo messa tutta ed avevo anche ingiunto minacce di esclusione a tavola, ma non è servito a nulla.

Mi sarebbe piaciuto che fosse stata presente anche la famiglia del fratello di Maria Luisa con la madre, ma con loro abbiamo festeggiato in casa il giorno giusto della mia nascita, in un clima di serenità ed allegria, senza uscire in esterno a prendere freddo dato che mia suocera non se lo sentiva. Poi, quasi un bis della festa si è tenuto a cena dall'ex collega Roberto che aveva deciso d'invitare il gruppo GMB  con tanto di consorti attuali e future, per inaugurare la sua nuova casa. Ed infine, il giorno successivo, si è tenuto l'ormai noto convivio.

Probabilmente anche il meteo voleva trasmettermi tutta la sua simpatia ed allegria facendo fioccare un po' di neve, anche se non del tutto convinta. Vedendomi leggermente preoccupato per parenti ed amici che avrebbero dovuto affrontare qualche chilometro in automobile, Alessandra ha pensato di stemperare la mia tensione dicendomi che non organizzavo mai nulla per il mio compleanno e quindi non le sembrava strano che ora nevicasse. Ma giusto il tempo della Messa domenicale in Parrocchia e la neve ha deciso di ritirarsi in buon ordine perché, in effetti, voleva soltanto dare un tocco di allegria e non guastarmi la festa.

Il ristorante mi aveva proposto di iniziare con un aperitivo a cui avevo dato assenso favorevole. Mi sembrava una buona idea per potersi intrattenere un attimo in piacevole conversazione fra i vari ospiti e, al contempo, attendere qualche inevitabile ritardatario. In effetti un piccolo contrattempo dovuto al gelo aveva messo in panne entrambe le auto di mio cognato e con una telefonata mi mettevano al corrente della loro temporanea difficoltà. Poi però il vicino di casa è stato di valido aiuto e, mentre stavo quasi per chiamarli e valutare se fosse il caso di andarli a prendere, li vedo sorridenti attraversare l'ingresso del ristorante e dirigersi verso la sala che era stata a noi riservata.

Voi adesso vi farete l'idea che io abbia organizzato un banchetto degno di un pranzo di nozze oppure di una prima comunione. Non era proprio così, ma ci andava abbastanza vicino. Però non mi andava d'imporre un menù fisso e quindi ho lasciato che ognuno ordinasse alla carta. Sicuramente ci sarebbe stato da attendere le varie portate un po' più del solito, perché in cucina non si potevano organizzare per tempo, ma il disagio credo non sia stato rilevante grazie ai numerosi assaggini serviti come diversivo ed alla certezza di degustare ciò che si era scelto liberamente e non imposto da altri.

Al momento del dolce è andata via la luce. Che strano, nelle sale accanto non era così. Un lieve attimo di smarrimento e poi ho intuito cosa stava per succedere. Una pirotecnica torta mi veniva repentinamente posta d'innanzi e tutti si prodigavano per farmi gli auguri. Sul dolce vi era una targhetta di marzapane con scritto "Auguri Romano". Quando prenoto in questo ristorante, lascio soltanto il cognome e quindi mi stupivo di come in cucina potessero essere al corrente del mio nome. Alessandra mi ha subito raccontato che, senza farsi notate, lo aveva domandato uno dei camerieri.

E così siamo arrivati in fondo con l'inevitabile rito dei regali a cui mi sarei voluto sottrarre, se solo mi avessero ascoltato. Ho esordito dicendo che sicuramente sarebbero stati belli ed apprezzabili, ma che dovevo dare a tutti, amici e parenti, una grande delusione perché nulla mi avrebbe reso felice quel giorno come aver avuto loro a pranzo insieme a me.

Per concludere mi piace parafrasare una vecchia e nota pubblicità della Kodak: ogni evento che non scriviamo è un ricordo che non abbiamo.


sabato 14 gennaio 2012

Come dimenticare?


Ho appena portato l'auto dal meccanico perché mi deve controllare i freni. Da quando mi ha sostituito le pastiglie è diventata man mano sempre più rumorosa, specialmente quando si tiene il piede leggero e si frena poco. M'ha detto di andarla a riprendere verso mezza mattina. Ed allora, nonostante avessi detto a Maria Luisa che me ne sarei tornato a letto a riposare ancora un po', preferisco aspettare in piedi.

Vizio sciagurato, questo qui di mettersi ogni poco con frenesia al PC. Le ore passano veloci che manco te ne accorgi e così, quando poi è ora di andare a letto veramente, non si riesce a prendere sonno perché la mente è ancora tutta arrovellata nei pensieri che abbiamo fatto davanti allo schermo. Durante la settimana lavorativa non c'è altro modo di recuperare: la sveglia suona implacabile all'ora in cui l'abbiamo impostata e non ci tocca far altro che uscire dalle calde coltri ed affrontare le miserie della giornata.

Ormai è volata anche questa prima settimana di lavoro e chi se lo ricorda più il lungo periodo di ferie che abbiamo fatto? Non sembra vero che abbiamo ripreso l'attività produttiva solo questo lunedì. Dicevo queste cose ieri sera al telefono a mio padre e lui, per tutta risposta, sentenziava che certe cose è bello anche dimenticarsele. Non so se vi fosse in lui qualche allusione, ma prontamente ho voluto replicare che certe cose, come quelle di quel giorno, non si possono dimenticare. Altre invece sì.

Chissà se avrà capito che mi riferivo all'ennesimo anniversario della morte di Santina. Come dimenticare? Finché dura questo bel dono di una buona memoria che mi porto appresso e che mi rende particolarmente agevole nel mio lavoro di programmatore, chi potrà dimenticarsi di ogni 13 gennaio che verrà?

Certo, il tempo ha fatto il suo corso e posso parlarne con serenità con mia moglie, quella attuale, e riceverne anche qualche attestazione di solidale e sincero affetto per una ricorrenza che potrebbe arrecare in sé qualche tristezza. Ma non è così. C'è ormai sufficiente distanza per non soffrire più del dovuto, ma gli eventi vissuti sono ancora lì davanti a me come se li avessi affrontati l'altro ieri. Quindi come dimenticare?

No, non voglio dimenticare, ma solo rendere lode a Dio per avermi preso per mano ed essere stato paziente con me. Maria Luisa è davvero un'altra persona meravigliosa che è entrata a far parte della mia vita. Certo, se le circostanze fossero differenti, potremmo godere più appieno della presenza quotidiana reciproca. Ma questa non è una limitazione, bensì un'occasione di crescita per me che rischio sempre di essere fin troppo attaccato alle persone che amo.

Qualche giorno fa papà ci ha confidato che s'intrattiene volentieri al parco conversando con coetanei vari della sua età. Una signora ha detto che desiderebbe trovare un uomo disposto ad assecondare il suo desiderio di viaggiare. Mio padre ha ascoltato, stando a guardare se altri si facevano avanti raccogliendo la proposta. Un signore ha confidato sconsolato a mio padre che poteva essere una cosa su cui riflettere, ma l'esiguità delle proprie finanze lo invitava a lasciar perdere.

Ho provato a "punzecchiare" papà dicendogli che, se gli andava, poteva benissimo rivolgere le sue attenzioni a qualche "dama di compagnia" di suo gradimento. Mi ha rammentato che glielo avevo già detto poco tempo dopo la morte di mamma, che se lui voleva mettersi assieme a qualche altra donna, per me non c'era nulla di ostativo. Lui, però, era stato perentorio nell'escludere questo fatto come un'eventualità presente ed anche futura e me lo ribadiva ancora adesso. Non se la sente di dividere il suo affetto e così rischiare che gli venga meno quello dei figli perché ormai s'è rivolto ad una nuova compagna.

Ho tenuto a dirgli che in un rapporto d'amore non è così che funziona. Non è che se lui volesse bene ad un'altra persona verrebbe meno l'amore che ha dato a mamma nel corso di quasi cinquant'anni di matrimonio. E neppure sentirei che lui mi voglia per questo meno bene. Quando si ama una persona davvero, si desidera il suo bene e la sua felicità e si cerca di trovare occasioni sempre nuove affinché lei raggiunga questo stato. Quindi, come dimenticare? Il bene che abbiamo imparato a conoscere non possiamo fare altro che trasmetterlo e, se nella nostra vita siamo attraversati da seconde occasioni, non dobbiamo fare altro che coglierle al volo, esserne grati e meritarcele.

lunedì 9 gennaio 2012

Facebook mania


Ieri pomeriggio ho avuto l'occasione di vedere in DVD, comodamente seduto sul divano di casa, il film the social network. Nonostante la visione possa risultare piacevole per la possibilità di conoscere diversi retroscena riguardo alla nascita di Facebook, il mio giudizio complessivo è abbastanza negativo ed in controtendenza rispetto alle critiche mirabolanti riportate sulla confezione. Cito di seguito, in rigoroso ordine di lettura, senza riportarne la fonte. Per chi è interessato, credo che non dovrebbe essere difficile ricostruirne l'origine effettuando qualche oculata ricerca on-line.

UN FILM GENIALE

UNA PIETRA
MILIARE

RIVOLUZIONARIO
ASSOLUTAMENTE UNO
SPECCHIO DEI NOSTRI TEMPI

SENSAZIONALE
IL FILM DI UNA GENERAZIONE

UN PEZZO RARO
DEL CINEMA CONTEMPORANEO

COLOSSALE
ED ESILARANTE

Non riesco a capacitarmi - o forse sì - di come si sia riusciti a sciorinare una quantità così sterminata di lodi pompose per una proiezione che altro non è se non un resoconto ben dettagliato di molteplici liti e controversie. Sono sicuro che, a mente serena, tanti di voi potrebbero trovare ben più interessante e divertente un film di Perry Mason. Ma tantè.

Anche se ho espresso un parere abbastanza sfavorevole riguardo a questo film, lo sono un po' meno per il vero protagonista di questa pellicola, che è Facebook stesso. Vi confido che pure io non sono riuscito a sottrarmi al fascino discreto (?) di questo social network, ma sono ben conscio del fatto che questo strumento può risultare oltremodo invasivo e devastante ai fini della nostra privacy.

Per accedere viene richiesto di fornire un nostro indirizzo di posta elettronica ed una password. Sono sicuro che a tanti sprovveduti non è nemmeno venuto il dubbio di dover fornire un codice diverso e per facilità di memorizzazione hanno inserito lo stesso dell'email. Così facendo hanno consegnato a terzi la chiave per accedere al proprio account.

Sulla pagina di login campeggia bene in evidenza la frase: "È gratis e lo sarà sempre". Ammiccante e disarmante, scioglie come neve al sole ogni nostra riserva e, prendendoci per mano, ci convoglia verso la registrazione. Eh sì, perché gli introiti per mantenere ben efficiente e performante questo servizio vengono raccolti, senza troppe difficoltà, attraverso altri canali e raggiungono cifre davvero stellari ed in questo caso non così gonfiate come mi paiono invece i giudizi riportati sopra.

La fortuna degli azionisti di Facebook la fanno i colossi della pubblicità e delle ricerche di mercato che possono contare su un pubblico veramente sterminato ed eterogeneo. Siete proprio sicuri che quando con un semplice click voi convalidate un "Mi piace", in realtà non state indirettamente pagando quell'obolo che con una certa leggerezza confidavate di non dover corrispondere mai?

Basterebbe fare un uso più oculato dello strumento che abbiamo fra le mani per far crollare di colpo i proventi di Mark Zuckerberg e soci. Forse corro troppo con la fantasia e non sarà proprio cosi, ma se ci pensate bene, chi è disposto a spendere quantità ingenti di denaro per pubblicità oppure per effettuare sondaggi, come minimo si aspetta poi di ricavarne un lauto guadagno. Se le cose non vanno come atteso, quanto credete che ci si metta a dirottare le finanze su qualcosa di più redditizio?

sabato 7 gennaio 2012

Giocare alla vita


In India non si vedono i bambini giocare con i giocattoli. Magari fanno girare una vecchia ruota di bicicletta con un bastone. O prendono gli scarabei, quelli verdi smaltati con le corna lunghe, gli legano un filo a una gamba e li portano in giro, li fanno svolacchiare. Ho visto addirittura un padre catturare uno scorpione lungo come una mano, togliergli la coda velenosa, legargli un filo e darlo al suo bambino. Lo scorpione camminava, tic-tic-tic, e il bambino lo seguiva col filo. Sembrava una macchinetta di quelle telecomandate! Così i bambini si fanno la conoscenza delle cose della natura che li circonda, no?

Mentre se tu guardi i bambini in occidente, ultimamente hanno carretti pieni di giocattoli di plastica, a cui poi non restano nemmeno troppo interessati. Giocano finché si sposano. In India invece li responsabilizzano molto presto. A un certo punto giocano alla vita.

FOLCO TERZANI
A piedi nudi sulla terra
MONDADORI

Aspettando l'autobus


E' successo nuovamente, ma ora ho modo di scriverne con tutta calma. Ho di nuovo provato quella strana sensazione da "Deserto dei Tartari", quella per cui mi sembra di vivere in lunga e perenne attesa di qualcosa alla Fortezza Bastiani ma dove tutto si compirà solo quando ormai me ne sarò andato via.

Sono le inquietudini che oserei dire salutari perché ci spingono all'azione, a scrollarci di dosso quel torpore che appiattisce il lento fluire dei nostri giorni. Più avanziamo negli anni, però, meno coraggio abbiamo di prendere decisioni per dare una svolta decisiva alla nostra vita. E non sono neppure sicuro che questo sia effettivamente il momento giusto per affrontare grandi cambiamenti. Fuori c'è burrasca e con un minimo di saggezza bisognerebbe convenire che è meglio restare fermi in luogo sicuro e ben riparato. E poi non ci sono solo io. Dalle mie scelte dipendono forse i destini di altre persone e quindi sento gravare la responsabilità e rifuggire l'azzardo.

Continuando nella riflessione, mi son reso conto che, in precedenti analoghe situazioni, a questo mio desiderio di cambiamento faceva poi seguito un dischiudersi di possibilità che m'incoraggiavano all'azione. Ora invece nulla. Niente che possa costituire appiglio o pretesto per spiccare il salto su un altro naviglio, lasciando quello vecchio in balia delle sue onde.

E allora farò così. Continuerò a starmene fermo sulla panchina alla fermata dell'autobus e lo guarderò passare. Non ho fretta di salirci anch'io e di stiparmi tra la folla che sa bene dove andare ed ha fretta di arrivarci. Nel frattempo tenderò l'orecchio per sentire bene se qualcuno chiama ed ha voglia d'indicarmi la via.

lunedì 2 gennaio 2012

La conoscenza


L'uomo ha perso più conoscenza negli ultimi cento anni di quanta ne ha acquistata. Nel senso che la conoscenza della natura, dei cicli naturali delle piante è nata con l'umanità. Era una conoscenza abbastanza complessa perché non è che mangiando una foglia uno capisce subito cos'è nutrimento, cos'è medicina. Bisogna mangiarla più volte, concentrarsi sugli effetti, discuterne in gruppo. Non credi?

Per migliaia di anni il pianeta è rimasto a un certo livello, coi buoi, i cavalli e le cose di campagna. Si sapeva quali foglie, quale medicina prendere per stare bene, cosa mangiare d'inverno, cosa mangiare d'estate. Negozi prima ce n'erano pochi, al massimo vendevano attrezzi per lavorare la terra.

Poi, nel dopoguerra, è nato questo boom della tecnologia per cui nel Novecento, cioè nell'ultimo secolo, hanno inventato tutto. E il bagaglio di conoscenze notevoli che veniva tramandato da genitori a figli è stato dimenticato. C'è chi pensa che è una cosa buona perché abbiamo imparato a mettere i pomodori nelle scatolette, abbiamo i computer, gli aerei e tutto quello che vuoi. Ma guarda le controindicazioni che si creano! C'è un'overdose di tecnologia, e si vedono già gli effetti: l'immondizia che non si riesce a smaltire, l'inquinamento, i gas e non gas. Addirittura sembra che abbia portato a un surriscaldamento del pianeta per cui si sciolgono i ghiacciai. Ma vuoi scherzare?! Cos'è che ci si guadagna? C'è solo da perdere.

Gli animali in giungla sono organizzati comodamente per nutrirsi sul pianeta, mentre l'uomo deve lavorare per vivere. Ma adesso sembra che non gli basti mai. E' stressatissimo. Si sono create tutte queste necessità fittizie per cui uno si deve sbattere un casino per i vestiti, per la televisione, per la macchina, per la benzina. Ci hanno catturato proprio tutti con la storia dei consumi, delle proposte di mercato. "Il mio", "il tuo", lo impacchettano, lo imbottigliano, lo contengono... Cosa sono tutte queste proposte di mercato? E' il diavolo che ha preso posizione. Più che il bene o il male, il diavolo cos'è? Diaballein in greco significa "dividere", perciò il diavolo è quello che divide. Dio unisce e il mercato divide. Ecco il diavolo!

Invece, a grandi linee uno può pensare che tutto è la creazione, è il tempio di dio, quindi che mercato bisogna farci dentro? E' tutta terra, arriva tutto dalla terra. Basta che uno si sieda su un fazzoletto di terra, dia due zappate e crescono le cose, l'insalata, le patate. E le mangia. Hai capito? Il vero mercato è questo. Guarda come è già tutto organizzato. Se ci metti un seme ne vengono cento. Cosa vuoi di più?

Non ci vuole tanto per stare bene. Una manciata di riso e lenticchie. Niente di che, no? Se uno si accorge di aver sbagliato strada dovrà ritornare al bivio e riprendere quella giusta.

Prima leggevo tanto, poi ho determinato che dal leggere non ti viene la vera informazione. L'informazione è esperienza, è vedere. Quando passi le giornate in un libro dimentichi di vivere la realtà. Per questo ho letto sempre di meno. Perché l'informazione che leggi è passata, è l'idea che un altro si è fatto di un certo soggetto, fatto o posto. Invece è la tua idea che devi realizzare, no? Creati una conoscenza tua, individuale.

FOLCO TERZANI
A piedi nudi sulla terra
MONDADORI

lunedì 26 dicembre 2011

Mentre il giorno muore

Esco sul balcone e, mentre vedo che il giorno muore lontano, penso al grande giorno di festa che ormai se n'è andato.

Non desideravo nulla di speciale, se non di esser vicino anche a chi mi era lontano. Ma il mio augurio di bene e serenità si spegne senza raggiungere anche tanti che mi sono vicini. Può bastare chiedere perdono?

Abbiamo ascoltato la tua Parola, nella Notte Santa, circondati da uomini e donne di cui non conoscevamo il volto. Staremo alla Tua presenza, se ne saremo degni, sommersi da una moltitudine di visi stranieri ed avremo tutto il tempo dell'eternità per sorriderci e stringere legami di amicizia.

Chissà se cercheremo ancora un volto noto, un viso che ci è familiare o finiremo per confonderli tutti, man mano che i nostri ricordi sbiadiscono nella notte della vita.